LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 

Biverso per Beuno

 

L’anziano Beuno dopo avere guardato la televisione, la sera prima di andare a letto, come fa sempre, scorrendo i canali in cui non trova più nulla che lo attragga, con la velata sensazione che il mondo si sia ottusamente svolto continuando a ripetersi da inizio e fine, comunque appagato da questo lavaggio mentale di forme di luce, appunto, se ne va a letto.

Prende sonno, cercando di allacciare, allacciando, piccole leggere storie, evasive situazioni, cartoni animati, che gli distendono ogni apprensione.

Questa volta, avvolto nell’ulteriore sonno più profondo e abbandonato all’inconsapevole, rispondendo tuttavia con una recondita vigilanza alla realtà del proprio corpo sotto le coperte, sente con la mano una tasca nel pigiama. Ma il mio pigiama non ha tasche! Che ci starà dentro? Una pasticca, un bottone, un biglietto con scritto un numero. Allora, cautamente, infila una mano in questa tasca, sentendo in fondo, cosa sono? delle punte di dita, quindi una mano, che emerge stringendogli la mano. Chi è? Vieni, vieni, lo attira questa mano che non sembra di un estraneo manigoldo ma una mano propria, con il ribrezzo di sentirla propria, attirandolo verso (…)

 

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Sul piano del confronto ci si trova di fronte a se stesso, in un’aula dilagata in uno sconosciuto vuoto.

Nel mezzo dell’apparente piano teso, addensato tra il più e il meno, si accerchia una scodella, vortice apprensivo nella cui depressione si adombra fluente un brodo numerico.

Tra lui e lui, nella intensità dello sguardo che coincide in sé, il contenuto liquido circoscritto diminuisce man mano attratto dall’altrove in cui l’ambeuno è assunto in nessuno: disapertura in sospeso che evoca distanze, serrate distanze, inerte eversivo allarmato in ogni minuto che comprende ogni minuto.

Ritornando al mondo già acquisito, paravolgendo per paradosso l’effettiva risultante separata, la visione dell’osservatore sarebbe simultanea con ogni sua cellula nel punto dei punti, evadendo in un campo che diviene congeniale: prato di fiori minuti, che poi si avvolge nella copertura di una poltrona, in cui Beuno posa.





Ladro in sogno

 

Mi muovevo nel cuore della notte, questo cuore invernale che alitava accanto ostile con un vago aroma di orina, lungo quella stradina del centro città, cercando di cogliere un momento in sospeso di passaggio altrui per ispezionare il portoncino preso di mira, comunque per precauzione  con l’aria di chi si vuole allacciare una scarpa o è preso da una fitta a un ginocchio.

Era una chiave vecchio stampo, facile da rifare. E feci una chiave che doveva andar bene, ma il battente non si apriva.

Passando poi da nullafacente, a mezzogiorno per la stradina, appresi un fatto decisivo. Un abitante del palazzo, avendo girato la chiave per aprire, aveva anche lui difficoltà a far cedere la metà apribile del portone. Intanto mi ero soffermato distante di qualche passo, con un grigio sorriso che si appiattiva come un geco contro il laterale muro grigio della chiesa di fronte. Il fatto era che il portone si ingrossava per l’umidità e l’abitante ne venne a ragione con la pratica, che sembrava consueta, di una opportuna spallata.

Eccomi allora, nel cuore della notte, quando non passava nessuno, seppure potevo essere un qualunque vago abitante che rientrava, normalmente losco, a girare la chiave e a dare un poderoso colpo d’anca così da spalancare il battente che cedette con un adirato sbadiglio.

Stavo dentro.

Silenzio penetrato da un ronzio. Come se la luce elettrica fosse assunta in un insetto infinito.

La scala era stretta. Non permetteva un ascensore per i quattro piani del palazzo.

Con cautela, scalino dopo scalino, una rampa in un verso e una in un altro, ed eccomi sul pianerottolo del primo piano.

Era una ispezione preventiva, accertamento di porte e serrature, per poi intervenire su una eventuale debolezza di chiusura con strumenti adatti, in un’ora adatta, spiando gli abitanti dei piani da un giorno all’altro, presente assente come niente fosse nel traffico della strada. Bisognava conoscerli questi abitanti, impersonarli nelle loro abitudini dentellate dalle lancette dell’orologio.

Dunque, questa prima porta, era robusta, smaltata di nero, con l’imbocco di una chiave che si prefigurava antica, pesante e ottusa. Non difficile da ritrovare come tipo adattabile. Ma mentre riflettevo di fronte a questo nero chiuso, mi sembrava, e ne ebbi conferma aguzzando l’udito, che dall’interno emanasse un brusio di persone, una contenuta marea di voci, con qualche emergente colpo di tosse.

Che accadeva lì dentro, in piena notte?

Meglio lasciare il momentaneo inafferrabile e sparire oltre.

Al secondo piano una porta della stessa dimensione, color consunto. E quando mi accosto un poco, con una sorpresa che trattiene il respiro, mi accorgo che è socchiusa. Uno spiraglio di buio è aperto. Mi avvicino, dopo una certa titubanza, con il mio naso da topo, a questo spiraglio. Dall’interno quasi un respiro, sommesso, che si sente salire e scendere  in una lunga estensione, e mi sto spostando indietro quando avverto di lato, più in basso verso la fine della rampa, la vaga densità di una figura. Così mi volto a guardare questa figura, che non vedo propriamente con gli occhi,  ma come in un involucro che avvolge un sogno entro il sogno. È una donna anziana, di soffusa massa, una annosa nube repressa di tonalità oscura. Teneva una mano sul corrimano della ringhiera, sostando per riprendere fiato dall’affanno, che non era l’affanno per la salita, a quanto mi rivelavo, ma una commozione dell’animo, coagulandosi la sua faccia dagli occhi piagnucolosi e dalla tremolante piega della bocca.

Meglio senza indugio salire oltre. Le gambe scattanti fuggitive facevano svanire l’oscura contrita nube mamamma.

Ed eccomi al terzo piano.

Qui tutto taceva. C’era una porta. Sempre della stessa misura. Seppure la mia misura sembrava tentennare in questo spazio fuori luogo, perdendo il movente dello scopo, e l’attenzione si rivolgeva a particolari distraenti: una crepa nel muro che cresceva dal basso diramandosi in un sottile albero di zero, o alcune macchie di umido, che sempre tendono a magnetizzare la somiglianza a delle cose, di cui una rideva senza testa. Ma poi, tornando all’osservazione della porta, questa non presentava serratura, pur essendo perfettamente serrata. Era un caso ben strano, e vagavo con lo sguardo sulla muta superficie quando mi avvidi che da sotto, dallo spiraglio della base, affluiva un liquido. Una densità lattea, striata da vene rosee tendenti al violaceo. Un avanzare lento, inquietante in sé ma inquietante inoltre come una avversa risposta che era in agguato e aspettava di rispondere alle mie scarpe estranee come gusci di  tetri animali intrusi.

Andare via. Da questo effetto palpitante in petto. Sarebbe stato giusto scendere, ma risalii. In una luce che procedendo diveniva sempre più sussultante.

Al quarto piano la lampada era in fase di esaurimento e lampeggiava a salti. Così che il luogo appariva e spariva e uno si sentiva, anche se isolato in mezzo al pianerottolo, con le spalle al muro, in quanto la visione pro e contro ti pressava addosso rendendo perplesso ogni movimento.

Tuttavia, avendo assunto una posizione frontale alla porta, in breve passo dopo passo, luce dopo luce, alla porta mi avvicinai. Appariva nitida, metallica. Aveva un occhio, che si accese. E non potei resistere ad avvicinarmi con un occhio all’occhio, posando una mano sulla superficie gelida metallica, quando questa mancò all’improvviso e senza avere tempo di ravvisare qualunque aspetto si affondasse nel vuoto aperto appresi sulla fronte un fortissimo colpo rosso esclamativo!








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