PRIMO PIANO
NOTE D’AUTORE
Tra il prolungamento
del crepuscolo e le poesie scritte
al buio


      
Pensieri e glosse varie in ordine sparso denunciando la propria allergia allo sport e domandandosi il senso di una ‘maturità’ scolastica in cui uno debba provare, per l’ultima volta nella sua vita, che sa fare il critico letterario. Piovono anche segnalazioni di letture: dei libri critici ultimi di Alvino e Muzzioli, ma anche dei versi molto belli di Edith Dzieduszycka e del fascinoso, eletto manierismo di “Rimarrà El Greco” di Roberto Rossi Precerutti. In sottofinale accenno alle pubblicazioni di Adriano Accattino, intento alla stesura di un monumento filosofico-letterario che dovrà alla fine assommare ben trentadue volumi.
      



      

 

 

di Marzio Pieri

 

ATROPOIESI E ALTRO, TASTONANDO

 

 

J’aimerais aussi que les Françaix surtout comprenne que si Ionesco, Cioran ou Enescu ont choisi Paris, ils n’étaient pas pour autant les seuls artistes roumains. Et qu’il lisent aussi George Bacovia ou Mihail Eminescu, Nichita Stanescu, Mircea Cartarescu, le génial Petre Tutea, Qu’il écoutent Paul Constantinescu, Pascal Bentoiu, Nicolae Bretan…

 

Angela Gheorghiu (Díapason juin 2015)

 

 

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Declinante domenica, verso sera mi accorgo che siamo già ai tempi supplementari. Una settimana piena di eventi minimi (una improvvisa assenza della domestica, una notte da cancellare per un lungo malessere di stefania, le bozze 'diverse' del mio primo ebook, la solita marea di lettere, allegati, rifiuti, strane proposte che affonda un professore disoccupato) e mi s'era incollato sotto il prato smangiato dei capelli (nulla sul cocuzzolo, dietro potrei prestarne a Buffalo Bill, detto Pahe-ha-ska, 'il capellone') un calendario immaginario. Il 20 mi è passato inavvertito, mi concessi perfino un'ora di shopping  dis(cografico (robe vecchie, serie dimenticate, nomi usciti di scena e spostati fra quattro assi d'una capanna indiana) mezz'ora fa il 21 mi precipita addosso come la mela a Newton o, forse, come la morte del giusto. Mi chiedo se così sarà la mia. Non prevedo strazianti addii alla mia stèlla (da leggersi così, come bèlla e sèlla) né avrò troni da consegnare a qualche successore sbalordito ("tu... Fiesco... compi il mio voler...'). Forse il lontano scroscio d'uno sciacquone  tirato (sembrerà, nella notte, catadupa) o il tonfo di un libro scivolatomi dalle mani, già postumo. Un conoscente ritrovato (io non cerco; trovo) dubita che io possa ricordarmi di Gianni Brera. Oibò. Lo leggevo di rado in odium deporti (che volle dire uscire dalla porta, non del portiere!, ma della città, andando a diportarsi per le pràtora), prima dei miei diecianni due partite noiosissime della Fiorentina, vinte con tante reti perché gli avversari parevano tonti o zoppi il Palermo? l'Udinese? , mi convinsero che lì per me non si facevano legna. Ma Brera lo lessi, magari trangugiando l'indigesta brioche al bar da cappuccino, e ne conobbi il mito: un Gadda del giornalismo sportivo. Come a tirare pei capelli, a proposito di queste mie mensili dicerie, il Senofonte o Sainte-Beuve. Io, ad esempio, non capii mai bene come si andasse in fuori gioco, perché tutte le volte arbitro e guardalinee e 'il signor Herrera' e il solito scalmanato ripreso al volo dalla polizia ci si arrabbiassero tanto. È la passione, si sa; e poca n'ebbi sempre nei miei fondaci. Curiosità, mi spinse, senso vivo d'una, di troppe cacciate fallitemi. Nella mia vita di studio mai redassi una scheda.

 

Qui accanto mi ero lasciato sorgere un acrocoretto di libri o di ragioni sulle quali mi sarebbe piaciuto intervenire, meno giudice, al mio solito, che reo confesso. Mi accorgo che da qualche mese ogni occasione è buona per tornare sulle sorti recenti di poesia. Fioriscono regesti, antologie, raccolte saggistiche a fissare esperienze diuturne, attendibili. Solo a restare quasi in casa nostra, un paio di antologie appena edite da Fermenti di Carratoni (un punto fermo segna Dentro spazi di rarità, a cura di Donato Di Stasi: “scrittura e non scrittura in lucida pazzia rifanno l'umano”; se dietro ci fosse una scuola, sarebbero i Nuovi Novissimi ma questa è gente troppo elegante e lucida per appoggiarsi a pandette), l'accoppiata degli scritti di Gualberto Alvino e di quelli, freschi di data, di Francesco Muzzioli. Professore-scrittore (alternativa all'imperversante scrittore-giornalista-terrorista diffuso in questi tempi di bivacco), Muzzioli è anche un mago di titoli sugosi, nulla di catastrofico ma chi non si rallegra quando gli si presenta, a tavolino, un bel menu colorato che solo a leggerlo mette in opera i succhi gastrici? L'onirico alla prova dell'ironico (ed è Savinio), La metonimia nella metafora (Pagliarani). Per Montale sembra quasi di andare sul parodico: Il prolungamento problematico del crepuscolo...

                       

                        Se del prolungamento del crepuscolo

                        sia meglio dissertare in allegorico

                        o per problemi ero vicino a chiedermelo

                        quando la Gina ‒ attento! ‒ mi gridò risvegliandomi

                        mentre passava sferragliando il tram

 

(Apocrifo sfuggito alla Cima-Bettarini, l’ho ritrovato in una piccionaia)

 

Alla 'maturità' dànno temi su Calvino e io non mi chiedo da oggi perché una maturità 'generale', sfilacciatasi da un 'culto di cultura' umanistico-ideologica (dove Carducci o Gramsci valgono uguale) debba provare che uno sa fare per l'ultima volta in sua vita il critico letterario. Per che posto nel mondo? per che futuro? per quale stipendio ('mes gages, mes gages...')? Epocale la risposta collettiva dei maturandi in partibus: Calvino chi? E poi vogliono fare, a colpi di decreto e con brutte figure a catena, 'la buona scuola'. La quale non può esserci, come non esiste 'la buona musica' di craxiana memoria, perché la scuola è proprio come l'Indiano del generale Sherman o Sheridan, i profeti di Custer: “a good Injun's a dead Injun”. (Americano mio).

 

                        Amando mio, I love for ever...

 

Description of  1891 January 3. The Medican [i.e. Medicine] Man. View of the slain frozen body of a Native American Lakota Sioux medicine man, Wounded Knee Creek, Pine Ridge Reservation, South Dakota. The body has clenched arms and is posed with a rifle. (Denver Public Library; Western History Collection)http://www.altriconfini.it/wp-content/uploads/2012/11/pasolini-cadavere..jpg

 

Pasolini morto s'incarnò in un indiano mitragliato o sciaboleggiato a Wounded Knee (Sàlgari sarà stato 'di destra', ma diffidava degli americani e lessi di Wounded Knee nel terzo tomo della sua Trilogia del Far-West: ci s'incontravano il Ginocchio Compresso, Caldaia Nera e Coda Macchiata, e certo lo scrittore che sognava le jungle al Valentino si dovette basare su relazioni giornalistiche della 'soluzione finale' informate ed orrificate). Pasolini chi? Lo so, lo citano in massa di terza o sesta mano: lui lo sapeva (per questo ne tremava), con le sue idee bastava un lieve spostamento del bilanciere e si sarebbe trovato a confortare le milizie repubblichine come un buon parroco di campagna costretto a convertirsi in cappellano. Ma senza la sua scrittura, il suo ànsimo, sarebbe come la dolciastra canzone di Gilda cantata in assenza della Bomba di Rita. Queste son cose che imparano soltanto gli autodidatti. (LACERBA: 'chiudiamo le scuole...').

 

 

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Vorrei chiudere su tre o poco più libri da tenersi sul comodino. Ancora in casa Carratoni, il bellissimo libro di poesia di una scrittrice di Strasburgo, ospite dell'Italia da una vita. Gli Incontri e scontri di edith (de hody) dzieduszycka. Ha pubblicato molto, con passione di lettrice nonché di verseggiatrice; e poetare in una lingua diversa (anche se sospetto che la gedùssisca, aiutiamo il lettore, non saprebbe dircelo nemmeno lei quale sia stata la sua lingua madre, e questa è una gran fortuna e distinzione, dopo tanta retorica sulla lingua del latte) importa sempre qualche assurdo (verbale, tonale, cadenzale) ma anche una forte energia. Di che parla la edith eccetera? Non me lo sono chiesto; ma non molte poesie conosco dove ogni membro si faccia metafora. Dovunque metti il piede c'è una mina che brilla, vitale. (In copertina c'è un foto-collage dell'Autrice, a me ricorda il supremo De Stael, un altro senza patria, che cercava la luce e si gettò nel vuoto a quarant'anni, certo di non potere andar più avanti).

 

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Altro libro di straordinario fascino segna il rientro di Roberto Rossi Precerutti. Alle poesie si alternano brani di prosa alta, mi ricordano il Greppi prosatore (l'imperfettibile Mort précoce, che si legge per ora, ch'io sappia, solo in una versione francese degna però dello scrittore), un Manganelli senza benedizione di nevrotismi, magari il migliore Bufalino. Stirpe di eletti inchiostri. Il corpo centrale del libro (Rimarrà El Greco, edito dal Crocetti non sempre così lieto nelle sue scelte e proposte) si misura con la riscrittura verbale di opere pittoriche insigni, inspiratrici. Questo davvero è Barocco funebre, celebrazione del nero. Tratto elettivo del Rossi Precerutti è che nulla è più candido, diffusivo di luce dei suoi neri. Il manierismo (nel senso universale di Curtius, inclusivo della stessa esperienza barocca) segna una tappa qui dalla quale converrà non distrarsi. Ecco perché mi veniva il ricordo di Greppi, traduttore supremo di Gongora, di Calderon e Juan de la Cruz. Ricordo che con una ostinata e meditante integrale di costui, nel corso di anni e anni di familiarità, chiuse la sua avventura letteraria uno scrittore che più lontano dalla 'maniera' non si potrebbe escogitare, il mio amico don Luisito Bianchi. Morto da qualche anno, per me implica solo che non ricevo più le sue lettere; come la vedova che un giorno si accorge che non stende più i panni del marito. Per il resto è con me.

 

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L'impegno di sottrarre un lussuoso caucciù dalla corteccia della pittura attrae anche oggi più di un autore di versi. Mi piace accoppiare idealmente al Greco del poeta torinese il Lorenzo Lotto (pittorico) del grande Giulio Paolini: Giovane che guarda Lorenzo Lotto. Questa è l'opera di tutti i segreti.

 

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Solo ieri mattina ricevo il dono di Adriano Accattino, non indifferente nella sua straordinaria campata d'artista e di teorico a quanto stia nell'alchemia, nello specchio e nelle metamorfosi delle arti. Già sarebbe degno di emozionata segnalazione il trovarsi fra le mani due altri tasselli del monumento filosofico che il Mago d'Ivrea sta allestendo con mente desta e braccia nerborute, Un salto nell'alto (Mimesis editrice). Dovranno alla fine essere 32 libri. Qui abbiamo il volume I del tomo II, L'uomo-lingua e la poesia, e il volume II del tomo VI. Chiede al lettore la stessa lena che mosse il pensatore. Ci dice che tutto potrà capitarci, non di tornare all'estetica insapore e inodore del Croce. Ma la bòtta, proprio come un projetto o una saetta che ti colpisce e invade, è il primo pezzo di una nuova collana, "Il risorgimento della poesia visiva". Accattino lo dedica a quelli che definisce "i suoi tre magi": Luigi Bianco, di cui al "Dèdalo" del mese scorso; Martino Oberto ed Emilio Villa. L'Eremita, il Padre dell'anaphilosophia, nutrito alle origini di Pound e Wittgenstein, e l'Esploratore. Si tengano i consulenti del ministero, la banda degli asini, il loro Calvino, gustoso come uno yogurt industriale. Il nuovo libro di Accattino si intitola ATROPOIESI (Poesie scritte al buio). Il poeta è in ospedale, la mattina deve essere operato; neri fantasmi intorno al suo capezzale di uomo ferito. Nel buio, con un quaderno sulla pancia, accertando i contorni coi polpastrelli, Adriano vaga per le verdi pianure della verbalità (parole sue). La situazione richiama quella da cui nacque il Notturno di d'Annunzio. Buon sangue non mente.

 

 

 

Ma non voglio sussistano dubbî: c’è questa da chiamare la Via di Villa (o di Fontana, metta il lettore se Gianni o Lucio, io ce li metto tutti e due osando la scheda nulla) e c’è la Via del West. C’è il Mondo della Mente e il Mondo dei Colori. Non sono così platonico (mia moglie, storica della filosofia antica, diceva che semmai ero vicino a Socrate-Sileno, dunque una sorta di Diogene nella botte, con un cencio sugli Inevitabili e le dita in perpetuo movimento dal naso ai capelli; certo non al Massimo e Primo Prosatore della storia del pensiero, con le sue favole e con i suoi teoremi) da pensare che la Favola della Caverna sia da interpretarsi diversamente dalla Favola della Botte di Gionata Swift, cioè come una trappola per i sorci del pensiero comune. C’è Mallarmé e Celan, non rubatemi Palazzeschi. I colori mi piacciono. Andavo matto per i primi fumetti a colori (il Vittorioso, Pecos Bill, che magari alternavano le pagine in quadricromia ad altre in bianco e nero). Mi son goduto il libro d’immagini (copertine di antichi microsolco) raccolte da Giulio Odero per le edizioni di ‘Musica’. Quante passeggiate, da ragazzo, per osservare i primi microsolco nelle vetrine. Alternandole con le escursioni primo-collinari, Bellosguardo, Belvedere, leggendomi il Dantino Hoepli, il Pascoli BMM, il Foscolo della BUR

 

 

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Vedo che una musicologa belladonna non se ne giova e lo prende a pedate sulle onde di una sua Ape Musicale, ma siamo alle solite, guardare le cose da un trabiccolo troppo più alto di quello che lo scrittore avrebbe immaginato come possibile panchina di degustazione. Ci si sente molto ganzi ma l’Ape diventa Pica.

 

 

 

 




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