LETTURE
SALVATORE ADAMO
      

La notte… l’attesa

 

Roma, Fazi Editore, 2015, pp. 288, € 17, 50

    

      


di Sergio D’Amaro

 

 

In attesa che passi la notte

L’esordio letterario del cantautore Adamo

 

 Chi non ricorda il disastro di Marcinelle? 262 vite spezzate, la maggior parte (136) di italiani andati a guadagnarsi il pane imbottito di carbone a mille metri sotto terra. Partivano col treno settimanale da Milano, sobbarcandosi a due giorni di viaggio, in condizioni poco meno che disumane rispetto ai vagoni-merci diretti ai lager di qualche anno prima. E la destinazione era però proprio il gruppo di baracche fatiscenti dei campi nazisti che il Belgio, affamato di manodopera, metteva a gentile disposizione dei Ritals, schiavi che non sapevano arrotare la erre francese e non meritavano se non quel trattamento. Difficile per la gente meridionale abituarsi ai climi brumosi di La Louvière, di Mons, di Morlanwelz, di Bois du Cazier e buttar sangue, sudore e lacrime per assicurarsi un salario e un puntuale appuntamento con la silicosi.

  

Qualche anno fa è uscita la traduzione italiana di Rue des Italiens di Girolamo Santocono, che rimane l’affresco finora più convincente di questa vita dura e difficile. Siciliano come Santocono è il ben più noto cantautore Salvatore Adamo, già celebre a vent’anni con le sue stupende liriche musicali, memori della grande tradizione degli chansonniers Jacques Brel e Georges Brassens. Tra tutte, memorabile la canzone intitolata La notte, il cui titolo ritorna nel felice esordio letterario del Nostro intitolato La notte…l’attesa. Una rivelazione, si dirà, ma fino ad un certo punto, giacché da tanta produzione non letteraria ispirata ad uno stile raffinato non ci si poteva aspettare un veloce o semplicistico racconto autobiografico, anche se la maggior parte dei colleghi di Adamo fa questo e per giunta sorretta da generosi ghostwriter. Qui, invece, in questo romanzo si risente l’antica eco dell’esperienza emigratoria, quando a quattr’anni, nel ’47, Salvatore giunse in Belgio per ricongiungersi con la famiglia al padre. Il suo precoce successo nel mondo dello spettacolo (che ha fruttato qualcosa come 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo) lo ha strappato alla dimensione dei comuni emigrati, ma non gli ha fatto cancellare dalla memoria la condizione di partenza.

  

La sua origine siciliana si è impastata egregiamente con certo umorismo surreale tipico dei cieli belgi, consentendo di apprestare un plot ben giocato sia sui protagonisti Julien e Charlie, sia sui tanti caratterizzanti personaggi che intervengono nella narrazione. Inusuale la scelta del lavoro di Julien, intanto, che ha un gran daffare come aiuto becchino in una ben avviata ed efficiente impresa di pompe funebri. Da questa specola privilegiata, anche se un tantino macabra e spietata, la realtà ritorna diffratta in prismi molteplici, si stira e si contrae in una petite musique e secondo un sapiente ritmo jazz, come afferma il postfatore Francesco Piga. In sottofondo si sente l’esperta orchestrazione musicale di Adamo, che conduce il suo alter ego Julien da una tappa all’altra del suo percorso, sostenuto dall’amore controverso per la misteriosa Charlie – attorno a cui ruota un avvincente giallo – e dalla sua spiccata inclinazione per la musica e la pittura.

  

Il nero carbone dell’orizzonte belga si diluisce in tal modo nelle sfumature dei cento colori che la vita offre ora a Julien. Se il referente non troppo nascosto è il limite e anche l’azzardo della condizione esistenziale, il riscatto può sopravvenire insperato dietro il volto crudele della realtà e magicamente materializzarsi nella galleria d’arte che Julien riesce a mettere in piedi, sperimentalmente convinto che gli alberi, oltre che verdi, possono diventare anche blu. Un finale coup de thêatre che permette ad Adamo di vincere la sfida di questo primo, lungo confronto con l’invenzione letteraria, ricca di emozioni, di creatività linguistica, di una pacata riflessione sull’uomo e sul suo destino.




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