LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 

 

L’uomo del futuro

 

L’uomo del futuro è di carnagione grigia, occhi semichiusi, naso schiacciato ma prominente in punta. È un falso magro di statura media (ma la misura media sfugge a un paragone di riferimento e al responso dei centimetri). Mantiene un accenno di sorriso che è in comune con tutti. Anche se questa leggera piega è leggibile, con accorgimento, a diversi segreti livelli di soddisfazione.

La soddisfazione dilaga nella massa come un liquido sonno, che tuttavia tiene svegli in un collante di realtà modellata a proprio improprio vantaggio. Si potrebbe individuare l’uomo del futuro non tanto dalla sua  costituzione tentennante ambulante quanto dallo spazio  tangibile intangibile che lo racchiude. Un mondo rispondente, viziato con profitto a ubbidire, nella sua forma che di convenzione in convenzione è divenuto naturale in modo innaturale, in certi casi naturale esasperato: orchidea dai colori accecanti in tre sviluppi di scoppio.

Nei volti della gente le fisionomie si confondono, ma si trova qualche divertimento. Per esempio nelle maschere da respiro ci si sbizzarrisce in facce antiche, nasute, occhialute, rubiconde, ammiccanti.

Più o meno, assecondando il desiderio, ci si può permettere un animale da compagnia. Non solo dell’antica tipologia cane gatto, ma lenoncino, alefantino, orzo, armadrillo. Ipotetici esseri nel reale arido, ma virtuali, realistici corpi di luce che rispondono a un repertorio di sollecitazioni. (Il mio crobra  mi ha morso, si sentivano le punte scintillanti – Il mio Flox ha schizzato  sul divanale, ma va via subito, con un po’ d’ombra).

Questo tanto avere renderebbe, nella sua illusione, depressi con avidità di avere oltre, se non fosse stato acquisito nel sistema bronco cerebrale un antidoto frenante comprensivo, che al massimo provoca uno sbadiglio.

Non c’è tanto bisogno di muoversi, ecco perché i piedi sono calzati a monomonco. Le mani sono invece tentacolari, rispondendo a un vicino altro sé, che in fondo è il sé di tutti.

Ci si specchia ovunque, con un normale ronzio della mente.

Si gode, in un accoppiamento erotico che è un concentrato di marmellata riposta in contenitori di prezzo diverso. Ma già l’etichetta, immagine di apertura, ti fa capire la qualità dell’abbraccio.

Esistono i ricchi? Ma certo. Perché è bello vederli, sentirli nell’icona del successo che comanda, assaporarne nell’intima lontananza gli ingredienti che li compongono nel loro scorrere, l’orgasmo del respiro, l’odore del sudore.

La guerra per mantenere la pace è un pretesto di riscossione. Ci si trova bombardati nei propri ubiqui depositi sommari. È questo il sangue trasparente che scorre tra stanza e stanza, tra spalla e spalla.

Il concavo di una sfera aderisce sul controllo della popolazione. Né più né meno in un’estensione di capospilli eretti.

La legge è endovenosa. Per qualche caso grave saltuarie finestre si aprono nel buio nell’osservanza della statistica.

 

Dato che dopo un tempo sterminato le religioni si sono appiattite e annegate in un brodo cosmico agghiacciante, ogni favola estinta insieme ai virus, e non si è riusciti a sentirsi senza un padre, questo padre è emerso, qua e là, tra i tanti. Come d’altronde era già stato, ma non come singolare rappresentante di sé, DomineIo, indipendente da ulteriore padre di riferimento. Qualcuno per un caso fortuito, per un corto circuito, in un tralgebrico spiraglio di paradosso (se sussiste un ulteriore nebuloso controsenso che assiste al gioco di una esigua nube sottostante, serbatoio vegetante degli animi) ha la possibilità di tradurre l’agghiacciante in trascendente. Ovvero semplicemente attinge a questo serbatoio, una forza d’insieme che in segreto guarda in sé. Si avvertono quindi mistiche tumefazioni nel senso di essere teso tra tutti i giorni. L’uomo può pregare l’uomo, l’intermediario che può, come niente fosse profondo in sé, offrire un effetto frizzante di bibita miracolosa.

Da cosa nasce cosa, dicono i credenti. Ma molti rimangono scettici. Conformi al proprio ruolo di corpi, all’occorrenza intercambiabili. Vari di questi santoni non sono che scenografi di altarini, infatti in molti casi il loro santino è un falso.

Che c’è in fondo da temere? Qualche incidente improvviso, proprio a me? (Finalmente a me ?). Si può comunque tenere da parte la bombola di ricordi trasmettibile al nuovo se stesso (anche se di formato ristretto, adeguato alle proprie risorse, da non confondere comunque con quella del concentrato del pensiero, similpanna). Meglio restare fiduciosi, mangiare immagini, ridere a comando, indossare l’immediato, in attesa, volendo, di cambiare corpo. (Com’ero buffo quand’ero vecchio! Guardando se stesso burattino rannicchiato su una seggiola).

Sono comunque molti che, stanchi del loro vivofilm che vedono ricominciare quasi uguale, preferiscono annullarsi in un sintetico fotoanimo, oggetto divenuto estraneo, testimonianza consultabile, romanzo in un viscido fascicolo, guizzante racchiuso.

Questa moltitudine è rimasta sulla terra. È buona la terra da mangiare se cucinata a dovere. Dopo vari tentativi si è appurato che costa meno. Invece di adeguare altri pianeti meglio adeguare gli abitanti allo stesso pianeta.

Al momento opportuno cresce intorno a ognuno la sensazione di natura rigogliosa. Siamo stretti l’uno all’altro ma ognuno perduto nella propria foresta. Vegetali intermittenti, stile steli. Presunta aria arcaica, respira se stessa nel proprio parallelo deserto.

Insieme di una moltitudine di chiare ombre, nebulosa estensione globale in una coltre di rumore diffuso in silenzio.

Sembra non ci sia nessuno.








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