PRIMO PIANO
COLLOQUI
Mariella Bettarini: la scrittura
e la vita tra passato e presente


      
Un’ampia conversazione via mail con la settantenne poetessa fiorentina che dagli anni ’60 ad oggi ha tenuto diritta la barra etica di un fare letteratura nel segno di una visione estetica e di una moralità del sapere poetico, estranee all’ansia di affermazione mondana e fuori dal circuito cultural-commerciale. Alla sua produzione ha, quindi, affiancato la direzione delle riviste “Salvo imprevisti” e, poi, “L’area di Broca”. Dal 1984, assieme a Gabriella Maleti, ha fondato la piccola casa editrice Gazebo Libri che, dopo oltre trent’anni, esibisce un catalogo nutrito e oculatamente selezionato.
      



      

 

 

di Maria Jatosti

 

 

                        si ricomincia

(o continua) figure

facce del mio didentro

                                               sostegni ilari ebbri

della mia testa polverosa

M.B.

 

 

 

 

Un ritratto di Mariella Bettarini, immaginando di varcare il portoncino verde di via san Zenobi, entrare nella sua casa-laboratorio, e parlarle, magari sorseggiando “uno sherry che dà alla testa”, guardandola nei – bellissimi vivacissimi – occhi verdi, ascoltando il suo “loquire” fiorentino pacato, rassicurante, confortevolmente circondate da libri, quadri, cari oggetti, amorosi reperti: iconografie indelebili di una storia intensa di sentimenti, di dolore, di lacerazioni, di fede, di impegno, di lotte, di “multiforme disobbedienza”, per dirla con Luzi, di scoperte-esperienze-meraviglie, di felicità di lavoro… Un lavoro quello di Mariella Bettarini immenso, fluviale, multiforme, a partire dall’inizio, da una sofferta adolescenza romana, conforto, non consolazione – termine che non le piace – alle durezze di una realtà “piagata”. Percorso fecondo creativo e di formazione che si sviluppa e di dipana nel tempo tra osservazione, constatazione dell’esistente, pulsioni emotive, studio, prese di coscienza, immersioni stuporose nella natura che tanto spazio, “madre del corpo e dei corpi”, occupa nella sua poesia, che a sua volta ne riempie e pèrmea l’esistenza.

Penetrare, in corrispondenza, dialogo, affinità, nella infinità dell’ininterrotta produzione di Mariella Bettarini, scoprirne, esplorarne la lucidità, la levità, il gioco sapiente, il fascino, la maturità, la compiutezza è compito presuntuoso, azzardoso, per me che alla poesia mi accosto in punta di piedi. Ci vorrebbe una vita e molto troppo di più di questo spazio. Considerare, insieme, oltre, di pari passo, saldamente intrecciata alla poesia tutta la mole di saggi, di scritti in prosa, di interventi teorici a carattere politico, civile, sociale sempre sostenuti da un impegno morale inderogabile e coerente, nel solco, come ha puntualmente osservato qualcuno, della lezione gramsciana prima e pasoliniana poi dell’“intellettuale organico”, è un lavoro immane, ma esaltante. Ripercorrere con lei, nella distanza che solo fisicamente ci separa, la grande stagione delle donne, del femminismo, dei movimenti. Ripensare il Sessantotto – luci e ombre, conquiste e sconfitte, derive e delusioni – porre, porsi, domande. chiedere, chiedersi dov’è il sogno, l’utopia, la speranza e, parafrasando, “a chi serviamo, noi, sciacalli dei fatti, osservatori sul fronte, non storici né cronisti, se la fiammata è sempre un poco più in là, o poco dopo il nostro olimpico passaggio” è la posta in gioco. Ma possono, mi chiedo, delle domande-risposte via mail appagare e in quale misura un interesse, un bisogno intellettuale e umano di conoscenza? Non lo so. Provarci vale la pena e noi ci proviamo. Dalle mie alle sue stanze. Lontane ma insieme.

 

 

Descrizione: http://www.literary.it/rubriche/dati/intervista/lenti/img/bettarini-2.jpg

                                                          

 

Autoritratto semiserio

                                                  (in forma d’acrostico zoologico), 1994 - 2007

 

                                               Muso di gatto – sì – fede di cane

                                               Ala di passero – ala di gabbiano

                                               Rosso di lingua – batticuor di cerbiatto

                                               Intrepido cavallo – pascente zebra

                                               Elefante memoria nel suo mallo

                                               Lupo e scoiattolo

                                               Lagnosa pecora e più la(g)nosa

                                               Agnella si presenta

 

                                               Bettarinimariella

                                               E (di sé) ride nello specchio animale:

                                               Taurina tempra (ahimé solo mentale)

                                               Topo e gallina dalle uova bianche – sull’

                                               Aia vispo gallo alla mattina – senza denti

                                               Robusto roditore di granaglie

                                               In acque fonde trota guizzante

                                               Nell’aria sopraffina Bettar-

                                               Inimariella e la sua arca cina                                             

                                                              

                                                               * cina: piccina, in dialetto emiliano

 

 

Partirei da Firenze. Essere nata e vivere in una sorta di città-museo autocelebrativo che peso ha, ha avuto, e quali rischi (penso al “fiorentinismo”) comporta? E com’è la città di oggi rispetto a quella della memoria? esiste ancora quella città, quella dell’infanzia, della fanciullezza, e poi delle scoperte, degli incontri decisivi, dell’amicizia, dell’impegno pubblico, civile, politico, eccetera?

 

A parte il fatto che ho vissuto anche (poco più di un anno) a Torino e ben quattordici anni a Roma – proprio nel periodo dell’adolescenza e prima giovinezza – non credo che l’essere nata ed aver risieduto quasi l’intera vita a Firenze sia – sia stato – un rischio. Al contrario. L’arte – l’archeologia, il Romanico, il Rinascimento in specie – oltre alla musica, avendo avuto due genitori entrambi musicisti, ed avendo io stessa studiato a lungo il pianoforte, mi hanno profondamente alimentata, “nutrita”, allevata e, direi, persino salvata… Appena finito l’Istituto Magistrale, a Roma, avrei voluto iscrivermi all’Istituto del Restauro, ma ho poi, invece, partecipato ad un concorso per insegnanti; dopo di che, alla fine del 1965, tutto è cambiato con il ritorno a Firenze. Qui ho vissuto intensamente il Sessantotto, gli anni Settanta , e i seguenti: gli anni dell’“impegno”, del cattolicesimo del dissenso, del femminismo e della – per me fondamentale e tuttora assai viva – cooperazione culturale/letteraria con tante amiche/amici scrittrici/scrittori, con cui da allora ho condiviso, e continuo a condividere, l’attività redazionale della rivista “L’area di Broca” e, con Gabriella Maleti, dell’Editrice Gazebo Libri.

 

Descrizione: L’Area di Broca: Una r/esistenza ostinata     Descrizione: http://www.edizionigazebo.it/images/MALETI3.JPG     Descrizione: https://alleluhia.files.wordpress.com/2012/08/malegabr.jpg?w=560

                             La rivista                         Le edizioni Gazebo             Gabriella Maleti

 

 

I tuoi luoghi. Hai definito dolorosa, comunque non amata, l’esperienza romana. Perché? Che tempi erano? Chi frequentavi? E prima di Roma, come mai proprio Torino operaia, anni Cinquanta, tempo di grande migrazione interna, di treni dal Sud, di spostamento di masse, di battaglie, di un’Italia che cambiava…. Che aria c’era?

 

Di Torino dove ho abitato solo poco più di un anno, non ho particolari ricordi. Ci andammo perché mio padre – musicista, che tra l’altro aveva lavorato per anni al Teatro Comunale di Firenze – fu assunto alla Rai di quella città. Poi, nel ’51 lo trasferirono, e noi con lui, alla Rai di Roma. Gli anni romani sono stati per me assai dolorosi: ero adolescente e soffrii molto la “freddezza” di mio padre, la faticosa “divisione in casa” dei miei genitori. Mi aiutò moltissimo la fede, lo studio “matto e disperatissimo”, le fluviali letture e l’altrettanto “fluviale” scrittura di versi. Ricordo che, a circa sedici anni, in poco più di un anno scrissi centinaia di simil-poesie.

 

E da allora non hai mai smesso.

 

È vero. Come ho spesso detto, continuo a lavorare molto. Amo la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare…

 

Parallelamente all’amore per la poesia, i tuoi interessi si sono estesi anche all’arte, alla fotografia, al cinema, all’archeologia, alla scienza, all’astrologia e, direi soprattutto, alla botanica e alla natura in generale. Come entra e si concilia tutto questo inesausto cercare, sentire, annusare, verificare nello svolgersi della tua vita?

 

Ti ringrazio davvero per queste tue così ricche domande. Provo a risponderti. Prima di tutto, sì, amo e mi affascina la Natura, la misteriosa/“naturale” natura, matrice di tutto: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo, anch’esso talora invisibile. Parola che si fa carne. Carne – minerale, vegetale, animale – che si fa parola…

 

In verità sono tante, molte di più, le domande che vorrei farti. Suscitati dalle tue risposte, mi assalgono a frotte, disordinati, tanti interrogativi che avrebbero bisogno di presenza, di fisicità, e che sulla carta, per meglio dire sulla tastiera, anzi sullo schermo, mostrano tutta la loro inadeguatezza.

                                              

                                               *

                                               evasive invadenti le domande

                                               hanno il passo del gatto

                                               si fanno avanti su di un filo

                                               rimangono a guardare dall’alto

                                               la piazza col lanciatore di coltelli

                                               o uno che mangia il fuoco

                                               circondato da ragazzi

                                                                                  evasive invadenti

                                               le domande sono l’ombra di un lago

                                               un pane per i denti

                                               progressiva perdita di luce e

                                               un maggior tempo di posa

                                                                                              poi

                                               s’infilano nelle pieghe della carne

                                               vengono via coi morti capelli e unghie

                                               mangiate e dita con anelli

                                               e la domanda regale (“mi amerai sempre?”)

                                               fa il suo inutile ingresso

                                               nel monastero dentro il quale

                                               capre bambine brucano questa mia erba

                                               e vige un pastorale silenzio

                                               e una angustiante solennità

                                              

                                                         (da Vegetali figure, 1978-82)

 

 

La tua è una poesia che nasce dal pensiero, dalla mente, ma si nutre anche, molto, direi sempre, delle vicende della vita, in una ricerca laboriosa e quasi impossibile della parola (“La parola/segno, la parola/bi-sogno. La parola che si fa carne – Carne che si fa parola”, come dici tu). La parola adeguata, che si avvicini il più possibile a esprimere il sentire, l’incessante lavorio mentale, lo stupore, la meraviglia, la gioia del creare.

 

È vero: la mia poesia nasce (è nata) dal pensiero, ma anche – ed insieme – dalla vita, dalle sue esperienze, dai suoi dolori e gioie. Trovo che ci sia una profonda e totale simbiosi tra vita e scrittura, tra vita e pensiero, e che l’una realtà alimenti l’altra e che, insomma, le due realtà si influenzino profondamente a vicenda.

 

Vorrei tornare a quella ragazzina di nove anni “emigrata” a Roma con la famiglia. Dimmi ancora della tua infanzia, del tuo rapporto spinoso con tuo padre. Della musica, del canto, di dieci anni di pianoforte, dei libri che leggevi...

 

Mio padre era un uomo autoritario. Il rapporto difficile, purtroppo arido, con lui mi ha molto “segnata”. Pur essendo quasi sempre in casa a fare lezioni di canto lirico ad allievi spesso divenuti poi celebri, mio padre per me era “assente”. Anche mia madre era cantante lirica, ma la sua tenerissima presenza è stata per me un vero “balsamo”, un esempio vivente di premuroso amore. Indispensabile. Certo, tutta questa musica, assorbita, direi, geneticamente, il mio stesso, lungo studio del pianoforte, che però poi lasciai per sempre, la salvezza trovata nello studio, nella instancabile, amorosa lettura di moltissimi libri, la passione per l’arte, l’infinito aiuto di una fede vissuta senza “bigottismi”, e così via mi hanno profondamente aiutato in quegli anni davvero duri, conflittuali, anche solitari. Tutto ciò ha pure rappresentato una sorta di scelta alla quale non ho mai rinunciato, ritrovando poi tutto questo in un contesto umanamente molto più ricco e vivo.

 

Vuoi dire a Firenze, da dove sei partita bambina e dove sei tornata donna.

 

Sì, dopo la separazione dei miei genitori, quando nel ’65con mia madre e mio fratello tornammo ad abitare a Firenze, tutto cambiò. Intanto c’era stata l’esperienza magnifica del Concilio Vaticano II, la luminosa figura di Papa Giovanni e l’incontro con il grande padre Ernesto Balducci, che – proprio a Roma – era stato inviato in “punizione” per aver difeso le posizioni anti-militariste di don Milani.

 

 

 Descrizione: Primi allievi

Don Milani e la sua scuola “aperta” di Barbiana nel Vecchio Mugello

 

 

Un’esperienza importante.

 

Essenziale, indimenticabile, che mi ha aperto agli altri, al sociale, come si diceva allora. Gli incontri decisivi. I Maestri, i cattolici del dissenso, i movimenti, il femminismo, il lavoro…                                   

               

Parliamo del lavoro. La scuola. Il rapporto con i bambini. Le cose che hai scritto per loro: “L’albero che faceva l’uva”, “I diciotto acrostici”, “Il libro degli avverbi”, ecc. Che cosa rappresenta tutto questo nel tuo percorso umano e etico-stilistico?

 

Il lavoro nella scuola elementare è stato per me una grandissima fonte di viva umanità, di gioia, di scoperte, di rasserenamento, nonostante la notevole fatica di un impegno quotidiano con tante bambine e bambini, alcuni con seri problemi psicologici e di apprendimento. Quello che ho scritto grazie a loro è una parte credo fondamentale della mia scrittura, anche perché tale esperienza umana e letteraria, riportandomi ad anni da me vissuti non serenamente, e allo stesso tempo riconciliandomi con la vita, rivisitata con il loro purissimo e al contempo profondissimo sguardo, era congeniale alla mia stessa infanzia.

                                              

                                              

                                               Il nome

                                              

                                               Il mio nome schiumato dal

                                               setaccio, con pesciolini e stelle

                                               di mare; il mio nome ilare,

                                               che non è me, che non mi rappresenta,

                                               un nome sconveniente,

                                               fangoso (brandello da avvoltoio).

                                               Su altre piste muovo

                                               il mio carro; fuori da Firenze, d’Italia, fuori

                                               dal mondo, senza più

                                               ragionevolezza, ma per questo

                                               irriducibile

                                               ferita nel centro del ventre

                                               come da un taglio cesareo da cui

                                               esca finalmente l’io

                                               che andavo cercando.

                                              

                                                (da Il leccio, 1968)

 

 

In tutto il tuo sconfinato, poliedrico lavoro tra poesia, narrativa, saggistica, editoria, eccetera, quanto è importante l’aspetto volontario, il laboratorio, l’artigianato, diciamo pure il “mestiere”?

 

L’aspetto volontario, il laboratorio, il “mestiere”, l’inesausta ricerca stilistica, il labor limae, e – in parallelo – altrettanto fondamentali le continue, il più possibile vaste letture, il costante apprendimento da Maestri e Maestre delle letterature di tutto il mondo, tutto questo, tutto insieme, è importante, indispensabile… Quello che conta – che ha sempre contato per me – sono una passione ed un laboratorio ininterrotti, senza cercare mai la cosiddetta “notorietà” quanto, invece, il profondo, quasi inarrivabile succo della Parola, in poesia e in prosa

 

 

                                   “La testarda ricerca di parole” – l’ammaliante

                                   ricerca di parole: la nostra soma – il nostro

                                   lume – amici –

                                                           e poi che carne è questa che

                                   s’aggriccia – soffre – che mette ruggine

                                   come le foglie – che si consuma e tuttavia

                                   è strumento di vita

                                                                       e tuttavia – tuttavia (chi sa perché

                                   mi dico) sarebbe stato meglio

                                   niente – e non sessanta – né quaranta o sette – ma poi com’è

                                   che divento pedissequa e faccio sponda con voialtri – compagni

                                   di ventura – mentre sorella e compagna e amico e padre

                                   siete d’un colpo e diventate – e questo

                                   mi conforta mi conforta…

                                    

                                    (da Trialogo, 2006)

           

 

A proposito di succo della Parola. Le parole, dice Saramago, sono ombre che vanno e vengono, bolle di sapone, conchiglie nelle quali non si sente il mare. Accade a volte che le parole, diventano talmente poche che non ne abbiamo neppure per esprimere concetti semplici, banali. Io non credo che le parole siano ombre, io credo che le parole siano pietre, armi. Quanto a essere poche, io direi povere, impoverite, depauperate, tradite, svuotate di significato. Pensa a parole come: politica, etica. giustizia. ideale, lotta, solidarietà, resistenza, utopia… Occorre ricominciare proprio dalle parole. Ridare identità, forza, energia alle parole, altrimenti come contrastare i condizionamenti, l’omologazione, la pigrizia mentale, il pessimismo, la sfiducia, il qualunquismo esistenziale, la tentazione di cedere al ricatto dei sentimenti, l’angoscia della vita, il pensiero della morte?

 

La vita è questa che se ne va a soffi. Che resta? Sublimazione zucca lessa… e uno sfondo di rumore di bar con tazzine bicchieri rotolare di bocce. E la morte? Quando bussa alla porta, quando entra bardata bendata… le cose si mettono a ballare. Settembre sembra una zucca che suona a morto. Si piange per la morte o per il morto? Sono versi che ho scritto negli anni Settanta, quasi quasi mezzo secolo fa…

 

Cambiamo registro. Raccontami della tua attività editoriale. Dalla rivista semestrale – che nasce nel ’73 come “Salvo imprevisti” e che nel ’92, ri-nasce con un bellissimo titolo, “L’area di Broca” – a Gazebo Libri nata nell’84 da un’idea e dalla collaborazione artistica con Gabriella Maleti. Una collaborazione preziosa, un incontro, un dialogo, un sodalizio collaudato. Qual è il senso di un’operazione così particolare che sfida ogni legge di mercato? Quali difficoltà incontrate in rapporto al sistema asfittico e mangiatutto della “Grande Editoria”?

 

 

    Descrizione: http://2.bp.blogspot.com/-MMgI5Jmi0pA/TtC-5fVyKrI/AAAAAAAADrc/u3Ft_roqfuw/s320/PB230173.JPG

               

Mariella Bettarini con Marco Palladini e Nadia Cavalera

Firenze, Rassegna VOC/AZIONI 2011

 

 

Cara Maria, sarebbe un racconto davvero quasi “infinito”. Come fare? Sia la rivista “L’area di Broca”, che , come hai detto correttamente, nacque nel lontanissimo 1973 col titolo di “Salvo imprevisti”, che la Gazebo Libri sono due esperienze per me davvero fondamentali. La rivista – che esce tuttora, sia pure con scadenza oramai annuale, è il frutto di più di quarant’anni di un meraviglioso lavoro autogestito e praticamente autofinanziato, di grande impegno culturale vivo di passione, condivisione, cooperazione con tante e tanti compagne e compagni di scrittura, redattrici e redattori con i quali abbiamo sempre condiviso – e continuiamo a condividere – le scelte dei temi monografici di ogni fascicolo e poi, via via, i testi creativi e saggistici che ci sono giunti – e ci giungono – da ogni parte d’Italia, per una approfondita e seria scelta “di qualità”, senza nessun vincolo economico da parte di chi invia. Un lavoro che ci appassiona ancora molto e che contiamo di portare avanti sino a che potremo. Per quanto riguarda l’attività della Gazebo Libri, si deve a Gabriella l’idea di dar vita a questo ideale e concreto gazebo, luogo di incontro aperto alla meraviglia e ai doni della Natura. Quello con Gabriella Maleti è stato, e vivamente è, un sodalizio perfetto, prezioso, mantenutosi intatto fin dall’inizio. Il lavoro di Gazebo ci dà una grande gioia. Basta che ci arrivi una raccolta, una telefonata, che ci propongano tre parole, dieci righe, e ci riprende la passione, come se avessimo quindici anni.

 

 

 Descrizione: http://www.edizionigazebo.it/images/MARIELLA.JPG   Descrizione: http://www.edizionigazebo.it/images/TRIALOGO.JPG   Descrizione: http://www.larecherche.it/public%5Crecensioni%5Cimmagini%5C255_a_parole-in%20immagini_bettarini.jpg

                                              

                                                Alcune copertine di Gabriella Maleti

 

 

Vedo che avete un catalogo trentennale molto nutrito e che nonostante problemi e difficoltà andate avanti a pubblicare con oculatezza, perseveranza e coraggio.

 

Sì, dal lontano 1984 sono usciti decine e decine di volumi, e volumetti, specialmente di poesia, ma anche di prosa narrativa – ed alcuni di prosa saggistica – di autori e autrici spesso alla loro prima esperienza di scrittura: lavori da noi severamente, scrupolosamente selezionati e per i quali assai spesso abbiamo suggerito un labor limae, più o meno intenso, in un vero e proprio “laboratorio di scrittura”

           

A proposito di esordienti, cosa si dice a un giovane, comunque qualcuno alla sua prima esperienza, che vuole scrivere e pubblicare? Tenuto conto della situazione del mercato editoriale oggi in Italia e tutto il resto?

 

Prima di tutto di avere molta pazienza, molta ostinazione e soprattutto molta passione. Occorre sempre avere passione in quello che si fa. Di non avere, invece, nessuna ambizione editoriale. Purtroppo, spesso chi scrive il suo primo libro, vorrebbe subito attenzione, recensioni, la grande vetrina, il grande palcoscenico. Bisogna stare calmi, bisogna amare l’assunto della scrittura non quello che la scrittura ci può dare in termini di successo, di piccola vanagloria. La scrittura non deve essere un mezzo per un qualunque piccolo o grande potere. La scrittura non dà potere, se non una piccolissima autorevolezza etica, e questa la dà se siamo persone etiche. Si pensa generalmente che l’etica sia legata alla politica (o dovrebbe esserlo) ma c’è bisogno, molto bisogno, di etica anche nel campo della cultura. Se manca questo l’intellettualità va a farsi benedire. La poesia non è un mezzo per affermarsi. La poesia, la scrittura, è un fine, e caso mai un mezzo per tentare di lavorare con gli altri al fine di migliorare leggermente questo mondo che mi sembra abbastanza affaticato. Scusa la retorica, ma per me è impossibile esprimere una passione se non con parole apparentemente retoriche. In merito al cosiddetto “mercato editoriale”, per quanto mi riguarda, devo dire che io i libri li scrivo, li pubblico, li distribuisco a chi voglio, li regalo e non ho rimpianti. Naturalmente, con Gabriella cerchiamo di aiutare i nostri autori, per esempio fornendo loro un ricco indirizzario di poeti, critici, riviste, cui inviare personalmente la propria opera. Spesso questo procura loro in maniera diretta utili giudizi e note critiche

 

A parte l’editoria, quali difficoltà, oggettive e politiche più in generale, incontra oggi l’iniziativa culturale? Come si esce dalla rassegnazione, dall’angoscia del futuro? Che prospettive hanno i nostri giovani? Dove sono “le disperate speranze del post Sessantotto”, per citarti? Il Sogno, le Utopie, la Bellezza, le grandi aspettative sono fallite? Il mondo è felice?

 

Maria cara, davvero si tratta di domande “totali”, di questioni più che fondamentali, di problematiche “da far tremare le vene ai polsi”… Tenterò di rispondere partendo necessariamente dalla mia ormai lunghissima esperienza e dicendo subito che il “sogno, l’utopia, la speranza” bisogna coltivarli “in proprio”, nel proprio intimo, come personalissimi Ideali. Se si tentasse di farci influenzare dall’esterno, dalla nuda e cruda realtà che ci circonda e nella quale siamo tutti quanti immersi, non potremmo che riceverne una totale disillusione, con la perdita di quegli stessi Ideali di cui intimamente ci nutriamo. Quanto all’iniziativa culturale degna di questo nome, in qualsiasi campo, le difficoltà sono evidentissime a tutti.

Viviamo tempi davvero grigi, per non dire totalmente bui, specie da questo punto di vista. Soffriamo di un sovraccarico di tecnicismi, omologazioni, superficialità, false-soluzioni-per-falsi-problemi, e così via. E tutto questo – ancor più terribile – di fronte a problemi reali giganteschi: violenze, guerre, spesso falsamente “religiose”, immani ingiustizie, migliaia, se non milioni, di morti per malattie, carestie, fame…

 

In questo quadro desolante, come vedi il futuro? Quali speranze, se ne hai, coltivi?

 

Da un punto di vista personale, biologico, io continuo a sperare di vedere ancora degli anni. Bisogna essere pronti a tutto e io lo sono. In qualche maniera, nonostante tutto, sono soddisfatta. A volte, con la mia amica Gabriella, ci diciamo che la vita ci ha abbastanza divertite e ora siamo stanche. Ma a parte questo aspetto apparentemente pessimistico, poi ritroviamo l’entusiasmo e l’energia per il nostro lavoro che amiamo entrambe…

 

                                               La speranza

                                               i tempi morti – dentro i piedi

                                               dei tempi morti guarisce male

                                               maestra Speranza

                                               quand’è malata (molto guaisce

                                               il cagnòlo che l’accompagna)

 

                                                                                              così

                                               ci si spiuma come il tarassaco

                                                                                              se – quando

                                               si tracanna la tisana delle speranze –

                                               il suo tiglio e un poco

                                               la carne trae – la carne trema –

                                               figliastra speranza – matrigna mala

                                              

                                                               (da La scelta – La sorte, 1994 - ’97)

 

Questo singolarmente, privatamente, ma in generale? credi davvero che la letteratura, la Poesia, possano salvarci?

 

Che dire? Come possono “la Letteratura, la Bellezza, la Poesia” salvarci? Certo, la bellezza è armonia è pace, la pace è concordia, la concordia è come dire amare una persona, rispettare un animale, l’ambiente, insomma è tutto legato, è un tutt’uno, magari ancora una volta può suonare retorica e mi scuso, ma io credo fortemente in questi valori.

 

Tu. Io. E il mondo? La Storia?

 

Il mondo. La storia. Cara Maria, anche se purtroppo la speranza si è fatta vieppiù “disperata” e il post Sessantotto – ahinoi – pare davvero scomparso, io credo che non ci resti che alimentare quella “disperata speranza”, appunto, nei giovani, sui giovani, per i giovani. Io spero che i giovani vedano qualcosa di migliore e che noi che non siamo ancora cadenti, finiti, si possa ancora dare un contributo, insieme ai meno giovani, eccetera. Io credo molto in nella solidarietà generazionale. Più di tanto singolarmente non si può, ma tutti insieme forse possiamo ancora contribuire a migliorare qualcosa, cambiando qualche regola del gioco, innanzi tutto sperando che le regole possano cambiare e che qualcosa entri nella testa e nel cuore di chi ha le leve del potere. Io non ci spero e al tempo stesso ci spero, un po’ alla Nanni Moretti…

 

La vita, innanzi e nonostante tutto, mi viene da concludere. Sperare di sperare… anche “se la fiammata è sempre un poco più in là e poco dopo il nostro olimpico passaggio”…

 

Già. E intanto continuare a scrivere, a lavorare, a operare, a co-operare al meglio come se…

 

 

                                               “Scrivo per dire addio all’ombra

                                               che sono”, si confida Giovanni

                                               dentro un verso. E l’“ombra”

                                               (viva-viva) prosegue: “Ho scritto molto?

                                               Ho scritto troppo? E sia.

                                               Ma ho avuto un padre ed una madre.

                                               Quando dal nulla affiorano col corpo

                                               (…) non posso dire: “Sparite!”.

 

                                               Ed io per chi? Perché – Giovanni? Perché

                                               scrivo – scrivevo? Per dare

                                               raddoppiata (o scempia) voce ai vivi

                                               (che siamo stati)? Per dare addii a voi

                                               e darne a me – e cenni d’esistenza – ed orme

                                               d’ombre e poche luci e fiati e…? Fitto

                                               il mistero. Inane l’esperienza. Eppure eppure se

                                               ormai rara mi affaccio sul foglio

                                               sento me riprender vita e fiato

                                               come nella vita che vivo

                                               non solevo – non soglio

                                              

                                                (da Trialogo, 2006)

 

 

***

 

Vorrei concludere questo dialogo a distanza con una citazione tratta dalla Nota di Mariella Bettarini introduttiva a La nostra gioventù, (Sciascia 1982) scritto nel gennaio del ’76 poco dopo la morte di Pasolini (2 novembre 1975), testo di cui l’Autrice rimanda e caldeggia una lettura “interna” parallela alle pagine de La nuova gioventù pasoliniana (Einaudi,1975).

 

/…/ “Applicarsi” poeticamente a forme seconde (cioè a poesie) piuttosto che a forme prime (cioè alla realtà) potrebbe sembrare atto macchinoso e sommamente colto e letterario. Credo invece che in questo specifico caso di libera “applicazione a” si tratti al contrario, di una necessità di dialogo esistenziale-politico-culturale prima ancora che poetico, con la voce di chi non c’è più, ma che tuttavia è vivo nella parola rimasta a noi come memoria e come testimonianza di un “essere stati”, di un “esserci stati” che ci riguarda da vicino. Testimonianza che riguarda soprattutto la nostra (ex) gioventù (quella che per Pasolini era la “nuova gioventù”) sempre più fittamente offuscata, omologata, già interamente trascorsa sullo schermo onnivoro della storia: gioventù che tutto il tragico di questi anni ha contribuito a svilire, a spegnere, a rendere sciocca, superflua e dunque sommamente disperata e violenta. La nostra (ex) gioventù che vuole esorcizzare i fantasmi di un passato-presente che non si decide a tirare i remi in barca e a dichiararsi morto.

 

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Brevi cenni bio-bibliografici

 

Mariella Bettarini è nata nel 1942 a Firenze, dove vive e lavora. Dagli anni Sessanta ha collaborato a numerosissimi giornali e riviste con scritti di critica letteraria e sui rapporti tra letteratura e società. Più di recente ha curato per il mensile “Poesia” una rassegna di circa cento scrittrici di versi dal titolo “Donne e poesia”. Nel 1973 ha fondato il quadrimestrale di poesia “Salvo imprevisti”, che nel 1993 ha preso il titolo “L’Area di Broca”, semestrale di letteratura e conoscenza. Dal 1984, grazie a un progetto e alla collaborazione di Gabriella Maleti, cura le “Edizioni Gazebo”: più di centosessanta titoli prevalentemente di poesia, ma anche di prosa creativa e critica. Dal 1966 ha pubblicato una trentina di libri di poesia, tra i quali: La rivoluzione copernicana, 1970; In bocca alla balena,1977; Trittico per Pasolini,1979; Vegetali figure,1983; Zia vera - infanzia,1996; Case - luoghi - la parola, 1998; Nursia (con Gabriella Maleti), 2000; Trialogo (con G. Maleti e Giovanni Stefano Savino, 2006; A parole - In immagini, (antologia poetica 1963 - 2007), 2008; otto tra libri e plaquette di narrativa, tra cui: Psycographia, 1982; L’albero che faceva l’uva, 2000; La testa invasa, 2003; Il libro degli avverbi, 2005, oltre ad alcuni volumi di saggi, tra cui: I poeti sono uomini, 1975; Felice di essere (scritti sulla condizione della donna e la sessualità) e, con Silvia Batisti, Chi è il poeta? (interviste a 33 poeti), 1980. È inoltre presente con interventi critici in innumerevoli antologie e volumi saggistici. Negli anni Settanta ha tradotto vari scritti di Simone Weil. Assieme ai genitori di Alice Sturiale ha curato Il libro di Alice, Polistampa,1996; Rizzoli, 1997.

 

Gabriella Maleti è nata a Marano sul Panaro (Mo) nel 1942 e vive a Firenze. Fotografa, dal 1993 è anche autrice di video-film, documentari e video di poesia. È stata redattrice di “Salvo im­previsti” e lo è de “L’area di Bro­ca”. Ha ideato e cura con Mariella Bettarini le Edizioni Gazebo Libri. Ha pubblicato dieci volumi di poesia, tra cui Madre padre, 1981; Il viaggio (con Mariella Bettarini), 1986; Fotografia, 1999; Parola e silenzio, 2004; Prima o poi, 2014) e alcuni di narra­tiva, tra cui: Morta famiglia, 1991; Due racconti, 1995 e Amari asili, 1995. Suoi racconti sono pubblicati su quotidiani, riviste e volumi antologici. È autrice di numerose realizzazioni video, tra cui: Caos, 1995; Elettra?, 2004; La guerra di Peter, 2004. 




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