CHECKPOINT POETRY
MARIO LUNETTA
 

 

 

Gelato al pistacchio

 

 

Quanto mare senz’acqua in questa stanza da sgombero

che puzza di frittura mentre chi, mentre dove, mentre tutto

che si vede o si nasconde in un lume di tenebra

squàgliasi in crema dolorosa amara di sangue marcio,

niente di niente che è solo paura imbiancata, o pausa.

 

E allora, in that case per dirlo nella lingua

dei nostri veri nemici, bambini miei e mie ragazze invereconde,

eccovi a bordo delle nostre ragnatele che si stendono

sul mare di cui sopra mica per navigarlo, semplicemente

per fingere un’esistenza che non c’è più, né qui né altrove,

nell’asciutto e nell’umido:

 

questo sia detto con allegria, gioco, funambolico ridere,

tra un volo di moscerini e una succhiata di gelato

al pistacchio, senza umiltà né improntitudine, occhio

al cecchino appostato lassù, quinto piano di quella palazzina

che dell’austerità ha fatto il suo discutibilissimo stile

– o, se preferite, al primo dei vostri ricordi

dopo essere venuti al mondo, bonne chance pour vous.

 

 

5 gen. 2015

 

 

 

Giornata da bici

 

 

Giornata da bici questa più che da cyclette, luce chiara,

umidità nella norma, pressione arteriosa a livelli

accettabili, moderata astenìa, pacato disgusto

di quasi tutto, fuori e dentro il mio perimetro di middleweight

finito al tappeto più di una volta e tornato in piedi

inopinatamente per stupore o inappagata curiosità, al fine

di vedere quel che tutti hanno già visto senza capire

‒ e buonanotte ai sognatori, bon.

 

Ma il risveglio, anche nel migliore dei casi, è

l’incipit di un’avventura storpia in cui agiscono

folle di figurine illuse di essere uomini, contro

un cielo di carta stampata

                                            ‒ o di fuoco coleroso.

 

Perché allora mi guardi

con quegli occhi sbarrati, come fossi

soltanto un visionario in preda

ai suoi accessi periodici

                                           o un San Giuseppe da presepio?

 

Ignori probabilmente che sì, sono tutto questo

(e qualcosa di più): eppure mi dai la mano, e ti lasci

guidare verso un dove che non ha più nome

e cambia profilo ogni volta, là sulla lavagna.

 

 

22 dic. 2014

 

 

 

Nihil et omnia

                                            

                                        Per Stefano Docimo, in memoriam

 

 

Quel giorno lì senza più ore congerie di minuti

contati con l’aria di un qualsiasi meriggio

illuminato male che a dirla tutta era solo l’imitazione

di una giornata totalmente spenta, un portofranco

irto di ostacoli invisibili – c’è proprio

da giurarlo – l’immortale sottoscritto

stretto a sandwich tra due lutti che lo divoravano

con denti di iena aveva dimenticato di esistere

procedendo a tentoni verso la camera ardente

di quella clinica-deposito di via Mecenate

per dare l’estremo saluto al suo amico

che per lui era stato Stevenson fin dall’inizio,

col quale tra gli Ottanta e i Novanta

del secolo scorso aveva allestito (complice

quell’indimenticabile pazzo di Franco Cavallo)

un Trio Lescano mica tanto male

                                             di poesia e di joie de vivre…

 

Ergo: né fiori né opere di bene.

                                             Opere, semplicemente.

 

Lui, Stevenson, disteso sul suo lettino da campo

dopo la sconfitta, ormai solo un pupazzo Lenci

magrissimo, corto come un bambino, piedi legati

con lo spago, manine bianche e gelide, testa fasciata

come per la parodia di un cosmonauta, dentro

un silenzio più stretto di una morsa.

Lì, in quell’orrida “Saletta dei dolenti” (bellezza

inconsapevole della lingua funeraria), restarono soli

loro due, rendez-vouz non programmato,

Stevenson ormai con la sua impenetrabile anagrafe

di defunto, e l’immortale sottoscritto che ancora

si porta addosso con qualche fatica i suoi sedici lustri

inenarrabili, per puntiglio o incoscienza.

 

L’ancora vivo accarezzò le mani e la fronte

dell’amico che aveva passato il guado, gli fece poi

a voce alta due domande alle quali quest’ultimo – forse

per un residuo di discrezione ‒ preferì non rispondere.

 

                                              Eppure, si disse il primo,

per anni (fino a poche ore fa) abbiamo parlato

la stessa lingua, che si può anche chiamare

senza nessuna prosopopea la lingua della consapevolezza

e dell’interrogazione senza speranza: rien d’autre.

 

Uscendo da quella tana semibuia l’immortale sottoscritto

al pari di un avocado svuotato della sua polpa

andava oscuramente farneticando

sulle ragioni della mancata risposta del suo Stevenson

che ormai difficilmente avrà più la ventura di incontrare

                                              

‒ e oggi ancora ci ricama sopra

le più umoristiche supposizioni, ripetendosi tuttavia

col vecchio Adorno che al punto in cui siamo

dentro la stupidità feroce del mondo, il compito dell’arte

è – sterile risarcimento – unicamente quello di introdurre caos

nell’ordine

‒ e il resto è pura vanità, pura mercificazione:                                         

                             nihil et omnia.

 

 

12 gen. 2015  

 

 

 

Le foglie sono piene di lacrime

 

 

Ma lo si dica pure, finalmente – magari

approfittando di questa giornata opaca

senza più spazio, senza più midollo né geometria

dentro la pioggia che non è più pioggia

ma puro profilo di quel quid che si finge

parvenza disossata

                                    di musica liquida e violenta.

 

Lo si dica che sì, a mio e vostro dispetto

di morituri pieni di speranza, nella natura

non c’è più natura: dettaglio piuttosto mostruoso

di cui s’era già accorto da par suo

fin dal gennaio 1826 chi mise al mondo

‒ impassibile nel suo sarcasmo in perenne tensione –

quelle Operette morali che, ripetendo nel titolo

l’omonimo volume di Pandolfo Collenuccio,

annichiliscono ogni make up retorico

per parlare senza compassione, chissà quanto

involontariamente,

                                          del nostro oggi immerso

nella vasca d’acqua sporca della propria grandiosa

stupidità.

 

Onde evitare qualche colpevole omissione

è bene ricordare che ormai la divaricazione

tra ciò che si chiama ambiente e chi lo abita

appare sempre più irrimediabile, tra

                                    preghiere e delitti.

Il freddo somiglia al caldo in certi

subdoli modi che nascondono

la loro incapacità di simulazione

nel gorgo dell’anafora

                                    insofferente di sé.

Sembra interrotto perfino lo storico coniugio

tra biologia e filosofia, soprattutto a livello

di ciò che si determina come pensiero automatico,

subliminale, impercettibile, qui, nel costipatissimo

vuoto della specie – o del senso comune,

                                     ad essere indulgenti.

 

Questo oggi so: essere impossibilitati a fissare

nella scrittura le fughe delle proprie percezioni

equivale a abitare in anticipo

                                     il proprio sepolcro: e tuttavia

non lasciarsi prendere

da quella trappola viscosa

che morde a sangue dolcemente e si chiama Pubblicità

come una dea iperbolica il cui mot d’ordre

blatera nell’aria carica di veleni:

1)      Circondati di emozioni;

2)      Làsciati avvolgere dalle immagini;

3)      Vivi ogni dettaglio (sottinteso:

della tua vita che ormai non ti appartiene

neppure nel desiderio):

dal momento che ogni giorno di più

il che fare è sommerso dal come apparire

‒ e le foglie sono piene di lacrime

 

 

20.1.2015

 

 

 

Poesia mai scritta

 

 

Poco da aggiungere – nel senso che il grigio

di quella porta metallica inaddomesticabile

sembra mimare minacciosamente

l’altro grigio domestico, qui, intus et in cute,

nella memoria e nel progetto ormai segnato

da tutti i mancamenti: in questo luogo

privo di forma, su cui grava un pallido soffitto

a quadrangoli e tutto ha l’aria di inseguire

se stesso (o le sue orme) in un perpetuo trillare

di cellulari, richiami senza risposte, ronzio

di computer stretti in un apiario dissennato.

 

Solo elemento dotato ancora di una qualche  

superstite vitalità peraltro paralitica

e di pura apparenza, l’estintore rossosangue

in un angolo, issato come su un trono a zeta

che esalti la stoltezza della banalità, la banalità

della stoltezza, nel grigio del mattino,

nel suo ansimare affaticato sotto i morsi

di uno spettro canino più invisibile

di un’ombra nel buio: presagio, vaticinio.

 

Ma a un tratto ecco irrompere quasi sospinta

soavemente dalla porta girevole quella vecchina

in felpa nera, baschetto bianco sulla corta canizie

male sforbiciata, massicce Lumberjack di tela

e plastica bianca a ingigantirle i piedi minuscoli,

ed è subito la scarnificata sosia di Hannah Arendt

che si siede con amabile arroganza davanti

all’impiegato sconvolto prendendo a sibilare

di depositi conti correnti titoli bonifici e altre

variazioni molto tecniche…

 

Poi tace: e dalla sua boccuccia grinzosa escono

con infinita dolcezza le note flebilissime

di una canzone sconosciuta che sembra venire

dal prato più verde del Parco della Via Appia, laggiù,

laggiù, oltre ogni siepe, oltre ogni cancello

di palazzo, ogni edicola, ogni muro. Ora

davanti all’impiegato  c’è il vuoto, il fantasma

di Hannah Arendt forse è passato attraverso

la porta girevole che fa una piroetta su se stessa.

Nessuno parla, dei presenti. E forse

questa poesia molto convenzionale

non è stata mai scritta.

 

 

10.1.2015

 

 

 

 

 

 




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