LE VIE DEL RACCONTO
DESIRÉE MASSARONI
 

 

Io non esisto

 

Susanna è abbozzolata in una nuvola di lenzuola biancastre che le lasciano scoperto solo il volto. È nella classica posizione fetale, verso destra, ma ancora non è pronta per uscire. D’altronde non si nasce, si sceglie di nascere. La strattono un poco e lei un po’ fa reazione, ma senza aprire gli occhi che paiono sigillati. Dorme come un sasso e devo chiamarla a voce molto alta affinché mi senta.

“SUSANNA!”. Non c’è Narciso più sordo di chi non vuol ascoltare e Eco più muta di chi non sa parlare. Dille qualcosa per l’Io! Ma io, oltre al nome, non saprei proprio cosa dire a Susanna, che è davvero un bel nome, una battuta di spirito della sua famiglia: fiore, fiore libero, fiore vero. Pare vero che in quella famiglia un fiore possa essere e libero e vero. Cosa doveva esserci dopo i ruggenti anti-famiglia? Ancora la famiglia, una famiglia più famiglia. Che a ben sentire poi, Susanna, di un fiore non ha nulla, a cominciare dall’odore nauseabondo di urina e benzinadiazepina. Che a guardarti meglio, Susanna, non sei nessun fiore, nessun alberello, pianta, virgulto, filo d’erba, neppure un fuscello. Tutti loro sono ben piantati a terra, dalla terra hanno il giusto nutrimento, piegati dal vento si ridistendono secondo la loro naturale vocazione. Si può ben impazzire per un nome.

“La sua amica è gravissima!” – mi dice il primario che mi pare tutto tranne che un primario con fin sopra le sopracciglia calato un berretto da pescatore, di lana blu cobalto, mordente ad un angolo della bocca un mozzo spento di sigaro arrugginito e con abbottonato fino al collo un giubbotto di salvataggio. Forse che ti abbia pescata tra le ondate marine, durante la burrasca, a largo o sull’arenile, nella risacca portata dalla marea, arpionata per sbaglio al posto di un pescecane, ti è venuto addosso come fossi uno scoglio mucillaginoso,  incastrata alla cinghia del motore, ti ha vista morta, c’è morta a galla,  rimorchiata a peso morto, tra la pescagione del fiume torbido, rosicchiata dai topini, sbatti sbatti i piedini!

“L’avete portata troppo tardi”. Chi? Quanti Io ci sono? È un Io maiestatis. Mi vede come un noi?  Mi crea di certo un’immediata angoscia quel superlativo non relativo, così assoluto, non paragonabile con nessuno, validissimo di per sé. Mi crea molta angoscia quella ‘g’ gutturale che con la ‘r’  fa il grugnito di una belva, il rombo di una motocicletta impazzita. E poi quel ‘tardi’ che mi fa sentire sempre una perdente, che mi fa venire l’ansia di avere tutto sotto controllo. Mi vedete? Bene. Quanti siete? Siete tanti. Qual è il problema? Dovrò attendere circa due ore prima che l’effetto delle triazoloimidazobenzodiazepine svanisca. No, non andate a cercare diagnosi vaghe. Cosa vedete? Una giovane donna che non sta bene? Non sta bene? Chiediglielo. Come stai Susanna? Non sto bene. Chi lo sa il motivo? Non precipitatevi nella risposta. E non ammutolitevi. Chi di voi conosce Mozart? Tutti. E Beethoven? Tutti. Cosa compone Mozart? Sinfonie, minuetti, etc... ecco voi siete giovani che non vedete, non vedete oltre. Dunque non pensate. Perché non pensate? Perché ho paura?! Chi lo ha detto? Fagli luce Susanna. Voce ragazza! Io. L’hai detto tu? Sì sì, Io. Perché hai paura? Perché bisogna stare attenti a quello che si scrive.  Ha ragione. Chi parla? Io. Avete dunque tutti paura? Vi state ponendo un problema che non esiste: voi non entrerete mai da nessuna parte. Sia che scriviate ciò che pensate sia ciò che pensa chi pensa per voi. Sappiatelo.  Ma entrare dove? Già. Noi stiamo dentro o fuori? E dentro o fuori dove? Il sistema? Il sistema  culturale? Io sono uscita dalla verità, ché il doppio legame familistico familiare mi paralizzava, padre. Dunque che intellettuale sei? Sola e civile, signore! Lo immaginavo! L’hai presa proprio alla Lettera questa missione, eh? La realtà d’altronde è talmente invasiva che il tuo è un vero atto di realismo: derealizzato il reale lo inglobasti nel tuo corposogno protettore. A me questa cosa fa venire l’ansia di avere  tutto sotto controllo, ché è come se tutto sfumasse nella mia testa. E non riesco a trattenere nulla e allora devo trattenere, almeno tutto. Scusi ma perché questa domanda? La malattia è un lusso per pochi. Ti devi affiliare ragazza, sveglia, svegliati Susanna! Sarei dovuta venire prima, magari l’avrei trovata ad occhi aperti e ora non mi sarei incastrata in un’attesa per me insostenibile. Non soffrire! Affiliare a chi? Ma lei non è nostro padre? Affatto! Non lo sono, né voglio esserlo. Perché siamo i mentecatti, i falliti,i perdenti? Ma come?! Tanti bei discorsi sull’onestà intellettuale, sull’autonomia di pensiero, sul coraggio e poi? Voi non siete dei figli. E questa non è una famiglia, nemmeno un gruppo, o una categoria. Voi, noi, siamo persone, persone che parlano. Bla, bla, bla. Sì, questo lo pensa solo Lei. Gli altri non ci vedono così. Così come? Come persone. Forse perché tu non ti vedi siffatta. Allora sa a me cosa hanno detto? Che io non esisto. E sa perché? Perché scrivo e basta. Cioè non hai ancora pubblicato. Esatto. E a chi me lo ha detto l’offendeva il fatto di parlare con una che non esiste ché si sentiva inesistente pure lei, a parlare con me. Io gli avrei detto: allora perché insiste? Non ho voluto fare la sua Maramalda. Poi passo al volo da mia sorella, giusto per fare pipì, come sempre, dilungandomi un po’ di più questa volta ma solo per avere un riassunto della malattia che ha Susanna. Che tu non esisti è vero, ha ragione chi te lo ha detto. La pubblicazione è sempre un atto di socializzazione.  Già, in una cultura dissociata. Dunque se un giovane scrittore scrive e/o pubblica dicono: “Non incoraggiateli al romanzo!”. Se non scrivi e/o pubblichi dicono che non esisti. È davvero un’ingiunzione paradossale che una domanda formulata a un livello venga vanificata e contraddetta  su un altro, diverso. Ecco allora io vorrei pubblicare, ma secondo i miei tempi e modi. Certo, ma mi pare voi siate troppo sul fronte dell’auto-censura. Chi si ribella? Chi si arrabbia? Chi si oppone? Chi si indigna? Chi si sorprende?  La figlietta di mia sorella ha la calotta cranica ancora in formazione. È nella fase in cui assorbe tutto a livello inconscio. Fate le vittime e la vittima non esiste mai, è sempre morta. Io non scrivo tanto per dire: io esisto! E io diffido di chi scrive vivendo. Si deve sempre morire. Io esisto solo per questo. Il cervello si formerà di ciò che assorbe? Richiedo con solerzia una sintesi facile. Obbedisci! Sii spontaneo! Scrivi! È meglio tu non scriva! Pensi! Non pensare! E bisogna sempre pensare ciò che si scrive. E pensi bene. Ma come faccio a capire se penso troppo? O troppo poco? O il giusto? Perdiana che pensiero delirante! Seguo mia sorella come un segugio elencandole esagitata tutti i sintomi sebbene a me premano le cause e le soluzioni. Voi dovete stare dentro e fuori, dovete stare dentro con la consapevolezza di questo. Ve lo dovete dire: sto dentro. Ma dovete stare anche fuori, vi dovete sempre guardare dai 12 ai 115 livelli di profondità. Susanna ha fatto un’operazione seria, d’avanguardia, non come le tribù quaggiù, che stanno in retro-guardia, ché lei si guarda e guarda da fuori tutti e tutti da lassù. Che cosa accomuna Mozart e Beethoven? La libertà. Chi lo ha detto? Voce ragazza! Susanna. Fatti luce. Mozart canta la libertà dell’artista a corte. Beethoven la libertà sociale. Entrambi sono dei geni e ambedue le libertà vanno benissimo. Beethoven passò tuttavia come innovatore perché compose  quello che compose  fuori dagli schemi. E tuttora sarebbe un innovatore? Si. Per cui ti dicevo: roba da matte. Perché? Si dà le martellate sul cranio, col martello proprio… eh poi rifiuta il padre e  la madre... Credi sia una questione familiare? Te l’ho detto! Con sfumature di schizofrenia. Ma che significa? Cioè che sono tinte pastellate, sfumature nel senso che vanno a scemare o chiazze che si vanno ad allargare? Un blando alone o una macchia indelebile? E poi a chi dirlo? La gente ti isola anche a te... Già, è una ragazza fragile. Ma fragile rispetto a cosa, a chi? Alla società così com’è? È lei ad essere troppo fragile o la società troppo dura? Vedi cosa non mi piace di me? Che non riesco a capire subito. Perché non riesco a capire? E subito? E poi che vuol dire essere fuori dagli schemi? Dovete essere schizofrenici, ve l’ho detto. E non lo siamo abbastanza? Dovete esserlo con la consapevolezza, come fanno tutti. Ma io lo sono, ho piena coscienza di alternare momenti di lucidità a momenti di scompenso! E chi non lo sa? Uguale. Eh no, no, ora Io non so più chi sono. Nemmeno Io. Io neppure. Perché? Perché Io non esisto? Perché Io non esisto. Ti manca il senso critico ragazza, il senso della realtà, ché questo è un gioco, un gioco di società familiare. È un problema culturale quello che poni? Ma mi pare tu nuoti a vista. Nuoto nel mare magnum matriarcale, non bere, attappati la bocca, ché stiamo imbarcando acqua, faccio acqua da tutte le parti, perdo liquidi, sono liquidissima, scrosciano pensieri a manrovescio, sono perturbata, è un ingorgo di input, sono tutte infiltrazioni dal muro maestro, senza filtri, sono un’infiltrata, filtro tutto, è tutta acqua di Bauman quella che bevo a piene mani, (due gocce me le metto anche sul collo), sono disidratata, bevo come una spugna, a gran sorsate, è tutta gonfia di liquido amniotico, mi sono tutta bagnata, sono bagnata fino alle ossa, strizza l’occhio, strizzo bene il cervello, lo appendo all’aria ad asciugare, sto sgocciolando, stiamo man mano spurgando, butta fuori, così, spruzzo fuori dalla bocca anale, c’è un rigagnolo seminale, è tutto nichilismo quello che cola dal naso, stappiamone una bottiglia, versamene giusto un goccio, sfiato tutta di getto, una gittata a schizzo, sono un liquido schizzato, ho corretto tutto lo schizzo.




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