Sera d’uragano

 

Il cielo è nero fumo che voltola, sfiocca, imperversa

come a un fiato d’incendio. Corron ruote di cenere

per l’infinito campo: gorghi d’ocra e di fuliggine

si riproducono e ripercotono.

Tutto fugge come a un fosco mare.

Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,

mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse.

I lampi sono rosei

come i filari efimeri delle gambe alle ballerine

in passo di finale.

Le folgori son come bisce verdi e violette.

Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve

la scena de’ monti lontani.

I monti attigui sono i lontani. S’opaca la distanza.

Eccoli dispariti.

Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene, alto,

in un canto della nerezza, teso.

Piovon tutte le acque,

a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco.

Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle piante:

i gatti fuggono le spire di bragia delle folgori:

le foglie degli alberi tremano per l’Universo.

Io m’abbandono

a tutti i fiumi oscuri di me stesso che straripano. 

 

 

                                                     Paolo Buzzi

 

                                               (da Aeroplani, 1911)

 

 




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