LUOGO COMUNE
RIFLESSIONI
Il movente non chiaro dell’Olocausto


      
Un ragionamento tra storico e giuridico su ciò che sono stati i reali motivi della Shoah, che ad oggi appaiono solo parzialmente conoscibili. Difatti, l’oggetto di un’ipotetica imputazione sarebbe in un rapporto d’incompatibilità rispetto agli impulsi prettamente riconducibili all’antisemitismo o a esigenze belliche del totalitarismo nazista, nel senso che da una sua analisi emergerebbe comunque un’incertezza su tale imputazione.
      



      

di Sergio Toscano

 

 

1. La nozione di movente nel delitto di omicidio trova nella dottrina e giurisprudenza penale un’ampia trattazione.

Il coinvolgimento nel delitto del soggetto interessato all’eliminazione fisica della vittima è provato, in via principale, attraverso l’individuazione di un adeguato movente dell’azione omicidiaria.

Se la ricostruzione del movente di un omicidio è semplificata dalla raccolta delle prove nell’istruttoria del procedimento, diviene difficile ottenere i medesimi risultati quando la ricerca è orientata a individuare il movente di stermini di massa.

È il caso dell’Olocausto: le tesi formulate sulle “intenzioni di Hitler” sono state molteplici.

Secondo Bruneteau “il dibattito sull’Olocausto si è concentrato a lungo sulla contrapposizione di due tesi, dette rispettivamente ‘intenzionalista’ e ‘funzionalista’”.[1]

La prima, sostiene che Hitler si era rappresentato fin dall’inizio lo sterminio degli ebrei, attuato, poi, attraverso la ‘soluzione finale’; la seconda, sostiene che lo sterminio degli ebrei è stato realizzato dalla policrazia nazista e “l’annientamento finale è dunque una ‘soluzione’ burocratica funzionale alle esigenze politico-militari che si manifestano a partire dal 1941, e non certo l’esito di un piano razionale.”[2]

L’autore avverte che, oggi, i contenuti di tali tesi non sono inconciliabili, nel senso che si possono prelevare dalle predette tesi elementi ugualmente attendibili.

È certo, però, che la volontà di sterminio ha avuto, nella pratica, una formazione progressiva e si è esplicitata attraverso un processo graduale che può essere suddiviso in fasi.

In tal senso, l’impostazione concettuale di Collotti consente di costruire una periodizzazione in fasi, tutte proiettate verso la ‘soluzione finale’.[3]

Da tale impostazione, discende la sussistenza di una societas scelerum in grado di avere una volontà autonoma rispetto a quella dei singoli e di svolgere una condotta collettiva al fine di realizzare il programma criminoso: “invero, l’impegno collettivo, consentendo di utilizzare immediatamente gli uomini disponibili e le strutture appositamente predisposte, agevola la realizzazione dei delitti-scopo.”[4]

Non a caso, la giurisprudenza ritiene configurabile l’esistenza di un’associazione per delinquere quando si riscontri un minimo di struttura organizzativa volta alla realizzazione di una serie indeterminata di reati, precisando che l’indeterminatezza del programma criminoso non costituisce un requisito indefettibile per la configurabilità del reato associativo.

Si può, dunque, argomentare che il disegno criminoso ‘dell’annientamento della razza ebraica’ è stato realizzato dalla burocrazia tedesca nella qualità di struttura organizzativa responsabile dell’attuazione pratica del programma criminoso, con il concorso di soggetti estranei a tale apparato.

In conseguenza di quanto premesso e alla luce dei dati storici può, dunque, dirsi che è provata in modo incontrovertibile l’esistenza di un sodalizio criminoso che attraverso il coordinamento dell’attività di tutti gli aderenti, impiegando le strutture e le risorse disponibili, ha realizzato il genocidio concretamente programmato, con il concorso di soggetti estranei al detto sodalizio.

Il riferimento ai concorrenti esterni al sodalizio è fondato sulla collaborazione e partecipazione attiva della popolazione degli stati occupati dalla Germania nazista e, in generale, del consenso delle popolazioni europee a vario titolo interessate agli eventi bellici, riguardo alle attività di ricerca, assassinio e deportazione.





Sul punto, Bruneteau, ha osservato che: “partiamo dal presupposto che i responsabili e i complici tedeschi e austriaci siano tra 200.000 e 250.000 (funzionari civili, membri del partito, poliziotti, uomini dei servizi di sicurezza, militari, ferrovieri, membri dell’organizzazione Todt o del corpo forestale, imprenditori…)”[5], indicando, in tal modo, l’alto numero di ‘persone comuni’  che con la loro condotta di partecipazione hanno fornito un contributo apprezzabile alle pratiche di genocidio.[6]

L’autore, però, omette di evidenziare la rilevanza economica di questa particolare industria di stato per le popolazioni impiegate in tale settore e, comunque, per tutte le imprese interessate al profitto.

Per completezza d’analisi, si dovrebbe redigere la lista dei concorrenti morali che, anche per mezzo di una condotta omissiva, hanno fornito un proprio contributo.[7]

Ciò che, allo stato, resta parzialmente conoscibile è, dunque, il reale movente dell’Olocausto.

Infatti, l’oggetto di un’ipotetica imputazione sarebbe in un rapporto d’incompatibilità rispetto a un movente prettamente riconducibile all’antisemitismo o a esigenze belliche del totalitarismo nazista, nel senso che da una sua analisi emergerebbe un’incertezza sull’imputazione.

 

 

2. Nella fattispecie, si dovrebbe compiere un’analisi esaustiva sui motivi decisivi dello sterminio di massa per individuare i suoi fini specifici che, in linea di massima, possono essere sintetizzati nella “distruzione sistematica per mezzo della violenza, della fame e del lavoro”.[8]

Tali finalità possono essere esemplificate dalla distinzione tra campi di concentramento e campi di sterminio: nei primi, i deportati erano selezionati per essere avviati al lavoro oppure a morte, nei secondi, soltanto a morte.

Analisi che conduce a un’indeterminatezza del movente o, almeno, a una sua approssimativa conoscibilità, stante che in via di logica si afferma l’impossibilità di una comprensione razionale dell’Olocausto.

Infatti, “i 5,8 milioni di ebrei che perirono per mano dei tedeschi o dei loro alleati, soprattutto durante il periodo 1941-1945, erano quasi tutti civili inermi che non avevano commesso né organizzato atti di aggressione contro lo stato o la società tedeschi e non rappresentavano una minaccia per il loro benessere (almeno secondo criteri che nel mondo occidentale un individuo ragionevole potrebbe ritenere sensati)”.[9]

Sul punto, Cesare Cases avverte: “la verità ammonitrice dei fatti sta proprio nella loro insensatezza”.[10]

Ora, la tesi sull’insensatezza del genocidio, consolidatasi nei trascorsi decenni e che ha trovato un ampio consenso, non può che fondarsi sul carattere d’irrazionalità delle condotte criminali.

Un’azione irragionevole è insensata; viceversa, ciò che è insensato può essere ritenuto necessario: è quanto formalizzato da Heinrich Himmler in un discorso pronunciato a Poznan il 6 ottobre 1943, nel corso del quale ha detto: “è stato necessario prendere la grave decisione di far sparire questo popolo dalla terra”.

Nel diritto penale, lo stato di necessità è una condizione che giustifica chi agisce contra legem perché costrettovi dalla necessità di salvare se stessi o terzi da pericoli: non è l’ipotesi della Germania nazista, niente affatto minacciata dal popolo ebreo.[11]





L'ingresso del campo di sterminio di Auschwitz


3. Nella storia dell’umanità, gli stermini di massa sono presenti in numerosi capitoli ed hanno origine antica; si pensi alle popolazioni umane note come uomini di Neanderthal, cacciatori e raccoglitori, la cui estinzione è stata in larga parte determinata dalla lotta con popolazioni umane più evolute, note come Homo sapiens.

Pure, il 18 luglio 64, un incendio distrusse una grande parte della città di Roma.

In seguito, la responsabilità del disastro fu attribuita a Nerone, il quale abbisognava di spazi liberi per la costruzione del suo nuovo palazzo, la Domus Aurea, e per favorire iniziative di speculazione edilizia.

Molte furono le vittime dell’incendio, che provocò, tra l’altro, la sparizione di quartieri e di vari monumenti.

Presto, si sparse la voce che a ordinare l’incendio fosse stato l’imperatore; di conseguenza, l’agitazione popolare si trasformò in un potenziale problema di ordine pubblico e in un pericolo per l’incolumità personale dello stesso Nerone.  

Infatti, i vari provvedimenti attuati da Nerone, come l’avviamento di un progetto di ricostruzione, la rimozione delle macerie e altri emessi per ingraziarsi il favore del popolo, non riuscirono a placare l’ira dei romani.

Per tali ragioni, Nerone accusò come colpevoli dell’incendio i seguaci del Cristianesimo.

Secondo le fonti storiche, molti cristiani furono arrestati e su denuncia di questi, a loro volta, ne furono arrestati tanti altri per essere, poi, condannati ai supplizi e a morte.

Di seguito, sfogliando i libri di storia, possono rinvenirsi moltissimi esempi d’insensatezza dell’agire umano.

In definitiva, “la domanda sulla ragione per cui fu presa la decisione di perpetrare uno sterminio di massa”,[12] legata alle tematiche sul movente dei crimini, sfocia in quel senso d’insensatezza evocato da Cesare Cases, a cui si potrebbe dire che gli omicidi rappresentano una costante storica.

Nulla sembra mutato nel corso dei secoli, se non nella metodologia e nella tecnica di uccisione.

Al termine della guerra, Cases e i suoi familiari ricevettero la visita di Primo Levi che era “reduce da tredici mesi di Auschwitz e dalla traversata di mezza Europa in buona parte a piedi: piedi che guardava con rispetto e sollecitudine, come se non si capacitasse di averli ancora”.[13]

Agli uomini, resta la forza di raccontare, come Cesare Cases che ci ha fornito un’icona dell’insensatezza dell’Olocausto: i piedi di Primo Levi.

 

 

 

 

 



[1] Bernard Bruneteau, “Il secolo dei genocidi”, Il Mulino, 2005, pag. 134.

[2] Bernard Bruneteau, op. cit. pag. 134, 135.

[3] Enzo Collotti, “La soluzione finale”, Newton Compton Editori, 1995, pag. 30, 31, 32.

[4] Cass. Pen. Sez. I, sent. n. 709 del 26.1.93 – rv. 192789.

[5] Bernard Bruneteau, op. cit., pag. 153, 154.

[6] Cfr. Cass. Pen., Sez. 5, sent. 21082 del 5.5.2004, rv. 229200, laddove la Corte, ai fini della configurabilità della fattispecie del concorso di persone nel reato, motiva che: “…è sufficiente che la condotta di partecipazione si manifesti in un comportamento esteriore che arrechi un contributo apprezzabile alla commissione del reato, mediante il rafforzamento del proposito criminoso o l’agevolazione dell’opera degli altri concorrenti e che il partecipe, per effetto della sua condotta, idonea a facilitarne l’esecuzione, abbia aumentato la possibilità della produzione del reato…”.

[7] Nei concorrenti morali rientrerebbe la Chiesa per il silenzio di Pio XII e per la condotta di molteplici appartenenti al clero cattolico. A parere di Collotti “il comportamento della Santa Sede e di Pio XII in particolare fu determinato dalla volontà di non indebolire in alcun momento la Germania nazista, per non indebolirne la funzione di baluardo contro il bolscevismo e l’Unione Sovietica” – Enzo Collotti, op. cit., pag. 77 - .

Si veda, pure, Ernst Klee, “Chiesa e Nazismo”, Einaudi, 1993.

[8] Wolfgang Sofsky “L’ordine del terrore”, Editori Laterza, 2002, pag. 8.

[9] David Engel, “L’Olocausto”, Il Mulino, 2014, pag. 7.

[10] Cesare Cases, “Il testimone secondario”, Einaudi, 1985, pag. 394.

[11] L’art. 54 del codice penale italiano (Stato di necessità), al primo comma recita: “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, sempre che il fatto sia proporzionale al pericolo.

La Corte di Cassazione ha costantemente ribadito il principio che “la esimente dello stato di necessità postula un pericolo imminente di danno grave alla persona d’intensità tale che non possa essere evitato se non ricorrendo all’illecito penale”. Cass. Pen. Sez. 3, sent. n. 2531 del 12.3.85 – rv. 168260.

[12] David Engel, op. cit., pag. 164.

[13] Cesare Cases, op. cit., pag. 20.




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