LUOGO COMUNE
STUDI CRITICI
“Alfonso Gatto.
L’uomo, il poeta”
per una civiltà sempre nuova


      
Escono finalmente, presso l’editore napoletano Liguori, gli atti del Convegno del 2001 sull’autore salernitano, promosso nel quadro delle celebrazioni per il 25° anniversario della morte. Curato da Luigi Reina e Nunzia Acanfora, il libro è una interessante ricognizione ermeneutica sulla modernità e sulla complessità della sua opera, rispetto a cui si rileva un suo straniamento dall’ermetismo degli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso per una sua più significativa e implementata riconduzione negli ambiti di un ermetismo ‘forte’, come sfida all’immaginario di ogni tempo e come sapienzialità dalle porte strette.
      



      

di Ugo Piscopo       

 

 

Nel caso di Alfonso Gatto, Salerno smentisce il Vangelo. Sì, perché il Vangelo dice che nessuno è profeta in patria. Invece, tra Salerno e Alfonso Gatto c’è un amore che va anche oltre la morte. Già quando il poeta era ancora in vita, la città esibiva il suo nome come un brand, anzi come il suo brand per eccellenza nel campo della poesia e della cultura moderna più in generale. Basti pensare a tutto l’intreccio di omaggi e di studi riservatigli prima della sua tragica e improvvisa scomparsa. Tra cui, non si può non citare il volume istituzionalmente cogente Un poeta e la sua città: “Omaggio ad Alfonso Gatto da parte del Municipio di Salerno” (1964), con un saggio di Pampaloni e un’antologia curata da Laveglia.

 

Nel segno di questa eredità di amorosi sensi si sono in seguito espressi convegni, dibattiti, premi letterari. Ora abbiamo finalmente un volume che raccoglie gli atti del Convegno di Studi promosso nel quadro delle celebrazioni per il 25° anniversario della morte: Alfonso Gatto L’uomo, il poeta, a cura di Luigi Reina e Nunzia Acanfora, Liguori, Napoli 2014.

 

Il volume è fresco di stampa ed è, insieme, di straordinaria attualità, in quanto, non solo coniuga gli aspetti identitari (Gatto-Salerno) con prospettive aperte alle situazioni culturali (critiche e teoriche) proprie del nostro tempo, ma pone complessivamente il problema di una ridefinizione dell’esegesi e dell’ermeneutica più in generale della modernità e della complessità della vicenda Gatto, che parte certamente da Salerno e dal Sud, ma viene contattando altre latitudini e altri spessori non localistici di questioni in svolgimento in Italia e in Europa.

 

Di queste fondamentali attese sono pronube le atmosfere entro cui si è collocato il Convegno tenuto nel 2001 d’impulso di un progetto dell’Università degli Studi di Salerno, col sostegno dato anche dal Lions Club e dall’Amministrazione Provinciale locale.

Era, il 2001, il primo anno del nuovo Millennio. Alle spalle ci si lasciava un Secolo (“breve”, dice uno storico britannico), insieme col Millennio con cui questo terminava. La consegna (dovuta) era naturalmente di andare verso il nuovo, certamente su sollecitazione dei problemi lasciati insoluti e delle dinamiche messe già in movimento, ma senza condizionamenti di feticismi e di tautologie, però con l’avviso (di cautela e di sperimentalità) consegnato dalle malinconie di un tempo come quello immediatamente passato, caratterizzato (ahimé!) dall’intransigenza unidirezionale e costruttivistica, in questo legittimato innanzitutto dalle grandi narrazioni otto-novecentesche tradotte spesso rovinosamente in concreto.





Alfonso Gatto (1909-1976)


Intriso di queste istanze, il Convegno del 2001, sotto l’accorta regia di Luigi Reina, che è anche il curatore di questa operazione editoriale, si è orientato a poggiare i lavori su una griglia di obiettivi, tra i quali i principali sono: un ritorno a Gatto per liberarlo delle maglie troppo strette della consolidata iconografia critica del Novecento; sottrarlo ai pregiudizi diffusi nei confronti degli scrittori meridionali; rivisitare e interrogare la genuinità creativa e la complessità intellettuale dell’opera di questo autore, che è poeta non solo nella scrittura, ma anche nei confronti delle arti figurative, del teatro, del cinema, della musica e della vita nel suo insieme; piantare dei paletti di distinzione rispetto all’epigonismo e al modernismo, a favore di una modernità e di una storicità aperte nel tempo e nello spazio (culturale e di ricerca).

 

Il discorso venuto fuori, come documenta in maniera inequivoca il volume ora pubblicato, è fedele a questa costellazione d’intenti. Naturalmente è un discorso plurale, nel senso che esso si declina su molteplici registri ermeneutici e su varie morfologie di sensibilità e di gusto, con qualche piccola frizione interna (come sul versante della continuità o discontinuità di dialogo con lo sperimentalismo). Diffusa e lievitante, intanto, è l’attesa di definizione di un nuovo orizzonte di valori e di scrittura. E, nei fatti, ci si muove in questa direzione, non semplicemente per petizioni di principio, ma grazie alla costruzione attrezzata di argomentazioni meditate, stringenti e lievitanti di suggestioni.

 

È il caso, solo per citare qualche esempio tra i tanti, della proposta (Reina, Scarsi et alii) di scandagliare il gioco delle analogie e delle sinestesie secondo le pratiche squisitamente moderne (da Baudelaire a Derrida) quale laboratorio di tensioni linguistiche ed espressive da attivare per suggerire nuove possibilità di dire l’indicibile, di far sospettare le segrete ragioni dell’oscurità. È il caso degli ampi varchi aperti (Curi, Valli, Aymone, Pietropaoli) all’utilizzo degli apporti consentiti dall’antropologia dell’immaginario. È il caso degli avvertimenti (Martelli e non solo) a evitare appiattimenti e semplificazioni, nella lettura della poesia e dell’attività complessiva di Gatto, sul piano ideologico e geopolitico, in quanto quello che nell’uso comune è certezza, nel poeta è motivo di interrogazione aperta, se non anche tormentosa. È il caso dei suggerimenti (Granese) di straniamento di Gatto dall’ermetismo degli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso per una sua più significativa e implementata riconduzione negli ambiti di un ermetismo “forte”, che si presenta all’immaginario di ogni tempo come sfida e come sapienzialità dalle porte strette.

È da queste e tante altre proposizioni (nel senso wittgensteiniano) che non si può d’ora in poi non ripartire per delle ricerche non scontate, non banali sulla figura e l’opera di Gatto.




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