LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 

 

TEMA

In quale paese lontano ti piacerebbe andare?

 

 

Non ho voglia di allontanarmi molto. Mi sono convinto che i paesaggi sono delle scene di cartone, e uno vi sta davanti e rimane quello che è. Se poi sono veri, quest’apertura fa paura, ci si trova fuori della cornice che ci tiene nel quadro e come minimo tira vento o ti rubano le scarpe dai piedi.

Per idea preferisco condensare le lontananze in qualche animale lontano che ha una forma che mi piace. Il dugongo per esempio, un sirenoide gonfio e assonnato che bruca l’erba  sotto l’acqua dei fiumi e di cui ho una foto nella vecchia enciclopedia dei ragazzi. Così pure i narvali, che fanno a spadate con il lungo dente tra i ghiacci.

Il mio animale preferito è il tapiro. Ha un naso pendente moscio e due occhietti né furbi né stupidi ma semplicemente rivolti alla sua verità delle cose pratiche. Sembrerebbe molle nel corpo, ma un giorno, allo zoo, di nascosto ho infilato una mano attraverso la rete della gabbia, l’ho palpato ed è risultato solido come un muro.

Certo non mi metterei a seguire un tapiro nella foresta isolato a vuoto. Mi ci vorrebbe una cabina in cui sono trasportato, man mano che tra gli sterpi si fa strada. Mi viene in mente la cabina telefonica rossa che una volta era caratteristica nelle illustrazioni di Londra.

Ecco, entro una cabina, se devo muovermi mi muoverei. Potrei anche scalare una montagna. Certe volte gli scalatori rimangono a dormire contro la roccia. Se stessi dentro una cabina, va bene. Uno stanzino, con un lettino, e uno scomparto, con gabinetto. Forse sotto un tubo. Il tutto manovrato da altri scalatori.

Comunque se devo scegliere un lontano scelgo il polare, il freddo dei ghiacci, anche se dietro i vetri. Si vedono dei ricercatori che stanno a compiere delle misurazioni entro certe baracche. Ci passano i giorni a misurare con diversi strumenti. E queste baracche devono essere ben ritagliate nel caldo perché loro stanno in magliette leggere e ridono di solito. Il loro divertimento è stare nel gran freddo al caldo. Poi qualche volte escono, bene imbottiti, e scavano delle carote di ghiaccio, che poi vanno a misurare. Sono belle queste carote.

È scomoda comunque la lontananza, uno si deve adattare, c’è il pro e il contro. Dover mangiare un ragno fritto compensa la visione del tramonto mozzafiato?

Inoltre per viaggiare bisogna essere portati per le lingue, altrimenti si fanno dei gesti inconsulti, ecco che mi vedo come un attore comico, e si può morire di fame e di sete in un deserto, che può essere anche il centro di una città affollata. Quindi, se uno se ne sta a casa, il proprio letto, per esempio, non ha lingua.  Uno ci si mette dentro e amen.

Ma poi, pensando bene, la lontananza mi piacerebbe un po’ lontano nel tempo? Ormai la televisione ti porta a guardare in ogni angolo sperduto, e ogni angolo  è così divenuto gratuito, come finto, come parte di una pubblicità. E uno pensa a delle figure di prima, su qualche libro, su qualche cartolina, figure rubate, un po’ inventate e misteriose.

Al giorno d’oggi, gira gira, ecco che tutto si traduce in città. Dalla foresta ecco spuntare la città, fatta di gremiti ingranditi elettrodomestici di trecento piani.

Tuttavia, il vecchio stampo dà anche tristezza. Un vecchio film in bianco e nero deve essere commovente per il popolino del momento. Si può viaggiare nell’epoca di un piagnucoloso film in bianco e nero?

Ma anche il colore, in un film, passato il tempo, si intorbida, con la musica di accompagnamento che da ottimista si sente adesso un po’ macabra. Così i bei posti ridenti dei documentari ti si affossano in petto.

Per cui rimango incerto, meditabondo, rimuginando nel ricordo la collezione di figurine degli animali, che si staccavano dentellate come i francobolli.

Quando una donnesca voce austera interviene con una domanda:

“Che ti devo fare la minestrina?”

Ma io rimango interrogativo tra me e me, non rispondo ritraendomi un po’ con gli occhi come la lumaca fa con le corna.

“Rispondi patacca!”








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