TEATRICA
A PROPOSITO DI LOUIS ALTHUSSER

Una pièce sul filosofo uxoricida


      
È uscito presso Campanotto, in edizione bilingue italiano e francese, il testo di Piero Sanavio “La seduzione”. Una ‘azione teatrale in tre quadri’ che esplora in modi assai critici la personalità autocentrica e disturbata del pensatore marxista e i motivi profondi che lo sospinsero nel novembre del 1980 a strangolare la moglie Hélène Rytmann, per quasi quarant’anni sua compagna di vita e di militanza politica nel partito comunista d’oltralpe. Pubblichiamo qui la prefazione al volume.
      




      

di Simona Cigliana

 

 

 La vertigine della Seduzione

 

Era il 16 novembre del 1980. Quelli che appartengono alla mia generazione certo ricorderanno i titoli cubitali dei quotidiani, i commenti attoniti delle terze pagine: Louis Althusser, noto filosofo e discusso maître à penser delle sinistre europee, ex dirigente del Partito Comunista Francese, aveva strangolato la moglie Hélène Rytmann, da quasi quarant’anni sua compagna di vita e di militanza.

Il fatto, imputato ad un raptus di subitanea follia, non mancò di suscitare unanime costernazione, benché una cerchia – neanche troppo ristretta – di fedelissimi fosse ben a conoscenza delle instabili condizioni mentali del Maestro. Solo in questa tragica occasione, la maggior parte del pubblico venne però a sapere che la vita di questo intellettuale tanto in vista era sempre trascorsa tra ricoveri e cure, tanto che la stessa Direzione dell’École Normale Supérieure, dove Althusser insegnava dal lontano 1948, aveva disposto che per questo suo autorevole docente fosse a tutte le ore disponibile una camera presso l’infermeria dell’Università, dove egli potesse cercare aiuto nei momenti difficili.

Studioso di psicanalisi, amico e fine conoscitore di Lacan, per decenni in terapia psicanalitica, il professore era stato più volte sottoposto ad elettroshock, e aveva subìto in prima persona la violenza di quel metodo con il quale, a tutt’oggi, si curano, in casi particolarmente severi, i pazienti psicotici affetti, come lui, da sindrome maniaco-depressiva. Il primo dei trattamenti elettroconvulsivi gli era stato somministrato poco dopo la liberazione dal campo di Treviri, lo stalag dove, come Jean-Paul Sartre, era stato internato dopo l’occupazione tedesca della Francia. Sfortunatamente, Althusser non faceva parte di quella maggioranza di malati ai quali l’elettroshock procura, pare, oggettivi benefici, liberandoli dalla melancolia ossessiva e paranoide che ne ottunde i sentimenti. D’altra parte, sembra che si fosse sempre rifiutato di assumere psicofarmaci e antidepressivi, eccezion fatta per una misteriosa pozione, alla quale egli accenna anche nella propria autobiografia: una medicina che, stanti le assicurazioni dei compagni che gliela inviavano direttamente da Mosca, avrebbe dovuto liberarlo da ogni malanno.

Nel suo caso, la panacea sovietica, sebbene garantita dal partito, non aveva evidentemente sortito grandi benefici. E tuttavia, la sua fama di studioso, il prestigio da cui era circondato, la stima di cui godeva presso i colleghi come negli ambienti di partito e dei gauchistes, gli consentivano, dopo ogni ricovero, di riprende senza troppe scosse il proprio lavoro. Sembrava che l’altalenante stato di squilibrio psichico non avesse inciso in maniera significativa sulla sua carriera e certamente, a tutta evidenza, non gli aveva impedito di produrre una cospicua mole di pubblicazioni: di fatto, Althusser non era ritenuto un folle, e tantomeno dalla società dei filosofi.

Considerato il pensatore di punta della sua sinistra internazionale, colui che, nel Novecento, aveva riaperto la riflessione teorica sui fondamenti del marxismo, Althusser si era impegnato a liberare il pensiero marxiano dalle sovrapposte interpretazioni che, nel corso del tempo, ne avevano oscurato il portato rivoluzionario, ora orientando la sua ricezione in senso ideologico-politico ora edulcorandone i contenuti in senso neo-illuministico o umanistico. Rileggendo Marx alla luce di Lacan e dello strutturalismo, egli ne aveva in maniera convincente ripristinato la lezione materialista e rigorosamente antihegeliana, lo aveva in qualche modo sottratto alle strumentalizzazioni ideologiche e restituito alla filosofia, evidenziandone non solo l’importanza sotto il profilo di teorico della storia e di critico dell’economia, ma soprattutto mettendone in rilievo la statura di intellettuale moderno, anti umanista nella sua visione della storia come processo senza soggetto, ruotante attorno a strutture economiche “sovradeterminate”, cioè irriducibili a spiegazioni semplici. Attraverso la produzione di una “teoria dell’ideologia”, innovativa rispetto a quella di Marx ed Engels, Althusser aveva poi cercato di contribuire alla costruzione di un marxismo in grado di rispondere ai fallimenti della politica staliniana e alle sfide della guerra fredda. Era così approdato all’abbozzo di una filosofia nuova: una filosofia della contingenza o del “materialismo aleatorio”, che faceva dell’ideologia (intesa come forma di persuasione senza costrizione) un dispositivo necessario, il cui compito sarebbe stato quello di conferire senso al ruolo sociale degli individui impegnati nel funzionamento della macchina produttiva. Al di là di ogni intenzione strumentale, questa pratica, attraversata necessariamente dalla politica e dalle dinamiche della lotta di classe, avrebbe reso possibili progressivi effetti di mutamento nel corpo produttivo e sociale: deviazioni che avrebbero potuto essere occasione per trasformare le vecchie strutture o per costruirne di totalmente nuove. Su questi temi, la produzione scientifica di Althusser era stata particolarmente copiosa proprio nel corso degli anni Settanta, contribuendo a consolidare il suo profilo di fertile interprete e di moderno prosecutore del pensiero marxiano, di cui egli aveva disoccultato, a partire dalla rilettura del Capitale, l’apporto più originale e più storicamente innovativo, riattualizzandolo in un’ottica provocatoria e problematica.





Louis Althusser (1918-1990)


Il suo contributo intellettuale, che era comunque destinato a segnare la storia del pensiero del Secondo Novecento, sarebbe stato però velocemente oscurato e come rimosso dal suo crimine già all’indomani dell’assassinio. L’internamento di Althusser in un ospedale psichiatrico fu infatti seguito, poco tempo dopo, dalla decisione giudiziaria del non luogo a procedere. Da quel momento in poi, la stigmate della malattia mentale, ufficializzata dal verdetto, relegò in secondo piano le qualifiche di filosofo e di comunista, e divenne in generale per tutti, in certo modo anche per i colleghi, la categoria più pertinente per definire Althusser. L'intera sua produzione fu screditata, fu come svuotata di peso e validità. Escluso dal dibattito che si era acceso intorno alla sua persona, egli fu rinchiuso in un carcere di forzato silenzio che investì anche la sua opera.

A questo, Althusser non si rassegnò mai. Negli anni che seguirono, si dedicò alla riflessione sulla propria personale vicenda: una autobiografia che, attraverso la rilettura psicoanalitica dei fatti, dall’uxoricidio a ritroso fino all’infanzia, ricercasse le cause della psicosi che, in una intermissione della coscienza, aveva dettato l’atto delittuoso. Il suo intento era quello di dimostrarsi colpevole: nella prefazione, indirizzandosi al lettore, spiegava che il libro doveva essere letto come equivalente della testimonianza che egli avrebbe reso in tribunale se il processo non gli fosse stato negato con una attribuzione di irresponsabilità. Nella sua ottica, il riconoscimento del proprio status patologico, di cui egli si incaricava qui di dare prova, equivaleva alla dimostrazione che non tutta la sua personalità era colpita da follia. Per lui, raccontare la propria versione significava mostrarsi nella propria statura di soggetto capace di autoriflessione: che dunque poteva essere considerato responsabile, e perciò nuovamente abilitato a parlare di filosofia. Lungi dall’ammettere che follia e responsabilità personale si elidono l’una con l’altra, Althusser intendeva rivendicarle entrambe come condizioni che avrebbero dovuto al tempo stesso scagionarlo come assassino e riabilitarlo in quanto pensatore e filosofo.

Ma anche volendo sorvolare su questo inattendibile corollario, sordo al principio di non contraddizione, troppe cose finivano per risultare sconcertanti nell’autobiografia di Althusser. Il suo racconto fa pensare ad un romanzo i cui protagonisti sono del tutto estranei all'autore e non vi è neanche un’eco dell’orrore che dovrebbe sconvolgere un uomo che si accorge di aver ucciso sua moglie. L’assassino sembra anzi rivestire se stesso dei panni di un martire, attardandosi nella descrizione della “notte” in cui è sprofondato dopo il gesto inconsulto (la “notte” dell’internamento e della costrizione al silenzio) mentre la vittima, Hélène, scompare, è annichilita dal protagonismo debordante che pervade il resoconto del suo uccisore. Soprattutto, il crimine vi è descritto come un evento subìto, avvenuto senza soggetto, accaduto in uno stato di assenza della coscienza: Hélène è sdraiata mentre suo marito le sta massaggiando il collo; un attimo dopo, la donna non è più: è morta, senza vita. Il tono della narrazione e il suo punto di vista sono remoti dagli eventi e tutta la ricostruzione dei lontani antefatti che, secondo lo stesso Althusser sarebbero all’origine dei suoi disturbi, è come affetta da un vizio di doppiezza, percorsa dallo sguardo sdoppiato e divergente di chi si accusa e si commisera al tempo stesso e che, accusandosi, in qualche modo, si celebra. Il memoriale fallisce dunque, e non per caso, lo scopo per cui è stato concepito. Il filosofo, nel processo che ha intentato contro di sé, sembra assolversi proprio mentre si accusa, anzi: sembra dissolversi in quanto accusato ed emergere prepotentemente in quanto protagonista romanzesco.

Ai tempi, tutto ciò non ebbe molta influenza. L’autobiografia, che si intitolava L’avenir dure longtemps, poté infatti vedere la luce solo nel 1992, due anni dopo la scomparsa del suo autore, contemporaneamente o quasi ad un altro scritto autobiografico (Les faits, steso nel 1976 dopo la morte del padre). Erano trascorsi ben dodici anni dall’assassinio di Hélène: in uno scenario socio-politico del tutto mutato, l’uscita del libro non valse ad incrinare la cortina di riserbo che era calata su Althusser e soprattutto sulla sua opera, contribuendo in modo sostanziale a rimuoverli dagli annali della contemporaneità. Il filosofo del materialismo, condannato al silenzio, era rimasto di fatto senza voce.





Quasi a sopperire alla sua istanza insoddisfatta, e reagendo alla sostanziale distrazione con la quale era stato accolto L’avenir dure longtemps, la cui pubblicazione non era stata sufficiente ad aprire il riesame, Piero Sanavio, da sempre maestro nello studio dei “casi” difficili , ha ripreso la vicenda, ricostruendola ex ante, insieme ai protagonisti e “dal vivo”, nel suo vertiginoso precipitare verso l’esito tragico. La seduzione si articola infatti come un circostanziato e singolare processo, in cui le vicende biografiche del protagonista si dispongono a mo’ di coordinate indiziarie. Sono in scena due personaggi e un’ombra: IL PROFESSORE (Althusser), HÉLÈNE e JEAN, lo psicanalista, un fantasma di personaggio che rimanda al rapporto stretto e continuativo che il Professore intrattenne con diversi – e spesso molto celebri – consulenti dell’anima. La scena si svolge in una Università francese, negli appartamenti riservati ai docenti. Sembra un giorno come un altro: la coppia battibecca, discute per qualche tempo al cospetto di una poltrona vuota dove, agli occhi dei due, si colloca, in veste di testimone e di scatenante presenza, l’invisibile avatar dello psichiatra, la cui inconsistenza non può non avallare il sospetto di un giudizio negativo da parte del drammaturgo: come se a nulla fosse servita, a fianco del filosofo, nel corso della vita “vera”, quella presenza invadente, tormentosa e rassicurante.

Pur dissimulata nel tessuto della quotidianità, affiora l’insostenibile tensione di un rapporto amoroso viziato dal meccanismo psichico della proiezione e da un dolore sordo e devastante, che si origina, per i due personaggi, a partire da motivazioni diverse e, per certi versi, opposte. Si delinea, per ciò che riguarda Hélène, una storia di tradimenti e di bisogni disillusi mentre, dalla parte di Althusser, emerge la psicologia di un uomo malato di narcisismo, patologicamente diviso tra l’obbedienza al Padre – di cui il Partito è figura simbolica e storica incarnazione – e il rancore verso la madre – di cui la sposa si trova suo malgrado a far le veci.

Pian piano, lo spettatore ricompone dal dialogo i remoti antefatti: i dati evemenenziali della ferita originaria. Due giovani coppie – i nonni materni e paterni del Professore – fanno amicizia durante il viaggio che deve condurli in Algeria, dove hanno intenzione di trasferirsi. I primi hanno due figlie: Lucienne (la futura madre dello stesso Louis) e Juliette; i secondi, due figli maschi: Charles (il futuro padre del filosofo) e Louis. Poco prima che i fratelli partano per la Grande guerra, Lucienne e Louis si fidanzano. Ma un giorno, di ritorno in permesso dal fronte, Charles annuncia a Lucienne che Louis è morto e le propone contestualmente di sposarlo. Dalla loro unione, nascerà un maschietto, che la coppia chiamerà Louis in memoria dell’innamorato e del fratello caduto. Lucienne non si consolerà mai della perdita dell’antico fidanzato e continuerà ad amarlo attraverso il figlio che porta il suo nome. Di qui, l’ambiguo rapporto tra Althusser e la madre: l’ossessione di uno spettro che la rimozione non è mai riuscita a placare, la lacerazione e il rancore senza fine.

Da questo male oscuro, sembrano trarre origine i moventi non solo del delitto ma di tutte le azioni rilevanti del Professore, la cui fedeltà al Partito-Padre – e la cui crudeltà verso la moglie – sfiorano l’assurdo e il crimine già in occasione del processo intentato dal PCF, nel 1950, ad Hélène, rea di aver espresso molti anni prima il suo dissenso di ebrea lituana nei confronti del Patto Molotov-Ribbentrop, che nel ’39 fece di Stalin uno dei più stretti alleati della Germania nazista. In quel grottesco processo a posteriori, celebrato nel gelo della guerra fredda, anche Althusser aveva votato contro la dissidente, lasciandola da sola a difendersi contro questa ed altre false accuse, escogitate dal Partito in linea con i metodi delle “purghe”staliniane. Dal suo gesto, testimonianza di una ortodossia a tutta prova, il fedifrago aveva ricavato tuttavia l’approvazione e l’appoggio dei dirigenti: fattori che si sarebbero rivelati per lui decisivi sul piano dell’affermazione personale.

Nello scabroso episodio, e nei molti altri allusi o descritti nei tesi dialoghi della pièce, da Sanavio sapientemente calibrati tra acredine e tenerezza, tra erotismo e rimorso, e creati sulla scorta documentata di fonti certe, sembra già emergere una tesi, forse una scomoda verità, che situa la responsabilità ben a monte del delitto, in un “vizio” non necessariamente patologico: in una volontà di onnipotenza che, in nome dell’affermazione del proprio genio, giustifica ogni sorta di viltà e di “piccole” spietatezze.





Le ricerche e i saggi sugli scrittori “maledetti” del Novecento – su Pound, su Céline, su Gombrowicz –, la grande esperienza di antropologo, maturata anche nelle vesti di giornalista e di diplomatico ai quattro angoli del mondo, hanno ben allenato Sanavio a scrutare nelle pieghe nascoste dell’anima. È perciò con genuino interesse e con vera passione egli indaga su questo caso, giudiziario ed umano, coinvolgendo lo spettatore in uno studio che osserva, sull’altro lato del seducente volto della fama, le brutture che vi sono impresse, i segni della depravazione che le ha spianato la strada. Questi segni potranno forse deturpare il “santino” del militante comunista puro e duro ma certamente contribuiscono al fare della sua controfigura drammatica un personaggio impressionante ed icastico, a tutto tondo.

Proprio per ciò, il ruolo del Professore avrebbe potuto essere occasione di una memorabile perfomance per un grande attore. La seduzione, in effetti, fu scritta, su suggerimento di Ugo Ronfani (figura di riferimento della critica teatrale italiana recentemente scomparso), per Vittorio Mezzogiorno, morto quando la pièce era sul punto di essere realizzata per le scene. «La cosa mi depresse al punto – afferma Sanavio – che pensai di distruggere il testo. A impedirmelo fu mia moglie, Annuska Palme, che suggerì che la spedissi al premio Formia. Conoscendo i premi letterari, spinto anche dal fatto che da circa dieci anni sembrava esserci una sorta di cospirazione del silenzio nei miei riguardi, le risposi che non lo avrei mai fatto; e che se proprio voleva, la spedisse a suo nome. E lei lo fece». La seduzione vinse così nel 1998 il primo premio Remigio Paone.

Della versione francese del testo, che non è una semplice traduzione bensì una reale riscrittura, con sue proprie peculiarità rispetto all’italiano, fu qualche tempo dopo realizzata una mise-en-espace da un sociétaire della Comédie Française. In Francia, La séduction avrebbe dovuto avere anche una vera rappresentazione, che era stata programmata ma che all’ultimo momento non ebbe luogo per il rifiuto dell’attrice protagonista, la quale affermò di non sentirsela di recitare in un testo così critico nei confronti di Althusser e del PCF.

Sanavio, polemico studioso di autori impopolari e controversi, era andato ancora una volta a sollecitare zone dolenti della coscienza collettiva… Speriamo ora che la pubblicazione della Seduzione in Italia, nella duplice versione italiana e francese, induca qualche valida interprete a calarsi negli attualissimi panni di una donna tanto lucida e coraggiosa nella militanza quanto inerme e vulnerabile nella vita sentimentale; e che il personaggio del Professore, cui Sanavio ha conferito un rilievo tanto tragico ed esemplare da farne il campione di un moderno antieroe della politica, ispiri ad un attore impavido il desiderio di dargli vita drammatica, sfidando il rischio uno scandalo, nonostante i tempi, ancor oggi possibile.

 

 

 




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