LUOGO COMUNE
DOMENICO CARA
Le ‘cose’ e il ‘reale’ come bolle colorate da far scoppiare


      
Sono da poco state pubblicate due nuove sillogi dell’87enne poeta calabrese: “Ciò che si scorge nella diversa macchia. Espiazioni, relitti lignei, passioni, obliqui umori” in edizione bilingue italiano e spagnolo, e “L’impertinenza del presente”. Libri che riconfermano l’estro e il multiforme talento dell’autore residente a Milano dai primi anni Cinquanta, tra giochi intertestuali e provocatoriamente decostruzionisti sul plastico intreccio delle possibilità espressive che indagano la realtà. Uno screziato percorso poetico attraverso viaggi e soste nella selva selvaggia dei dibattiti allo spasimo del secondo Novecento intorno alla morte dell’arte e ad altri inquietanti interrogativi apocalittici.
      



      

di Ugo Piscopo

 

 

Domenico Cara è un soggetto plurale, tipico della modernità. È uno in molti, che operano simultaneamente su più registri, con l’intesa perfettamente raggiunta non solo della sincronia, ma anche e soprattutto dell’interattività complessa e organicamente stringente.

Dentro, però, a questa interattività succosa e densa, il nucleo più duro è costituito dalla poesia, perché, come diceva Ovidio di sé giovinetto, la sua parola e la sua ruscellante evenemenzialità anche da saggista, da critico e teorico d’arte, da organizzatore di mostre, dibattiti, tendenze, da studioso di etnologia meridionale (in particolare di Calabria), gli vengono spontaneamente, cedevolmente poetiche. Ma di una poeticità rigorosamente costituita sulla cifra dell’astratto. Di un particolare astratto, che richiede qualche glossa di chiarimento.

Ce ne offre l’occasione la recentissima stampa di due sue sillogi: Ciò che si scorge nella diversa macchia. Espiazioni, relitti lignei, passioni, obliqui umori. Presentazione di Jorge Muzam, edizione bilingue italiano e spagnolo, traduzione di Marcela Filippi Plaza, Commisso Editore, Roma, 2014 e L’impertinenza del presente, EDB edizioni, Milano, 2014.

Già nel titolo dell’una e dell’altra raccolta è impigliata e vibrante l’eco del molteplice in uno, in quell’uno che è il segno della scrittura che dà (derridianamente) la differenza per una lievitazione inventiva delle sillabe, che, mentre sciamano, fanno insieme tenuta in un precipitato chimico non scontato. Il titolo del primo quaderno, che è un’essenziale campionatura di un’avventura intellettuale e di un’ars scribendi, rinvia quasi esplicitamente, in certo senso intertestualmente, a una figura molto suggestiva per l’immaginario di Zanzotto (poeta della silvanità, se si potesse dire, che è cosa ben diversa dalle attenzioni simboliste e postimpressioniste dannunziane, avvolgentisi in atmosfere sensualmente paniche di pinete e dintorni) ed è, insieme, un divertissement costruttivistico ottenuto attraverso un gioco provocatorio di decostruzione. Il titolo del secondo quaderno, che raccoglie la produzione poetica più recente dell’autore, mentre scommette su dinamici rinvii interni di suoni e lettere, che andrebbero osservati con le lenti dei grandi formalisti, Jacobson in testa, tende in ultimo a consegnarci, in un crittogramma di secondo livello, l’invito a prendere contatto col presente sotto l’aspetto dell’impertinenza e insieme con l’impertinenza sotto l’aspetto del presente, ovvero dell’attualità della storia.





Nei fatti, poi, l’uno e l’altro volumetto dispongono il discorso su un asse di raccolta di risultati e di confluenze di tensioni saggiate nel corso di un vita di trincea, in cui l’eccezionale e il rischioso hanno avuto modo di familiarizzare col quotidiano. È, adesso, come il tempo della vendemmia. Qui il sovversivo, la vocazione all’antitesi inconciliabile, soprattutto nei confronti dei ritualismi eufemistici e degli accoglimenti maternamente pacificanti fra le braccia della serietà normata, si cercano fra loro e saggiano una possibile composizione all’interno di un ordine proprio e autonomo alla ricerca, al fare linguistico. Si sente e si tocca con mano un procedimento sicuro di coordinazione e di plastico intreccio delle possibilità espressive che interrogano la realtà. Ma la realtà che qui si intravede in filigrana o si lascia sospettare non ha nulla da spartire con quella confezionata per un’utenza irretita e lavorata dall’unimensionalità ed eterodiretta dalla possessività. La quale ultima, in sede artistica, viene confermata e soddisfatta dall’uso fatto del mondo, sotto l’aspetto di un’oggettività a tutto tondo su cui mettere le mani, magari anche solo per rappresentarlo così com’è, vale a dire così come antropocentricamente amano definirlo il nostro narcisismo e la nostra proterva vanità.

Nella prospettiva, su cui Cara scommette da sempre, le “cose”, il “reale”, così come si presentano, sono semplicemente delle convenzioni, nient’altro che simulacri con cui divertirsi a sgonfiare, un po’ come fanno i ragazzi con i palloncini colorati e con le bolle di sapone. Il poeta, secondo Cara, è uno che ha non il diritto, ma il dovere, in senso palazzeschiano, di divertirsi a bucare la pelle a quelle che sono inventariate come “cose”, e, per la pars construens, a porre in essere e a mettere in circolazione le cose autentiche, che sono tali, in quanto si fanno da sé, con i propri mezzi e col proprio linguaggio, in armonia piena col divenire del tutto, che si fa, si pone in essere continuamente nuovo, non invece in esaudimento dell’aggressività del soggetto.  

Questa altra realtà diventa per il poeta, nel suo ambito e nel suo mandato, la realtà della sapidità del parlare e del rappresentare, dell’autointerrogarsi, dello sperimentarsi in corpore vili. Della validazione dei modelli e dei calcoli di fondo, che con totale intransigenza ancora e sempre si certificano unicamente nel proprio funzionamento in atto, con laica disponibilità tuttavia ad ammettere ogni interpretazione del mondo, che sia però fondata egualmente su premesse e procedimenti immuni da vischiosità, aperti all’avventura delle possibilità di legittimarsi al mondo, senza rinunziare ad essere del mondo.





Domenico Cara


Per dirla con Baudrillard, si tratta di un attraversamento ormai convinto del terreno dell’“inapprezzabile”, diviso con un netto discrimine dagli ambiti delle negoziazioni di valori, assoggettate ai codici delle equivalenze e degli scambi. Qui sono assenti in assoluto ogni e qualsiasi insorgenza mercantile, ogni accenno d’intesa con chi si lasci motivare dalle istanze della bella spettacolarità, ovvero delle estetizzazioni.

A tale risultato, Cara giunge attraverso viaggi e soste nella selva selvaggia dei dibattiti allo spasimo del secondo Novecento intorno alla morte dell’arte e ad altri inquietanti interrogativi apocalittici, oltre che intorno ad infinite altre aggrovigliate questioni sul decostruzionismo, sulla postumità, sulla postmaterialità, sul postumano, sulle performance e sugli happening, sull’opera-oggetto e sul libro-oggetto, sul concettualismo e su un’infinità di altre ipotesi di fuoriuscita, magari col supporto di nuovi strumenti consentiti dalle tecnologie evolute, dalla programmazione, dal cinetismo e dai linguaggi mediatici. Orientandosi sempre sulla bussola dell’astratto, venato talora di espressinismo, fissando come punto di partenza il Bauhaus, Kandinsky, Moholy-Nagy, ma tenendo d’occhio simultaneamente l’astratto-espressionista tedesco come quello di Grosz, accogliendo suggerimenti e spunti dagli informali, da Pollock, da Burri, da Fontana, dando consenso a Munari,  puntando sempre sulle sinergiche intersezioni dei linguaggi. Per lavorare la parola ai riverberi delle accensioni di quei dibattiti, per fare della scrittura una tessitura vigilata di interrogazioni aperte, talora aspre, spietate, crudeli, ma per questo umane. Squisitamente umane.




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