FILOSOFIE DEL PRESENTE
MEDITAZIONI
Cercando il ‘monte analogo’


      
Breve schidionata di riflessioni minime sulle figure che hanno attivato nel corso dei secoli un ‘diverso pensare’, partendo dal libro di Antonio Di Grado “Anarchia come romanzo e come fede”. Le ragioni della speranza e delle utopie eretiche rivolte contro il canone dominante.
      



      

 

 

di Sergio Toscano

 

 

Il campo religioso cristiano nasce dalla dipartita di Cristo.

 

La sua sparizione dal pianeta genera molte parole propagandate da molti uomini che si ritengono depositari dei principi di visione, divisione e nominazione religiosi.

 

Infatti, “le forme di trasmissione del messaggio religioso più caratteristiche del cristianesimo furono le Lettere e i Vangeli”[1].

 

Nella disputa per l’affermazione di questi principi, osservando lo stratificarsi del nascente campo religioso, è visibile il progressivo delinearsi del sottocampo ortodosso e del sottocampo apocrifo.

 

Il processo di instaurazione dell’ortodossia comportò l’esclusione e la marginalizzazione degli apocrifi, di chi offriva visioni religiose alternative al canone.

 

Antonio Di Grado, nel suo libro Anarchia come romanzo e come fede, fabbrica nel primo capitolo “Il divino anarca” una galleria museale di figure erronee, non autentiche, eretiche che hanno attraversato il passato articolando un diverso pensare, coltivando “stranianti utopie, azzardati paradossi, lingue sconosciute”[2].

 

Tutte queste figure hanno in comune una netta avversione verso i canoni dominanti di derivazione religiosa e/o politica ed una tensione verso il loro superamento.

 

Non a caso, in questa galleria sono presenti figure di utopisti come Henry David Thoreau o di anarchici come Jacques Ellul, oppositore di ogni forma di stato, di ogni bibbia e dottrina religiosa e, quindi, di qualsiasi ortodossia.

 

Figure simili ai cristiani gnostici che “indicavano un sentiero solitario di scoperta di sé alla struttura istituzionale che diede alla grande maggioranza del popolo sanzione religiosa e guida etica per la vita quotidiana”[3].

 

Le ragioni della speranza hanno animato e sostenuto la vita di questi uomini con svariati tentativi di traduzione delle utopie e con idee designate secondo il canone dominante come irregolari, bastarde, non autentiche, eretiche.





Ruggero Passeri, Senza titolo, 2013


Sono le ragioni (di speranza) sostenute da Amaniti, Hutteriti, Perfezionisti, Oweniti, Fourieriti, Shakers, Rappiti, Moraviani, Icarioti[4], giusto per citare gli esempi storici più recenti e, pure, le ragioni di Giuseppe Lanza del Vasto che volle conciliare “il pensiero e l’azione ghandiani mediante la creazione di comuni agricole nonviolente, le comunità dell’Arca, ancora vive soprattutto in Francia”[5].

 

Ragioni di speranza riposte in Gesù, giunto dall’altrove per annunciare l’avvento del nuovo regno, ragioni che riportano alla domanda iniziale del primo capitolo del libro rivolta a Gesù dai discepoli: “E voi, chi dite che io sia ?[6].

 

Domanda a cui potrebbe rispondere lo stesso Gesù con un suo detto contenuto nel Vangelo di Tommaso: i discepoli gli “dissero: «Dicci chi sei tu, affinché noi possiamo credere in te».

Egli rispose loro: «Voi scrutate il cielo e la terra, ma colui (o ‘ciò’) che vi sta davanti non lo avete conosciuto e ignorate come leggere questo momento»”[7].

 

Ora, non siamo in grado di leggere il messaggio dell’imperatore che, essendo giunto a destinazione, è scritto in lingua a noi ignota, sicché non avendo conosciuto ciò che sta davanti ai nostri occhi, ciò che ci è stato nascosto non ci è stato rivelato[8].

 

In attesa della rivelazione, la sosta in questa grande stazione diviene sempre più concitata, affollata da figure insofferenti a qualsiasi status-quo: le figure dell’attesa che sfilano lungo le banchine autoproclamandosi scopritori di panacee per i mali esistenziali.

 

Ma, così è.

 

Nell’attesa, le ragioni della speranza ci animano e si cerca «il monte analogo», la montagna simbolica che unisce il cielo alla terra, “via che deve materialmente, umanamente esistere, perché se no, la nostra situazione sarebbe senza speranza…”[9].

 

 

 

 



[1] “I Vangeli apocrifi” a cura di Marcello Craveri, Einaudi, 2005, pag. XXXIV.

[2] Antonio Di Grado, “Anarchia come romanzo e come fede”, ad est dell’equatore, 2015, pag. 39.

[3] Elaine Pagels, “I Vangeli Gnostici”, Mondadori, 2011, pag. 172.

[4] si veda: “Le comuni del nuovo mondo”, Liselotte e Oswald Mathias Ungers, Faenza Editrice, 1975.

[5] Antonio Di Grado, op. cit., pag. 30.

[6] Antonio Di Grado, op. cit., pag. 15.

[7] Elaine Pagels, op. cit., pag. 154.

[8] “Gesù disse: - Conosci ciò che sta davanti al tuo viso, e ciò che ti è nascosto ti verrà rivelato; poiché non vi è nulla di nascosto che non venga un giorno rivelato”. “Il Vangelo di Tommaso” in “I Vangeli Apocrifi”, op. cit., pag. 485.

[9] René Daumal, Lettera del 24 Febbraio 1940.




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