LE VIE DEL RACCONTO
DESIRÉE MASSARONI
 

 

Streghe e streghine

 

Nel racconto che la severissima maestra Umberta ci stava leggendo in classe, tra una pagina e l’altra, era stampata la gigantografia del volto di una strega calva con la bocca spalancata contro il viso della piccola protagonista della storia, terrorizzata dopo aver scoperto l’inquietante segreto.

Con la mia compagna di banco, confrontando quell’illustrazione con l'aspetto della maestra, ci eravamo così convinte come anche lei  potesse essere una strega. I capelli, la cui attaccatura partiva da poco più di metà testa senza alcun appiglio sulle tempie o a ridosso della fronte, erano raccolti in  un’acconciatura compostissima e di strana fattura  che l’anziana donna si premuniva accortamente di palpeggiare conservandone la foggia bombata. Il grattarsi poi furiosamente la testa lamentando una prurigine di cui apparentemente ignorava la causa, al pari delle streghe della storia, instillarono in noi il dubbio, e poi la convinzione, che si potesse trattare di una parrucca.

E i denti, che digrignava paurosamente quando doveva rimproverare un alunno, erano così  acuminati da ricordare quelli di certe belve o di certe streghe mangiatrici di bambine come appunto Gianni Rodari  le aveva narrate. La dentatura della maestra Umberta, apparentemente innocua e che solo nell’urlo palesava la sua vera natura e il suo uso,  coincideva peraltro con  quella che Stephen King aveva descritto per il clown IT e con le personificazioni che quell’orripilante pagliaccio poteva di volta in volta assumere. Il romanzo raccontava ad un tratto la trasformazione di IT in un’anziana signora presso la quale una giovane donna, scampata da bambina alla morsa del mostro, si era recata per ricevere informazioni utili alle sue indagini. L’amabile vecchietta aveva accolto così l’avvenente signorina con garbo offrendole una tazza di te caldo e sorridendole affettuosamente. Ma ad un tratto la vecchia tracanna rumorosamente e in un solo sorso la bevanda bollente per poi, nel posare la tazza, assumere una voce terrificante sporgendo contro l’imminente vittima delle zanne nerastre e arrotate. E la maestra Umberta, a cui giungeva puntualissimo il suo latte macchiato, questo lo trangugiava fumante e tutto d’un fiato per poi, appena inghiottito, strepitare irosamente contro qualche alunna parlante o distratta. Per giunta le unghie affilate delle dita  delle mani e dei piedi erano somigliantissime a quelle delle streghe imprecanti per il mal di calli dato dalle calzature troppo anguste per i loro lunghi artigli puntuti.

 

Inoltre come tutte le streghe anche la maestra Umberta pronunciava profezie cosicché le sue fauci più che per divorare i bambini erano adoperate per emettere terribili sentenze. Di Guglielmo, un alunno bravissimo in tutte le materie, ma impacciato e obeso, le streghe dicevano che sarebbe diventato frocio perché amava giocare con le bambine. Le maestre ponderarono come il cicciottello dovesse essere violentato in autobus così da diventare uomo visto che la madre iperprotettiva era solita accompagnarlo a scuola sempre in automobile. Mi immaginavo così Guglielmo, ancora odorante di pasta neonatale, preso a scapaccioni in bus da qualche signore.

Di Danilo, sesto di otto figli, proveniente da una famiglia nullatenente e sempre abbigliato con indumenti dismessi, asserivano che da adulto avrebbe infoltito la schiera dei mendicanti della città. O  che avrebbe fatto il ‘mantenuto’, come sospettavano facesse la madre a cui imputavano di aver concepito ogni figlio con un amante diverso. Oppure il ‘fallito’ come d’altronde era suo padre. Mi immaginavo così un grattacielo franare su se stesso in un battibaleno.

Danilo di toppe e di patacche addosso, peraltro maleodoranti, ne aveva fin sopra i capelli, arruffati, sempre travalicati da  processioni di pidocchi recanti sul dorso il marchio crociato. Era buffo poi il suo presentarsi scanzonato con calzature troppo strette o troppo larghe. Le maniche delle maglie invece gli erano sempre sovrabbondanti come quelle della maschera di Beppe Nappa. Una volta la maestra Umberta gli urlò in faccia perché il suo quaderno era imbrattato della pappa dell’ultimogenita e, vinta dall’ira, glielo scagliò dalla finestra con lo stesso ribrezzo con cui si sbalza un topo puzzolente fuori di casa.

Di Maddalena, anch’essa discendente da una famiglia prolifica quanto squattrinata, di origine calabrese trasferitasi a Roma, proprio nella mia via ma in certe catapecchie abusive e traballanti erette a valle, dicevano che sarebbe diventata una mignottella perché già ne mostrava i segni. Maddalena piangeva spesso in classe accusando un finto, ma forte mal di pancia  poiché voleva tornare a casa per  controllare i genitori, prossimi alla separazione. Nella bambina meridionale, smaliziata e dalla parlantina sciolta, con doti da attrice melodrammatica, le streghe vedevano un avvenire da bagascia, forse solo per il suo nome. O forse perché la madre un tempo ‘faceva la vita’. O magari perché, sempre la madre, aveva tradito il marito ripetutamente o solo in quanto Maddalena, nativa di Melicucco, era predestinata a cuccarseli tutti.

Di Angelica, trasognante e in attesa perenne del principe azzurro che ritraeva ripetutamente nel suo album da disegno, raffigurando naturalmente anche lei, agghindata da principessa e sormontante da dietro il levriero dell’amato, le streghe non potevano prevedere che un destino da zitella. Difatti la mia compagna era in vistoso sovrappeso e aveva a loro dire un aspetto da sempliciotta. Una volta la maestra Umberta, insofferente ai suoi principi azzurri, la scosse vigorosamente intimandola a doversi svegliare. Ma svegliarsi da cosa? Dal suo sogno o dall’incubo davanti ai suoi occhi? Oppure doveva destarsi secondo il gergo che masticavano i nostri dirimpettai delle scuole medie, ovvero diventare tipi e tipe sessualmente svegli?

Tuttavia la questione del disegno di Angelica e del sesso non riguardava in verità solo lei, ma quasi tutti gli alunni sospettati, qualsiasi soggetto immaginassero, di riprodurre sempre simboli sessuali. La fissazione sul sesso aveva così scatenato gli allarmi delle insegnanti e quindi dei genitori al punto che al termine della quarta elementare avevano iniziato a farci visita una serie di psicologi della mutua. Erano stati assoldati dalle maestre per esaminare i nostri disegni. Così chi illustrava una casetta con il sole e un alberello aveva una sessualità bloccata, chi dipingeva paesaggi marini o di montagna era ancora asessuato giacché si concentrava su soggetti neutri o inanimati. Chi disegnava i genitori era un represso, o un bambino senza un’identità sessuale definita o col complesso di Elettra o di Edipo da correggere. Se poi le figure maschili venivano raffigurate con cappelli, cravatte o pantaloni era lampante uno smanioso desiderio  sessuale,  incestuoso, omoerotico o troppo precoce. Se poi si optava nel tratteggiare solo la faccia veniva diagnosticata una rimozione della sessualità data dalla mancanza del resto del corpo.

Di certo l’icona fallica era quella più ricercata e, per sfogarci, essendo chi represso, chi tardivo o chi  precoce, fummo coinvolti nella lavorazione dell’argilla al fine di modellare manufatti di ceramica. Le maestre presero così a individuare in un manico troppo sporgente, in una decorazione dalla forma anomala, o in un particolare oblungo, sempre un’intenzione fallica dell’alunno. E di questa ‘visione’ le streghe ne discettavano in gran segreto e febbrilmente fra loro dopo l’orario scolastico, rimirando, scandagliando e penetrando con lo sguardo aguzzo in tutte le direzioni, capovolte e rimesse per dritto, le nostre creazioni di terracotta. Con un risolino tra la pruderie, simile a quello di certe monache imporporantisi di fronte al sesso, e l’eccitazione, proprio di alcune donne in menopausa intimamente divampanti, le maestre sancirono con sdegno e riprovazione un’ipersessualizzazione in tutti.

 

Tornando agli auguri, di Sandro vaticinarono invece che sarebbe diventato  un prete frocio giacché troppo ossequiente nei modi e troppo taciturno. I nonni, che ben conoscevo, erano molto impensieriti per il nipote, si premunivano che andasse bene a scuola e si scusavano sovente per le assenze del bambino cercando in ogni modo di compensare l’improvvisa latitanza genitoriale. Difatti il  padre e la madre erano fuggiti entrambi con i rispettivi amanti lasciando l’unico figlio ai genitori di lei. Il nonno, obeso e affaticato dall’età, era tuttavia presente ad ogni riunione scolastica e si era informato presso la maestra Umberta se conosceva qualche insegnante che potesse dare lezioni private al bambino. Ma la strega rispose caustica che lei non era un ufficio di collocamento mentre un’altra volta, in cui il nonno disse desolato di essersi scordato di ritirare la pagella, gli rispose indignata per quel verbo poco puntuale o troppo invischiato col romanesco che ‘a scordarsi era la chitarra’. Riguardo l’omosessualità di Sandro, ormai a quanto pareva sopraggiunta, la maestra Umberta riferì poi al nonno che la sua solerte cura del nipote e l’eccessiva convivenza con due anziani avevano deviato le normali pulsioni sessuali del bambino di cui denunciava altresì una pessima condotta.

Ma Sandro oltre che un prete frocio non era anche ossequiente e taciturno? Dunque era indisciplinato perché disciplinato, cioè avendo troppa disciplina questa risultava fastidiosa e irritante al pari del suo opposto?

L’ostilità della strega verso l’attempato signore si era poi inasprita per il fatto che una mattina egli, ansante e sempre più inabilitato a camminare per l’ingente pancione, andò a intruppare con l’automobile contro quella della maestra. Questa, inferocita, uscì dall’abitacolo come una belva sbraitante eruttando insulti a gogò contro il nonno che mortificato e boccheggiante cercava  invano di scusarsi per l’accaduto. Ma proprio quella mole, così ingombrante e irrispettosa, che si ergeva davanti alla maestra, pareva far accanire  ancora di più la donna come se le accorate e arrendevoli parole dell’uomo fossero contraddette da tutto quel lardume reo del danno.

Comunque Sandro, che ascendeva i gradini della scalinata lentamente ma con meticolosità, con il volto contemplante il cielo, forse, come dicevano le streghe, del tutto simile ad alcuni religiosi devotissimi e coscienziosi, mi pareva più un ipotetico pervertito. Ma per  le streghe  erano Riccardo e Roberto a dover diventare i due futuri maniaci sessuali, anzi, come sottolineava  la maestra Umberta, due violentatori. La predizione sorgeva dal vizio di Riccardo di sfoderare il suo pisellino, dapprima su richiesta, poi, quando le sole quattro femmine della mia classe, compresa me, l’avevano visto, di esibirlo spontaneamente, quando meno ce lo si aspettava destando l’ilarità collettiva. Si creò gran agitazione per questa faccenda e il pisellino di Riccardo finì ben presto sulla bocca di tutte le maestre che a turno interrogarono le alunne della mia classe, e poi nel dubbio anche quelle dell’altra sezione, per sapere se l’avessimo visto e, se sì, se l’avessimo toccato. E ancora se lui ce l’avesse fatto toccare o comunque come fosse e cosa facesse. Il pistolino di Riccardo, proprio in quel periodo, si trovò suo malgrado invischiato in un’altra oscena situazione che alimentò ulteriormente la sua nomea nonché l’accusa sessuale che più o meno incombeva su tutti.

Durante una festa di carnevale a scuola Riccardo esordì vestito da militare con tutto di tuta mimetica originale munita di borraccia e di un lungo serramanico plasticato richiudibile. Roberto invece, in coppia con l’amico, era  mascherato da ex detenuto con la testa rapata e con un tatuaggio posticcio  sull’avanbraccio, che tanto gagliardamente sfoggiava. Ad un tratto Riccardo si scontrò con Guglielmo, personificante Batman, un improbabile uomo pipistrello. Nella zuffa, durante la quale Riccardo aveva perso il suo ultimo fiore all’occhiello, un luccicante punto luce sfilatosi dal lobo sinistro, l’uccellino di Guglielmo venne involontariamente acciaccato da un anfibio di Riccardo provocando un pianto disperato in Batman. Questo iniziò a zompettare su un piede solo per tutta l’aula frignolando e contraendo fra le mani il pisello e i testicoli per il dolore. L’incidente sobillò così ancora di più le insegnanti contro Riccardo e Guglielmo. Il primo, da recidivo violentatore, reo di importunare i piselli altrui, il secondo, da futuro frocio, di andarli a cercare nonché di toccarsi il suo, sebbene per lo spasmo.

Si creò presto gran fermento per le fragorose risate sprigionantisi da quanti, delle altre sezioni, avevano assistito alla colluttazione, fra cui Luigi, un bambino autistico che aveva preso con animo a maneggiarsi anche lui il pisellino. Davide invece si era fatto la pipì addosso mentre gli altri si ravanavano con frenesia dentro la patta chiedendo in coro di poter andare al bagno. Così le streghe,  furibonde, con un urlo pauroso ci scaraventarono tutti fuori dall’aula, in cortile, con l’intento di farci pascolare, come erano solite dire, come mandrie di bestie incolte.

 

Maddalena, abbigliata da spagnola, e io, da odalisca, iniziammo così a scorrazzare con gli altri a perdifiato e scombussolati, proprio come un bestiame fremebondo buttato a calci fuori dalla recinzione. Riccardo e Roberto, irraggianti strepiti di euforia ferina per quella cacciata comune, si arrampicavano scavezzacolli, nelle movenze simili a selvaggi, sulle grate di ferro ululando come lupi smaniosi. Poi riscendevano di colpo  per tirare con foga qualche calcio al pallone con Luca e Manuel, anche loro  prossimi violentatori.

In quella corsa inesausta che mi sollevava e mi riabbassava il velo celante parte del volto, nonché la leggerissima gonna di tulle, io e Maddalena ci separammo dalla torma. Ci accorgemmo presto di essere rincorse da Riccardo e Roberto, fulminei nel raggiungerci data la loro costante attività calcistica. Una volta agguantate fummo trascinate blandamente dietro a un muricciolo: Maddalena, rapita dall’ex forzato, e io da quel militare con una fascetta rossa, fregiante la nuca, del tutto analoga a quella di Rambo. La mia compagna, sebbene ancora ansante per la corsa, prese a baciare con la lingua Roberto che dalla contrazione della bocca sembrò non aspettarsi proprio quello slinguazzamento appassionato come quel rosso fiammeggiante dipinto sulle labbra di lei. Quanto a me Riccardo esitò un poco forse per la soggezione del velo bianco che mi lasciava scoperti solo gli occhi. Oppure perché se Roberto e Maddalena si erano ritrovati nella loro similarità di reietti, essendo entrambi figli di due ex prostitute nonché fra la feccia della classe, io e Riccardo eravamo agli antipodi. Anch’egli, appena trafelato, mi guardava sorridendo un po’ per riprendere fiato, un po’  non sapendo bene cosa fare, con me. E tuttavia l’immobilità del suo corpo contrastava con gli sfolgorii screziati dei suoi occhi verdeggianti come certe foglie che sconquassate dal vento sfavillano irradiate dal sole. Abbassai così il velo con noncuranza accostandomi alla guancia di Riccardo dalla quale, ora, più da vicino, potevo osservare meglio i suoi capelli nerissimi e zuppi di sudore le cui goccioline, di cui qualcuna guizzante sulle mie labbra, avevano iniziato a imperlare la sua pelle imbrunita dal perenne gioco all’aria aperta e accalorata dagli infiammanti ribollimenti ormonali emananti occulti umori maschili. Riccardo, come autorizzato da quel mio accostamento, mi strinse su di sé stampandomi piccoli baci dapprima sulla guancia, poi sul collo e premendo con accrescente vigore il suo bacino contro il mio avvolto da un foulard dal quale, ad ogni nostro avvicinamento, sentivamo la folta schiera di sonagli pendenti sfregarsi impetuosamente fra loro in un tintinnare sempre più acutizzante. Mentre assecondavo quegli oscillanti, nostri movimenti di piacere, la maestra Umberta ci scovò improvvisamente tirandomi violentemente per un braccio, staccandomi così da Riccardo e gettandomi uno sguardo implacabile tra lo stupore, il feroce rimprovero e la colpa per un comportamento assurdo quanto, su di me, del tutto inaspettato. Dopo di noi spintonò con forza anche Roberto e Maddalena la quale, scarmigliata come appena ridestatasi da un lungo torpore e dalle labbra impiastricciate di rossetto liquefattosi per quei baci voluttuosi, aveva confermato appieno la sorte profetizzatela. E su di me, cosa prevedeva il mio destino?

 

 

 

 

 

 

 

 




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