LUOGO COMUNE
INEDITI
Sette “Storie ibride”



      

di Lamberto Pignotti

 

 

IL FUGGITIVO

 

“Sto pensando…”, lui s’interrompe.

“Ecco”, dice la moglie, “io stavo per chiedertelo. Che c’è?”

“Sto pensando di andarmene”, risponde tutto d’un fiato.

“Perché?”

Stava succedendo questo: che l’amabile, pigra e pretenziosa signora che col matrimonio aveva fatto di lui qualcosa di simile a una sua appendice, lo aveva stufato. “Pur non avendone la vocazione “, va raccontando, “ho appreso i rudimenti del casalingo e li ho applicati con buona volontà. Mentre lei dormiva, andava per compere, stava al telefono, io, uomo ordinato, tentavo di mettere  ordine nel caos della casa. A un certo punto ho visto chiaramente la mia stupidità, mi sono disamorato e, per liberarmi da quella ridicola schiavitù, mi sono alzato per lasciarla”.

È proprio così: lui si alza  senza dire una parola e si liscia i capelli col palmo della mano.

“Parla!”, lei gli grida.

Ma lui si infila la giacca e se ne va, con gli occhi bassi, sempre in silenzio… Con un salto lo raggiunge e si aggrappa alle sue spalle:

“Non andartene! Non lasciarmi sola! Farò ciò che vuoi! Resta! Non lasciarmi sola! Oh, non lasciarmi sola con i piatti da lavare!”

Cosa è dunque avvenuto in me?, si chiede disperatamente la donna. Non sono più che un povero straccio inzuppato di lacrime… Con lui, ho visto andar via da me il calore, la luce e questo secondo matrimonio tutto mescolato delle brucianti ceneri del primo, ma così caro!... Si attacca pertanto a suo marito con mano di naufrago, e balbetta ostinatamente, senza ascoltarlo:

“Tutti mi lasciano!... Sono completamente sola!...

“Avevo quasi dimenticato di dirti”, le gridò sarcasticamente  scendendo a precipizio le scale, “che non potrò venire stasera a lavare i piatti!”

Fra il dire e il fare a questo punto lei  avrebbe riferito tutto alla polizia. “Non pensa che suo marito fosse innamorato di lei, vero?”, le venne prontamente chiesto dagli agenti.

“Ne sono sicura”, rispose lei .è molto innamorato… di una moglie sciocchina come me, che dovrebbe avere più fiducia in lui”.

Arrossì un poco e sorrise a queste sue parole, ma subito dopo si sporse in avanti, di nuovo tesa e perplessa.

“Se questo è vero, signora”, disse il commissario, “chi era allora la donna che suo marito ha incontrato lunedì mattina all’alba e ha portato dall’altra parte del ponte?”

“Non credo abbia portato nessuna donna dall’altra parte del ponte a quell’ora”…, farfugliò. E subito dopo:  Non scappare!”, supplicò correndo ad affacciarsi alla finestra. “Sono io, il tuo amore!... 

Ma la sua voce venne coperta da quella che ordinò dall’altoparlante: “Svelti! Tirategli due colpi alle gambe e portatelo qui!”

Spararono due colpi in aria. Lui correva velocissimo a zig-zag piegato in due.

“Sono tua moglie!”, urlava  frattanto lei come una pazza. Da dieci postazioni lungo la via, gli agenti fecero fuoco. Miravano tutti basso.

Le auto si misero in moto a sirene spiegate. Si spalancavano ovunque le finestre. Il fuggitivo fu raggiunto sulla riva del fiume. Ansava, era madido di sudore. Una volante gli fu addosso proprio mentre un’altra si fermava stridendo alle sue spalle.

“Su le zampe, o fai una spanciata di piombo”, dissero. E gli puntarono l’arma contro lo stomaco.

“Temo voglia piovere”, azzardò guardingo. “Sarà meglio ripararsi per tempo in un portone”.

 

 

 

ALLA RICERCA DI UNA SPIEGAZIONE

 

“Io sono innamorato di lei”,  racconta agli amici. “L’ho amata dal primo momento che l’ho vista”.

“E lei?”

“Oh, lei si lascia toccare, ma in un modo diverso da altre ragazze”.

Con un certo imbarazzo prosegue dicendo di aver iniziato una relazione sentimentale con una ragazza di un cinismo tale da mettere a dura prova la stabilità psichica di chiunque. Il giorno del suo compleanno le ha regalato un libro di poesie di Montale e due orecchini bellissimi.

Lei ha sfogliato le pagine, ha chiuso il libro, si è tenuta gli orecchini e gli ha detto: “Io non voglio una storia sentimentale, voglio solo scopare”.

Il ragazzo fa una breve pausa, e si lamenta:

“Dopo questa relazione da schifo ho avuto attacchi di ansia, disperazione e depressione”.

“In che cosa noi uomini sbagliamo?”, si chiesero l’un l’altro. “Siamo soltanto deboli e fragili di fronte a queste donne tutte prese dalla carriera e da deliri di onnipotenza, o c’è qualcosa in loro che ormai non va più?”

Fra gli amici del bar si cercò allora di sapere se alcuna di quelle ragazze si vantava per quello che stavano facendo, ma nessuna ne fece parola.

“Non riesco a capire”, uno disse, “dove vogliono arrivare… Che senso c’è a usare e gettare via qualche uomo ogni giorno?” Più d’uno nel gruppo si strinse nelle spalle.

“Io so soltanto che questo tipo di atteggiamento ostile si ripete ormai da qualche tempo”, borbottò uno fra i denti. “non riesco proprio a capire”.

“Va bene, ma perché occorre organizzare una banda? Contro chi deve lottare?”

Lo guardarono sbalorditi. Poi uno di loro, che probabilmente la sapeva lunga, scoppiò a ridere:

“Be’… , nessuno ha mai detto niente di ufficiale. Molti però ritengono di non aver bisogno di dichiarazioni ufficiali. Molti altri, invece, si lambiccano il cervello alla ricerca di una spiegazione…”

Mancavano venti o venticinque minuti alle sei quando il più risoluto di loro si recò alla sede di quelle ragazze. Quella che sembrava il capo gli disse di sedersi, poi aggiunse: “Perché sei venuto a quest’ora così inopportuna?”

“Egli sedeva rigido ed eretto come un inquisitore dotato di fanatiche convinzioni morali.

“Sono venuto,” disse, “per avvertirvi. Ho molte cose da fare e sono venuto in fretta, non appena ne ho trovato il tempo. Sono stato mobilitato. Parto stasera alle nove”.

“Per avvertirci di che cosa?”, chiese lei seccamente.

“Di andarvene via tutte.  Avreste già dovuto partire con le altre”.

“Noi qui non abbiamo nessun desiderio di andarcene!”

“Pare che le cose vadano di male in peggio”, disse poi lui con fare brusco. “Be’, adesso devo proprio andarmene io…”





Camillo Innocenti, Lisetta, 1915


DEL LIBERTINAGGIO

 

Era molto disperato quando si è presentato alla porta di lei.

è permesso?”

“Entri pure”.

Lei lo ha trattato all’inizio con freddezza e cortese distacco, studiando le sue mosse. Poi lo ha aiutato, protetto, capito. Successivamente lo ha accarezzato, teneramente, baciato, coccolato. Niente sesso, ma quanto sesso c’è in una carezza sottile, lui non lo aveva mai saputo. Lei ha lasciato dietro di sé tutte le storie e una vita complicata. Lui ha capito tutto questo, e sempre ha saputo che mai, mai nulla, sarebbe diventato reale.

“Chinò il capo sulla mia spalla”, lei mi racconta, “e quando mi ha guardata sogghignando l’ho visto bene in faccia. L’occhio sinistro era spalancato e aveva uno sguardo feroce; ma il destro era più basso e non completamente aperto. E anche la bocca era stirata da una parte. Pareva uno che avesse avuto una paralisi”.

“Capisco”, dico io. “Non ha notato altro?”

“No, finché non è scappato. Allora mi sono accorta che zoppicava, trascinando il piede destro e appoggiandosi da quel lato”.

Dopo una pausa riprende veramente stanca:

“Mi lasci generalizzare, se lei mi consente, malgrado questa esperienza di cui mi sento ancora acciaccata.

Non sono più abbastanza giovane, né abbastanza entusiasta, né abbastanza generosa per ricominciare un matrimonio: la vita in due, se preferisce. Mi lasci aspettare, adorna, oziosa, sola nella mia camera chiusa, la venuta di colui che mi ha scelto per l’harem. Non vorrei sapere di lui che la sua tenerezza, il suo ardore, non vorrei che l’amore, un amore continuo, sconfinato…”

“Conosco molta gente”, dico dopo una pausa di silenzio, “che chiamerebbe un tale amore libertinaggio”.

Alza le spalle irritata e visibilmente disorientata.

“Sì”, insisto. “Del libertinaggio!”

“La ringrazio; adesso andrò al mio albergo per riflettere”, sospira lei. “Ma dopo ritornerò qui. Credo proprio che accetterò volentieri quelle che fin d’ora mi appaiono da parte sua come allettanti e ardenti proposte alternative”.

 

 

 

UN IMMAGINARIO DELITTO

 

Sentì chiudere la porta dietro di lei. Poi dalla porta udì un gran sputacchiare e tossire, e capì che lui aveva buttato giù il whisky in qualche modo. Tirò fuori il coltello come le aveva chiesto, e andò a letto. Neanche sapere che un immaginario signore stava per commettere un immaginario delitto in casa quella notte, poteva tenerla sveglia.

Si era messa a nudo davanti a lui, gli disse, cominciando a esporre i fatti. Le aveva proposto di rifrequentarsi, poco per volta, ma probabilmente una tale offerta era scaturita dalla pietà che lui provava davanti alla sua disperazione.

“Oggi avrebbe dovuto passare da me per riparlarne; avevamo un appuntamento, ma non si è presentato, senza neanche una telefonata”, proseguì la donna che spalancava su di lui un paio di occhi azzurri, slavati di pianto. Sul volto terreo spiccava rossa la punta del naso sottile. Lui volse il capo e guardò l’orologio, poi le domandò: “Voglia di piangere, vero? Lo faccia. Le farà bene”.

La bocca della donna si contorse. Lunghi, rauchi singhiozzi le scossero il corpo magro. Un pianto roco ed aspro. Le porse un fazzoletto pulito e attese. Poi la donna chiese dell’acqua e si disse pronta a rispondere.

è in grado di descrivermi chi ha sparato a suo marito, signora?”

“Mi ha messo in un grande incomodo con questa faccenda…”

“Ascolti, signora. Voglio mettermi al posto di lui per uno o due giorni. Vivere come lui viveva, fare ciò che faceva, anche pensare come pensava, se possibile. Dormirò nella sua stanza, col suo permesso”.

Lei non vide ragione di obiettare, anche se le sembrò una cosa stupida e inutile. Fece strada nella stanza accanto e lui la seguì con la valigia. Accese una lampada e lui si fermò a guardarsi intorno.

è possibile”, disse, “che io, avendo un lavoraccio da fare durante la notte, prenderei… prenderò da bere più del solito”.

Sollevò il bicchiere, per poi rimetterlo giù.

“Non dimentichi”, disse, “di mettere un grosso coltello dove aveva messo quello dell’altra notte”.

A quel punto lei si mise a frugare nell’armadio fra i suoi vestiti; li guardò uno per uno e ne scelse uno rosa shocking.

“Vuole che metta questo?”, chiese, “è assai scollato, ma con questo caldo… Perché mi guarda in quel modo? Se non le va questa sera, ritorni domani… Del resto anch’io mi sento un po’ stanca per quello che c’è da fare. L’importante è ora di stare insieme di comune accordo”

“Sì”, convenne lui, “L’importante ora è di stare insieme, signora, guai a noi se non fosse così… Ah!... Mi sono morso la lingua: mi dia, la prego, un bicchiere di whisky”.





Camuflajes, video, Madrid, 2009


SCRIVERE

 

“Scrivere! Versare rabbiosamente sul foglio tentatore tutta la sincerità di sé, così in fretta, così in fretta che talvolta la mano lotta e si rifiuta, spossata dal dio impaziente che la guida… E ritrovare, all’indomani, al posto del ramoscello d’oro, miracolosamente sbocciato in un’ora fiammeggiante, un rovo secco, un fiore stento…”  Fin da quando era piccola lei aveva chiaro in mente che sarebbe diventata una scrittrice, una poetessa, ma la realtà aveva preso il sopravvento quando era ancora un’adolescente mettendole addosso un compagno di scuola pessimista che si era tirata dietro per vent’anni fino alla sua presa di coscienza e alla richiesta di separazione. Mentre lei materializzava il suo destino annunciato, lui la seguiva senza mai mollare la presa in attesa lungimirante di un crollo del suo sogno, realizzato con caparbia volontà.

“Ma ecco che la passione di diventare madre ha preso il sopravvento sul mio lavoro…”, si lagna lei tra sé e sé.

Lascia dunque tutto, e per farla breve, fa due figli, si fida della dedizione del marito, cancellando nella sua mente la sua tendenza all’aggressività. Muore intanto l’amata nonna, muore il padre, si districa tra allattamenti, notti in bianco, amore poderoso per i figli, dolore incredibile per le recenti perdite, e poi la casa, la cucina, la mancanza di soldi, la perfidia di una famiglia patriarcale acquisita, la violenza di quell’apparente buono che è il suo compagno… Medita anche il suicidio, ma i bambini li ama troppo e poi, arrivata al fondo della disperazione, ha un’illuminazione:

“E se invece di abbandonare la mia vita, lasciassi lui?”

Lo affronto a tu per tu in una buia serata di gennaio: “Questa è la verità, caro. Puoi credere se ti dico che sono disperata, che mi faccio coraggio, che porto nel portafoglio un mucchio di fotografie dei miei figli…”

Lui non sa cosa risponderle. Aspetta. Di scene come questa ne ha viste e sentite abbastanza, e sono tutte uguali.

“Devo andar via. Addio”, e prende la macchina.

Ma quasi subito torna a casa di corsa: “Ho avuto paura del buio…”

“Perfetta reazione normale!”, lui dice.

“Non del tutto normale. La mia è stata una paura poetica, fantasiosa, fantasmagorica… fantascientifica!”

“Davvero?”

“Sì. Nei miei incubi mi trovo sempre a bordo di un’astronave costruita da papà… Per essere sincera quell’astronave assomiglia terribilmente alla vecchia automobile che teniamo parcheggiata sotto casa.

Comunque appena sono salita a bordo ho avuto paura di sbagliare  strada e di trovarmi immersa nel buio per sempre. Ad ogni modo, ancora addio!”

Prima di rivarcare la soglia di casa lei si guardò un’ultima volta nello specchio grande del salotto.

“In fondo stai benissimo”, la rassicurò.

Lei gli sorrise e subito uscirono per il viale silenzioso fino alla macchina.

“Non fumare ora”, gli disse. “Fumi troppo. Accendine una più tardi.”.

Lui obbedì subito, perché pensava che avrebbe goduto molto di più ad accenderne una quando fosse stato davanti all’immagine prevista dell’altra sua donna.

Seguendo infatti il copione, per poter finire prima dell’apparizione dell’altro mio uomo, avevamo iniziato a recitare la sequenza, preventivamente.

“Perché t’interessi tanto di lui”, disse l’altro mio uomo. “Che cosa t’importa ciò che fa o che non fa? Vorrei leggere dentro di te”.

Reclinando il capo lei replicò:

“Non lo amo più, ma non posso fare a meno di interessarmi a lui e alla sua vita. Certe volte penso di essere ancora innamorata di lui, altre volte so di odiarlo! Sono una poetessa che tocca la fiamma per sentire se veramente brucia. Mi puoi capire?”

“Penso di sì”, annuì prontamente, ricorrendo alla battuta che lei si aspettava, e che per tutti quegli anni le aveva ripetuto. “Ma non potresti presentarmi a quella giovane scrittrice, tua amica?”

 

 

 

GIOCARE AL RIBASSO

 

“Alzati: abbiamo da parlare seriamente…”

“Non voglio dispiaceri! “, sospira lui lamentosamente.

“Suvvia!”

“No, so cosa vuol dire, parlare seriamente…”

Nonostante le sue arie di severità, lei era angosciata per le condizioni mentali del marito: quell’uomo si autoaccusava con tale intensità di convinzione, che non si potevano ignorare le sue parole. Tuttavia, non c’era l’ombra di una prova diretta, a sostenerle.

Forse era vero che non poteva render conto delle sue assenze nei momenti in cui i delitti erano stati commessi, ma questo contava poco o nulla. Per quanto ne sapeva, poteva anche essersi rinchiuso in camera da letto e avere aspettato di scivolare furtivamente dall’entrata posteriore della casa per poi rientrare dall’ingresso principale.

“Con lui non c’è competizione, ci sarà forse dolore o sofferenza, ma non c’è voglia di vincere. Per come lo conosci una sera, lo conosci in tre anni di matrimonio”.

Insomma perché non cerca di essere competitivo? ‒ lei si domandava talvolta ‒ Perché si accontenta che gli si voglia bene, perché non si spinge a cercare amore?

“Quel che gli offro, prende; non cerca di ottenere di più. Sembra costantemente giocare al ribasso. Non capisce che se gli piaccio, anche lui deve piacermi. Io cerco di migliorarmi, provo ad essere più comprensiva, aperta, senza magari riuscirci, ma almeno ci provo, lui no”

“A volte avrei voglia di prenderti a schiaffi!”, gli urla in faccia.

“Non ho capito una sola parola di quel che hai gridato”, borbotta frastornato. “Ti prego di non parlare così rapidamente…”

Poi gli afferra il braccio: “Stai bene? Stai proprio bene? Riesci a darti una mossa?”

“Sono stanco, ecco tutto. Per il resto va tutto bene”.

“Allora levati dai piedi… Vattene… Addio!”

Mentre ella mosse rapidamente i suoi passi verso il soggiorno, egli sentì stringersi il cuore per l’amarezza e la pena, al pensiero di tutta la felicità di cui avrebbe potuto godere ma che era loro negata perché erano nati in un mondo maledettamente competitivo. Ma poi, raddrizzatosi nelle spalle, quasi a voler raccogliere tutta l’energia che gli restava, mise a posto gli occhiali, prese la valigia, si chiuse la porta alle spalle e, mezzo intontito, uscì nella via.

“Dove posso trovare una stanza in affitto?”, si chiese.





Andrea de Carvalho, Circus Errans - performance di Myriam Laplante, 2010


IL RITRATTO

 

“… Di chi è questo ritratto?”, chiedo incuriosita all’amica che mi è venuta a trovare.

“… è il ritratto del mio compagno… Mi cerca per dirmi che vorrebbe tornare da me. Tutto quello che provo è indignazione. Siamo stati insieme per anni, credevo felicemente entrambi, e una mattina che sembrava come  tutte le altre mi dice calmo che ama un’altra e non può più vivere con me. Il ricordo più nitido è il caffellatte che mi sono rovesciata sulle ginocchia…”

Dopo per lei ‒ prosegue accoratamente ‒ è stato il buio, una lunga depressione, la voglia di dormire e basta. Lentissima poi la ripresa, la decisione faticosa di ricominciare a lavorare: quello è stato l’inizio della spinta per risalire. Da allora sono passati quattro anni, da molto tempo i ricordi non fanno più male, è diventata una donna forte, autonoma, dura…

“L’ho ritrovato ancora, ho vissuto con lui altri quattro anni; ma che ne so di questo qui? Che scrive dei romanzetti e che ha delle amanti. So anche che realizza giorno dopo giorno lo sconcertante prodigio di apparire per una di queste donne un lavoratore il quale non pensa che alla sua attività; per quella, un faccendiere seducente e senza scrupoli; per una terza, l’amante paterno che condisce la sua passioncella con uno spruzzo d’incesto; per un’altra ancora lo scrittore stanco, deluso, che invecchia e abbellisce il suo autunno con un delicato idillio; c’è persino quella per la quale egli è semplicemente un buon libertino, ancora solido e convenientemente lascivo; e poi c’è l’oca di buoni sentimenti e innamorata , che sferza, tormenta, riprende, con tutta la letteraria crudeltà di un alchimista di romanzo mondano… Nel frattempo ci si lascia, ci si ritrova, ci si dice addio, ci si riappiccica…”

“Ha uno studio questo tuo anomalo compagno?”, butto là questa domanda all’amica.

“Ha una bellissima villa, ma uno studio vero e proprio non ce l’ha”.

“Ha un mestiere? Commercia in qualche modo?”

“No”.

“Ma insomma secondo te in sostanza non fa niente…”

“In sostanza non fa niente”

“Stupefacente!”

“Cos’è che ti stupisce?”

“Che si possa vivere così! Niente studio, niente commerci, niente prodotti, niente risultati… A te non sembra strano?”

Guardo di sottecchi la mia amica che sta manifestando un contegno imbarazzato e un po’ complice: “Sì”, dice. “Non posso rispondere altrimenti. La incallita fannullaggine del mio compagno, quel bighellonare da ricco e fasullo scrittore in perpetua vacanza è per me un frequente soggetto di spavento, quasi di scandalo…”

“Io creperei”, dichiaro alla mia amica dopo un pensoso silenzio. “Questione di abitudine!”

“Senza dubbio…”

“E come mai l’ultima volta ti ha lasciato venir via?”

“Non gliel’ho mica chiesto. Sono partita e basta. Lui non se lo sospettava più il mio fulmineo voltafaccia. Ora è proprio un uomo finito”.

“Vedo che sei costellata di splendidi anelli e bracciali, e porti una cascata di abbaglianti girocolli e collane. Glieli avrai sgraffignati... Non aveva l’abitudine di tenerli sotto chiave?”

“Sono andata in camera sua e gli ho preso la chiave della cassaforte mentre lui era fuori. Questa è roba da poco. Il grosso l’ho messo al sicuro”.

“Ti auguro un natale allegro e un felice anno nuovo”.

 

 




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