LE VIE DEL RACCONTO
SERGIO D’AMARO
 

 

 

IL MACININO DI TRIESTE

 

 

Nel 1914, sugli scaffali dell’antico Caffè degli Specchi, erano esposti a mo’ di minuscola mostra oggetti che ricordavano le glorie di un passato non molto recente. Tra tutti spiccavano tre macinini, il cui pregio era assicurato dall’attenta lavorazione dei materiali e dalla raffinatezza dei particolari. Nell’ampia sala illuminata da gloriosi lampadari liberty si erano andate svolgendo nel tempo le più straordinarie conversazioni di cui l’Ottocento era stato capace, modulandosi via via sui diversi accenti che si incrociavano nella Piazza dell’Imperatore Rodolfo. Lì, nel baricentro del vicino porto, aveva roteato felice la girandola di tutti i commerci e di tutte le parole unite in nome  dell’Adriatico che si stendeva ai piedi delle Isole Dalmate. Un cielo siffatto, costruito con questa umanità desiderosa di interpretare la vita e di raccontarla, si sarebbe mai potuto limitare ad una sparsa contemplazione filosofica?

Tra le pareti del Caffè degli Specchi, ciò che comunemente si chiamava esperienza e volto del mondo pretendeva di offrirsi in un altro modo e di proiettarsi in percorsi immaginari, rivelandosi per sostanza altamente cangiante e svanendo nelle correnti procurate dall’apertura della grande porta d’ingresso. Le diverse passioni, gli altalenanti sentimenti, i sofferti esorcismi del male passavano di tavolo in tavolo, superando il tondo e freddo marmo della superficie e scendendo insinuanti lungo gli stilizzati sostegni di ghisa grigio-scuro. Cecco Beppe, con la sua folta barba e gli occhi chiari del despota onnisciente, incarnava, incorniciato nella parete di sinistra, la sicurezza di un’epoca ormai al tramonto: a lui ogni tanto si brindava in un’euforica scossa tra l’irriverente e il nostalgico, alla maniera di un giovane marinaio che prende il largo salutando gli antichi mobili di casa. Il vecchio capitano Franz Lipperstein adorava quel ritratto, ma era più attratto dagli occhi verdi della figlia del dottor Schluss. Le medaglie, allora, gli tintinnavano sulla bella giubba bianca a risvolti rossi e finivano per intonare uno Schöne Blaue Donau, da perfezionare con un bacio finale.

La disposizione del capitano Lipperstein riguardava molti felici rappresentanti di quell’epoca ancora in divisa. Onore e godimento, forza e struggimento componevano la ricetta faticosamente raggiunta di un equilibrio precario, ma per il momento largamente condiviso. All’interno della sala del Caffè degli Specchi, una volta a settimana, risuonava la musica dell’ensemble del Maestro Arrigo Sabatelli e allietava benigna con le sue ampie volute melodiche l’incosciente sorriso del presente che si indovinava sui volti degli avventori. Che fossero marrons glâcés o gelati sontuosi, scuri piaceri di cioccolata o caldissimi infusi di thè, ne sembravano inebriati tutti i frequentatori di quel luogo magico, quasi staccato dalla realtà e consegnato ad un tempo di sospensione e di noncuranza. Il Caffè degli Specchi era davvero la salvezza, la grande mano di una madre che distribuisce generosamente zucchero e miele anche se fuori si cominciano ad addensare le prime nubi che scateneranno la tempesta.

Giunse in un attimo ciò che era rimasto sommerso nel fondo del Fato. Si rivelò rombando come un tuono e poi si udì distinto un grido, un grido immenso che si volse in uno scoppio. La guerra temuta, rinviata, da alcuni ardentemente desiderata, si materializzò e sconvolse anche il placido pianeta gustativo del Caffè degli Specchi. Fu allora che le solenni coperture di mogano, i panoramici cristalli delle vetrine, il pavimento a rotondeggianti rombi bianchi e neri, le serigrafiche rappresentazioni della lavorazione del caffè alle pareti, cominciarono a lamentare un graduale abbandono. Si spense la luce della Belle Époque e gli scrittori e gli artisti che frequentavano quel luogo preferirono trasmigrare e forse nascondersi nei loro privati laboratori fantastici. Chissà se un giorno il vicino mare sarebbe riuscito a riportare a riva le voci che si erano disperse, e tutte le immagini che variamente ricomposte avrebbero potuto ripetere il film di un’età senz’altro più felice.

Il subbuglio della guerra disseminò tutt’intorno, come un vortice centrifugo, la strana fiera dei più diversi oggetti. Lì un quadro, qui una bottiglia del maraschino Luxardo, lì uno storico diploma asburgico, qui una graziosa scatola di fondenti Lindt. La giostra dei destini girò e girò vorticosamente incardinandosi sullo stesso pezzo di terra, diventando volta a volta un magnete e una trottola. Fu così che mi ritrovai nella casa immersa nel verde di Giacomo Gioicic e di Lina Cordiale: io, uno dei tre macinini scampati miracolosamente alla Bufera, approdato a Villa alle Cave nel bel mezzo di quel Carso che aveva inghiottito milioni di giovani. Qui vissi servendo e ricordando di tanto in tanto la mia storia passata, finché una mano più energica mi infilò in una borsa e mi portò sulle coste dell’Adriatico del Sud.

Lina Cordiale era nata qui e qui aveva voluto ritornare dopo gli anni che avevano condotto ad un’altra più grande guerra. Se a Villa alle Cave era a disposizione una casa abbastanza comoda, completa di un piccolo giardino, nella nuova situazione avrebbero dovuto bastare tre stanze e un balcone affacciato da un’altezza di cinquanta metri direttamente sul mare. Col tempo l’occhio si adattò a questa liquida immensità insondabile, traendone filosofie non molto rassicuranti sul destino carsico degli uomini.

Nacque Miriam e assomigliò tutta all’ava Giuseppa Molnar, secondo quel che si sapeva del taglio dei suoi occhi celesti e della bocca sagomata con labbra carnose. Venne al mondo più tardi Alessandro, puntuale ritratto del padre Giacomo, intenzionato a procacciargli un futuro da commerciante di tessuti, così come aveva finito per essere quarant’anni prima il nonno Ettore. Con Miriam e Alessandro le vele della famiglia Gioicic si spiegarono verso un futuro frastagliato di spinte e di marce indietro. Le lunghe vicende che io vidi svolgersi nel mio occhio aromatico si intrisero di un sapore diverso e l’amaro degli anni bellici si dissolse pian piano allontanandosi dai primitivi incubi. Passarono nel mio minuscolo mulino i chicchi fragranti di una vita inarrestabile, disposti a nutrire una speranza, a sciogliere un avverso vento del destino, a preparare un’ora meno ansiosa o ad interrompere un pensiero distruttivo. In fondo, ero passato da un Carso all’altro, da un altopiano di dolcezze venete ad un altro di omeriche risonanze. Ed entrambi restavano abbracciati dal mare, entrambi avevano il sigillo di santi e di riti comuni. Quante spezie, quante merci, quanta espressa umanità avevano attraversato quel mare!

Nel 1962 la mano di Lina si posava ancora sulla piccola impugnatura del macinino di Trieste. Leggera, abile, decisa, ogni tanto si inceppava ad un chicco più duro o ad un’improvvisa apertura della porticina a ribalta. Allora ella guardava a ciò che restava di più o meno integro, controllando dal tiretto sottostante l’odorosa polvere scura. Ancora c’era caffè sufficiente, ancora avrebbe potuto ingannare con i suoi gesti ripetuti il tempo che si raccoglie in una tazzina e si beve confuso insieme alla sua crudeltà. Giacomo Gioicic gustava anch’egli quel rito e ne propiziava come un credente una duratura celebrazione.

Lo specchio nel piccolo atrio della casa affacciata sul mare rimandava, però, una immagine solcata dallo scalpello operoso dell’età. A dispetto di tutto, la nera ambrosia scaturita dal macinino non aveva saputo assicurare l’intangibilità e quindi l’immortalità presunta di quelle fragili esistenze dotate di giganteschi desideri. Credo, perciò, che dopo quella data non conobbi mai più la ruvida carezza di Lina Cordiale. Svanì il teatro di quell’epoca come un effetto cinematografico di dissolvenza, e un altro si accampò, come se per un tratto di quel secolo tormentato io più non avessi coscienza, immerso in un sonno annichilente.

Da allora tutto è cambiato e scattanti cavi elettrici hanno sostituito lo sforzo meccanico di tutti i macinini da caffè. Sono giunto quasi centenario a coprire il piccolo posto riservatomi dall’ossessivo adoratore di vintage che è Procolo Mirandola. È un uomo sui cinquanta, impegnato da venticinque come impiegato delle imposte nel paese di 2500 anime di Volterrino Superiore. Nelle vetrinette il sole passa alle undici e fa brillare gli ultimi frammenti di vernice dorata, gli stessi che ormai posso attribuire ad un passato definitivamente trascorso.

    

 




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