SPAZIO LIBERO
FANTASIE D’AUTORE
Lettera aperta
a un qualsiasi Giancarlo


      
Epistola a un interlocutore immaginario, ragionando sul proprio romanzo “Gilberte” e pensando a tramutare la figura eponima del libro in un onirico personaggio teatrale. Con più dubbi che veri slanci, però, avendo in antipatia il teatro di (sola) parola e pure quello in versi alla Shakespeare.
      



      

di Ignazio Apolloni

 

 

Carissimo Giancarlo,

                                       sono ancora elettrizzato all’idea di vedere trasformare una figura evanescente come Gilberte in un personaggio teatrale – onirico più che tragico. Tutto merito tuo. Non ci avevo pensato certamente mentre l’andavo costruendo con il darle corpo, anima e pensiero di sé. Mi interessava più la sua sublimazione che la solidità di una struttura in carne ed ossa: quella che si muove, agisce, parla da un palcoscenico a un pubblico di spettatori assorti. La letterarietà si prestava meglio a delinearne la carica simbolica; la struggente – e a un tempo pacata – ricerca di un vissuto; la fine dell’angoscia con l’approdare nell’antica Itaca dopo i molti secoli di erranza. Ma se questa era la tematica di fondo (quella che sostiene la narrazione) la struttura e il linguaggio richiedevano un’attenzione ben più particolare. La frammentazione dunque quale tecnica di carattere cinematografico, unitamente ai flash istantanei e fuori campo: per non dire dei flash-back. Tutto dunque in funzione di un blow up continuo che trascina la ragazza da una parte all’altra del mondo, facendola scomparire e ricomparire dopo il lampo, l’intuizione di una scena adatta alla successiva traslazione.

 

Quanto al linguaggio (più spesso retorico di quanto non si dica, anzi si neghi nel romanzo) c’è una ricerca di forme inusitate, il repechage di stilemi arcaici o la contaminazione con altri nuovi. Più spesso però – dato il rigoroso controllo esercitato dalla mente di chi scrive sulla diegesi – prevale l’inventiva quale risultato della sperimentazione che vado praticando. A parte ti mando le Singlossie perché ti sia più chiaro il concetto. Ma per tornare a Gilberte: una sorta di pantacreator del sentimento che si fa memoria, non mi nascondo le difficoltà di una trasposizione in chiave teatrale di un testo nato con ben altri scopi. Rimuginare; vivere quasi in sogno; calarsi nella catarsi; bagnarsi ritualmente dentro il passato mai dimenticato (seppure fatto di pochi segni) richiede un dispiegamento che solo la pagina scritta (mi pare) può dare. Trasformare in rapporto dialogico l’inseguimento silenzioso che Montefeltro (il fotografo-cineoperatore) fa della coscienza di Gilberte – per illuminarla con i suoi flash di quel tanto che le serve per passare alla successiva esperienza – richiede doti che non possiedo.

 

Del teatro infatti sono stato sempre e solo spettatore – molto spesso critico, specie di quello che dà prevalenza alla parola parlata, altisonante. Ho invece amato il Living per la perentorietà dell’immagina che si fa suono o colore, o gesto. Non nego peraltro il mio profondo interesse per gli spettacoli del tipo di quelli del gruppo Magazzini Criminali, o quelli sulla crudeltà; o ancora meglio gli strampalati alla Jonesco (ma quanto carichi di invito alla riflessione). In altri termini ho in antipatia il teatro di (sola) parola; e peggio ancora il teatro con testo versificato alla Shakespeare. Ed allora? Come ridurre un’opera lirica, seppur contenuta nella liricità, in qualcosa di lievemente drammatico che dia il senso della precarietà del viaggio perché “tutto arriva a chi sa aspettare”?





Angelo Titonel, Senza titolo


Il popolo ebraico più di altri ha sofferto la lontananza, la recisione delle radici ma alla fine ha ritrovato l’orgoglio (quel qualcosa che con lo spleen costituisce la base dell’esistere e del perpetuarsi). Ognuno di noi è parte di quel mondo sommerso, parte di quell’universo chiamato anima alla ricerca di un corpo dentro cui abitare: e cosa di più bello che trovarlo, o far finta di averlo trovato. C’è chi ha detto che “la vida es sueño”; c’è chi invece dice più semplicemente che ci si veste di finzione. Il teatro – la finzione nella sua massima espressione – può certamente rendere la vita meglio della successione di eventi narrati: ma perché un corpus narrativo si possa tradurre in pièce bisogna che l’autore abbia congegnato il romanzo con l’occhio rivolto a un (seppur astratto) palcoscenico: cosa che in me non è accaduta.

 

Vogliamo tentare di far agire Gilberte nel chiuso di una sala – e senza quindi la vastità di un paesaggio mutevole quale quello che attraversa nel suo viaggio alla Joyce? Potrebbe riuscire l’operazione, e potrebbe invece lasciare insoddisfatti. Potrebbe persino esserne esaltata la magia che l’accompagna. Forse tu, meglio di me, per formazione e cultura specifica, possiedi gli strumenti per decifrare i messaggi che la ragazza lancia; anzi tu sicuramente. Nel rapporto tra divino e umano io ho privilegiato il secondo – che però a me pare più divino del divino, costretto com’è a costruirsi l’eternità più che la sopravvivenza. Dentro di noi alberga il concetto del divino che però non è disgiunto dall’essere: e l’essere siamo noi. La trascendenza perciò ci appartiene di diritto.

 

Mio caro Giancarlo,

                                   non so se quanto ho detto ti scoraggerà, ti porterà a desistere. Nulla di male. L’averti conosciuto, sentito parlare delle imprese di Garibaldi a Mentana; o l’averti visto entrare dentro la problematicità della comunicazione forte: capace di creare lo spettatore colto e partecipe (il principe del futuro uomo di teatro). Mi è stato sufficiente per farti entrare nella mia mente e nel mio cuore. Se invitato ritornerò a stare un paio di giorni con te, a casa tua, in una campagna già assolata del tuo sorriso.

 

Grazie per l’amicizia offertami che ricambio con la stessa intensità.

 

                                                                                  Tuo I.

 

 




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