PRIMO PIANO
COLLOQUI
Lo sguardo poetico
di Mario Socrate:
se il nulla è un nonnulla


      
Una lunga, approfondita conversazione svoltasi nove anni e mezzo fa con l’illustre ispanista e traduttore, nonché premiato poeta e autore di racconti e di un unico romanzo. Una figura di eccellenza della letteratura italiana del secondo Novecento che si racconta in una lunga carrellata di ricordi che partono dalla sua adesione all’antifascismo e alla Resistenza. La sua vicinanza a Pasolini (partecipò al film “Il Vangelo secondo Matteo”); la sua passione di studioso per Cervantes e il “Don Chisciotte”; le tante amicizie culturali con Caproni, Puccini, Samonà, Jacqueline Risset, Sereni, Niccolò Gallo, Calvino, Accrocca, Dario Bellezza e Magrelli; il senso di delusione per la deriva letteraria e politica degli anni zero; la tenace rivendicazione del proprio lavoro sul linguaggio, sulla poesia come atto di conoscenza del mondo.
      



      

 

 

di Maria Jatosti

 

 

Tutto cambia e non è più lo stesso

e la fine del mondo s’avvicina

da Roma e i nostri anni, 1957

 

Senza un fine, senza un supremo destino, d’accordo,

ma avrà almeno una fine la Storia?

da Rotulus pugillaris, 2005

 

 

Ecco, ho riletto i suoi libri, almeno quelli presenti nella biblioteca mia e di Francesco Paolo Memmo, grande estimatore del poeta. Ho costruito un fitto tracciato di quesiti per ragionare insieme di letteratura, di poesia, del ruolo del poeta nella società, della forza della parola poetica, dello sgretolamento della lingua, del panorama produttivo nell’attuale sistema editoriale, del peso della Storia nella sua vicenda pubblica e privata lungo un percorso di quasi settant’anni, dalle prime prove a oggi… Insomma, sono pronta a un confronto nel quale so che mi rispecchierò, per affinità di esperienze e di pensiero. Ma il diluvio s’è abbattuto su questi pomeriggi di fine estate, affogando mezza Italia senza risparmiare la nostra città, sua e mia, trasformata in mille rivoli e rigagnoli e pozze, e costringendoci a quotidiani rinvii telefonici. “Allora a domani, stessa ora”. Ma oggi, nubifragio o no, sfido l’alluvione, salgo su un taxi, attraverso da un capo all’altro la città grondante, raggiungo l’ariosità e i giardini dei Parioli e ci sono. Ultimo piano senza ascensore. Sfiatata, ma miracolosamente puntuale. Lui è sul pianerottolo. Entriamo, ci sediamo. Mi guarda, puntando il suo profilo acuto, accentuato dal berretto all’inglese. Poche parole e si comincia, ossia è lui a partire, incurante di schemi, dopo una sbirciata, tra divertita e dubbiosa, al mio mannello di domande che mi affretto a far scomparire in borsa, dove resterà fino alla fine.

 

                                                           Perché di che si deve parlare

                                                           se non di quello che non si può dire?

                                                                       da Manuale di retorica in ultimi esempi,1973

 

***

 

Cominciamo con la mia vita. Nato nel ’20 ho quindi 85 anni. L’età della ragione l’ho raggiunta nel ’38, durante la guerra di Spagna, anche grazie all’ispanismo, alla lettura di autori spagnoli. E questa età della ragione, insieme al fortunato incontro con alcuni amici, mi ha portato a poco a poco ad oppormi al fascismo.

 

Descrizione: guernica

Guernica: l’opera di Picasso, simbolo degli orrori della guerra di Spagna

 

 

Diciotto anni… Chi erano i tuoi amici?

 

Ingrao, Trombadori, Alicata, Salinari, Petroni, Lizzani, Guttuso, Vespignani… tutti ovviamente intellettuali e antifascisti. Con alcuni di loro demmo subito vita a una specie di organizzazione antifascista. Ora si poneva il problema di che cosa fare. Io, che ero il più giovane e il più “coperto”, fui mandato a Napoli, dove rimasi circa una settimana, per mettermi in contatto con gli operai della Bagnoli. Là, per la prima volta mi sentii chiamare compagno: fu molto bello… Comunque, siccome a quel tempo mi occupavo di Góngora…

 

Il grande poeta delle Soledades?

 

Sì. Ne approfittai per frequentare la Biblioteca di Napoli e – presentato da Carlo Muscetta – quella di Benedetto Croce, il quale aveva scritto su Góngora. A Croce chiesi anche consigli sulla nostra lotta, ma lui ci dette un altro messaggio: “Studiate, studiate”, disse. Noi, però, non volevamo limitarci a questo. Certo, non smettemmo di studiare, di scrivere, anzi, fondammo una rivista, «La ruota», che, godendo praticamente della protezione di alcune persone di tendenza frondista, il “bottaismo” sai, riusciva a passare tra le maglie della censura, ma, oltre all’attività culturale, creammo questa organizzazione politica che ti dicevo. A Roma eravamo una decina, finché non avemmo dei contatti con il Partito comunista. Altrove c’erano altri, naturalmente, come Giorgio Amendola, il fratello Pietro, Paolo Bufalini…. Poi fui chiamato di leva… Ma mi ammalai e... È una storia lunga.

 

Ma dopo l’8 settembre sei entrato nella Resistenza?

 

Be’, almeno a parole, con gli scritti, noi la resistenza la facevamo già dal ’39. Ma con il crollo del fascismo la nostra divenne lotta vera. Entrai nel Partito comunista e fui mandato in zone molto popolari: Tiburtino III, Pietralata… Lì organizzavamo forme di resistenza e di sabotaggio, più che di lotta armata. La azioni armate erano pericolose perché significava far spianare quei quartieri, per rappresaglia. Non sto a raccontarti tutta la storia di quel periodo che andò avanti fino alla Liberazione. Da allora la mia attività politica va di pari passo con quella letteraria: i miei studi, il tradurre, lo scrivere…

 

Come si conciliava il tuo impegno politico con la scrittura, la cultura?

 

Per me, per noi, la cultura era l’impegno politico. Quanto a scrivere, nel ’38 avevo già pubblicato su alcune riviste. Per esempio, con Alicata, Ingrao, Girolamo Sotgiu, Trombadori e altri, tra cui anche Vasco Pratolini, tenevamo una rubrica settimanale che si chiamava “Gli amici pedanti” sul «Meridiano di Roma», una rivista diretta da un fascista con tanto di tessera del partito, il quale però, come dicevo, faceva la fronda.

 

Riuscivate a fare della critica al regime?

 

Certo. Naturalmente in modo indiretto. Allusivo. Criptico. Insomma lavoravamo, com’era possibile

 

Mi interessa molto sapere come la tua formazione letteraria procedeva o coincideva con quella politica, con la Storia, con l’impegno civile, antifascista. Puoi spiegarmelo meglio?

 

La cosa più chiara e più importante per me era la dedizione assoluta a una causa; tutti i miei sforzi erano in quella direzione. E dedizione significava partecipare, anche con lo scrivere. Però, non è che scrivessi soltanto. L’attività politica, di gruppo, mi prendeva completamente, tutto il giorno, dalla mattina alla sera; spesso il nostro lavoro continuava anche di notte. Per esempio, durante l’occupazione nazista, uno dei massimi impegni era quello di nascondere e salvare gli ebrei… Più tardi mi dedicai all’organizzazione di corsi, all’istruzione, intesa non solamente in senso marxista, ma in senso politico generale. Intanto continuavo a occuparmi di letteratura spagnola. In quel periodo, durante le notti della Resistenza, tradussi temerariamente, a occhi chiusi, senza vocabolario, El licenciado Vidriera, un’impresa che mi fruttò ben 50 lire. Su quel lavoro di traduzione, uscito molti anni dopo, nel ’94, nel volume A più voci dedicato a Dario Puccini, illustre ispanista, compagno di lotta e amico di sempre, scrissi più tardi una poesia.

 

La novella di Cervantes, di cui parli anche in un testo del tuo ultimo libro, Rotulus pugillaris, non era la prima cosa che traducevi dallo spagnolo. C’era già stato García Lorca…

 

E soprattutto Góngora, che uscì in volume nel ’42, e qualcosa anche di Neruda e dei poeti contemporanei di tendenza antifranchista. L’attività di traduttore era comunque legata alla mia ricerca sul linguaggio.

 

Qual è secondo te la cosa fondamentale che distingue quel tempo da oggi?

 

Questo è il punto. Allora sapevamo le battaglie che dovevamo fare sul linguaggio. Davanti a noi c’era un obiettivo palpabile, la Storia ci parlava direttamente. Durante la Resistenza rischiavamo la vita, però sapevamo quello che c’era, quello che sarebbe successo. Ora, se penso a come stiamo oggi, capisco come eravamo allora. Insomma avevamo degli obiettivi chiari, precisi. Inoltre, eravamo comunisti italiani, cioè non eravamo dei fanatici. Togliatti si rivolgeva a noi distaccandoci dalla Terza Internazionale. Fu lui che scremò il vecchio quadro del Partito. Ingrao, per esempio, era molto giovane quando divenne direttore de «l’Unità». Dunque, avevamo di fronte degli obiettivi da fabbricare, da evolvere. La nostra ricerca andava verso una società nuova, un’Italia nuova in un’Europa nuova, in un mondo nuovo. Del comunismo conoscevamo, diciamo così, poco o niente, solo la leggenda. Il fascismo ne copriva e falsificava la realtà, e per noi il fascismo era solo menzogna.

 

La tua adesione al Partito era, come per molti di noi, completa, assoluta, acritica?

 

Be’, acritica no. A un certo punto ebbi delle esperienze un po’ particolari che mi portarono a nutrire qualche dubbio. Anche se non abbandonai mai l’attività politica, sapevo che qualcosa non andava…

 

Nel Partito italiano?

 

No, non in quello italiano, nel comunismo nei suoi aspetti reali, concreti. Una volta ne parlai con Togliatti e lui, con un certo distacco che mi fece impressione, mi disse. “Sai, quelli sono molto lontani da noi”. Ricapitolando, primo: noi avevamo una prospettiva, un punto preciso. Sul piano artistico e letterario questo punto era il rinnovamento del linguaggio: bisognava superare l’ermetismo, ancora imperante. Dovevamo combattere la poesia ermetica, dovevamo fare una poesia legata alla realtà e avviare la lingua poetica verso una prospettiva di nuove cose in movimento, a partire dal quotidiano. Nei due libri che scrissi su Roma la mia ricerca in questo senso è molto evidente. E non fui il solo, altri scrissero con me…

 

Chi per esempio? Puoi fare qualche nome?

 

Mi vengono in mente, nel campo della saggistica, Muscetta, Niccolò Gallo, in quello della scrittura creativa Petroni, Bassani, Accrocca, Canali, lo stesso Pasolini. Pasolini era un amico carissimo. Era un uomo buono. Buono e gentile. Arrivava qui insieme a Ninetto Davoli che si guardava attorno sbalordito: “A’ Pierpa’ a’nvedi quanti libbri!”… Ho fatto due film con lui. Il Vangelo secondo Matteo è passato per queste stanze. Lui cercava gli attori e io dovevo parlare con gli spagnoli, coi russi… In Allegorie quotidiane c’è una poesia amara che ho scritto per lui senza nominarlo, senza mai dire, per pudore, che è di lui che parlo. Se ne parlava già troppo, vanamente, mondanamente comunque e dovunque. Che dolore la sua morte

 

 

 

Pier Paolo Pasolini

 

 

Dolore e rabbia e vergogna. Ma torniamo alla lingua. Come vedi la situazione oggi?

 

Oggi la situazione linguistica, la lingua, tutto, è in un confuso sommovimento. Prima, però, diciamo della poesia. La poesia in quel tempo risentiva della chiarezza degli obiettivi e quindi, accrescendo l’esperienza politica e culturale, noi aguzzavamo e precisavamo la lingua poetica che doveva spingerci verso quella meta. Oggi che cosa c’è? Non c’è più l’avanguardismo e non c’è neppure le rappel à l’ordre. Ci sono moltissimi notevoli poeti, è vero, ma il problema è che la ricerca attuale è puramente tecnica, è una ricerca che, rifacendomi a quello che dicevo sul linguaggio, si affida alla sperimentalità della lingua. È in atto una grande sperimentazione; si è arrivati a voler negare il linguaggio poetico e, di conseguenza, a negare non solo il linguaggio poetico ma la poesia come linguaggio. Diceva bene Aristotele: “Per negare la filosofia bisogna fare della filosofia”.

 

Ogni tuo libro segna una tappa nella tua ricerca. Ma la direzione è sempre la stessa, coerente con la tua idea di poesia.

 

La mia ricerca è appunto quella di un linguaggio capace di riscoprire, di allargare il mondo, di ridisegnare la visione del mondo. La poesia è uno strumento di conoscenza. Nel Punto di vista, uscito nell’85, è il titolo stesso a dirlo. Dunque a quel tempo erano il linguaggio, la metrica che aiutavano a chiarire, a riempire, a illuminare in qualche modo il vuoto che c’era.

 

Dunque sono le forme, non i significati a determinare il senso in poesia.

 

Solo ricercando nel linguaggio, nelle forme, si può ritrovare una lingua poetica e allargare la visione del mondo.

 

La poesia è fatta di parole.

 

Sì, la poesia è fatta di parole. Il problema è di che cosa sono fatte le parole in poesia. Ed ecco dove la ricerca è diventata più acuta, più sensibile. Con le parole, evidentemente, intendo anche la sintassi, il ritmo. Tutte cose che hanno portato la poesia all’attuale fase di fibrillazione. La poesia può essere di invettiva, di maledizione, può essere elogiativa, può essere affettiva, ma non può mai essere per il male. La poesia deve raccogliere tutto quello che c’è di bene, anche in opposizione. La poesia non è, non può essere “cattiva” perché nei sentimenti che coglie, dalle basi alle altezze, essa collega, coinvolge il genere umano, non contraddice la visione umana dell’uomo. Quello che voglio dire è che deve esserci un punto solido di intesa umana che si fonda nel linguaggio poetico.

 

Questo ci porta a parlare della visione del mondo. La poesia può ancora allargare, rinnovare la visione del mondo?

 

È un po’ difficile. Il mio ultimo libro è una mediazione, una palinodia… Ma torniamo sulla questione della lingua. Oggi nella lingua italiana e nelle lingue europee c’è una situazione nuova. L’espansione inglobante della lingua inglese impedisce, limita e riduce a implosione le altre lingue perché toglie loro le risonanze, le sottrae alla comunicazione altrui. Avendo perduto di risonanza, le lingue nazionali europee si sono praticamente ristrette e vivono in un altro assetto, in un altro rapporto. Questo obbliga a impegnarsi, a concentrarsi in uno sforzo per così dire implosivo e a ritrovare nelle parole un’intensità acuta e dilatata, il che a un certo punto ci pone di fronte anche al problema della fantasia. Per Leopardi le scienze, la fisicità, la fisica, avevano ridotto la fantasia, ma noi ci accorgiamo che più le scienze vanno avanti, più incerto e più fantastico diventa il mondo. Esce un libro su una determinata scoperta scientifica e lo stesso giorno c’è il superamento di quella scoperta. Sicché la fantasia oggi trova suoi pertugi nuovi dove infiltrarsi, e questo rappresenta un qualche risarcimento alla funzione della poesia.

 

Per dirla con alcuni titoli-interrogativi contenuti in Rotulus pugillaris… E allora? E dunque? E cosa c’è mai?

 

Chi lo sa? Noi tutti votiamo per Prodi, per Fassino, per D’Alema, eccetera, ma non abbiamo più quella spinta, quell’obiettivo capaci di suscitare energia, tensione etica. Ci manca ancora la forza per avere parole persuasive e innovative. Sì, esiste un’etica comune del bene, è vero, e sapere che questo bene nasce dalla partecipazione e dalla solidarietà verso gli altri ci tiene uniti, ma…

 

La solidarietà non è necessariamente una prerogativa esclusiva di una parte

 

No, certo. La solidarietà è di tutti, va da sé. È Laplace, se non sbaglio, che obietta a Napoleone: “Ma lei non ha mai nominato Dio” e Napoleone gli risponde: “Non ce n’è bisogno”. Ma torniamo allo stato della poesia. Come ti dicevo, siamo in una situazione di stallo febbrile. Questo riguarda anche i migliori poeti di oggi come Magrelli, Sanguineti, Zanzotto… Benché siano indubbiamente entrate delle nuove acquisizioni scientifiche, per esempio la psicoanalisi, il linguaggio freudiano, junghiano che cercano di rompere l’involucro ristretto e di espandere, irradiare le allusioni, queste cose finiscono per offuscare gli obiettivi, le mete, le cause per cui vale la pena combattere. Pensa per esempio a quello che significava l’Europa per noi. Oggi il problema non è risolto. Oggi viviamo in mezzo a problemi non risolti. E la poesia che fa? Finito l’avanguardismo, finito le rappel à l’ordre, la poesia cerca angolazioni diverse per guardare il mondo. Io stesso, per la mia modesta parte, con Il punto di vista avevo inaugurato questa ricerca. Quelle del Punto di vista sono tutte poesie che angolano da più piani… Era un po’, come dire, l’elaborazione del cubismo.

 

 

 

Il punto di vista, 1985, Premio Viareggio

 

 

Qualcuno ha accostato questo tuo libro al The Waste Land di Eliot. Va bene: guardare il mondo da varie e diverse angolazioni, dici, ma come recuperare la Storia?

 

La Storia ci sta sfuggendo e allora la Storia diventa l’Allegoria. Rifacendomi a Benjamin, io ho lavorato sulle “allegorie quotidiane”…

 

(Forse il suo libro che amo di più e che mi ricorda una sera di luglio degli anni Novanta, a Frascati, nel verde delle Ville Tuscolane. Tanti amici poeti. Un premio alla carriera – la sua ovviamente – una dedica suggestiva – quasi illegibile: azzurra, sottile sottile e sghemba – Una parola maiuscola: “Utopia”. Un abbraccio…).

 

                                                           Scrivo nel gran declino,

                                                           dove mi trovo e vado,

                                                           per contendere qualche parola

                                                           all’ufficiale degrado,

                                                           e in una lingua d’angolo,

                                                           chiusa e senza destino,

                                                           senza sorte né morte;

                                                                                  … (anzi, è laggiù

                                                           che mangia e beve e dorme e veste panni,

                                                           una lingua violenta e leggera,

                                                           la lingua che fu,

                                                           una lingua che era                                                     

                                                           lalinguadidante

                                                           e del dongiovanni).

                                                                                 

                                                                                   da Allegorie quotidiane,1991

 

 

Lasciamo per un momento la poesia e parliamo del tuo immenso lavoro traduttorio.

 

Quella della traduzione, in versi e in prosa, è stata un’attività molto intensa e importante per me. Tra l’altro ho scoperto, o meglio l’ho studiato, segnalato, scritto, qual è il problema del traduttore. La difficoltà sta nel fatto che la parola poetica è polisemica, ha molti sensi, molti significati, ecco perché, per esempio, basta che sposti di un tono una parola e quella stessa parola qui significa una cosa e là un’altra, anzi, a volte, nello spostamento, cambia del tutto di significato. Ma appunto perché la parola poetica è polisemica, quando traduci devi sceglierne una, una sola, quella parola: ecco il problema. Ho tradotto molto in versi, dallo spagnolo e da altre lingue, come il francese, il russo. Ho tradotto Molière. Ho tradotto il teatro di Lope de Vega e poi Neruda e anche, come dicevo, altri autori contemporanei, come Antonio Machado, eccetera. Ho lavorato tanto sui Sonetti dell’amore oscuro di García Lorca, quelli che il poeta aveva scritto per dare dignità amorosa alla sua vilipesa storia d’amore omosessuale. Raboni mi rimproverò di aver riprodotto la forma del sonetto, evidentemente non aveva capito che se Lorca aveva scelto proprio il sonetto era perché nella tradizione il sonetto è la forma canonica, lirica, dell’amore, la forma del canto erotico. Il suo modello, fra tutti gli altri, era Shakespeare. Dunque, la traduzione non solo deve scegliere la parola meno limitativa di senso, ma deve riadeguare la cultura del testo. Per esempio, insieme a Carmelo Samonà ho curato uno dei tre volumi dedicati a Lope de Vega, del quale ho anche tradotto in versi Il cavaliere di Olmedo. Il teatro spagnolo è tutto in versi polimetrici. Come nell’opera lirica, questi versi cantano, entrano, caratterizzano il personaggio, e di conseguenza non li puoi ridurre in prosa, come è d’uso. Non viene fuori niente. Io mi sono esercitato molto su questi linguaggi e so come si traduce: la traduzione per me è stato un grande elemento di ricerca.

 

Per questo lavoro nell’89 hai ricevuto un premio importante dal Ministero dei Beni Culturali. Ma tanto amore per la lingua e per la letteratura iberiche come nasce, quando e perché?

 

Prima di tutto, lo ripeto, con la guerra civile di Spagna e poi perché mio padre veniva dall’Argentina e quando ero malato mi leggeva il Don Chisciotte. Ho scritto due libri su Cervantes: uno sul Don Quixote e un altro su tutto l’autore, che però non è una monografia. Sono l’unico, forse, che ha fatto questo. Mi chiedi perché. Tanto odiavo Franco tanto amavo Don Chisciotte. Don Chisciotte era un universo che, come l’universo, era nato per necessità e per caso, perché un libro si fa sempre per caso o per necessità. Oltre a tre o quattro saggi ho scritto un testo abbastanza importante, credo, che si intitola Il riso maggiore di Cervantes. Questo lavoro mi ha legittimato un posto di rilievo tra gli ispanisti europei. Recentemente, mi hanno chiesto la prefazione a un capitolo in una edizione critica di Cervantes edita in Spagna. Ogni capitolo dell’opera è stato affidato a un ispanista diverso. Inoltre, mentre facevo tutto questo lavoro ho anche insegnato al Dipartimento di Letterature Comparate della Sapienza, e poi, quando alla Sapienza non ci si entrava più, alla Terza Università, qui a Roma.

 

A proposito di Roma. A Roma ci sei nato, qui hai conosciuto la lotta antifascista, la Resistenza, qui hai condotto battaglie culturali e politiche. A Roma hai dedicato versi indimenticabili. Che cos’è Roma per te? Che cos’è “il luogo” per un poeta?

 

Roma è la città amata e odiata, come tutte le città che ho conosciuto. Però molto, molto amata anche se c’era il Duce, anche se c’erano le parate. Che cos’era, che cos’è Roma? Roma è il luogo dove la memoria non si allontana, dove la memoria quasi ti precede. Io guardo Roma sempre con occhi nuovi: vedo Roma e la vedo che cammina, ma non perché c’è il sindaco Veltroni che fa le meravigliose cose che fa… E poi Roma è la Roma di Orazio, di Catullo, la Roma di Virgilio e soprattutto di Lucrezio, il poeta materialista… Tra l’altro, ho anche tradotto qualcosa di questi autori.

 

(Fuori continua a diluviare. Una cortina fitta e plumbea oscura le finestre. “È l’ora in cui tutti i ricordi cadono / pesanti come alberi abbattuti”, “l’ora che ai bordi delle strade / scantona dispersa gente notturna…”. Arriva il badante filippino: gentile, solerte. Accende una lampada discreta dietro la monumentale poltrona che quasi inghiotte l’esile figura del poeta. Nella penombra i suoi occhi sono come carboni ardenti. La sua voce continua, acuta, tra improvvise impennate, accensioni, e grandi silenzi assorti…

 

                                                           Scrivo perché scrivere bisogna

                                                           per far finta di niente,

                                                           per cavarmi d’impaccio

                                                           nel caso si domandi, e intanto

                                                           continuo in tutta questa vergogna,

                                                           di rimando in rimando,

                                                           nel quotidiano apparente, e taccio.

                                                          

                                                                         da Allegorie quotidiane, 1991

 

 

 

Mario Socrate (2005)

 

 

Ora ragioniamo un po’ della critica militante che non esiste più. I grandi casi letterari, le feroci polemiche, i dibattiti appassionati, le zuffe stimolanti: tutto questo è finito. L’esercizio della critica si è ridotto a una funzione meramente promozionale, celebrativa. I critici hanno rinunciato al loro ruolo. Non sarà che si sono piegati, omologati ai gusti, alle tendenze, alle ragioni mercantili dell’industria editoriale?

 

Hai ragione. La critica oggi è diventata poco critica. È pigra. C’è da dire, d’altra parte, che non esiste un livello produttivo a un’altezza tale da suscitare il dibattito letterario. Il dibattito letterario non c’è perché manca un punto fisso di riferimento, non c’è una prospettiva per cui battersi. Il dibattito si sposta sulla politica, ma anche la politica, come vedi, è debole, oscillante. Mancano le certezze, le cause. Io non vedo prospettive. Però mi batto per delle cause virtuali, cose che mi fingo, perché il poeta è un “fingitore” come dice Pessoa, è uno che finge, e fingere in latino vuol dire costruire, plasmare, modellare, fare i vasi…

 

E questi vasi che costruisci, queste mete che ti fingi, questi mondi che ti figuri che cosa sono?

 

Utopie. Dobbiamo pensare al futuro solo per utopie. Nelle ultime poesie dico perfino che la Storia è finita. Forse non proprio così… Però bisogna impegnarsi e credere, bisogna battersi per l’utopia, anche sapendo che l’utopia non c’è. L’utopia è quello che ci resta, ma per quella bisogna battersi…

 

Credere e non smettere di battersi, malgré tout, tenacemente, coerentemente… come hanno fatto molti di noi…

 

Già, quando credevamo che non fossero utopie. Ma ora, considerato quello che sono gli uomini – poiché tutto dipende dagli uomini! –. Ma le utopie vanno conservate. Bisogna battersi per le utopie. Il futuro è virtuale. Bisogna inventarselo il futuro...

 

Nel tuo ultimo libro parli di “ricordi esausti e orfani” che “non nutrono più il futuro” il quale “se ne sta tutto solo come un ciclista”. Ma la letteratura, la poesia, è memoria, nel senso che pesca dal passato per nutrire il presente e proiettarsi nel futuro. O no?

 

Il futuro è appiedato, mia cara amica. Che futuro dà questa Europa, questo mondo dove l’America è quello che è? Ripeto, non c’è il punto di riferimento. Ma, attenta, non vorrei che tu intendessi poesia di memoria. La poesia è memoria. La poesia non è avveniristica, non è profetica. La poesia è memoria anche del presente…

 

Ancora, in Rotulus pugillaris, ricorrono insistentemente parole, termini, immagini come “stratificazioni di vuoto”, “nulla”, “ciò che non si trova”, “fragilità”, “ressa di ombre diafane”, eccetera; il tempo viene visto come attraverso un vetro opaco; c’è, alla fine, la constatazione lucida, terribile, di un disfacimento totale…

 

Be’, praticamente è il “nulla” della filosofia contemporanea, cioè la mancanza non solo di Dio – Dio è morto – non solo della Storia che si frantuma e ti sfugge. Il “nulla” è il nichilismo, è Nietzsche; il nulla è un nonnulla… Bisogna vivere nel nulla sapendo che il nulla è nulla.

 

È quello che tu fai, mi pare, guardando a questo nulla, a questo disfacimento con “disillusa distanza”. Come dice bene Giulio Ferroni nella prefazione al tuo ultimo libro, “con distacco malinconico”…

 

Disilluso, sì, ma più che malinconico direi disperato, doloroso, amaro, per non dire parole grosse…

 

Tuttavia questo nulla è anche un nulla fragoroso: ti entra da tutte le parti con i disastri, le guerre, i massacri, gli accidenti, le catastrofi… ti aggredisce, ti investe, ti assorda e non puoi ignorarlo.

 

Questo non è il nulla. Questa è la Storia che ci illude. Che cosa conta? Entra prepotentemente nella tua vita, è vero. E entra nella poesia. Il mio ultimo libro è pieno di tutto questo. È un libro di chiusura. Quello che mi fa disperare è la mancanza di solidarietà delle forze che dovrebbero opporsi. Non c’è niente, o quasi.

 

E la morte, la vecchiaia, come entrano nella tua vita?

 

La vecchiezza, dice Pasternak, è una completa, autentica rovina… Quanto alla morte, Be’. Ti rispondo epicurianamente: “Quando c’è lei non ci sei tu, quando ci sei tu non c’è lei.” La morte è il sonno e il sonno è la notte, “il dolce tempo benché nero”, dice Michelangelo…

 

Caro m’è il sonno e più l’esser di sasso

 

Brava. La morte è brutta perché muoiono gli altri. Troppe persone care se ne sono andate, da Pasolini a Calvino a tanti altri…

 

Ieri ho perso un amico, uno che, per il mestiere che faceva, era entrato piano piano nella mia vita come in quella di tutti. Uno che la poesia l’amava e la conosceva, uno che frequentava poeti come Ungaretti, Vinicius de Moraes, Gianni Rodari… Un cantautore. Non un poeta, certo, perché le canzoni, anche quando ci toccano e sono poetiche non possono comunque essere considerate poesie…

 

È vero, la canzone non può essere poesia. È un altro genere, un’altra forma d’arte, se vuoi. La canzone è l’ancella della poesia. Non puoi definire poesia la canzone perché dover trovare su un altro registro quello che deve essere il ritmo è già una falsificazione… La canzone ha bisogno della musica, la poesia no. Ce la puoi mettere, va bene, ma in modo autonomo… No, non si può parlare di poesia, però le canzoni sono importanti e Sergio Endrigo era molto bravo, ha fatto delle belle canzoni.

 

Torniamo alla poesia. Hai pubblicato con Mondadori, Einaudi, Marsilio, Garzanti, ultimamente con Manni... Il tuo secondo volume di versi, Roma e i nostri anni, uscì nel ’57 da Feltrinelli – me lo ricordo bene, allora vivevo a Milano – in una collana che dava spazio a voci nuove soprattutto della narrativa, al tempo che gli editori facevano anche questo….

 

Sì. La dirigeva BianciardiUn caro amico, Luciano. Ha scritto due libri molto belli, La vita agra e Il lavoro culturale. Quest’ultimo mi colpì enormemente, come puoi immaginare. Era bravissimo, aveva capito tante cose, prima di tutti noi. Veniva spesso da me, era un mio caro amico.

 

Dei poeti, scrittori, contemporanei, di chi eri e sei amico?

 

Molto di Caproni, un po’ di Bertolucci. Molto di Puccini, Samonà, Jacqueline Risset, Ludovica Koch, di Vittorio Sereni, Niccolò Gallo, per un breve periodo anche di Cesare Vivaldi ma soprattutto, come ti dicevo, di Pasolini… E poi c’erano Accrocca, Dario Bellezza… E Calvino, naturalmente. Calvino veniva sempre a trovarmi. Altri scrittori, poeti… sì, ne ho conosciuti tanti, stranieri e italiani… Dei giovani, Magrelli, e degli anziani, Fortini che ha scritto per il «Manifesto» una bella cosa su Allegorie quotidiane. Altri, non me ne ricordo. I nomi cascano come le foglie, “come le foglie, tale è il genere umano”…

 

 

 

Mario Socrate attore nel Vangelo secondo Matteo di P. P. Pasolini (1964)

 

 

“Tal e quale la stirpe delle foglie…”, lo dice Omero. Torniamo a te. Una decina di volumi di poesia, molti saggi, moltissime traduzioni, ma un unico romanzo, uscito da Mondatori nella collana di Sereni e Gallo. Tutto il tempo che occorre sperimentava varie tecniche narrative e esplorava una lunga esperienza privata e pubblica: era un bel libro. Come mai non hai più scritto romanzi?

 

Sai, le traduzioni, gli studi, soprattutto quelli su Cervantes, mi hanno assorbito molto. Aggiungici i lunghi anni di insegnamento. E poi, tutto il lavoro saggistico: una ventina di testi, quattro o cinque volumi di critica. Ho anche recensito libri per vari giornali e riviste, per esempio molte cose di Calvino, Le Fiabe, I racconti. Ho perfino fondato una rivista, insieme ai miei amici Puccini, Tommaso Chiaretti, Luca Canali, Vespignani, Muccini, l’architetto Vittoria e altri: si chiamava «Città aperta». Per un certo periodo, a Bologna, dove mi mandarono nel ’47 dopo il Referendum per la Repubblica, ho anche diretto un giornale, per la verità ero vice direttore, il direttore era Cesarini…

 

Cesarini Sforza? Fondatore con Felice Chilanti di quel grande giornale, quell’importante occasione che fu per la sinistra “Paese Sera”…

 

Già, Chilanti, altro amico… Insomma, è vero, ho scritto molto ma di romanzi solo uno. Altri, cominciati, sono rimasti incompiuti, interrotti. Ce n’era uno sulla Resistenza dal quale ho tratto dei racconti. Di racconti ne sono usciti diversi su varie testate…

 

 

 

 

Sul «Politecnico» di Vittorini hai mai pubblicato?

 

Sì, una poesia intitolata “Via Emilia”. Ma prima del «Politecnico», ci sono state altre riviste, come «Il Selvaggio» (prima fase), di cui ero vicedirettore con Mino Maccari; «La ruota»; «Società»; «Maestrale»

 

E adesso, hai qualcosa di pronto? Hai materiali sparsi, scritti da mettere in ordine?

 

Sì, ne avrei, ma non ho voglia di metterci mano. Sono stanco.

 

                                                                              È difficile scrivere versi

                                                           ora che i versi ti ascoltano morire,

                                                           ictus dopo ictus,

                                                           battito dopo battito,

                                                           e tu li lasci scivolare a fianco

                                                           ramo dopo ramo,

                                                           foglia dopo foglia,

                                                           ormai nudo tronco,

                                                           prescindibile spoglia.

                                                                      

                                                                           da Rotulus pugillaris, 2005

 

(Gli chiedo come vive la solitudine dopo la perdita di Vanna, moglie amatissima, in questa casa strana, concentrica, che immagino grande ma sembra piccola, affollata com’è di mobili, libri, carte, quadri, e intanto guardo alle pareti i ritrattini, le incisioni, i dipinti degli amici: Vespignani, Guttuso, Maccari… e lui mi parla, accendendosi, delle due meravigliose figliole, Francesca e Rosalinda, docente universitaria di storia moderna l’una e psichiatra l’altra. Stiamo conversando da un’ora e mezza mentre continua a rovesciarsi su Roma una pioggia tropicale, calda, fumosa.)

 

Come trascorre il tuo tempo in questo mondo pieno di assenze, di vuoti, questo mondo rimpicciolìto, apparentemente in espansione e invece “imploso”, come dici tu?

 

Leggo. Sto rileggendo l’Odissea e Lucrezio, possibilmente nella lingua originale, magari aiutandomi qua e là col vocabolario. E i giornali, almeno due quotidiani tutti i giorni. E poi ci sono i romanzi. Come lettore del Premio Strega sono costretto a tenermi aggiornato sulle novità.

 

Cosa ne pensi della produzione letteraria attuale?

 

Scuote la testa. Ne penso molto male. Qualche cosa viene fuori dai “vecchi”, ma i giovani… Non hanno lingua. Non c’è il lavoro sulla lingua. C’è, se vuoi, un lavoro esteriore, capriccioso. Però qualcuno c’è. Per esempio Del Giudice è un ottimo scrittore e, tra i poeti, il mio amico Magrelli…

 

 

“Piove ancora?” mi chiede ora ‒ volubile e preoccupato. “E come fai a uscire adesso? È notte…Ti bagnerai. Chiamiamo un taxi...”. Lo rassicuro. Ho impermeabile e ombrello. Mi accompagna sul pianerottolo, ci salutiamo con un bacio. Ciao Mario e via, giù per le scale con la testa piena zeppa di pensieri.

 

 

Roma, Via Mercati, 8 settembre 2005

 

***

 

Notizie essenziali su Mario Socrate (Roma 1920 - 2012)

 

La sua lunga carriera di studioso, critico, saggista, scrittore e poeta ha inizio nel 1938 con le prime pubblicazioni e collaborazioni su riviste. Come traduttore in versi e in prosa ha tradotto vari autori tra cui Molière, ma si è occupato soprattutto della cultura iberica ed è considerato fra i più rilevanti ispanisti, a livello europeo. Il suo grande amore fin da giovanissimo è Cervantes, al quale ha dedicato tutta una vita di studi. Ha collaborato a molte testate storiche, con Dario Puccini, Luca Canali, Tommaso Chiaretti ed altri ha fondato la rivista «Città aperta». Su musiche di Fiorenzo Carpi ha scritto due canzoni: “Noi lo chiamiamo Vietnam” e “Ballo tondo del Vietnam”. Insieme ad Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Elsa Morante e altri intellettuali, ha partecipato come attore nei panni di Giovanni Battista e come assistente alla regia al film di Pierpaolo Pasolini: Il Vangelo secondo Matteo, 1963-64. Per molti anni ha insegnato alla Sapienza, presso il Dipartimento di Letterature comparate e successivamente alla Terza Università di Roma.

 

Pubblicazioni

 

Poesia

Poesie illustrate, Roma 1949

Roma e i nostri anni, Milano 1957

Favole paraboliche, Milano 1961

Il mondo è alle porte, Milano 1964

Manuale di retorica in ultimi esempi, Padova 1973

Poesie inglesi, Roma 1979

Il punto di vista, Milano 1985, premio Viareggio per la Poesia

Allegorie quotidiane, Milano 1991, Premio Festival delle Ville Tuscolane 1992

Rotulus pugillaris, Lecce 2004, Premio Feronia Città di Fiano 2005

 

Narrativa

Tutto il tempo che occorre, Milano 1964

 

Saggistica

Il linguaggio filosofico della poesia di A. Machado, Padova 1972

Prologhi al “Don Chisciotte”, Padova 1974

Il riso maggiore di Cervantes, Firenze 1998

 

Traduzioni

Poesie di Luis Gòngora, 1942

El licenciado Vidriera di Miguel de Cervantes,1943

I sonetti dell’amore oscuro e altre poesie inedite di Federico García Lorca, Milano 1985

Il cavaliere di Olmedo di Lope de Vega, Premio Nazionale del Ministero dei beni culturali per la traduzione, 1989

 

Premi

“Viareggio poesia”, 1985 per la raccolta Punto di Vista

“Alla carriera”, Frascati, Ville Tuscolane 1992

“Feronia-Città di Fiano” 2005, per la raccolta Rotulus pugillaris

 

***

 

APPENDICI

 

Motivazione Premio alla carriera “Frascati, Ville Tuscolane 1992”

a cura di Maria Jatosti

 

 

«Dalle prime prove pubblicate in rivista all’inizio degli anni Qua­ran­ta, fino ad oggi, dunque attraversando mezzo secolo di sto­ria, sulla sto­ria continuamente interrogandosi, e sul ruolo del poeta in essa, Ma­rio Socrate ha compiuto una ricerca poetica che lo colloca tra i massi­mi rap­presentanti di una letteratura, un concetto di letteratura, fi­nalmente (felicemente) alternativo al­le linee più vulgate.

Nato, come egli afferma in uno dei suoi libri più significa­tivi, “quando tutto / quello a cui nascevamo è / morto”, in un tempo in cui “anche la poesia / non son più i poeti che la fanno / e tutto nasce al­trove”, Socrate ha dimostrato che l’esercizio poetico è invece ancora co­sa che appartiene ai poeti se i poeti sanno ricercare nella lingua, den­tro la lingua, la loro ragione e funzione.

Poeta lucido, razionale, ironico nel senso più etimologicamente vero del termine, Socrate ha sperimentato le infinite possibilità del lin­guag­gio con una sapienza formale che unisce la capacità combinatoria, la com­pletezza degli strumenti retorico-stilistici, la suprema abilità della tecnica versificatoria, alla consapevo­lezza sempre avvertita dei drammi minimi e grandi che invadono il nostro quotidiano, di cui ci ha offerto mirabili allegorie, e pa­rodie, da un punto di vista che coinci­de con il luogo dell’intel­ligenza.

Per questo, e per molto altro, certo ‒ quella di Mario Socrate è una poesia oggi più che mai, anche al di là degli splendidi ri­sultati rag­giunti, più che mai oggi necessaria». (f.p.m.)

 

 

 

 




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