SPAZIO LIBERO
DONNE E POLITICA
Chi costruì le sette porte
di Tebe?


      
Il libro di Graziella Falconi “Oh, bimbe. Le ragazze di Adriana”, è una intelligente e attenta ricostruzione del lavoro svolto sulla cruciale questione femminile negli anni Settanta e Ottanta dalle collaboratrici e compagne di Adriana Seroni, dirigente del Pci e presidente dell’Udi. Cercando di riconnettere le istanze avanzate dall’emergente ed ‘estremista’ movimento femminista con la realtà del Partito Comunista, allora in gran parte dominato dal maschilismo e avverso a tante problematiche eterodosse concernenti la liberazione della donna.
      



      

di Simona Cigliana

 

 

Sta percorrendo da sei mesi a questa parte l’Italia, in un intenso giro di presentazioni e di incontri con il pubblico, un fortunato libro di Graziella Falconi: Oh, bimbe. Le ragazze di Adriana (pref. di M. Madia, Roma, Edizioni Memori, 2014,  pp. 320, € 19,50).

Un titolo, in cui, all’orecchio allenato, sembra di sentir  risuonare un’eco di favella toscana. E di toscana allocuzione trattasi veramente, poiché, come il lettore ben presto apprende, l’intitolazione rende omaggio al personaggio che di questo libro è  l’ispiratore assente e che là, dove il sì sona, ebbe i natali. Parliamo di Adriana Seroni, attivista del PCI sin dal 1944, dal 1968 succeduta a Nilde Iotti come responsabile della Sezione Centrale Femminile dello stesso, e presidente dell’UDI dal 1956: una militante che sempre manifestò un’incrollabile adesione ai princìpi del “Partito nuovo” ma che tra le prime ebbe ben chiaro, sullo sfondo di una società fondata su un imperante maschilismo e di un partito che davvero non mancava di rigidità, che il pieno compimento della democrazia non sarebbe stato possibile senza una vera emancipazione delle donne, di tutte le donne. Una emancipazione che, nella sua visione, si doveva prospettare come logica e diretta conseguenza non solo e non tanto dell’assunto togliattiano riguardante il rapporto donne - democrazia - nazione, ma soprattutto del coinvolgimento delle donne  ‒ non soltanto comuniste ‒  alla lotta di Liberazione e alla successiva fase costituente, nonché a quell’esperienza di partecipazione attiva sperimentata nei Gruppi di Difesa della Donna, nati a Milano nel novembre del 1943, con l’obiettivo di mobilitare le masse femminili, di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, nell’opera di riscatto dall’occupazione tedesca e della propria stessa emancipazione.





Da questo duplice nesso, la Seroni ricavava il fondamento di una visione della questione femminile che, formulata già negli anni Cinquanta, costituirà il nucleo di un impegno personale e di un confronto politico portato avanti nel periodo più caldo del nuovo protagonismo delle donne, nel decennio che va dal 1970 al 1980, quando si assunse personalmente il compito di mediare tra la realtà emergente ed “estremista” dei nuovi gruppi femministi (rappresentanti anche loro di una massa di soggetti esclusi e non protetti)  e la realtà del Partito Comunista, non sempre, nei fatti, sensibile, anzi: per lo più avverso, alle problematiche scottanti ed eterodosse che il “movimento” portava con sé.   

Ma la Seroni, dicevamo, è, di questo libro, protagonista assente. Ad assumere ruolo di primo piano sono invece Le ragazze di Adriana, quel piccolo stuolo di colleghe e collaboratrici di cui la Seroni fu amica ma soprattutto coordinatrice, formatrice e riconosciuto capofila. Il loro apprendistato, che, per la maggior parte, si dipana in provincia, nelle organizzazioni di base, per sfociare in  incarichi istituzionali-amministrativi, attraversa nella maturità gli anni cruciali della battaglia per il riconoscimento dei diritti sociali delle donne: dalla prima legge di tutela della lavoratrici madri (1971) a quella per la parità salariale (1977), dalla legge sul divorzio (1970-74) all’abrogazione della legge fascista che vietava la propaganda di mezzi anticoncezionali (1971), dal nuovo diritto di famiglia (1975)  alla abolizione delle riduzioni di pena per i “delitti d’onore” (1981). Sono anni roventi anche sul piano più strettamente politico (dalla contestazione studentesca all’insorgere del terrorismo; dall’assassinio Moro al declino della Prima Repubblica) e internazionale (dal Vietnam a Praga all’Afghanistan), vissuti, dice una di loro, Silvana Dameri, “secondo un canone che vuole la felicità nella lotta, un inno alla gioia beethoveniano, come risultato di una fatica, di un impegno morale.”

Di queste figure di spicco, pasionarie dalle vite intense, le cui vicende biografiche si intrecciano strettamente con gli eventi pubblici della nazione e con le congiunture e i sovvertimenti interni al partito; che si sono battute, tutte, per la conquista di una più numerosa ed incisiva presenza femminile nelle istituzioni, per una modalità di strenuo riformismo che rinnovasse dall’interno la qualità della convivenza civile e dei rapporti tra i sessi, gli annali non sembrano finora registrare convenientemente la statura e l’operato.





Adriana Seroni (1922-1984)


“Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re dentro i libri. / Sono stati i re a strascinarli, quei blocchi di pietra?” si interroga Graziella Flaconi citando Brecht. Con queste comuniste, il cui contributo è stato così importante, talvolta fondamentale, e che spesso hanno desiderato invano di avere un ruolo di maggior rilievo all’interno del partito per il quale hanno speso la vita, anche i compagni sono stati avari. La maggior parte di esse appartiene, o è appartenuta, al tessuto connettivo ‒ del PCI prima, dei DS poi ‒, che rimane nell’ombra, non citato, benché sia determinante alla vita stessa della organizzazione. Del resto, ribadisce l’autrice, “nonostante le apparenze, le donne sono reticenti ‘a’ e nel raccontarsi, complici e vittime dell’onda di oblio che si avvolge e pesa sulle loro teste”.

Di qualcuna di loro, anche a noi sovvengono più immediatamente alcuni tratti di riferimento: come di Livia Turco, o di Francesca Izzo, organizzatrice della grande manifestazione Se non ora quando, o di  Bianca Bracci Torsi, staf­fetta par­ti­giana, diri­gente dell’Anpi, membro della Commissione Centrale di Controllo ai tempi di  Pajetta, in prima fila per il referendum per l’interruzione volontaria della gravidanza, co-fondatrice nel ’91 del Par­tito della Rifon­dazione Comu­ni­sta, che se n’è andata qualche mese fa, quasi in contemporanea con l’uscita di questo libro. A loro come alle altre ‒ Anita Pasquali, Isa Ferraguti, Silvana Dameri, Romana Bianchi, Lalla Trupia, Alida Castelli, Pasqualina Napoletano, Grazia Labate – Graziella Falconi si preoccupa ora di ridare voce, non attraverso la modalità in fondo autoritaria dell’intervista, ma raccogliendone la storia e la memoria e riproiettando entrambe, fuse insieme,  in un affettuoso, appassionato, vivace e talvolta ironico racconto che restituisce il senso della loro biografia e di tutta un’epoca, in cui “fare politica” implicava per molti ‒ e per le donne in un modo del tutto particolare ‒ un altissimo grado di coinvolgimento umano, politico, civile e perfino etico.

 

Resterà memoria del loro lavoro? È una domanda ben appropriata oggi, quando sembrano messe in discussione non poche delle conquiste che solo trent’anni fa sembravano sacrosante e irrinunciabili. “Non si tratta di armarsi per una difesa cieca di quanto è stato raggiunto ma di riflettere per costituire nuove convenzioni, nuovi diritti, nuovi canoni. – conclude Falconi ‒ è vero che la storia non è storia delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, ma per non morire dobbiamo pur credere e lavorare al miglioramento della nostra vita”. 





Una manifestazione femminista negli anni '70





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