LUOGO COMUNE
ADDII – 2
Renato Mambor o l’artista ‘osservatore’


      
Lo scorso dicembre è morto a Roma, a 78 anni, una delle figure più significative della ricerca artistica capitolina e nazionale, attivo sin dalla fine degli anni ’50. Il suo percorso, a cavallo tra arte visiva e teatro (col gruppo “Trousse”), si è caratterizzato per marcare un segno spersonalizzante che voleva essere una precisa critica contro l’uomo-massa prodotto dalla società dei consumi. Nascono così le sue tante opere con gli ‘uomini-timbro’ e le sagome pop e anonime e l’invenzione di una autoimmagine di spalle che additava l’azione di un vedere ‘contro’.
      



      

di Anna D’Elia





Renato Mambor, Incasellati, 1963, inchiostro da timbro su cartoncino, cm 70x100


È morto a Roma a 78 anni Renato Mam­bor, pro­ta­go­ni­sta tra i più impegnati della ricerca nelle arti visive fin dagli anni ’50, l’artista degli uomini-timbro e delle sagome pop della spersonalizzazione che aiutano a guardare e non solamente a vedere:

io dico che l’arte serve a pulire lo sguardo. I sensi sono offuscati dalle abitudini e tutto ciò che si fa e si pensa diventa immagine, stereotipo, filtro davanti agli occhi. L’arte insinua un cuneo in questo meccanismo spersonalizzante e ha il potere di ribaltarlo, in definitiva è un piccolo sforzo per muovere il pensiero”.

Ho incontrato l’ultima volta Renato Mambor  al Macro di Roma, l’anno scorso, in occasione della sua mostra antologica. Mi aveva mostrato tutte le opere esposte, raccontandomi aneddoti e particolari. Ma più di tutto ci aveva tenuto a mostrami le sue scenografie, i testi drammaturgici, la borsa degli attrezzi: la “Trousse”, come aveva intitolato il teatrino mobile ideato e realizzato nel 1975, luogo scenico del suo teatro interiore.

Il rapporto tra arti visive e performative aveva assunto un posto centrale nella sua ricerca, lo considerava il mezzo ideale per raggiungere un contatto più diretto con il pubblico. Negli anni Settanta il suo percorso aveva incrociato quello di Paola Mazzetti e del suo gruppo di terapie gestaltiche, in cui centrale era il problema del sé e della sua manifestazione nello scambio con l’altro.  Il teatro dunque si radicalizzava nella ricerca di Mambor come forma di conoscenza, strumento privilegiato per comprendere i meccanismi dello sguardo tra attori e spettatori, soggetti entrambi di quel processo di conoscenza che è il gesto artistico.





Renato Mambor, Camminando con i protettori colorati


Renato mi raccontò che aveva coltivato questo suo grande amore per il teatro fin da giovane frequentando con Paola Pitagora le lezioni di Alessandro Fersen, di nascosto dal padre che lo avrebbe voluto alla pompa di benzina con cui la famiglia si guadagnava da vivere. Di quei giorni, di quelle esperienze estreme con il maestro che spingeva lontano l’immaginazione su popoli, gesti e costumi che spalancavano nuovi orizzonti nella loro mente, avevo letto molte e belle pagine nel volume Fiato d’artista firmato da Paola Pitagora, all’epoca fidanzata di Renato. Era un libro scritto per ricordare i mitici anni Sessanta a Roma, ma soprattutto per raccontare i giorni dell’amore con Mambor, la fatica di crescere nel desiderio dell’arte e del teatro in una capitale che era patria di Cinecittà, ma anche sede del Vaticano e culla di una certa arretratezza, specie nella mentalità delle famiglie, per cui avere un figlio artista era un gran guaio.

A quelle lezioni ci sarebbe voluto andare anche Pino Pascali, amico sia di Renato che di Paola, e come loro con la passione per il teatro. Sapendomi sua fervente studiosa Renato, durante il nostro incontro al Macro, non perdeva occasione per raccontarmi episodi vissuti insieme  o ricordi comuni  legati alle opere esposte e per dirmi, anche, dei litigi perché Pino acceso da una febbre creatrice sempre troppo alta, rimproverava a Renato l’eccesso di freddezza in quei timbri di anonime sagome che simboleggiavano l’uomo massa. La ricerca di Renato puntava, in quegli anni, alla dissoluzione e decostruzione totale dell’attività artistica come attività pittorica. Lavorando alla sottrazione di elementi descrittivi e soggettivi Mambor si proponeva infatti di coinvolgere maggiormente lo spettatore nell’interpretazione. “Ciò che l’arte lascia in sospeso è come se fosse nell’aria, può essere catturato dallo spettatore” soleva dire.

Quante discussioni fino all’alba parlando sull’esserci o sul non dover esserci dell’autore in ciò che realizzava. Pino sosteneva di voler essere sempre presente con tutto il suo corpo  in qualunque cosa facesse, Renato non era d’accordo.

«Siamo troppo pieni di noi ‒ affer­mava ‒ troppo irre­mo­vi­bili, ‘pian­tati’ den­tro i nostri punti di vista. Dif­fi­cil­mente riu­sciamo ad accet­tare l’altro… è come se fos­simo un arci­pe­lago di tante isole anco­rate alla stessa terra. O, per fare un altro esem­pio, come dita di una mano che, a pugno chiuso, diven­tano una unità».





Renato Mambor con L'evidenziatore


Nei confronti della cultura di massa e della sua spersonalizzazione Renato era più critico. Non che Pino di quella cultura fosse infatuato, ma riusciva a coglierne anche gli aspetti più comici riproducendoli in certi personaggi dei suoi spot televisivi.

Su un punto però Renato e Pino erano d’accordo, sulla priorità di trasformare l’uomo, le sue pulsioni e i suoi pensieri, la rabbia, la paura di non farcela, la violenza, l’arroganza  prima di tentare un cambiamento esterno. Per questo Mambor metteva al centro dell’opera l’osservatore vero protagonista, trait d’union tra autore e spettatore. Dall’“Evidenziatore” (1972), una mano meccanica metafora dell’afferrare la realtà,  fino alle  performances teatrali degli anni Novanta, tutte le opere di Mambor vanno lette come dispositivi messi a disposizione del pubblico per “scoprire in sé ciò che l’artista scopre nella sua opera” .

“Negli anni Novanta – dice Renato   il ricalco della mia immagine di spalle mi servì per indicare l’azione del vedere. Nacque così il disegno dell’osservatore”.

E oltre che di Pino Pascali, Mambor fu compagno di strada di Mario Ceroli, Mario Schi­fano, Tano Festa, Jannis Kou­nel­lis, Cesare Tacchi, Giosetta Fioroni, Gianfranco Baruchello e degli altri artisti con cui condivise quella che venne defi­nita Scuola di Piazza del Popolo. Sostenuti da critici di primissimo piano tra i quali Carlo Giulio Argan, Maurizio Calvesi, Vittorio Rubiu, Alberto Boatto, Marisa Volpi, da poeti e letterari tra i quali EmilioVilla, Goffredo Parise, Alberto Moravia, Umberto Eco e promossi dalle tre principali gallerie romane del tempo, La Salita di Liverani, La Tartaruga di Plinio De Martiis e L’Attico di Fabio Sargentini, questi artisti seppero imporsi all’attenzione internazionale favorendo una rinascita culturale per Roma, che sembrava, per un momento, essere ritornata la Capitale dell’Arte.





Renato Mambor "osservatore"





Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006