LE VIE DEL RACCONTO
GUALBERTO ALVINO
 

 

 

Il mare

 

Qualcuno si alzò rompendo il cerchio inerte intorno al gran falò di carte e paglia che il vento umido di fine estate scompigliava. Altri presero a cantare, mentre ragazze sciamavano a mare sprilli e grida.

Bevendo a lunghi sorsi dal fiasco azzurro Günther e Luca rimasero immobili, i chiari occhi sospesi dentro il lieve stupore concertante la calma dei gesti radi, la fissità pacata dei corpi seminudi, stanchi accucciati sulla sabbia notturna.

Il silenzio era finito e Günther volle alzarsi, andarsene verso una duna poco discosta, riparata da una fila rossa di cabine. Luca ne parve offeso e stette a guardarlo incorrisposto senza il coraggio di muoversi, raggiungerlo. Un vizio antico, pensava, mentre il sangue cessava di scorrere, stagnava nelle vene molli, invidiose del moto, e la musica del mondo rallentava fin quasi a fermarsi. Librarsi su quella sabbia, spiccare il volo, assimilare l’energia di tutto e fendere l’aria come un fremito panico per planare sul perfetto amato, espugnarne lo sguardo, il respiro; e invece restare in quell’incanto petroso. Serrò le palpebre e si vide bambino nell’atto di contemplarsi nudo allo specchio. Sono bello, pensava, io sono bello, e dischiuse le labbra, si baciò lungamente una spalla, si sfiorò il ventre con le dita tremanti. Ma riaprendo gli occhi, riflessa nel cristallo appannato, vide sua madre agghiacciata, che sùbito scomparve in un fruscio. Avrebbe voluto muoversi, inseguirla, parlarle, farle scordare tutto; sentì il corpo gelare, irrigidirsi. Lentamente scivolò a terra, rotolò sotto il letto e pianse, senza lacrime né singhiozzi, finché non decise di dormire, e dormì, e parlò in sogno a una madre nuova, inventata e ignara, che gli baciava la spalla, gli accarezzava il ventre con le dita tremanti. Come ora, che un bagliore improvviso del devastato falò, illuminando la figura di Günther, gli fa scambiare il gesto di bere con quello d’invitarlo accanto a sé.

Non è vero. Luca lo sa. Pure sorride e trova la forza d’alzarsi e correre verso di lui, che invece s’è già chissà da quanto assopito. Ma non vi bada, ne è anzi felice perché può anche lui sdraiarsi sulla duna, guardarlo per tutto il tempo che vuole, e perfino parlargli, raccontargli ‒ sussurrando per non svegliarlo ‒ di sé.

Rovistò tra i pensieri. Cercò le parole, la parola, il primo accordo, l’ouverture della musica del mondo che riprendeva impercettibilmente a vagire. Ma come ebbe modulato il primo fonema ‒ non più d’un sussurro, scomposto, grottesco ‒, il braccio di Günther si levò a offrirgli il fiasco. Luca ingoiò un sorso con un brivido che gli sconciò il volto in una smorfia infantile; poi piegò il capo sulla spalla di lui e, presagli la mano, trascorse piano dalla dolcezza al sonno nel torpore d’una stanchezza infinita.

Soli, addossati alla duna, i due corpi nel presagio di pioggia, mentre il gruppo si risolveva a lasciare la spiaggia in un decrescere d’urla e risa.

D’improvviso, attratto da una presenza poco lontana, Günther levò il capo, recò il fiasco alla bocca e fissò lo sguardo su un punto preciso. Si alzò piano per non svegliare l’amico, lo coprì con la propria blusa e si congiunse a una figura di donna sparendo con lei dietro l’ultima cabina senza un rumore.

E Luca volle sognare. Genuflesso sulla sabbia Günther lo supplicava di non lasciarlo, di seguirlo nella sua casa in Baviera. E la vide, la casa, infinitesimo punto sprofondato nella pace della valle, la bianca siepe costeggiante la curva del fiume, i mille cavalli in corsa perenne, spronati da mille cavalieri. Ma poi nubi, tuoni.

Aprì gli occhi e si vide riverso sulla rena a pochi metri dal luogo dove s’era assopito, e ebbe un soprassalto, un grido acuto: la pioggia. Scattò in piedi e si guardò attorno. Niente, nessuno. Scandì piano il nome di Günther, poi più forte, ancora più forte. Nessuno. Ma più in là, sul bagnasciuga, una macchia bianca attirò la sua attenzione, e prima che la musica del mondo rallentasse, prima che il sangue gli freddasse le vene, passo dopo passo riuscì a raggiungere la macchia, terrorizzato da un presentimento preciso: la blusa di Günther. Girò d’istinto gli occhi ma non vide nulla, finché un lampo gli fece scorgere qualcosa, qualcosa d’umano agitarsi lontano. Pensò di correre a mare, di nuotare fino all’amato, trarlo in salvo. Pensava, e giaceva immobile sotto il piovasco. Sarebbe stato inutile. Avrebbe invece chiamato aiuto, urlato. Chinò il capo e spalancò la bocca, ma non uscì che un rantolo. Si voltò rassegnato, raggiunse la duna, si rannicchiò sulla sabbia e chiuse gli occhi cercando di sognare.

In quella cessò la pioggia e vennero i primi chiarori. È annegato, pensò, è finita, e si abbracciò stretto. Poi prese la blusa che il vento gli aveva trascinato accanto, si coprì e ho sonno, disse, devo dormire. Non so niente. Ich habe nichts gesehen.

Fra una cabina e l’altra spuntò Günther con un fiasco nuovo già dimezzato. Guardò Luca. Guardò il mare. Guardò Luca. Poi bevve ancora, aspettandone il risveglio.

 

 

1970




Scarica in formato pdf  


 
Sommario
Le vie del racconto

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006