PRIMO PIANO
EDOARDO CACCIATORE - 1
Inghiottire un locomotore
e restituire una poesia


      
Una vibrante esegesi critica del poeta palermitano, morto nel 1996, in particolare rileggendo un suo libro di quarant’anni fa “Ma chi è qui il responsabile?” che si immergeva nell’inferno della modernità, nelle latebre del macchinismo industriale. Dove però il linguaggio assolutamente anti-mimetico e anti-naturalistico si rigonfia tra barocco e manierismo. Generando una scrittura, superficialmente oscura, apparentemente ermetica, priva di chiari connettori di significato, la quale non è altro che alterazione grottesca, interrogante spinta contro l’élite dominante che pretende di spalmare l’omologazione su qualsiasi superficie, ideale, fittizia, reale, virtuale.
      



      


di Donato di Stasi

 

 

1. Ogni epoca produce una sua forma d’arte con gli oggetti e i corpi che l’attraversano, proclama e difende la bellezza e la forza dei suoi eventi, che si costituiscono come soggetti ispirativi e convinzioni intellettuali, d’ordine più o meno filosofico.

La modernità si è lasciata soggiogare senza resistenze dal ritmo e dalla precisione delle automobili, delle locomotive, delle fabbriche (leggi futurismo macchinolatrico), anche se gli effluvi della fascinazione si sono dissolti con soverchia rapidità, costringendo a osservare la brutalità delle macchine, la disumanità derivata dal loro uso forsennato.

Il nuovo realismo della Tecnica, tributario di una falsa idea di onnipotenza, si è rivelato inadatto a rappresentare con i suoi mezzi il senso complessivo del reale,  che al contrario si è fatto sempre più sfuggente, evanescente, incomprensibile fino alla negazione di sé.

Questo ha innescato, per reazione, ingenui processi di ritorno alle sabbie mobili dell’irrazionalismo, agli universi di cartone della metafisica, ma con risultati deludenti e non all’altezza dei tempi e delle loro pressanti domande: in sostanza l’idolatria futurista dei primi due decenni del Novecento e il negazionismo idealistico degli anni Cinquanta non sono approdati a nulla, se non a rotazioni e traslazioni delle stesse concezioni, credibili solo per coloro che le indicavano, sterilmente, quali panacee risolutorie dei dissesti antropologici correnti.

Da qui la volontà di qualche autore più coraggioso di abbandonare i sotterfugi estetici (almeno in campo letterario) per trasferire la ricerca di senso nel quadro vero della realtà e dei suoi movimenti (il rapporto tra quantità e direzioni della qualità), stabilendo che il compito della scrittura non consiste nel ri-produrre apparenze o simulacri di vita, ma di congegnare significati né periferici, né inattuali.

Si arriva agli anni Sessanta, quando Vittorio Sereni (Gli strumenti umani, 1965), Paolo Volponi (La macchina mondiale, 1965), Franco Fortini (Verifica dei poteri, 1965) non solo stabiliscono comparazioni tra macchina e opera letteraria, ma interpretano l’elemento materiale della serialità (la catena di montaggio) quale motore metaforico del reale, causa di una volontà unica assoluta per la dimensione psicologica individuale e collettiva: se la vitalità intrinseca della fabbrica inghiotte tutta l’energia esistente, non restituisce che individui alienati, consunti dalla ripetitività, reificati.

Costruire da un lato un universo per un fine disinteressato (p.e. l’arte poetica, oppure la sfera del sentimento) e sottomettersi dall’altro all’esclusivo fine utilitaristico, benché necessario, espone gli individui a un conflitto radicale, inestirpabile, schizofrenico: non si tratta, è ovvio, di un ingenuo o becero luddismo (la distruzione delle macchine), quanto piuttosto del riconoscimento che il progresso tecnologico non è stato accompagnato da un’analoga evoluzione delle coscienze,  che si sia tradotta  in forme di esistenza non robotica, né amorfa e neppure anonima.[1]





2. Su questi stessi temi ha lungamente riflettuto uno scrittore  appartato, creatore e versificatore raffinato, Edoardo Cacciatore, autore nel 1974 di un’opera rutilante e plurale, antidecadente e antiepigonica, Ma chi è qui il responsabile?[2], la quale fin dalle titolazioni (Lavoro a mano, Lavoro a macchina, Lavoro in catena di montaggio, Lavoro per turni, Lavoro stabile, Lavoro provvisorio), trasporta il lettore nel gheriglio della società, nel terreno della vera dominazione, dove demiurghi nuovi e vecchi si sollevano per addormentare la ragione,  per celebrare l’asfissiante ritualità del produrre e del consumare, soffiando sulle carni scoperte di chi lavora.

Spigoloso, speculativo, spoglio di mediocrità, nient’affatto consolatorio, Edoardo Cacciatore (1912-1996), esistenza borghese da intellettuale open, piomba a suo modo nella città industriale senza finestre e senza occhi, per dissolvere le nebbie e gli aloni delle calcolate e per niente fantasiose gallerie dei desideri indotti; osserva come intorno a sé si estenda la Palude Definitiva, disseminata di una teologia da baraccone, impantanata nella fanghiglia di tutte le mitologie, sferzata dalle raffiche del Pensiero Unico che non ammette contraddittorio e riduce percezioni e emozioni a forme di mera pensabilità astratta.

Autore tra l’altro di La restituzione (1955), Lo specchio e la trottola (1960),  La puntura dell’assillo (1986), Graduali (1986), Cacciatore non ama gli imballaggi testuali preconfezionati, i falsi rantoli e le bave liriche, invece fruga l’intimità delle cose, la fisicità in loro contenuta; vorace, scava e divora la superficie del reale, conducendosi nel sottoasfalto dove la modernità accumula i suoi resti, le reliquie, gli avanzi, i pensieri indesiderati, le concezioni pericolose per la piattezza e la banalità imperanti:

 

Festa fanno pasto a gusto

Sfoggio in moto l’inno quadro

Cenni sbraccia in crescendo – va al cielo?

Riso èleva l’avido squarcio…

Delirio

Scodella

Giù dalla

Materia

Tra afrori di catrame l’essenza ha del cedro

Ma dove corre ma perché ha furia ma a che pro mira

Ma cosa afferra

Con gengive dentate[3]

 

L’obiettivo di Cacciatore è giocare la stessa partita del sistema che succhia realtà e restituisce surrogati, ma a regole rovesciate, inghiottendo tutti i prodotti di scarto di questo mondo e restituendo poesie, perciò moltiplica i piani del reale, ricorre a un eccesso di complessità retorica e ricercatezza lessicale, spinge il discorso poetico a un’apparente e assurda indecifrabilità con il dichiarato proposito di mettere  a nudo l’inganno; la sua scrittura, superficialmente oscura, apparentemente ermetica, priva di chiari connettori di significato, non è altro che alterazione grottesca, interrogante spinta contro l’élite dominante che pretende di spalmare l’omologazione su qualsiasi superficie, ideale, fittizia, reale, virtuale.

Cacciatore struttura le sue catene compositive sulla pseudomediazione (rinuncia alla stucchevole nominazione elencativa o a catalogo), avvia rulli semantici di incredibile potenza evocativa, recupera oggetti desueti, oltre che parole tramortite e cancellate: contrasta l’egemonia dell’esprit de géometrie esasperando gli apporti metaforici e analogici, secondo un concettoso canone barocco che finisce per scoraggiare, questo sì, il lettore medio/mediocre non disposto a intalponirsi in questi versi abissali, non ancora pronto a raccogliere i vessilli dell’umano piantati in un’aristocratica Regione del Postsilenzio (questo è l’irridente paradosso cacciatoriano,  aristocratico in fabbrica):

 

Sfilaccia bende

Sole nel sottosuolo

Pus alle finte persiane sfogo riaccende

Il permaloso impianto – stagna è il suo ruolo

La scoria escreta

 

Plasmi smista – accuratamente li occulta

Dentro notti bianche  tamponate  in fiale

Da una sequela adulta

V’intasa altro male

Chi l’uomo vieta[4]

 

Il testo poetico non è autosufficiente, né autoreferenziale: ha bisogno di profili progettuali, di sensazioni vissute, di passione comunicativa, senza confondere la comunicazione con la semplificazione, o peggio con la sciatteria,  la volgarità, o  gli slogan.

La poesia non è e non può essere marketing a nessun livello, per questo Cacciatore inforca una dolente/gioiosa poesia didascalica, nel senso etimologico del termine, e salvaguarda la funzione/finzione del linguaggio, infischiandosene delle vaghezze e delle finte illuminazioni del canone novecentesco; assomma nei suoi testi la consequenzialità del pensiero poetante, fa gustare in ogni sua pagina (disarmante e impervia dalla prima all’ultima riga) armonia diffusa delle parti, ritmo incalzante, movimento intelligentissimo dei tropi, complesse simmetrie che si riescono a scovare alla quarta, quinta paziente lettura (quando va bene).





3. Chiamatosi a priori fuori dal mercato, impegnato in una poesia di linguaggio, lontano una via lattea dalle venali esigenze di premi e prebende, Cacciatore esercita una continua azione di disturbo soprattutto nel rifiuto di soggiacere all’istanza neocapitalistica che impone agli autori progressismo e organicità al sistema, al solo scopo di creare consenso e spacciare il rigido controllo delle idee per illuminato liberalismo.

Cacciatore non cede al ricatto del nuovismo a tutti i costi, forse per indolenza, forse per snobismo, o più semplicemente per diffidenza verso gli spennellamenti del consumismo avanzante[5] ; da qui la provocatoria vocazione a una scrittura torbida e chiarissima, irraccontabile nei contenuti,  semplice nell’architettura ideale che la sostiene, deflagrante in una miriade di significati inquietanti, a volte al limite del lezioso: questa poesia seppure analiticamente indigesta, si ricompone in una sintesi, spesso riuscita, capace di coniugare sperimentalismo e neoclassicismo, frasi jazzisticamente sincopate e volute armoniche ampie, ariose, da prosodia rinascimentale, o da età aurea della lingua italiana volgare, il Trecento:

 

A spinte che risa

Crucci e crampi tu l’empi

Di tigli e resine – decrepita la ghisa

Anticaglia ormai anch’è il taglio dei tempi

Lepri in lamiera

 

Ferme s’infransero senza via d’uscita

Ruggine a rovesci – qui espulsa la speranza

A coperchio si svita

Cunicolo e avanza

Balsami a schiera[6]

 

Curioso paradosso, ripeto, quello di Cacciatore: autore elitario quant’altri mai, che a un’esegesi approfondita si rivela più marxiano dei marxisti, quando denuncia le grossolanità e le sevizie del macchinismo idolatrico,  figlio di quel capitalismo che  in nome del feticcio-merce nega autonomia e antagonismo alla poesia, ridotta a espressione innocua e consolatoria, al massimo giochicchiante con un avanguardismo di maniera, molto affine, checché se ne dica, alle segrete cose della medesima industria culturale.

Cacciatore si installa in un linguaggio che deve parlare tanto, non deve lasciarsi zittire, o convertire in litania sentimentaleggiante, o ancora peggio in canzonetta (com’è tragicamente avvenuto in questo nostro Paese che osanna i Vaschi Rossi quasi fossero Omeri redivivi).





Non è vero che a furia di usarle le parole si sbriciolano, si consumano, si dislocano nel banale: il linguaggio ri-produce i rapporti di forza esistenti, perciò il fatto che venga progressivamente ridotto a chiacchiera consegue dalla necessità scientifica di non alterare minimamente i rapporti medesimi.

Cacciatore dal canto suo non cerca una soluzione al di fuori di questa dialettica: lo si è detto, carica la lingua poetica come un ordigno a orologeria, lo piazza nel cuore della fabbrica, reale e ideale degli anni Settanta del Novecento, e ne fa esplodere tutte le contraddizioni, rovesciando la strisciante e dolorosa catastrofe sociale, in un prospettivismo aperto, in un fecondo relativismo, in un ripensato umanesimo che intende scardinare con pazienza il moloch delle follie sociali, del delirio collettivizzato:

 

                                                            Gli orgasmi e i pubi ricci

                                                                                              perché giusto approcci

                                                            D’un altro patto serio

                                                                                              l’astratto fregiarlo

                                                            Concreta cerimonia

                                                                                              di stregua e pecunia

                                                            Lacero è in franca voglia

                                                                                               lei infine si abbiglia

                                                            Se non del transeunte

                                                                                               cui spinge la gente[7]

 

Cacciatore scrive in una fase storica di transizione, ne rispecchia limiti e difetti: sincretismo, eclettismo, tendenza ossimorica al frammento e al poema nella stessa opera, ricerca di un lessico desueto e neologizzante; soprattutto quest’ultimo aspetto (la tendenza neologizzante), mi pare indichi un’ansia autentica di cambiamento da porre all’attenzione del lettore.





A differenza dell’avanguardia storica sanguinetiana (la forma non si pone che a partire dall’informe), Cacciatore attraversa le stesse putredini, ma costruisce la forma della sua poesia a partire da tutte le forme della Tradizione, rimescolate e rimesse in gioco come fossero innocenti e intonse, pronte a ri-significare e a essere accolte come nuove (o almeno differenti) intuizioni del mondo.

Una forma che deriva da altre forme non costituisce però una tautologia, una pura esplicazione del medesimo, ma esemplifica il riprendere per gettare in avanti, al fine di ridestare un nuovo processo di evoluzione spirituale (quanto riuscita questa operazione, spetta a ciascun lettore giudicarlo).

Cacciatore si conferma un autore sotterraneo, tellurico (nient’affatto mistico o neo-orfico), perché scava e porta in superficie, inghiotte e risputa bassezze  e perversioni, angelità e visioni interne ai diagrammi della realtà: in fondo è un manierista che mette a punto un proprio metodo con l’acuta capacità di guardarsi attraverso, riuscendo a configurare le sue ricerche testuali come un’esplorazione rivelatrice del grado di umanità/umanesimo ancora circolante ai tempi dell’avvenuta sacralizzazione del mercato/merce.

Il poeta palermitano/romano dimostra quanto sia divenuta inutile una scrittura di eventi e narrazioni (funzionali solo a mantenere lo status quo), mentre ravvisa la feconda disposizione del soggetto a strutturarsi nel discorso poetico e a ricercare un nome per le sue più pericolose e remote inquietudini.

È un peccato che oggi Cacciatore, a causa della sua complessità, non venga letto: è uno dei pochi poeti in grado di coniugare il vero sublime con la più concreta prosaicità; è uno dei pochi in grado di chiudere il testo poetico con i bulloni delle locomotive che ha dovuto inghiottire per comprendere  la realtà.

 

 

    

 

                               

 

 

 



[1] Cfr. AA.VV., Letteratura e industria, a cura di Roberto Tessari, Zanichelli, Bologna 1976.

[2] Edoardo Cacciatore, Ma chi è qui il responsabile?, in Tutte le poesie; a cura di Giorgio Patrizi, Manni, Lecce 2003.

[3] Edoardo Cacciatore, Ma chi è qui il responsabile?, cit. , pp. 445-6.

[4] Edoardo Cacciatore, op.cit., p. 455.

[5] Cfr. Franco Fortini, Astuti come colombe, in Il Menabò, 1962, n. 5, pp. 29-45.

[6] Edoardo Cacciatore, op. cit., p. 460.

[7] Edoardo Cacciatore, op. cit., p. 471.




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