LE VIE DEL RACCONTO
FULVIO PAUSELLI
 

 

 

NONCHÉ DEI LORO CONIUGI

 

 

Esemplare tipico di quella categoria di persone afflitte da una qualche innata o acquisita renitenza a dirigere lo sguardo verso l’interlocutore, il signor Botta focalizzò la propria attenzione, filtrata da ampie e spesse lenti, sulla malinconica fòrmica verde della scrivania nell’atto di porre termine al dialogo con le parole «A me non interessa cosa è stato fatto dalle amministrazioni precedenti». Seppur pronunciata a voce bassa, quasi sussurrata, la perentorietà della frase, sottolineata da una rapida oscillazione delle mani, i palmi rivolti anch’essi verso il basso, fu tale da fugare ogni dubbio circa l’inutilità di ulteriori obiezioni. Pertanto i postulanti, nelle persone dei fratelli Ruggero e Rinaldo Zampieri, si affrettarono a sgombrare l’angusto ufficio, non senza borbottare un imbarazzato ringraziamento alla cortese disponibilità del funzionario. Era circa mezzogiorno. Consumata una rapida colazione in un bar nelle vicinanze del cimitero, si diressero verso l’agenzia di pompe funebri alla quale avevano affidato l’ultimo viaggio della madre, Ludovica Montini vedova Zampieri, viaggio che si stava rivelando ben più accidentato e arduo del previsto.

L’umida e cupa giornata novembrina era iniziata alle dieci: appuntamento agli uffici dell’amministrazione cimiteriale. Doveva trattarsi di una banale formalità. I fratelli Zampieri attesero davanti all’ingresso che l’incaricato dell’agenzia si occupasse del disbrigo delle pratiche. Dopo circa mezz’ora lo videro di ritorno: scuoteva la testa e allargava le braccia, accennando un sospiro desolato. Riferì che il funzionario addetto non autorizzava la sepoltura. Ammise disinvoltamente di ignorare i motivi del rifiuto e se ne andò per i fatti suoi.

Varcata la soglia del tozzo edificio si trovarono in uno stanzone rettangolare. Lungo la parete di fondo un bancone con vari sportelli. Chiesero di essere ricevuti dal responsabile. Furono accompagnati a un ufficio situato nella parte posteriore dell’edificio; una targa identificava nel signor Eugenio Botta il funzionario addetto al rilascio delle autorizzazioni per le sepolture. Si trovarono alla presenza di un ometto di mezza età, lievemente ingobbito: parlava con voce nasale, fioca, raramente alzando lo sguardo, senza mai mutare l’espressione del volto, permanentemente improntata a una severa mestizia. Il colloquio durò circa mezz’ora. Fu spiegato che l’accesso alle sepolture private era esclusivamente riservato ai consanguinei in linea diretta o collaterale dell’intestatario della concessione, essendone tassativamente esclusi parenti acquisiti. Si obiettò, con una certa sorpresa, che nella sepoltura in questione erano da lungo tempo ospitate salme non rispondenti alla suddetta tipologia. L’osservazione fu causa di contenuta irritazione nel funzionario, che, saldo nella consapevolezza della propria integrità, tenne a mettere bene in chiaro, senza mutare il tono di voce né l’espressione del volto, il ferreo rispetto della legge al quale si improntava il suo operato e la sua completa estraneità a eventuali inadempienze o leggerezze compiute dai suoi predecessori.

Correva l’anno 1995 e la vicenda si può immaginare ambientata in un qualsiasi capoluogo del centro Italia. Non si ritiene opportuna una localizzazione più dettagliata, per evitare il rischio di ferire inutilmente suscettibilità istituzionali o personali, tanto più che gli eventi narrati sono del tutto immaginari. Come ebbero modo di apprendere dal gestore dell’agenzia funebre, il signor Botta era da circa due anni in carica nelle sue mansioni e le esercitava in maniera piuttosto, per così dire, poliziesca, ritenendo che il suo dovere non consistesse tanto nel sovraintendere al regolare svolgimento dell’opera di carità cristiana della sepoltura dei morti, quanto nell’escogitare cavilli atti a ingombrare di bare in attesa di collocazione i depositi provvisori del cimitero. Tale comportamento, causa di numerose e aspre difficoltà per gli operatori del settore delle onoranze funebri e per la loro clientela, non era affatto attribuibile, come si sarebbe potuto malignamente pensare, alla volontà di estorcere alle famiglie dei deceduti somme non dovute in cambio del rilascio dell’autorizzazione, bensì a inflessibile zelo nell’applicazione del regolamento di polizia cimiteriale. Queste informazioni e una copia del regolamento furono tutto l’aiuto che ottennero dal beccamorto.

I fratelli Zampieri erano scapoli e vivevano insieme nell’abitazione materna. Tornati a casa esaminarono lo smilzo dattiloscritto: una ventina di pagine circa. Dopo una rapida occhiata alla parte introduttiva si concentrarono sulla sezione che disciplinava la concessione di sepolture per uso privato. Si sobbarcarono alla tediosa fatica con l’animo travagliato, duramente messo alla prova dalla sequenza di lutti che si era abbattuta sulla loro famiglia: a gennaio e a marzo erano morti lo zio e la nonna paterni; recentissima l’atroce esperienza dell’agonia di mamma. La catastrofe si era preannunciata all’inizio di ottobre con un transitorio disturbo del linguaggio che si risolse in meno di una settimana. Neanche il tempo di tirare il fiato per lo scampato pericolo, due giorni dopo la dimissione dall’ospedale, un secondo, devastante ictus paralizzò totalmente la metà sinistra del corpo. Precipitò in uno stato di delirio furioso: due settimane di agitazione incontrollabile, di farneticazione continua, di urla selvagge e disperate, giorno e notte, senza mai dormire. Poi, bruscamente, all’agitazione psicomotoria seguì uno stato catatonico, ancora più sinistro. Infine la dovettero operare d’urgenza per un terzo infarto, stavolta intestinale. Non si risvegliò mai dall’anestesia. Dopo dieci giorni di coma il cuore cessò finalmente di battere: davanti all’anima di Ludovica Montini Zampieri si aprivano le porte dell’aldilà.

Ma restavano inspiegabilmente serrati, davanti al corpo, i cancelli del cimitero. Tanto più inspiegabilmente in quanto (avevano ormai terminato la lettura) l’articolo 110 stabiliva chiaramente che «Per i sepolcri preesistenti alla emanazione del presente Regolamento, ove nella concessione sia stata usata la espressione generica “per sé e suoi” o simili» (era il loro caso) «sarà consentita la tumulazione delle salme del coniuge, delle persone legate da vincolo di sangue con l’originario concessionario nonché dei loro coniugi e degli affini di primo grado del concessionario stesso».

Erano da poco passate le tre del pomeriggio: forse gli uffici dell’amministrazione erano ancora aperti. Decisero di tornare alla carica.

Si trovarono nuovamente al cospetto del signor Botta, sempre cortese, benché un po’ infastidito da tanta petulanza. Fu Ruggero il primo a parlare, affermando che avevano chiesto consiglio a un amico avvocato (una velata minaccia di possibili rogne legali che sembrò lasciare del tutto indifferente il funzionario) il quale aveva espresso il parere che l’articolo 110 del regolamento consentiva la tumulazione della defunta. Si produsse quindi nella lettura del testo, enfatizzando a dovere l’espressione «nonché dei loro coniugi».

«Appunto, come vedono, i coniugi non hanno diritto alla tumulazione: è detto esplicitamente.»

Ruggero rimase interdetto, pensò di aver sentito male.

«Ma veramente “nonché dei loro coniugi” vuol dire che anche i coniugi…»

«Ma no: “nonché dei loro coniugi” vuol dire che i coniugi non…»

«Mi scusi», intervenne Rinaldo, «guardi che l’espressione nonché dei loro coniugi ha un significato inclusivo, non esclusivo.»

«Vuol dire inclusi i coniugi» ribadì Ruggero.

«Non esclusi i coniugi» incalzò Rinaldo.

Gli aggettivi inclusivo ed esclusivo si rivelarono inopinatamente dotati del magico potere di insinuare il dubbio nella mente di Botta. Nel volto abitualmente inespressivo si poterono cogliere minimi segni di perplessità. Forse, pensava, con persone in grado di maneggiare disinvoltamente termini di tal fatta era meglio agire con prudenza.

«A questo punto vorrei consultarmi con il mio superiore.»

Percorsero un breve tratto all’interno del camposanto. I cipressi si stagliavano neri contro il cielo crepuscolare. Ai lati dei viali deserti scintillavano le spettrali costellazioni dei lumini. Nella tenebra incipiente, la minuta figura di Botta procedeva a passettini rapidi, curva, serrando al petto una cartellina. A pochi passi di distanza seguivano Ruggero e Rinaldo. Arrivarono davanti a un edificio sormontato da un frontone: sembrava una cappella funeraria più grande delle altre. Dalle finestre serrate non filtrava luce. Ruggero e Rinaldo si scambiarono uno sguardo interrogativo.

Attesero in una bianca anticamera disadorna. L’ingresso e l’unica finestra erano occultati da pesanti tendaggi neri. Unica nota di colore una magnifica pianta di ficus. La porta dell’ufficio del direttore si aprì dopo alcuni minuti e ricomparve silenziosamente il signor Botta. Alzando appena gli occhi fece cenno di seguirlo. Tornati indietro si accomodarono intorno alla scrivania: con voce più flebile del solito il signor Botta ammise borbottando che sì, in effetti, il direttore sembrava concordare con la loro interpretazione del regolamento e pertanto…

Pertanto si procedette a un attento esame dell’albero genealogico, dal quale risultò irrefutabilmente che, veicolato dalla catena del sangue, delle unioni e dei decessi, il diritto alla sepoltura, partendo dal cav. Gustavo Zamberletti, originario titolare della concessione, deceduto celibe e privo di eredi diretti (l’unico figlio naturale era morto in età giovanile), si era tramandato al fratello Venanzio Zamberletti prima e alla figlia di questi, Clotilde Zamberletti coniugata Pandolfi, poi; transitando inoltre per Irene Pandofi coniugata Zampieri, figlia di Clotilde, si indirizzava infine, in linea collaterale prima e discendente poi, sino a Tiberio Zampieri, includendo di conseguenza la vedova Ludovica Montini Zampieri; tuttavia…

«Tuttavia?..»

Tuttavia rimaneva da verificare il legame di parentela fra Gustavo e Venanzio Zamberletti, nel cui presunto ma non documentato rapporto di fraternità si ravvisava il perno portante, per così dire, dell’asse ereditario. Quindi…

«Quindi?..»

E quindi, al fine di scongiurare il rischio di pregiudicare i diritti dei legittimi eredi e affinché nulla ostasse la tumulazione della signora, era necessario che i fratelli Zampieri esibissero all’amministrazione gli atti di nascita di Gustavo e di Venanzio Zamberletti, in quanto da tali documenti si sarebbe potuta evincere con certezza l’effettiva identità dei genitori dei suddetti, oppure…

«Oppure?…»

Oppure, alternativamente, si poteva aggirare l’ostacolo qualora tutti gli aventi diritto notificassero per iscritto all’amministrazione il loro consenso al seppellimento.

«Tutti?»

«Tutti!»

I fratelli Zampieri erano allibiti. Ruggero taceva. Rinaldo tentò di abbozzare una replica: «Ma non ci risulta che per nessuna delle sepolture precedenti sia mai stata avanzata una richiesta simile.»

«Credo di aver già avuto occasione di spiegare che non rispondo di quanto è stato fatto od omesso da altri. Io eseguo il mio lavoro e mi assumo le mie responsabilità. Quando mi porterete gli atti di nascita o il consenso di tutti gli eredi non avrò problema ad autorizzare la sepoltura di vostra madre.»

Non c’era altro da aggiungere. Il signor Botta li congedò con un cordiale sorriso.

Atti di nascita di gente venuta al mondo centocinquant’anni prima! Ma esisteva un’anagrafe a quel tempo? Oppure supplivano i registri delle parrocchie? Ma quali parrocchie? Dove erano nati gli Zamberletti? E nel frattempo terremoti, incendi, inondazioni, guerre, bombardamenti: chissà quanti archivi, pubblici e parrocchiali, erano andati distrutti! Una richiesta assurda! Un’impresa impossibile! Altrettanto arduo collezionare il consenso scritto di tutti gli eredi, uno per uno, inclusi i più lontani, inclusa gente di cui non si avevano notizie da generazioni (uno dei fratelli di nonna Irene era emigrato in Svizzera sessant’anni prima, una sorella si era stabilita in America: come rintracciare i loro discendenti?). Un ricorso avrebbe avuto probabilmente successo. Ma quanto sarebbe durata la vertenza? Quante spese e grattacapi avrebbe comportato? E nel frattempo bisognava pur sistemare mamma in qualche modo. Sarebbe stato comunque necessario acquistare un loculo. Altre spese, altri affanni. E tutto per la meschina ripicca di un’impiegatuccio incompetente inferocito per essere stato colto in fallo nel suo ridicolo analfabetismo!

Dopo quasi due mesi di lotta vana e massacrante contro la malattia, la follia, la morte, essere costretti ancora, con l’animo ferito da un lutto così atroce e recente, a una demenziale battaglia contro l’ignoranza e la prepotenza: era troppo! Tornarono a casa stremati dal dolore e dalla rabbia. Era tempo di porre fine a quell’interminabile giornata. Dopo una rapida cena si augurarono di trovare qualche sollievo nel sonno.

Sorprende (ma forse neanche tanto, considerato il comprensibile stato di spossatezza) che non si sia presentata alla loro mente l’ovvia obiezione che le informazioni richieste erano verosimilmente riportate anche negli atti di morte dei fratelli Zamberletti, sicuramente in possesso dell’amministrazione cimiteriale, e che quindi la richiesta dei certificati di nascita era del tutto ingiustificata. Tuttavia, durante il sonno, il cervello di Ruggero continuò a lavorare. Al risveglio era sicuro di aver trovato una soluzione.

Le esequie si svolsero nella chiesa adiacente al cimitero. Al termine della funzione gli Zampieri pregarono i necrofori e i parenti di attendere qualche minuto e chiesero nuovamente di essere ricevuti dal signor Botta, il quale, stavolta, non fece molti sforzi per dissimulare la propria irritazione. Parlò Ruggero: «Vede, ci è venuto in mente che agli inizi di quest’anno, precisamente a gennaio e a marzo, è stata autorizzata da questa amministrazione la tumulazione nella tomba di famiglia di Aurelio Zampieri, nostro zio, e di Irene Pandolfi, nostra nonna. Poiché non abbiamo dovuto sottoscrivere nessuna dichiarazione di consenso, riteniamo presumibile che i certificati da lei richiesti siano stati presentati in quelle circostanze. Sarebbe possibile verificare?»

Il sottotesto era chiaro: Caro irreprensibile funzionario, adesso non puoi più ricorrere alla solita scusa che non t’importa niente di quello che è successo prima di te. Qui, a gennaio e a marzo c’eri tu, e dal momento che allora non hai ritenuto necessario fare tante storie né, tanto meno, hai avanzato richieste stravaganti, due sono i casi: o hai compiuto un’inadempienza (anzi, due inadempienze) prima o stai commettendo un abuso adesso. Fa’ un po’ tu…

Il signor Botta si fece portare il fascicolo relativo alla sepoltura Eredi Zamberletti e dopo averne ispezionato rapidamente il contenuto firmò l’autorizzazione.

Mentre zie e cugine si avvicinavano alla fossa scoperchiata, scrutandone senza alcun disagio l’interno, Ruggero, come spesso gli accadeva nei momenti di maggior turbamento, si isolò dal mondo, abbandonandosi a speculazioni astratte, in cui si mescolavano liberamente, per associazione, intuizioni estemporanee, storie di famiglia e reminiscenze di disordinate letture. In quel momento gli parve giusto e ovvio che le donne, naturali custodi del mistero dell’inizio della vita, mostrassero tanta istintiva dimestichezza con il mistero della sua fine. Quando nascita e morte erano eventi domestici, non segregati nella solitudine asettica degli ospedali, né affidati alle mani di estranei, nella famiglia si rivelava l’ancestrale anima matriarcale. Come le donne accoglievano i neonati e assistevano i bambini nelle prime parole e nei primi passi, così era loro sacrale prerogativa la cura dei moribondi sino all’ultimo istante e oltre, quando, lavati e rivestiti i corpi, li vegliavano in preghiera sino al momento in cui avrebbero varcato per l’ultima volta la soglia di casa. Percepiva oscure analogie fra nascita e morte. Rifletteva sul dramma del travaglio, del quale, per fortuna, non si conserva memoria, e in cui si prefigurano gli spasimi dell’agonia. Come nel corso del parto il nascituro è strappato brutalmente al buio tepore del ventre materno per essere esposto alla luce gelida di un mondo ignoto, così la morte recide il legame fra l’anima del moribondo e un corpo ormai inutile, come una placenta che ha esaurito il suo compito, e la consegna a una nuova vita. Forse. Oppure ‒ si insinuò il dubbio ‒ la vita altro non era che un inutile vagabondaggio fra l’utero e la tomba? Da una fossa all’altra? Questo pensiero gli era insopportabile.

Gli addetti avevano terminato il lavoro. La lastra tornò al suo posto con un tonfo cupo. Mamma e papà erano di nuovo insieme.

Quella notte Rinaldo dormì profondamente e sognò. Si trovava in un’ampia barca squadrata dal fondo piatto. Lui e Ruggero erano seduti a poppa; a prua un’alta figura indistinta, eretta, manovrava una pertica; mamma era seduta al centro, il capo lievemente reclinato e tentennante, come se fosse semiaddormentata. Navigavano sull’acqua plumbea di una palude, circondati da una fitta nebbia. Si avvicinarono a un villaggio di palafitte: la barca si accostò a un basso pontile. Aiutarono mamma a salire: era nuovamente in grado di camminare. Sostenendola, uno per lato, si diressero verso una capanna più grande delle altre. All’interno li attendeva una donna alta e ossuta, sulla sessantina, dall’espressione arcigna, nella quale riconobbe la dottoressa che per tanto tempo era stata il loro medico di famiglia, morta da anni. La donna circondò premurosamente le spalle di mamma e la fece accomodare su uno sgabello, unico arredamento dell’ambiente. Poi, senza parlare, fece bruscamente cenno a lui e a Ruggero di andare: si sarebbe occupata lei della sua convalescenza. Sapeva di potersi fidare: era un bravo medico. Salutarono chinando rispettosamente la testa e tornarono alla barca. Il barcaiolo ricominciò a manovrare lentamente la pertica. La nebbia, ora, era meno fitta e lasciava filtrare una pallida luce. Tenui riflessi guizzavano sulla superficie della palude. La barca scivolava silenziosa sull’acqua immota.




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