LE VIE DEL RACCONTO
IGNAZIO APOLLONI
 

 

 

IL FUTURO DELLA SCIENZA

 

La città si andava espandendo. Un flusso continuo di nuovi arrivati – chi dalla campagna chi da sobborghi di metropoli in via di estinzione – cercavano spazi per insediarsi. Chi con bagatelle, chi con ambizioni, chi rassegnato alla cattiva sorte e senza alcuna speranza di uscire dalla bolgia in cui fin qui era vissuto portavano aria nuova assieme allo scompiglio. Furono accolti con la consueta diffidenza, in qualche caso ostilità. Di lingua diversa alcuni; moderatamente blandi altri, la mescolanza si rivelava sempre più carica di veleni: i veleni dell’incomprensione dovuti alla diversità di lingua o religione. Non c’era verso ognuno si teneva la propria con i relativi simboli. Passando per strada e orecchiando era possibile sentire i sussurri, i gemiti. Se poi si fosse poggiato l’orecchio al muro di quelli insediatisi a pianoterra – tra muri scrostati e finestre possibilmente divelte – era dato cogliere un gemito o una preghiera: non si sa bene in quale lingua.

Lui non sapeva resistere, doveva cercare la fonte di quelle lamentele, che giungevano come stimmate alle sue orecchie e perciò quasi origliava. Lei al contrario lo strattonava quasi, lo tirava per la giacca temendo chi sa cosa. È noto che la diversità di linguaggi e di suoni vocalici spesso crea diffidenza, se non ostilità latente che potevano sembrare intrusioni nella vita segreta di coloro che stavano al di là: proprio così, al di là.

Da quando si era appartato dal mondo Stephen Williams era diventato un altro. Parlava spesso di segnali – non si sa bene se zodiacali, o altro – che gli sarebbero rimbombati, se non rintronati nel cranio senza possibilità di annullarli con la volontà: anzi. Era questo anzi a preoccupare lei, la Jolly, come lui la chiamava. Chi sa perché (ignote le cause, noti solo gli effetti) lui non era, o non sembrava capace di sottrarsi al rimbombo delle voci, o forse in fondo era quello che voleva per sentirsi diverso dai birilli: del genere Bowling.

Cosa gli stesse capitando, cosa, non gli era chiaro malgrado gli sforzi e la lettura di testi di psichiatria: né lei, la Jolly, riusciva a placarlo ove stesse per esplodere. Si prendeva a schiaffi, davanti allo specchio per mortificarsi sempre più; faceva l’ariete con l’intenzione di sondare la porta che adduceva dal bagno nel salone. Ancor più veemente la sua forma di espiazione se vedeva in TV scene da Delitto e Castigo. Non riusciva a spiegarsi perché l’uomo sia ancora una belva, che azzanna alla gola senza lasciare scampo; che fa desiderare ad altri ciò che non vorrebbe desiderare egli stesso come, ad esempio, un anelito di libertà. Tutto vano dunque, per Jolly e per chiunque altro provasse ad avvicinarsi alla sua apparente follia?

 

Era nato di sabato. Secondo i dati astrologici sarebbe stato un titubo, un incerto, un insicuro: come dire un perenne bisognoso di aiuto. Nessuno che potesse consolarlo o riscaldarne il cuore: né sermoni né preghiere e nemmeno abbracci di chi sembrava volergli bene. Lui ricambiava, sì, ma fondamentalmente abulico com’era si stancava presto, piombava improvvisamente nella tetraggine più nera. Nessuno che potesse intervenire per sottrarlo allo stato comatoso o quasi. Semmai si sarebbe assistito a un peggioramento dello stato di crisi. Che tipo di patologia fosse la sua non era dato capirlo a questo o quest’altro luminare in psicanalisi. Rifiutava le tenerezze quando era sotto l’effetto di questo stato d’animo. Se poi si fosse confrontato – senza nemmeno volerlo – con l’ingiustizia più evidente come vedere qualcuno raccogliere dai rifiuti un materasso abbandonato da chi era stato tanto fortunato da poterlo cambiare, si infuriava, dava in escandescenze al solo guardarlo con commiserazione. Naturalmente Jolly (talvolta chiamata affettuosamente Joly) lo fissava negli occhi per placarlo: l’intensità del suo sguardo l’ammansiva; aveva cioè, il suo, la forza di un deterrente: altro che l’effetto di una pasticca, una fumatina o una sniffata.

Una volta in sì Stephen Williams si ricredeva, prendeva il suo aplomb e sembrava una persona normale con grande sorpresa dei più perché il suo eloquio diventava sciolto, pieno di senso. Ma cosa e per quanto lo aveva costretto a rifugiarsi in un mondo altro da quello acquisito con la genesi e per travaso dei geni da padre e madre al figlio? Ci avevano pensato i suoi, non tanto a farlo psicoanalizzare quanto a visionarne in vetrino il DNA e l’RNA? E dove e a chi rivolgersi se la scienza, la ricerca era ancora in fieri malgrado la forte attesa dei benefici che ne sarebbe derivata all’intera umanità? Cosa si sapeva di processi chimici e corrispondenti termini così essenziali come la citosina, la timina o la metilcitosina?

 

Poco o nulla nella vita affettiva e animale del piccolo Stephen (nato in Georgia, adesso vive, all’età di trentacinque anni, in prossimità di Canberra). Mai un sospetto, un’attesa che non fosse la vita quieta in un sobborgo della città; che pullula di indigeni fermi all’età della pietra. Si domanda, è vero, cosa possa condurre allo stato di civiltà occidentale quei poveri drusi (quelli del materasso buttato via dai più fortunati) ma basta imprecare contro la natura e l’organizzazione sociale della vita, oppure esiste qualcosa che possa togliere dall’inerzia volitiva e quindi imporre l’osmosi tra sonno e veglia, e meglio ancora tra sonno e sveglia?

Si rode dentro adesso il nostro Stephen, con l’aiuto della sua Jolly che sta seguendo un corso di studi intensivo su fenomeni di depressione e abulia. Lei stessa, contagiata, ne è stata affetta per un certo tempo; poi la scomparsa tempestiva, endogena del fenomeno. Si sta dedicando a mettere in moto l’uomo, farne il sovrano della Terra, capace di generare nuovi geni quali quelli di cui possono vantarsi i paesi occidentali, europei e dell’estremo oriente. Non può dirsi che il nostro – affetto da sensi di colpa – non senta gli influssi e gli effluvi che nella cura ci sta mettendo la sua compagna. Comincia infatti a pensare che l’amore è tutto, compreso quello per la scienza dotta, e molto meno indotta. Dovesse avere una prole non mancherebbe di affidarla a chi si nutre di formule fisiche e matematiche. E giammai più a quelle di tipo esoterico o religioso.

 




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