LE VIE DEL RACCONTO
IGNAZIO APOLLONI *
 

 

 

INIZIO E FINE DELLA PRIMAVERA

 

Mi accingo a scrivere la mia biografia con la consapevolezza di alterarla deliberatamente. Insignificante infatti sarebbe la vita di chiunque se non connotata da gesti eclatanti, non necessariamente posti in essere. Il morbo della curiosità spesso ci induce a mentire a noi stessi prima che gli altri lo facciano per noi. Dirò dunque più cose partorite dalla mia fantasia di quanto non sarò costretto a dire delle reali. E per prima cosa.

Di quanto per compiacere la tenerezza di una ragazza con la quale studiavo pretesi di essere stato colpito, ma di striscio, durante le quattro giornate di Napoli. Mostrai la ferita, tuttora aperta. Narrai di una sedia a sdraio gettata da una finestra addosso a un plotone di tedeschi che stavano per fucilare un ragazzo diciottenne reo di avere innalzato assieme ad altri una barricata. Cambiata la mira una di quelle canaglie sparò in aria una raffica di mitra. Una pallottola, di rimbalzo, mi raggiunse al petto. Per fortuna aveva perso la potenza iniziale ma fu molto lo spavento più che il dolore. Non avevo ancora compiuto i quattordici anni.

Mi tirarono all’interno della stanza e buttato su un letto di fortuna. Lì si erano rifugiati dei rivoltosi. Mi avevano coinvolto senza che io sapessi nulla o quasi di resistenza e odio per lo straniero. Passavo per caso da quella strada, di ritorno dal fornaio dove mia madre mi aveva mandato perché facessi razzia di pagnotte, se incustodite. Non sapevo ancora che fosse vietato: mi sembrava un diritto stante la fame di cui soffrivamo un po’ tutti nel quartiere. Mi parve di capire che ad affamarci fossero gli occupanti. Che quindi se ne andassero. Mi tolsero la camicia. Una popolana provò a farmi da madre e da infermiera. Mi confortò. Gli altri intanto intenti a buttare di sotto oggetti vari (tra cui un pitale). Io guardavo e gioivo. Mi sentivo un eroe, una specie di balilla. Avessi avuto una bomba a mano l’avrei scagliata di sotto con quanta forza mi fosse stata consentita stante le circostanze. Invece svenni, dopo però aver visto che dalla ferita, seppur lieve, sgorgava sangue.

A fine conflitto qualcuno si ricordò del mio gesto. Mi mandarono a chiamare. Ormai stavo a Roma e facevo il bigliettaio nei tram. Declinai l’invito. Di eroico non mi pareva ci fosse nulla nel far cadere una sedia a sdraio addosso a qualcuno sia pure in divisa di soldato tedesco. È troppo ovvio come io non sapessi né dove fosse la Germania né che la nostra fosse una guerra di liberazione. Fino ad allora sapevo solo che mio padre non c’era perché era in guerra ma dove non so. Mia madre è costretta a fare la lavandaia. Le scuole sono chiuse. Viviamo un po’ tutti di carità secondo uno stile poi reso universale attraverso le rappresentazioni che ne fece Eduardo De Filippo. Insistettero perché ci andassi. Ci andai. Mi sorridevano in tanti. Fecero discorsi. Ero confuso, ubriaco. Quando ritornai a Roma mi sentivo ormai uomo fatto. Lasciai l’azienda, ritornai a scuola, feci una serie di salti e mi iscrissi all’Università.

Prima però di dar conto degli studi regolari e dei successivi successi nel campo della musica, un passo indietro.

Ho circa otto anni. Un passato senza grandi imprese se si escludono alcuni furtarelli di mandorle prese direttamente dall’albero del vicino, ed uno scasso. A portarmi dentro l’appartamento abbandonato in tutta fretta da chi l’abitava il mio amico Ottavio detto Simenon. Mi disse.

“Là dentro ci sono stoviglie di porcellana e tappeti di valore”.

Lui entrò, prese le stoviglie, le mise in un sacco, alcune si ruppero. Arrotolò tre tappeti e se li caricò in spalla come fossero mazzi di carciofi. Io lo guardavo allibito. Al momento di uscire accese la torcia per non andare a sbattere la testa contro lo stipite.

“Perché non prendi qualcosa pure tu?”

Fu così che il corridoio esterno della casa – quello che adduceva dal portoncino del palazzetto all’ingresso del nostro appartamento – poté essere per qualche tempo percorso su una guida rossa. Fintantoché qualcuno non ebbe a rubarcelo durante la notte.

 

Mia madre mi mandava spesso a fare la spesa al mercato.

“Se torni con la frutta marcia te la mangi tu”.

Imparai a scegliere la roba migliore e al prezzo più basso. Fu così che per mesi, finché non ebbe a finire la guerra, mangiammo molti e buoni peperoni, patate dolci da fare lesse o fritte, verdura amara da aggiungere alla salsiccia che però non c’era mai a tavola, molte fave fresche ma sempre un tantino dure a causa del terreno argilloso in cui venivano coltivate. Ricordo pure dei tuberi dal sapore del carciofo e delle pigne burrose che mi pare si chiamassero anone o qualcosa del genere.

Fu in quel periodo che mi mandarono a trovare un qualche pollo, di quelli soliti uscire dalla stia non visti. Eravamo sfollati. Io non sapevo cosa significasse essere sfollati. Per me una casa valeva l’altra solo che in effetti questa qui non poteva essere considerata una casa ma una stalla. Si immagini il fetore, il fumo che esce dalle narici della bestia, il latte appena munto, l’aria di festa che ronza nell’aria e si vedono gli uccelli volare come se non sapessero della guerra. Neanche io lo sapevo e per la verità non mi erano stati dati molti insegnamenti su ciò che non va fatto e ciò che si può. Io imparai a mie spese perché, afferrato il pollo per il collo quello si mise a starnazzare. I cani cominciarono a baccaiare. Il padrone del pollo uscì col fucile da caccia in mano.

“Posa l’osso!”

Posai l’osso. Mogio mogio tornai a casa dove mi aspettava una reprimenda. Manco fossi stato io a decidere di andare a caccia di un qualche galletto sperdutosi in campagna. Mi servì però da lezione. Da quella volta rifiutai nettamente di fare scorribande o aggregarmi a gang di giovani banditi. Molto meglio l’onestà, e così feci la prima comunione. Debbo dire che non provai né caldo né freddo. Tutti gli altri compunti, alcuni contriti, io che mi volto e li guardo cercando di capire cosa passi loro per la testa. Provai una certa ritrosia a farmi ritrarre col foglio in mano. Mi sembrava che stessi per perdere la spensieratezza, che stessi diventando parte di un tutto. Non di questo avevo bisogno. Mi serviva piuttosto un continuo termine di confronto. Fin qui lo avevo trovato nel nulla da riempire con la mia esperienza. Ora mi si opponeva la grazia contenuta in una particella detta ostia (e qui mi sovviene l’espressione di stupore, quella Ostia! Che sta per Capperi! O qualcosa di simile).

Non finii gli studi regolari. Troppo noiosi e ritmati in ore li lavoro. Avendo una straordinaria capacità di apprendimento mi bastavano due – tre settimane intense per essere pronto a superarli. Cosa fare subito dopo se non immergermi in altro? Seppi di claque. Mi dissero dove presentarmi. Mi presentai. Il capo claque mi guardò le mani. Le trovò troppo piccole. Stava per rifiutarmi perché non adatte a provocare l’eco di ritorno – quello che trascina le folle ad accodarsi nell’applauso – allorquando gli sarà venuta l’idea giusta. Gli mancava chi a comando dicesse Bravo! Non appena l’attore avesse finito il monologo. Mi assunse. Feci del mio meglio la prima sera, molto meglio le successive. Fu così che vidi recitare Renato Rascel e Lawrence Olivier. Fatto poi il pari e dispari mi convinsi di essere più adatto a recitare come faceva l’Olivier che non a far ridere la gente. Allora infatti venivo frequentemente assalito dai dubbi e chi meglio di un grande attore come lui poteva farli sorgere e subito dopo scioglierli – a rappresentazione finita.

Ci furono altri momenti esaltanti nella mia vita, di cui darò conto più avanti. Per ora mi preme esplicitare un po’ meglio quelli dei quali sto parlando.

Un giorno uno degli attori della compagnia di giro ospitata all’Eliseo di Roma cade dal palcoscenico e si rompe una gamba. Avrebbe potuto ugualmente recitare stando seduto ma la parte richiedeva che a un certo punto si alzasse e ballasse. Mi divertiva il vederlo zompare come un gatto morsicato nella coda da un topo (secondo la classica iconografia dei fumetti che già stavano prendendo piede anche da noi). Faceva ridere a questo punto della recitazione il Kit Kat. Era quello un movimento liberatorio dell’angoscia, la nota dominante fino a quel momento. Lo spettacolo sarebbe finito con musi lunghi che escono dal teatro; con un senso di freddo addosso. Chi aveva scritto il testo lo sapeva bene e voleva evitarlo. Ecco dunque il momento di svago, di rilassatezza, secondo il canone musical appena importato dagli Stati Uniti. Si impone a questo punto la sostituzione dell’attore. Kit Kat non può certo danzare con il gesso che gli rende pesante la gamba. Ci vuole un tipo svelto, di quelli capaci di fare salti alti così come se gli stessero sparando alle gambe. Il capo claque si ricorda di me. Mi manda a chiamare. Ha visto il mio dondolare durante lo spettacolo quando l’attore si trasforma in ballerino. È pronto a scommettere, non tanto sulla mia capacità di recitare quanto su quella di far volteggiare l’amante del protagonista principale. Mi mandò a parlare col capocomico.

Mi assunsero. Peccato che il contratto scadeva dopo una settimana. La compagnia (diretta da un certo Gino Bramieri, anche lui attore) si sarebbe trasferita per proseguire la tournée ad Ascoli Piceno. Troppo lontano. Anche troppo insignificante quel teatro per darmi lustro. Peraltro si approssimava il periodo degli esami di abilitazione. Conservo però ancora la locandina dello spettacolo romano in cui al posto del primo ballerino a suo tempo ingaggiato ci sono io. Non mi viene da crederci, tuttora non mi viene da crederci! Se poi leggo le recensioni che ogni giorno ci venivano dedicate dal Messaggero, anche meno. Non essendosi il giornalista accorto della sostituzione (o forse non essendo più venuto a vedere lo spettacolo di teatro e danza) continuò a parlare del successo di Kit Kat (pseudonimo di Gene Kelly) invece che del mio.

Ma cambiamo registro. Una volta mi recai a Portofino. In autostop. Ci impiegai dodici giorni: durante i quali soggiornai prima in una pineta e poi in un casolare abbandonato lungo la direttrice Roma-Firenze. Non avevo fretta di arrivare. Volevo piuttosto scoprire il paesaggio. Non so come il primo giorno mi trovai a Ostia. Scelto l’ostello e chiesto il prezzo cominciai a passare tutt’intera la notte con un gruppetto di olandesi dai piedi che gli puzzavano al punto da scappare. Scappai. Mi ritrovai senza fiato alla stazione.

“Cosa di meglio che mettermi a dormire nella sala di attesa della terza classe?”

Non mi fu facile prendere sonno. Le imposte erano sconnesse, le poltroncine sfondate, l’olezzo non era proprio di Verbena. Messo lo zaino al riparo da furti verso la mezzanotte uscii a rivedere le stelle. Non riuscivo a contarle. Provai un senso di vertigine. Ma dove contavo d’andare, e per cosa?

Da destra, da una curva ad ampio raggio sbucò un treno merci, lento come una lumaca. Si fermò in stazione per un tempo così lungo da sembrarmi fosse arrivato a fine corsa. Quando sentii il fischio della partenza non mi sembrò vero. Corsi, afferrai quasi al volo lo zaino, inseguii il treno in marcia fino a raggiungere il suo fanalino di coda. In preda all’ebbrezza da avventura mi aggrappai al respingente e quindi facendo forza sulle braccia ci salii sopra e mi ci sedetti a cavalcioni. Aveste visto i miei capelli al vento, la mia aria da sbarazzino. Finalmente avrei avuto qualcosa da narrare.

Ma a chi, se a Roma non avevo molti amici? Gli amici con i quali mi intrattenevo alla mensa o allo spaccio facevano più o meno il mio lavoro: bigliettaio di tram. Ogni tanto scambiavo quattro parole, dico quattro, con un conducente il quale però mi trattava con il distacco di un capo nei confronti di un inserviente. Sapevo che prima o poi gliene avrei dette quattro a questi insolenti, adusi a far pesare il grado. Non diversamente – mi dicono – accade nell’esercito. “Tu sarai destinato a portare la mano alla visiera davanti a chicchessia abbia sulle spalline un fregio o una stella. Solo se anche tu, oltre alle stellette sul bavero, avrai almeno un paio di stelle sulla spalla potrai aspirare a ricevere il saluto prima di ricambiarlo”. Non avevo però amore per il servizio militare. Non so come mi sentivo piuttosto un anarchico, un senza regole. Povero papà mio, chi sa dov’era e a quanta gente magari starà portando la borraccia per dissetarli. C’era chi parlava di fronte albanese e fronte cirenaico. Sapevo cosa significasse essere mandato al fronte, ma a fronte di che? E poi, cosa avevamo noi da spartire con gli albanesi o con i cirenaici? Forse però sto facendo un po’ di confusione perché quand’ero a Roma impiegato all’ATAC come bigliettaio la guerra era già finita da un pezzo e mio padre ancora non tornava.

 

Scesi dal treno merci alla prima fermata utile: pochi chilometri dopo la partenza. È l’una e mezzo di notte. Sono sporco di grasso. Attraverso i binari, zaino in spalla. Mi scorge uno della polizia ferroviaria. Ha una lampadina portatile accesa. Sta ispezionando il carico per essere certo che non manchi nulla. Mi intima l’alt. Mi ispeziona (e infatti si qualifica come un ispettore). Accortosi di aver preso un granchio mi invita a dividere con lui il rancio. Apre una valigetta portavivande. Stende sul tavolo della sala di attesa della seconda classe una tovaglia a quadretti e ci depone: due uova sode, un filone di pane da mezzo chilo, una mela, una bottiglia piena di vino e un pacchetto di Milit. Io ancora non fumavo ma mi fumavano abbondantemente le orecchie per la rabbia di non riuscire a capire cosa mi stesse succedendo. Afferrai al volo l’offerta di dividere con il tutore dell’ordine il frugale pasto. Un uovo tu un uovo io. Un colpo secco sul tavolo e il guscio si rompe. Tolta la parte frantumata (là dove c’è la camera d’aria) e tenendo quella sana in mano con il primo boccone ne faccio fuori metà e con il secondo tutto il resto – guscio compreso che però poi sputo come fanno i serpenti quando ingoiano tutt’intero l’uovo di struzzo.

Diventammo amici, io e il poliziotto, quella notte. Per ricambiare la cortesia (altro che cortesia, il gesto d’amore verso uno che sta peggio di te) pensai di arruolarmi. Chi sa, sarebbe potuto accadere anche a me la fortuna che stanotte è capitata a lui con l’incontrare me. Una volta giunto a Viterbo, esattamente a Santa Croce di Vetralla, cambiai idea. Non rividi mai più il mio Salvatore (questo il suo nome di battesimo) ma non è che fosse una perdita grave.

Da Santa Croce, a perdita d’occhio, si vedono più cose che seduti sull’Ararat – posto che si sappia dove sia. Campagna verdeggiante, castelli in rovina, campanili con galli per indicare la direzione del vento, meridiane (su cui ovviamente sono visibili sia i meridiani che i paralleli), spauracchi contro i passeri, vigneti con l’uva già passa: nel senso di pronta per diventare moscato. Non so bene come ci sono capitato. Probabilmente avrò preso la corriera in quanto a quel che vedo non c’è stazione ferroviaria. I paesani comunque mi accolgono a braccia aperte. Alcune – essendo forti e villose – mi stringono con tanto affetto da spezzarmi quasi le costole. Non me ne dolgo però. Capisco che son fatte così: rudi di fuori ma tenere dentro. Ci rimasi alcuni giorni. Mi imbottirono di chiacchiere senza tregua e senza mai riprendere fiato. Di alcune cose presi appunti, d’altre mi rimase soltanto qualche spunto utilizzato poi nelle varie narrazioni che ne feci. Ricordo ancora qualcosa di ciò che non è mai divenuta né una cosa né l’altra. La dirò man mano che procedo nel racconto della mia vita in balia più spesso dell’estro che non della semplice lungimiranza.

Santa Croce: quella sì che fu una croce. Sveglia la mattina presto. Per colazione una ciotola di latte appena munto e biscotti di pane duro: è infatti dura da queste parti. Dopo il bagno all’aperto – dentro una tinozza di acqua gelida (dicono che così mi tempro) mi portano a raccogliere l’uva, caricarla in una sorta di betoniera la quale subito comincia a impastarla per farne mosto. Attorno a me tre ragazze: tutte già innamorate cotte. Temendo che anch’io possa prendere una cotta le evito, non rivolgo loro se non il saluto. Una somiglia alla Madonna col bambino (ne ha infatti con sé uno cui durante le soste dà la prevista poppata); l’altra sembra uscita da un quadro di Rembrandt (lo capii dopo in quanto allora non conoscevo neanche il nome di questo fiammingo); l’altra ancora pare semplicemente averlo in grembo il bambino tanto sproporzionata ha la pancia. Io non c’entro proprio per niente, non voglio entrarci in queste storie; non provo neanche a domandare come chi e come mai. Affari loro. Che se li piangano questi bimbi se sono figli del peccato.

Si ricorderà l’età di cui sto parlando. I figli senza papà erano figli di nessuno.

Un giorno vado al pozzo. A Vetralla non mancano. Manca semmai chi debba andare a raccogliere l’acqua col secchio. Col secchio che ci vado io! Dico a me stesso: troppo faticoso tirar su, buttar giù, tirar su finché il barile non si riempia. E una volta pieno chi lo carica sul mulo? Vero che c’è un rialzo dal quale poi far piombare sulla schiena della bestia tutto quel peso, ma chi ce lo porta fin lassù? Provai a immaginarmi un aiuto, vista la mancanza di scampo perché oggi tocca a me. Scelgo il primo a portata di mano e risulta fragile come un grissino; ne adocchio un altro – un contadino all’apparenza sano – e invece mi risulta più fragile del precedente. Per farla breve feci tutto da me con quale mal di schiena si può ben indovinare. Me lo aveva predetto la zingara incontrata sull’Aspromonte (cosa confermata poi da quell’altra conosciuta a Granada): “Ti romperanno la schiena”! Mi aveva detto col sorriso beffardo tipico di chi lancia una jattura o una scomunica. Stramaledetta che sia, aveva ragione. A Vetralla mi costrinsero quasi a portare la croce (la Santa Croce) sulle spalle fino a farmi incurvare come suole accadere a un mendicante eternamente in cerca dell’elemosina, se il freddo è pungente e ti mangia le ossa. Ci ho guadagnato tuttavia una serie di rinvii alla chiamata alle armi fino a quando mi riformarono del tutto.

 

La citazione di Granada inevitabilmente mi riporta a quando mi ci recai un po’ per sapere cosa fosse l’Alhambra e molto di più per rendere omaggio al mio amico Garcia Lorca, detto dagli spagnoli il gitano per via del colore degli occhi e dei capelli scuri.

C’era ancora un altro motivo, ma più subliminale. Mi avevano parlato di zampilli che sottoforma di poesia sgorgano dalle viscere di quella terra, inzuppati fino al midollo di musicalità araba. Pensavo perciò di trovarci se non proprio vestali pronte a togliersi le vesti per farti vedere l’alabastro delle loro forme (come sicuramente sarà stato all’epoca della dominazione romana) quantomeno delle danzatrici del ventre. Ci arrivo con la solita corriera la quale però più che correre non fece altro se non sollevare nugoli di polvere – stante la qualità di carretera del tratto di strada che vi adduce da Siviglia (dove peraltro mi ero divertito a vedere una sorta di pantomima: Il Don Giovanni Tenorio di un certo José Zorrilla). Io per la verità dentro la polvere mi ci trovo bene, e non perché mi ricorda quel tre volte nella polvere ecc... e nemmeno si può dire che ciò sia perché ami la polvere da sparo quanto piuttosto per l’indefinibile pulviscolo di cui è fatta e tale da alimentare la mia fantasia. E invece cosa ci trovo in questa città dimora tanto favoleggiata e sopratutto nella sua magnificenza costituita da un intrico di sale e salette decorate; di leoni di marmo; di cespi di rose profumate da dare inizio al tanto desiderato oblio? Un bel mucchio di polvere che quasi copre le case e il suo intrico di viuzze. Era successo infatti ciò che si può facilmente immaginare: in previsione del mio arrivo s’era levato lo scirocco dalla vicina Africa; s’era dato da fare per sollevare quanta più sabbia possibile: era seguito il solito turbinio. “Questo qui” – il tapino – “chi sa cosa si aspetta per magari esaltare la Reconquista. Gli farò vedere io: anzi non gli farò vedere proprio niente perché coprirò lui e le cose d’intorno – comprese case e tuguri sparsi qua e là – con uno strato, un fitto strato di storia antica. Se sarà capace si metta a fare l’archeologo per riportare alla luce quanto io ho sepolto per evitare che i cristiani ci tocchino l’anima”!

Questo il messaggio, non scritto, del vento del deserto Sahariano ma sufficientemente chiaro. Questa la nemesi. Questo anche l’avvertimento a non sovvertire l’ordine delle cose senza però che si sapesse che quell’ordine avesse dato. Fatto sta che di Granada vidi poco o nulla, ciò che mi rimase fu pura fantasia: compresa la zingara di cui ho detto. Mi rimase però impressa la figura del Lorca allorché venne a trovarmi di notte nella locanda dove alloggiavo in attesa di vedere l’alba – e con essa le cicogne di cui si favoleggiava. Mi disse di affidarmi più alla lettura dei suoi testi che non alle testimonianze della sua tragica fine che ne avevano fatto i suoi contemporanei (tutti prezzolati e ben pagati dal regime che li aveva assoldati). “Sta lì la mia grandezza; lì l’anima della Spagna Zigana; sempre lì il nocciolo delle questioni che appassionano chi si sente sradicato e non trova pace, e chi vorrebbe vivere in pace senza riuscirci. Non vorrei che questo fosse anche il tuo dramma”.

Diavolo di un Federico, come l’aveva intuito – se non proprio capito! Eppure io non gli avevo dato il menomo (bello il menomo) spunto. Me l’ero tenuto in campana il mio assillo (come più o meno aveva fatto il Dino Campana prima di cominciare a metterlo su carta); non gli avevo fatto cenno alcuno della mia ansia di sapere, di identificarmi con qualcosa di grande. E poi lui era ormai semplicemente un’anima vagante – allo stesso modo di come lo divenne quella del Tenorio allorché, appagata la sua libidine di piacere non riesce più a piacere a se stesso e cerca la riabilitazione attraverso il perdono che spera ricevere dagli altri: compresi quelli cui ha fatto del male”. Non sarà dunque che le anime – sotto veste di letture fatte e deglutite – ritornino ad avvelenarti la visita di un posto come quello di Granada in cui mi trovo? Non sarebbe stato meglio venirci nudo e crudo privo cioè di memorie, bisognoso di cominciare ad avere soltanto dei semplici ricordi”? Quanto a ricordi, che io ricordi, ne ho più di uno – e per tenerli vivi ogni tanto mi affido alle fotografie fatte da me stesso in giro per il mondo; per le memorie è diverso perché sono governate dall’inconscio”. Mi sa che prima o poi comincerò a cancellare dalla mia mente un po’ di memoria mentre lascerò integri i ricordi, quali che siano, evitando però di trasformarli in qualcosa di più resistente come in fondo sto facendo con il vergare (non brutto il sostantivo) tutto ciò che mentre scrivo vado ricordando”.

E sempre per rimanere nel campo delle cose non dimenticate: e come si può! Già che ero a Siviglia – dopo la breve sosta in quel di Santa Croce di Vetralla – pensai bene di fare una capatina (da capa tosta) in quello che una volta fu il quartiere ebraico (vai a sapere perché chiamato Santa Croce: ironia poco gradita da chi vi abitava senza però che ci potesse fare nulla per levarsela di dosso). Anche qui, un intrico di stradine e stradette sotto la torre campanaria che manco a dirlo appena mi vede mi fa un concertino. All’inizio non capisco: è il suo modo di dare il benvenuto o vuole mettermi sull’avviso considerati i miei precedenti di marrano – almeno così si vociferò a Vetralla e perciò mi accolsero più che bene) O non sarà che è quasi mezzogiorno e qui a Siviglia si è soliti svegliare dal torpore i cittadini a suon di campanelle (dal che il detto “Da noi il tempo non passa mai e quindi è meglio entrare nel letargo più assoluto perché la vita resti eterna”)?

Bel concetto debbo dire, più utopico che filosofico: probabilmente di ispirazione islamica – come mi dice un azulejo in lingua araba in Calle De Los Molinos, dove ancora sono visibili brandelli di pale in tela sventolare festosamente. Mi fermo, li guardo, ci rifletto. Intanto un fotografo da strapazzo (un paparazzo) pensando chi sa cosa io stia pensando scatta a ripetizione per riprendere tutte le mie pose stupefatte e poco ci manca che io abbia uno scatto di nervi. In questo quartiere Santa Croce pensavo di trovarci resti di conversi, magari bruciati; ovvero in alternativa orazioni e invocazioni ad Allah uscire dalle topaie in cui si dice furono relegati i sopravvissuti allo sterminio religioso che fu fatto nell’epoca d’oro del cristianesimo – una volta ributtati a mare tutti quei miscredenti – e invece chi ti ci trovo? Ritrovi di lusso (dove io ovviamente non entro per mancanza di finanza e per candore: sono infatti tutti luoghi dove è facile perdersi); balere; bodeghe; ristoranti dove si mangia il pesce del Guadalquivis; arene per corride dove si vedono tori afferrati per le corna e abbattuti invece che infilzati e fatti allo spiedo. Tutto mi sarei immaginato tranne ciò che ho appena descritto. Che delusione amici miei – scrissi a sera tarda e mentre seduto a uno sgabello addento un povero tapas: più povero di me che già sono un povero in canna. Aveste visto! Sulle acque chete e placide del fiume zampettano papere e svolazzano gabbiani in cerca di pasto, e cosa scopri lungo la passeggiata che costeggia il fiume? Schiere di birbanti che danno calci ai barattoli vuoti; donnine dai facili costumi (e per costumi non deve intendersi che ne indossino di tipi particolari, questo no!); pelandroni; gente chiassosa come solo sanno essere certi spagnoli. E cos’altro? Ma i soliti venditori di orologi falsi ai quali io stesso ho rifilato una dozzina di Rolex fabbricati a Taiwan così, per spesarmi del biglietto e di ciò che mi attende. Sono in tanti, sono neri di pelle e non solo. Di lingue strane qui ne senti almeno un centinaio. Vengono da tutti i Sud del mondo; aspirano a diventare il nuovo Nord: pare abbiano per ambizione sopratutto quella di imparare a convivere con il diverso da loro (che però a sua volta non pare disposto a conviverci).

Vi racconto a questo punto un episodio al quale ho assistito. Mentre sono a Santa Cruz (e dove se no!) e sto ammirando il palazzetto che ospita il Corral del Agua (il Callejon del Agua) – e ovviamente invidio chi sta cenando nel piccolo cortile interno, sotto gli alberi di arancio – scorgo un finto mendicante che sta cercando di vendere uno dei miei finti Rolex a un caballero il quale tutto tronfio espone il suo disprezzo per chi gli fa da scudiero e tiene per la cavezza il cavallo. È fermo davanti a una vetrina. Si attarda. Intanto lo scudiero comincia ad avere gli occhi lucidi, non gli par vero. Poche pesetas e l’orologio è suo. Sta per porgere il denaro allorché il caballero esce dall’estasi e gli fa: “Ma che stai facendo, somaro! Non ti accorgi che quell’orologio è una patacca? Va’ via puzzone”! Prosegue quasi con rabbia rivolto al mendicante. “Che non mi venga più tra i piedi né tra le mani”! Così dicendo sprona il cavallo e si allontana lasciando che a sbrigarsela col puzzone sia il suo scudiero. Il quale, ormai messo sull’avviso, trattò allo stesso modo il pataccaro con la sola differenza che egli non poté spronare proprio niente.

Lo so, potrei scrivere queste stesse cose in modo meno fantasioso e in una lingua più pura, più classica. Ne guadagnerebbero le belle lettere ma ne soffrirebbe il racconto. Sono più vivide infatti le immagini sfocate, il risultato di un clic veloce quale che sia. E invece si pretende dall’arte la messa in posa, il felice contrasto tra primo e secondo piano, gli occhi perdutamente languidi e nei quali sia possibile leggerci preferibilmente il travaglio che non la gioia. E allora bando alle citazioni criptiche, al fascino estraniante della parola dotta, alle arzigogolate fumisterie (il fumo negli occhi che però diede fama a Frank Sinatra ma solo perché accompagnato dalla melodia) e diamoci una calmata – come si suole dire in gergo. Ne verrà fuori magari un acquerello dalle tinte delicate piuttosto che un ritratto ad olio dalle tinte fosche. Ne trarrà comunque beneficio la leggerezza: quella che consente di raggiungere il piacere una volta che si sia spiccato il volo.

E per restare nel piacere della narrazione.

Una volta ero stato a Livorno per un particolare motivo (volevo cioè imbarcarmi come motorista per navigare preferibilmente negli oceani in tempesta al fine di togliermi dalla testa la bella Ines conosciuta in costume quasi adamitico sulla spiaggia di Nervi). Frugando nelle casse che contengono le vecchie carte d’imbarco della compagnia di navigazione addetta al trasporto di esuli da una parte all’altra del Mediterraneo ci trovo qualcosa di veramente interessante. Lungo la rotta Cadice-Livorno risultava esserci stato, a bordo di una barcaccia, un passeggero dal nome strano. Si chiama Leon; di professione medico dentista (in spagnolo cavataio); padre di una prole numerosa; moglie una sola – vietata la poligamia. Aveva dichiarato alla frontiera essere stato espulso per ragioni di credo: cosa confermata dai documenti mostrati ai doganieri. Con sé aveva un pappagallo. Sulle gambe si reggeva appena (gli tremavano cioè le gambe) un po’ per la paura di non farcela – dovendo ricominciare tutto daccapo – e un po’ perché temeva il mal di mare. Per sua fortuna a soffrire di mal di denti fu il capitano. Ospitò, lui e la famiglia, nella sua cabina. Volle informarsi del perché e del per come oltre allo spagnolo parlasse l’arabo e un’altra lingua a lui del tutto sconosciuta. Seppe che si trattava di un ebreo. Non fosse che aveva il mal di denti lo avrebbe volentieri buttato a mare: chiarivano i documenti di bordo. Altra strana coincidenza? Al comandante in seconda non dispiacevano le belle figliole. Il dentista ne aveva una con sé già in età da marito. Ricciuta, più che carina bellina, eternamente sorridente durante il viaggio durato quindici giorni. Attraccata che fu la nave – e dopo essersi giurato eterno amore – i due corsero all’altare. Quella fu la prima defezione nella famiglia del Leon il quale però, viste le circostanze, non se ne dolse più di tanto.

Provai a seguire le tracce del dentista (ormai sicuro della mia discendenza da lui) e così alla stazione ferroviaria, sempre di Livorno, trovai un brogliaccio in cui risultava annotata la partenza di un altro tizio con quel nome e relativa famiglia. Direzione? Ascoli Piceno. Ma che ci era andato a fare costui in un luogo così fuori mano? Non sarà che lì fino a quel momento non c’erano altro che cavadenti (e cioè barbieri che trafficavano anche con le sanguisughe)? È così che metto mano a portafoglio, compro il biglietto, salgo sul treno e mi immergo nella lettura di un fotoromanzo. Fatalità? Il protagonista si chiama Leon pure lui. Fa il dentista. Si innamora dell’infermiera. Tra una visita ai pazienti e l’altra i due filano. Intanto il treno fila pure lui. Dopo circa sei ore di lettura finisce il viaggio e finisce pure la storia tra il bello e la bestia. Nel finale infatti si viene a sapere – mentre il treno sta per arrestare la sua corsa: tutto calcolato – che la ragazza bastava poco e andava in bestia, gelosa com’era. Né il dottore poteva sottrarsi agli sguardi di implorazione lanciati dalle pazienti durante il trattamento a suon di anestetici, e se necessario sonniferi.

Ora, siccome si sa che “il tempo procede a spirale, tornando a tratti indietro, raccogliendo, mischiando il bello e il brutto per quindi riprendere la marcia – solo apparentemente in linea retta” (scrive María Zambrano nel suo trattato sull’ortocentrismo meglio conosciuto col titolo Concepire l’infinito) a me andrebbe di fare un passo indietro e ritornare dunque a Vetralla. A dire il vero (ma sarà poi vero?) tuttora mi domando cosa ci sia andato a fare visto che a malapena lo si trova nella carta geografica; e meno che meno nelle mappe turistiche. Privo com’è di bellezze naturali; mai un insediamento romano per ragioni militari o per farne un serbatoio d’acqua; mai una pace firmata all’ombra di un castello inesistente (come pare invece sia avvenuto a Caltabellotta); con origini che risalgono alla notte dei tempi ma proprio per questo è tutto così oscuro da non trovarcisi a vista alcun segno evidente avrei dovuto espungerlo dal mio itinerario verso la conoscenza. Vada dunque per Siviglia; non rifiutiamo una capatina a Granada. Non si sa mai: dovessi scoprirmi legato mani e piedi all’erranza e all’errore. Pensate quale pregiudizio me ne verrebbe, quali sussulti del cuore ormai pacificato essendo divenuto definitivamente stanziale e convinto di possedere la verità – sia pure rivelata.

E invece tuttora mi ostino a cercare di sapere, di capire.

 

Quanto al sapere so bene di sapere quasi tutto: e quello che non so affermo comunque di sapere essendo solito annuire a quanto e quando mi vien detto da persone che ritengo sagge. Quanto al capire è tutt’altra cosa. Non riesco infatti a capire perché gli scrittori si ostinino a scrivere libri se poi gli utili vanno quasi per intero a editori e librai (è solito dire Garcia Marquez); non riesco neanche a capire perché un libro debba diventare merce (e magari si limitasse a essere merce di scambio, una sorta di permuta!). Ci sono cose che scivolano tra le dita come acqua; altre che invece ti si impaniano dentro e non te le scrolli più di dosso. Ma chi se ne impipa! Basterebbe dire, e subito dopo soggiungere “Io non ho tempo per pensare a queste cose”. Purtroppo le cose non vanno così lisce, anzi sono spesso caratterizzate dalle asperità. È quando si superano tali asperità che ci si sente appagati, si tocca l’apice della felicità e dell’alta considerazione di sé, si finisce con il divinizzarsi. Se poi qualcuno ci costruisce una statua o ci scolpisce un’erma il gioco è fatto (les jeux sont faits). Sfido qualunque scrittore, compreso il Marquez, a dire che a lui l’intitolazione di una strada, una scuola, una piazza (anche meglio), una località prossima a diventare parco letterario non lo gratifichi. Si vive pure di vanità, dice Calliope in uno dei suoi celebri dialoghi in punto di morte. E aggiunge: meglio vivere un giorno da scrittore immortalato che cent’anni da pecora. Ancora meglio se Cent’anni di solitudine potesse trasformarsi in Cent’anni di bagordi.

Questa fu la mia prima posizione rispetto alla vita allorché si cominciarono a materializzare i miei desideri dopo l’uscita dallo stato di bisogno. Non più soltanto il pane e la pasta; non più solo il tetto perché va meglio il cielo in una stanza. Quella è l’età della contemplazione, si scopre il Narciso dentro di sé, ci si guarda allo specchio e la barba si rivela come segno di virilità (alla donna spuntano i seni e si accorge che sta per diventare vezzosa). La tempesta ormonale poi fa il resto. Di tempesta in tempesta mi sentii sballottare dall’una all’altra ragazzina sol che mi rivolgessero lo sguardo tra il compiaciuto per le mie prodezze come calciatore e quelle più interessanti come futuro amante. La prima a darmi lo spunto per sentirmi grande (e focoso) fu Paola detta la belloccia. Eravamo a Mergellina a fare il bagno tra gli scogli artificiali. Passa una barca a remi. C’è chi canta e c’è chi suona. C’è pure chi fa lo sberleffo a chi non si può permettere quel lusso. Io sono tra questi ma non ne soffro poi tanto, vista la compagnia della belloccia. Improvvisamente un calcio e un pallone cade in acqua. Chi l’avrà dato, e a che scopo? Come che sia io lo raccolgo, dopo un tuffo dallo scoglio sul quale sono salito per raccogliere telline e conservarle al fresco in mezzo a un mucchio di muschio estirpato a bella posta. Stasera io e la mamma ci faremo quattro spaghettini con quei frutti di mare. Poi però ti arriva il pallone e allora lascia perdere le telline! Breve nuotata. Faccio ruotare in aria – insieme al pallone – la mia voglia di strafare. Formidabile sforbiciata mentre sono disteso sul dorso. Lei è lì che mi guarda, sembra quasi implorarmi di farla innamorare. I barcaioli per riprendersi quanto in segno di sfida mi avevano lanciato dovettero andare fino a Capri: non tanto perché la potenza del mio muscolo contratto fino all’inverosimile calciò il pallone fino a fargli toccare l’isola quanto per effetto di vento e di marosi frattanto levatisi per rendere più suggestiva la scena agli occhi di Paola.

Dopo fu la volta di Pina, una pupa. Anch’ella napoletana si nutriva essenzialmente di pizze perché il padre, oltre che fornaio faceva il pizzaiolo. Grassoccio, sudaticcio, con le mani sempre in pasta non si curava troppo della figlia che infatti viveva d’estate pure lei tra gli scogli. Per svestirsi usava un riparo di fortuna: preferibilmente un ombrellone di altri che pudicamente abbassava rimanendoci però spesso imprigionata (e perciò bisognava correre in suo soccorso); più veloce di un siluro, quando in acqua; batteva così naturalmente il crawl da essere destinata a diventare campionessa non fosse che ingrassava a vista d’occhio a causa delle pizze. Una volta mi portò nel forno-pizzeria del padre. Ci saremmo dovuti limitare a una margherita in due (poca cosa, considerata la fame di cui sopratutto io soffrivo vuoi come postumi della guerra e vuoi perché tuttora in crescita). Lei divorò letteralmente la sua metà e subito dopo guardò con ingordigia (quasi con cupidigia) alla mia. Qualcuno mi aveva insegnato le regole della cavalleria. Le misi in bocca un pezzettino della mia porzione. Glu glu! E l’inghiotte. Gliene metto in bocca un altro. Stessa fine! La guardo, mi guarda, ci guardiamo, ci guardano. In un attimo di mia distrazione afferra il resto della mia pizza e quasi la ingoia. A me non restò che ingoiare la saliva. Quella fu l’ultima volta che io e Pina, l’eterna affamata, passavamo insieme la serata mentre a Piazza Plebiscito si discuteva se fare un plebiscito oppure un referendum sulla questione istituzionale una volta liberata la città di Napoli dalle truppe tedesche.

La terza avventura di quell’epoca? Eugenia. Premonitore il nome. Di nobile famiglia, imparentata con l’ultimo viceré del Regno delle due Sicilie prima che Garibaldi e i suoi Mille lo facessero scappare alla velocità di cento all’ora a bordo di carrozze barocche che una volta perdevano una ruota, altra volta la bussola e perciò si ritrovavano punto e daccapo nel luogo dal quale si erano allontanati poco prima (ci vuol poco a capire il trambusto di quei momenti mentre è noto lo stato delle strade senza alcuna forma di segnaletica). Chi sa perché si era convinta che anch’io discendessi dai lombi di Adamo. Completamente atea, mi intratteneva su argomenti così lontani dai miei interessi più immediati da farmela a tratti odiare. Mi piaceva tuttavia il suo arzigogolare: segno di grande spleen (allora però non sapevo cosa fosse questo spleen); ancora di più mi affascinava il suo corpo ben tornito sotto il bikini, quasi glielo avesse modellato un artigiano di buon talento: diciamo un Canova. Bruttina la madre (come mai un Tiepolo l’avrebbe potuta rappresentare); ufficiale di cavalleria il padre (un tizio che arrivando a Mergellina sembrava non cercare altro se non polsi di donna da baciare, altro che stringerli in una morsa o in manette). Per fortuna veniva di rado, e quando veniva le signore scappavano. Lei e la madre invece puntualmente sempre lì a rimpiangere il passato (la madre) o a tormentarmi con i suoi tormenti di ordine esistenziale (Eugenia). Dopo i tre mesi estivi non ne potei più (o se si preferisce non ne potetti più). Non dico che la scaricai ma poco ci manca. Mi rimase comunque un debito di riconoscenza. Mi aveva avviato verso la conoscenza, l’amore per la conoscenza, la filosofia al punto da farmi decidere di seguire questa strada quando mi fosse stato concesso: magari attraverso un corso regolare di studi o in qualsiasi altro modo.

Prima però di affrontare tale tema, un altro passo indietro.

A cinque anni un giorno mi rendo conto di sapere leggere l’ora. In casa abbiamo una vecchia pendola la quale più spesso di quanto non si creda marcia in ritardo se addirittura non avverte un collasso e si ferma. Colpa di chi o di cosa; di vecchiaia o perché ci si dimentica di darle la corda? A me tale compito non è stato ancora delegato. Nessuno mi ha detto che se non le si tirano le corde si arresta e addio conoscenza del tempo. Per me in quel periodo il problema non esiste; averne di più o di meno è irrilevante; non so né come passa né come non passa. Non ho dunque la dimensione temporale ma nemmeno quella della stasi (detta anche atemporale). Insomma, non ho ancora imparato a scandire i secondi, come invece mi succederà quando per breve tempo feci l’arbitro di pugilato. Si può allora immaginare quale non fu la mia sorpresa allorché alla domanda di mia madre per sapere quanti giorni mancassero alla fine della scuola – andavo in asilo – risposi ZERO! Nel senso che quello era stato l’ultimo giorno. Per chi non lo sapesse il tempo si computa partendo da zero, mica da uno, come invece fa credere l’orologio. Conscio di ciò, da più grandicello – e cioè dopo la frequentazione con Eugenia – tentai di approfondire le problematiche della epistemologia. Non l’avessi mai fatto. In tanti anni di studio, purtroppo da solo – quanto meglio sarebbe stato farli con accanto quella deliziosa fanciulla! Ed anche un tantino eterea. Mi ritrovai al punto dal quale ero partito. Tuttora ignoro se il tempo ha avuto un inizio e sia destinato a finire. Beati coloro che riusciranno a darsi una risposta.

Noi, intendo io e mia madre, a Napoli ci eravamo finiti dopo un paio di mesi scoppiate le ostilità, provenienti da Positano dove mia nonna gestiva una pensione per soli inglesi. Posticino appartato, gran pergolato, muri esterni letteralmente invasi da bougauvillea fiorite nove mesi l’anno (lungo le quali si arrampicavano a frotte gechi ma si andava a nascondere la sera anche qualche pipistrello). Si faceva tardi a guardare indifferentemente le stelle, tentando di contarle; oppure incantandosi all’argento delle onde laggiù, illuminate dalla luna. Non di rado un qualche inglese – di solito un buontempone – mi dava da parlare mettendomi nella condizione di uno di loro. Ricordo in particolare quello dalla eterna pipa in bocca, al quale ero solito rivolgermi (dopo una non riuscita discussione in cui si rimaneva ciascuno della propria opinione) con il classico ZITTO E PIPA! Poteva farmi da nonno, data l’età. Insisteva invece nel chiamarmi my son. Mi teneva persino sulle ginocchia se doveva raccontarmi – non so quante volte – la favola del marinaio che si butta per delusione in fondo al mare ma ne esce subito in compagnia dell’amata che stava per annegare. Ovvio che io, immedesimandomi nel personaggio maschile, mi rappresentavo l’occasione di correre in aiuto di una bimbetta pronta a tuffarsi senza avere il salvagente o sapere nuotare. Il fatto è però che neanch’io avevo ancora imparato, preso com’ero dalla scuola e dal dare compagnia agli inglesi.

Mia nonna cucinava da Dio: preferibilmente verdure. Unico il suo minestrone. Gli ospiti ne andavano matti. Chiedevano il bis che ovviamente non veniva lesinato. Pagavano infatti a sterline e ne davano tante da consentire a mia nonna di avere un bel gruzzolo. Mio padre intanto andava a pesca a forza di remi (e talvolta col mare forza 5, il massimo consentito dalla barca). Portava su sempre qualcosa: quando una murena e quando una scarpa vecchia, ma solo per fare ridere a denti stretti gli inglesi – secondo la loro usanza.

-                                 Che si mangia stasera?

-                                 La scarpa vecchia in brodo, rispondeva mia nonna.

-                                 Ma è vero che gallina vecchia e non la scarpa fa buon brodo? Si divertivano i nostri ospiti a domandare.

Vita semplice dunque la nostra e la loro se non fosse per i venti di guerra che di lì a poco cominciarono a soffiare al punto da diventare presto uno di quegli uragani che spazzano via tutto durante il loro passaggio.

La prima a soffrirne fu la pensione di mia nonna. Ripartiti per i loro lidi gli inglesi; smesso di dare l’acqua al pergolato; sloggiati i pipistrelli perché non c’era più nessuno che ne ammirasse il volo a zig zag, per evitarsi di sbattere la testa al muro; ormai più nessun interesse a comprare nuove tovaglie in sostituzione di quelle bucate; tolte le cartoline illustrate che i precedenti ospiti avevano mandato dai più remoti angoli della terra dove i pensionati andavano a svernare o i loro soldati andavano a piantare la bandiera dell’Union Jack, non restava che piangere: nel senso di chiudere. La fama della mia nonna ovviamente non era delle migliori in paese. Un po’ l’invidia di chi quegli speciali clienti non aveva – né aveva il personale le laute mance da loro lasciate a fine pensionamento – un po’ il clima di nazionalismo sfrenato imperante ci resero in breve difficile la vita. Mettici ancora la chiamata alle armi di mio padre come marò e la superfluità delle mansioni di mia madre in quanto addetta a pulire le stanze e magari stuzzicare gli appetiti di quei signori (attempati sì ma sempre uomini erano) e il quadro è bell’e fatto. Anni dopo, quando ritornai a Positano per vedere come andavano le cose scopersi che la pensione aveva ricominciato a pompare clienti e sterline. Di mia nonna invece non rimaneva altro se non una figurina al cimitero riproducente il suo volto quand’era in carne.

Di Positano però debbo dire qualche altra cosa. Quando ebbi a scuola dimestichezza con i colori mi dilettai – nel senso che rimasi un dilettante – a dipingere le scalinate stracolme di grappoli di glicine, e in altri casi di rose canine (niente baccarat). Erano sopratutto i pergolati il mio forte, sia che l’uva fosse nera e matura, sia che fosse bianca. Mi riusciva più facile fare arrampicare il fusto della vite lungo la colonna di mattoni che non lungo il pilastro in cemento, benché trattato a calce. Doveva esserci qualcosa dentro di me a costringermi, a portarmi a prediligere i mattoni rispetto all’altro materiale. Da grande imparai che una società, una carriera, si costruiscono mattone su mattone. Forse ciò spiega quella mia strana ritrosia, il mio tenermi lontano dal cemento: anche se si usa parlare di una amicizia cementata quando abbia raggiunto un alto grado di impermeabilità, di resistenza agli urti. Altra cosa fascinosa era rappresentata dalle bimbette in età da primo amore affacciate alle finestre aperte per dar luce e calore alle stanze. Se ne stavano a sognare, tra occhi aperti e occhi semichiusi. Non ti vedevano nemmeno passare perse come erano in fantasticherie. Le uniche cose percepite? Il canto di un usignolo o lo schiudersi di un fiore. Non di rado allungavano una mano, ne raccoglievano uno (specialmente la profumata camelia) e se ne agghindavano i capelli. A me, piccolo com’ero, sfuggiva il significato sotteso di questa sorta di rituale; riuscivo a malapena a inquadrarne il viso dentro il rettangolo della finestra aperta che faceva loro da cornice. Una volta ritornato e trovato tutto come prima (o quasi) mi diedi da fare a ricostruire le tensioni emotive di quelle fanciulle. Ne scrissi non so quante volte. Ogni volta buttavo e ricominciavo. Volevo leggerne l’anima e farne un ritratto vivo. Ormai invece mi debbo rassegnare a parlarne così come mi viene. Chi si sentisse però impersonata nella descrizione che ne ho appena fatto è pregata di farsi sotto e aggiungere possibilmente il proprio tocco.

Bella la costiera amalfitana! Senza che me ne rendessi conto mi era entrata nel sangue – e per quello che ho detto anche negli occhi e nelle dita. Mi allontanavo? E sentivo di portarmela dietro a rendere meno sofferta la lontananza. Sostavo sui binari della ferrovia cumana in attesa che arrivasse il treno, l’ultimo treno prima dell’addio finale a una vita di stenti, e sgranavo gli occhi giusto in tempo a togliermi dai piedi se solo mi veniva in mente come scorreva la vita a Positano quando mia nonna diceva essere la matrona di casa – e si comportava da matrona di casa. Per noi tutti era la tranquillità fatta persona: e non nel senso che lei fosse sempre tranquilla ma nell’altro che ce ne dava più di quanto ne avessimo bisogno. Io, più di tutti, ne traevo beneficio. Essendo intellettualmente irrequieto (per ragioni ignote a tutti quanti, me compreso) avrei avuto bisogno di chi mi avviasse e mi facesse stare in bilico sull’asse temporale senza il rischio di cadere nelle spire dell’inferno. Non tanto il peccato mi atterriva quanto il piacere amarognolo della conoscenza. È probabile che avessi sentito parlare, più che letto, del peccato di Eva (peccato di presunzione?); o che fossi naturalmente incline al masochismo, è certa comunque una mia incipiente propensione alla schizofrenia. Ecco allora mia nonna: mi viene in soccorso, mi culla, mi dice parole dolci (gli unici dolci di quel periodo se si escludono i fichi), mi suggerisce di incrementare i miei contatti con il mondo reale e lasciar perdere – almeno per ora – il fantastico. Purtroppo però non mi fu né facile né semplice, un po’ perché le descrizioni che i nostri pensionanti mi facevano del loro paese (annessi e connessi: leggi India dei maharajah; Australia dei Maori; indigeni del Sudan; esploratori a caccia di leoni da catturare e portare allo zoo di Londra come trofei) mi portavano lontano, e un po’ perché con i piedi per terra non ci stavo proprio. Non a caso infatti mia madre parlando di me diceva che ero il suo angelo.

Una volta andati a Napoli, io e mia madre, sorse il problema di come inserirsi nella società dei bassi in cui eravamo finiti. Fragile com’era di struttura psichica; vezzeggiata com’era stata da mio padre (lei quindicenne, lui diciannovenne ma già uomo fatto, temprato); iperprotetta  da mia nonna (la matrona); benvoluta dal vicinato (l’unico che la conosceva) si vide costretta a imparare l’arte di sopravvivere con questo figlio sulle spalle (seppi solo anni dopo di Anchise, Enea e Ascanio). Io non avrei voluto pesare ma altro non sapevo fare che fantasticare. Il luogo era più che adatto. Ci sarebbe stato da fare la caricatura di quella gente sol che avessi avuto dimestichezza con l’inchiostro di china ma né in casa c’era inchiostro né ancora avevo imparato a tratteggiare i dati essenziali di un volto. Fu così che mi ripromisi di andare un giorno in Accademia, quanto meno sarei diventato un accademico. Intanto però urgeva uscire dal limbo, dal purgatorio dove eravamo finiti. Ti voltavi a destra e trovavi scavata nel muro un’edicola votiva di Santa Genoveffa con fiori appassiti e un lumicino che già lui chiedeva la grazia di vederci meglio, se non di illuminare meglio l’immagine della santa. Facevi pochi passi e guardavi a sinistra? Stessa storia, con la sola differenza del volto, dell’effigie: i padroni di casa del muro erano invece devoti a un santo più miracoloso della Genoveffa. Sfido chiunque a rimanere insensibili, a non provare il bisogno di pregare perché le botteghe si riempiano di farina e tu abbia di che andarla a comprare. Conseguenza di questa infatuazione, subornazione collettiva fu che mia madre divenne una di loro, una dei bassi. Per pietà (e misericordia e poi c’è chi non ci crede!) le misero in mano, dopo tanti stenti e con l’arrivo degli americani, prima pacchetti, poi stecche, infine cartoni interi di sigarette Lucky Strike e Philip Morris da vendere a chi ha il vizio del fumo. Per fortuna allora questi tipi non mancavano e fu così che dopo la parentesi esaltante delle Cinque giornate ci sentimmo tutti un tantino esaltati nel vederci tante AM LIRE in mano.

            Il nostro mondo era tutto lì e tale rimase per qualche anno. Chi sapeva di linea gotica o linea Maginot; chi sapeva di belle geranti e non belligeranti; cos’era la questione istituzionale se non questione di poco conto; e che significava C.N.L.? Gli interrogativi erano troppo astratti perché ne potessimo essere attratti. A me premeva piuttosto scoprire cosa ci fosse sopra quel balcone – nascosto però alla vista dei passanti da un telo di tela grezza perché questi non si eccitassero alla vista di un pezzo di carne sopra il ginocchio. A quelle lì però non sarebbe dispiaciuto ricevere in casa un estraneo che volesse corteggiarle, carezzarle, baciarle con la tipica sensualità degli uomini caldi (in ricordo di un romanzo dal titolo Paolo il caldo di cui quantomeno avevano sentito evocare le pagine più pruriginose). Per mia madre era diverso: aveva un chiodo fisso. Non le mancavano ovviamente gli spasimanti – spesso erano i mariti di quelle stesse donne use stendere e raccogliere panni sporgendosi più di quanto non fosse necessario e così esponendo alla vista del dirimpettaio la grazia. Più spesso ancora si trattava di chi veniva a rifornirla di sigarette di contrabbando – essendo loro stesse contrabbandieri. Non ne voleva sentire, però. Glissava. Diceva che le si era chiuso lo stomaco, come quando si soffre di inappetenza. Donna casta, pura, capace di soffrire in silenzio – perché non è dubbio che soffrisse più la solitudine che il martirio di San Bartolomeo. Non si sentiva infatti troppo trafitta dalle smanie; era come se avesse bandito la sensualità e si stesse trasformando in un blocco di marmo. Né le bastava la mia compagnia. Finché un giorno la vidi con un inglesino, già notato in casa mia durante la ritirata dei tedeschi. Allora aveva indosso la divisa da paracadutista, ora vestiva in borghese. Baffetto, forbito, piacque subito a mia madre. Si intesero (lei fece presto a rinfrescarsi la memoria e a ritornare a parlare in fluente inglese). Altro che paziente fu però quel poco più che ragazzo (mutuando il titolo del celebre libro di Laslo von Almásy). Volle subito andare al sodo. Mia madre frattanto si stava sciogliendo. Fu quella un’estate con i fiocchi (e mica solo fiocchi d’avena). Bacetti che si lanciavano a distanza; I love you che si sprecano; costumini sempre più succinti che lui le compra e lei indossa. Scandalo tra Mergellina e Posillipo;  non si parla d’altro – e intanto si biasima – che di questa storia d’amore. Io comunque ci ho il mio daffare con la belloccia e l’aristocratica. Poiché nessuno mi ha insegnato come si fa a far cadere in trance l’altro sesso ci sto pensando io da solo. E comunque non è male spiare quei due: chi sa che non possa apprendere qualcosa.

Non ho molte foto di quel periodo. Le avessi mi aiuterebbero a ricostruire meglio quegli anni, quando ancora non c’era il bebop, lo swing, il rock, il rap e tanti generi di musica tutta viva: da mandare a casa quella smorta cantata e suonata in tutte le case e in tutte le salse dagli italiani di mezza età e a salire. Per i ragazzi o i bambini era diverso: totalmente vergini. Facile dunque entrare nel clima del nuovo; del vecchiume da buttar via. Tra le cose delle quali sbarazzarsi il primo posto l’occupavano i pregiudizi. Niente sigarette tra le dita delle donne; gonne lunghe per queste coatte: tutt’al più una sforbiciata ai capelli. Altrimenti raccolti in trecce (sparse le trecce morbide, avrebbe scritto il Manzoni che di scrupoli appunto ne aveva) erano le mie fiammelle di allora. Di contro io mi sentivo maschio – l’equivalente del macho messicano per dirla con Carlos Fuentes. Se qualcuno provava a guardarmele mi veniva il sangue in testa ma gracile com’ero dovevo inghiottire il bolo. Succede tuttavia che troppi boli a lungo andare finiscono con lo strozzare. Prima che fosse troppo tardi la smisi di essere geloso anche perché, al seguito di mia madre e con un passaporto ottenuto a tempo di record in quanto l’inglesino era un pluridecorato (per mesi paracadutato dietro le linee nemiche più di una volta), ci ritrovammo a Londra: ricevuti già il giorno dopo il nostro arrivo personalmente da Mr Attlee al n. 10 di Downing Street.

Peccato davvero non avere foto di quel periodo. Mi sarei rivisto imprigionato mentre salgo a Ciampino sul bimotore: impettito più che intimorito. Ricordo infatti i preparativi. Mia madre mi fa il lavaggio del cervello (il brain-washing). Saluta dal finestrino i giornalisti! All’arrivo parla loro in cockney, ti capiranno meglio! Ringrazia dell’accoglienza i bob e il personale dell’aeroporto ma con un pizzico di sussiego! Non far capire che provieni dal profondo sud ma non atteggiarti neanche a uno che sa il fatto suo. Non lo crederebbero. A rivelare la nostra identità, in me c’è il vestito a fiori e le scarpe dal tacco di sughero; in te i capelli neri alla Rodolfo Valentino (fu qui che mi suggerì la migliore brillantina per tenerli a posto). Altra raccomandazione? Non ti avventare sulle portate; prendi con indice e pollice le patatine e fai scorrere un po’ di tempo prima di portarle alla bocca. Vedrai: resteranno tutti a bocca aperta e faremo un figurone. Sopratutto faremo fare un figurone a Winston Jr. Sopratutto non sentiremo le signore mormorare “Guarda dove si è andato a cacciare il nostro eroe”.

Cosa avesse fatto mia madre per accalappiarlo? Totalmente nulla. È lui che si è venuto a infilare nella gabbia. Stava passeggiando tranquillamente quel giorno in una delle strade di Forcella. A un certo punto si accorge di non avere sigarette. Io sono lì che osservo. Lui mi fa un cenno. Io mi avvicino. Si porta due dita verso le labbra, io lo lascio fare. Con la destra mi fa il verso di chi voglia accendere un fiammifero per dar fuoco alle polveri, io lo capisco. Quale non fu il suo stupore quando in inglese, in perfetto inglese gli chiesi se voleva essere accompagnato presso chi era in grado di soddisfare i suoi bisogni (would you mind if I take you where you might satisfy your needs) aggiungendo subito dopo la possibilità di toccare il cielo come fosse suo: la più ambigua delle formule? Poverino, non seppe resistere alla tentazione di vedere di che cielo si trattasse. Tenendolo per mano lo condussi a casa mia. Discretamente bussammo. Il tempo di rassettarsi, ravviare i capelli, annodarli in crocchia dietro la nuca e mia madre in tutta la sua bellezza esplosiva aprì la porta e lo fulminò. Fu amore a prima vista. Si presentò: Winston Churchill, nipote del primo ministro che aveva promesso lacrime e sangue. Non è più il caso di parlarne perché di sangue ne è stato versato tanto, di lacrime almeno una damigiana procapite. Perché non facciamo finta di niente e pensiamo al futuro?

Lo facemmo accomodare, in una sedia parzialmente sfondata. Emozionato com’era non se ne accorse. Accese subito la prima sigaretta per darsi un contegno. Non finiva di dire quanto fosse bello il nostro inglese, che pronuncia, che inflessione, persino che classicità (mentiva o non sapeva cosa fossero stati Wilde o Keats). Finalmente si sentiva a casa dopo un girovagare tra le rovine della guerra dal Nord ad Sud del paese. Era stato a Matera e ci aveva trovato una città di sassi. A Selinunte (in Sicilia) e non c’erano che resti di templi abbattuti. A Messina il porto in disarmo, niente traghetti sicché era stato costretto ad attraversare lo stretto a bordo di una spadara (la barca con tanto di naso lungo con la quale si va a pesce spada). Non parliamo poi di Firenze: tutti i ponti distrutti tranne il Ponte Vecchio che invece aveva resistito all’alluvione. Che disastro. Che peccato, tante bellezze scomparse. Qui giocò di anticipo. Guardando in faccia mia madre aggiunse: “Thank to God there is one survived over here. What a gift if she would like to spend the rest of her life with me”.

Era fatta. Era davvero fatta. A mia madre si arrossarono i pomelli. Divenne di fuoco. Il fuoco le infiammò le vene (e i polsi) come già il Vesuvio aveva fatto nei confronti di tutti i napoletani tempo prima. Prima che si rendesse conto di ciò che le stava succedendo aveva detto sì, lo voglio e me lo prendo – pensando dovesse toglierlo a un’altra, sicuramente più eccitante. Adesso siamo a Londra e sto scrivendo il romanzo della nostra vita. Per la verità si tratta solo di appunti per ora in quanto non sono ancora bravo a scrivere romanzi.

 

A dire il vero non finimmo proprio a Londra ma ad Huntington. Qui Fred aveva il castello di famiglia. Dodici servitori tra cui tre giardinieri oltre all’addetto alla pulizia della canna fumaria durante il lunghissimo inverno. Completavano il quadro lo stalliere, la cuoca, la serva, il manutentore dei rubinetti dell’acqua calda e fredda, il falegname per riparare le imposte, il fiaccheraio. L’undicesimo si occupava essenzialmente dei cani e li addestrava sempre meglio nella caccia alla volpe. Quanto al dodicesimo era una specie di jolly, un tuttofare.

Sin dal primo giorno, passato lo sbigottimento di vedermi oggetto di rispetto se non proprio di venerazione quale figlio della padrona di casa, mi diedi prima di tutto ad orientarmi tra tutte quelle stanze, stanzoni, camerini ed anfratti. Trovavo più cose deliziose, degne di essere osservate che non ambienti lugubri. Se una porta o una finestra si apriva o chiudeva, ritmicamente sotto la spinta del vento non provavo paura, non mi chiudevo in me stesso come invece mi sarebbe successo fossi rimasto a Napoli. Ricordo come fosse ora l’enorme quadro ad olio di sua nonna che troneggia nella parete di fondo del salone: proprio alle spalle del trono, se così lo si può considerare. In effetti non era altro che un seggio, direi meglio una seggiola in legno e cuoio, interamente bullonata, marrone scuro, intarsi ai braccioli e stemma sullo schienale. Sembra ci si sedesse, la nonna di Fred, quando doveva ricevere l’omaggio dei campieri a Carnevale (le portavano una zucca secca tutta traforata e con al centro una candela accesa). Altra occasione? I guardacaccia della tenuta si presentavano, all’apertura della caccia, con almeno mezza dozzina di conigli tenuti parte per le orecchie e parte nel carniere. Mi raccontarono quelli che accudivano al castello, quando fummo entrati in confidenza, come alcune di quelle bestiole fossero state uccise tempo prima e tenute in ghiacciaia in attesa del momento propizio per offrirle in segno di devozione. Lo avevano scoperto esaminando chiazze di sangue: troppo diluite. In più c’era il fetore di guasto. Mai però che qualcuno di loro, anzi dei loro padri, avesse obiettato, contraddetto. Non apparteneva al loro costume. Risposte fatte di poche parole. Domande? Nessuna.

Mi legai per qualche tempo a Betty, l’ultima nata della cuoca. Vispa, intelligente, carina, treccine, grembiulino sempre ben stirato – dalla serva – veniva lei stessa a chiamarmi se aveva scoperto qualcosa e voleva mostrarmela. Fu così che cominciammo il classico flirt fatto di corsette a perdifiato fino alla stalla giusto in tempo per vedere partorire la giumenta. Un’altra volta salimmo in barca, remai torno torno al lago, gettammo l’ancora là dove l’acqua era più profonda e lanciammo amo ed esca fiduciosi. Ci avevano detto della pescosità. I risultati furono anche maggiori delle previsioni. Prima un luccio di mezzo chilo, poi tre trote e un’anguilla, infine un salmone. Al castello non vollero credere quello fosse bottino nostro, più verosimilmente acquistato in pescheria laggiù, in paese. Giurammo che no, ma intanto noi stessi ci andavamo convincendo della menzogna, dati alla mano. Le trote e il salmone non navigano mai in acque chete. L’enciclopedia del perfetto pescatore nulla chiariva quanto all’anguilla e al luccio.

Quando poi portammo a casa un tritone fu ancora peggio. Quei poveri di spirito parlarono, anzi parlottarono tra di loro ridacchiando sotto i baffi, come se si trovassero davanti a dei burloni.

La via comunque continuava, e più passava il tempo meno avvertivamo io e mamma la nostalgia dei primi istanti. Per quanto possa sembrare strano invece i morsi li avvertiva Fred, e non solo di Napoli città ma dei suoi scugnizzi. In fondo io fino al momento del nostro incontro non ero stato altro. Venditore di sigarette di contrabbando (vergognandomene però come un ladro, anche perché in qualche caso avevo sottratto una o due stecche alla legittima proprietaria fuggita precipitosamente all’arrivo della polizia); capace di sgusciare da sotto una camionetta dopo averne staccato la ruota di scorta e fatta scivolare lungo il pendio alla fine del quale l’aspetta un mio compare; all’occorrenza lenone, come tanti altri ragazzi simili a me; gli inglesi sopratutto ci avevano in simpatia. Giocavano con noi a morra. Giocavamo con loro a sfilargli il portafogli dopo averli fatti bere. Una parola tira l’altra andavamo imparando – oltre ai trucchi del mestiere – qualche altra parola di inglese. Smozzicate, d’accordo, ma sufficienti per entrare in sintonia. Questa dunque la nostra e loro fortuna. E alla lunga fortuna anche di mia madre Filomena.

Da allevatore di cavalli, quali da corsa e quali da fiera Freddy spesso ci lasciava. Poteva mancare talvolta fino a quindici giorni se si doveva recare nell’estremo nord della Gran Bretagna o in Irlanda. All’epoca noi non sapevamo nulla di I.R.A. o di EIRE nata dai continui tentativi di recessione dei cattolicissimi irlandesi dal resto dell’isola. Solo più tardi – ma già eravamo ritornati in Italia – sapemmo le vere ragioni di quell’insofferenza. La paragonammo a certe tentazioni dei trentini di prima della prima guerra mondiale. Ancora più tardi ci sembrò di poterle assimilare a certe istanze separatiste dei lombardo-veneti divenuti frattanto straricchi e perciò inclini a non volere dividere il loro status con gente totalmente diversa (oltreché ignara delle tecniche per diventare ricchi). Mia madre, intanto, sempre a caccia di chi potesse renderla felice, continua a stare spasmodicamente sulla porta di casa sia che debba togliere i pisellini dai baccelli sia che debba cambiare l’acqua ai pappagalli. Che ridere se ci penso.

-                                 “Come va, donna Filumè”?

-                                 “E come deve andare. La solita vita”.

Poi più niente, il buon uomo si allontana e sparisce. Nel frattempo mia madre sfiorisce.

 

I vicoli di Napoli, quelli dei quartieri spagnoli! Quelli sì che sono un mondo a parte. Vi si parlava una lingua ibrida. Si solidarizzava. Vi si inventavano storie di miseria e nobiltà con tanto di lieto fine per colui che l’aveva scritta nonché per coloro che si sarebbero calati nei personaggi – sia pure i più modesti. Mia madre ebbe la tentazione di darsi al teatro. Chiesi a chi dovesse rivolgersi. Gli occhi che scagliavano fulmini li aveva tutti. La dizione napoletana assolutamente perfetta. Un figlio per il quale battersi e a cui dare un avvenire meno gramo – visti i tempi e la sua condizione di vedova bianca – non mancava. Volle presentarsi a Scarpetta. Fatte le prove però fu scartata. Troppo verista la sua recitazione. Si vedeva che soffriva la fame. Avrebbe portato a gemere gli spettatori quando invece a teatro si richiede che sia chiara la finzione. Fu tremenda la delusione di mia madre Filomena.

- “Com’è andata”?

- “Bene! Inizio tra due settimane, il tempo necessario per l’allestimento”.

Diventò la favola del basso, la bambolina. Chi le faceva gli auguri. Chi le pronosticava un grande successo. Ci credette. Portò persino me a crederci. Ci facemmo delle illusioni come sarebbe successo a chiunque altro. Poi, l’arrivo di Fred sulla nostra scena ed ecco che mi ritrovo ad Huntington ad innamorarmi della mia nuova condizione.

La quale, se per un verso non mi dispiaceva (andavo ogni giorno perfezionando l’inglese) per l’altro mi amareggiava. Mi mancavano i compagni con i quali scontrarmi a colpi di spada di legno; le astuzie per distrarre il fornaio e quindi sottrargli un filone di pane fresco da portare alla mamma. Qui, nella nuova dimora, non mancava né il pane né il resto. L’aria era fresca e profumata. Il cielo – assenti le nuvole o la pioggerellina minutissima spesso lasciata in sospensione in forma di umidità alle ossa – sostanzialmente terso. Il profumo di bucato messo ad asciugare che ti arriva ai polmoni dilatandoli e facendoli pompare come mantici. Ogni giorno che passava mi convincevo, trasformavo quel luogo di riposo per lo spirito e il corpo (che intanto cresceva a vista d’occhio mentre fino a quel momento sembrava fosse affetto da rachitismo) in un’oasi di pace. Vedevo peraltro come mia madre stesse vivendo un periodo di pace pure lei e come stesse dimenticando del tutto il marito. Mi atterriva però il sapermi disperso, estraneo al contesto sociale (allora per la verità non conoscevo tale espressione per dire di una piccola parte che vuole dialogare col tutto). Se mi trovavo con Fred in treno, e nella vettura ci fossero stati altri viaggiatori – tutti inglesi ovviamente – nessuno che oltre a un sorrisetto di quasi compassione mi rivolgesse la parola. Per conseguenza né sapevo cosa pensassero di me né cosa pensassero di sé. Fred da parte sua cercava di consolarmi a suo modo.

“Non te la prendere. Sono fatti così. Siamo fatti così. Per mia fortuna sono finito in Italia, sebbene per farci la guerra. Lì ho conosciuto voi, i vostri amici e parenti, la gente dei bassi, i furtarelli: tutte cose in fondo divertenti. Sono uscito dai panni del figlio di famiglia ed entrato in quelli di un’altra famiglia, più solidale, più allegra – persino nella povertà. Chi non ha conosciuto queste stesse cose non può essere biasimato se è rimasto chiuso nel suo silenzio e al massimo parla a bassa voce”. Di tutto quanto sopra, mentre il treno viaggia ad alta velocità o a passo ridotto, capivo solo la parte che mi riconduceva al mio status primigenio; per il che mi si strozzava la gola per il pianto a mala pena trattenuto.

Facevo quindi grandi promesse a me stesso del tipo: “Io qui ci sto e ci resto”. Brutta bestia però sentirsi un emigrato. Ero riluttante a doverlo ammettere ma era proprio così, non ero altro. Eppure gli inglesi di Villa Literno (dove mia nonna aveva una succursale della pensione, e dove pure mi recavo di tanto in tanto, ed altresì quelli di Positano) non mi avevano mai fatto sentire un estraneo. Mi parlavano come fossi uno di loro. Che fosse questione semplicemente di terra: la terra che lentamente ti trasforma, ti trasmette il suo humus e nel frattempo ti succhia il tuo quasi si trattasse di un lavaggio del sangue?

Darsi una risposta a questi interrogativi non mi fu mai facile. Tuttora navigo nel buio. È probabile che nessuno ne abbia una né bisognerebbe tormentarsi troppo. Popoli interi da sempre si sono scontrati con altri e se vittoriosi hanno lasciato le loro povere terre per andare a insediarsi in quelle dei vinti. “Che male c’è”? Mi dicevo – quando riuscivo a inquadrare il fenomeno nel corso della storia tumultuosa che aveva sempre sconvolto gli assetti naturali; gli insediati che per una ragione o l’altra si mettono in movimento e non si fermano se non quando sono giunti da un’altra parte. Più o meno è quello che sta succedendo a me e mia madre. Avevamo un basso in affitto, non proprio un tugurio ma quasi, benché ci stessimo bene tra tanta altra gente come noi. D’accordo, la luce era poca; i raggi del sole anche meno ma in compenso si spande dappertutto – e arriva quindi fin dentro casa nostra – odore di fritto, voci, suoni da radio a tutto volume. A condire poi il tutto i panni stesi tra un balcone e l’altro, le liti per un nonnulla. Finché mio padre era stato con noi, non ancora chiamato alle armi, eravamo stati risparmiati dalle invidie, gelosie, vendette. Poi divenne tutto più difficile data la procacità di mia madre. Doveva tenere l’abito accollato, niente rossetto, capelli trascurati per non dare nell’occhio. I maschi del vicolo facevano troppo spesso i galletti passando davanti la nostra porta, sbirciando (e magari immaginando di vedere mia madre in sottoveste). Le femmine a loro volta scendevano a vie di fatto se semplicemente sospettavano una qualche intesa tra i loro maschi e mia madre. Pensai di assumere la veste di guardiano della sua castità; provai il ruolo e mi misi persino in bocca le parole da dire a un qualche villanzone dai bargigli accesi. Cosa potevo però fare, gracile com’ero, contro degli energumeni per carattere ed operai di mattoni e cemento per professione?

Fummo graziati dalla fortuna. Entrò in casa nostra l’inglese Fred. Si sentì scaldare dall’ambiente familiare, popolano, che regnava in casa nostra. Non so se ebbe a provare più compassione e simpatia per me che desiderio per la carne di mia madre – eternamente affaccendata a preparargli pasti. Da tempo – lungo tutta la campagna d’Italia, fermi alle pendici di Montecassino per mesi impossibilitati a proseguire la marcia trionfale fino a Roma al seguito delle truppe americane – non aveva mangiato che scatolette di corned beef. Ora invece sentiva il profumo di peperoni o melanzane; frittate con patate; pesce in brodetto. Cosa di meglio che accasarsi. E ancora non conosceva la vera sorpresa: la pizza.

Per noi fu una manna dal cielo. L’inglese portava il suo snobismo (a tavola copriva le gambe col tovagliolo e non si sedeva se non dopo che l’avesse fatto mia madre)? E non si rispondeva con i lassi e i frizzi dati, ad esempio, con il fare il verso al gobbetto di fronte o col mimare la caduta dal seggiolone del figlio della signora Rosina, la sigarettaia, all’arrivo della polizia. Si divertiva, il rampollo venuto da Huntington a toglierci dalla schiavitù di un sistema di potere fondato sul controllo sistematico delle notizie da dare alla radio o da pubblicare sui giornali: solo che noi non avevamo la radio né nel basso qualcuno leggeva il giornale. Dal momento che tutti i nostri parenti vivevano disseminati nella stessa Napoli raramente si vedeva passare il postino. Ora che mio padre era sul fronte russo – almeno così credevamo – si supponeva che prima o poi dovesse giungere una sua lettera, per quanto sgrammaticata fosse. È chiaro come io allora non sapessi cosa potesse essere sgrammaticato o corano. Il nostro solito modo di comunicare richiedeva non più di un paio di centinaia di parole e noi queste usavamo. Ci bastavano. Queste qui mio padre avrebbe saputo scrivere, benché magari senza un’acca o un accento. L’importante – ci dicevamo – è che ci dia notizie. Non essendone però giunte stavamo arrivando alla conclusione che se non proprio morto i comandi avrebbero finito col darlo per disperso. Tanto valeva darsi una nuova vita, anche perché l’unione sebbene benedetta da parroco in chiesa non è che proprio si potesse considerare matrimonio stante che era stata voluta semplicemente per accasarsi. Vero che quale frutto di esso ero nato io ma le cose non erano cambiate di molto, anzi. Ed infatti le tribolazioni, conseguenti alla chiusura del forno dove mio padre lavorava come mezzo braccio dalle cinque del mattino alle nove di sera, aumentarono. Venne meno persino il pane fresco che per consuetudine gli addetti ai forni portavano a casa. Conoscemmo così la miseria: cosa che fece la fortuna di comici e cabarettisti nonché degli impresari che ne organizzavano gli spettacoli.

 

Fred non fece nulla, mai nulla, che ci riportasse al come stavamo e da dove venivamo. Sempre carino con mia madre, alla quale portava fiori comprati se si recava in città col calesse: altrimenti raccolti a mazzetti e impugnati quasi fossero un candelabro da offrire alla Vergine perché col suo profumo gli risvegliasse i sensi. Forse era una mia cattiveria e forse no. Vinta la riluttanza dell’inizio – due corpi non si mettono insieme a letto se non si sono almeno annusati e trovato gradevole starci – Filomena cominciò a smaniare, ad essere irritabile. Ci scappò anche qualche scappellotto se mi vide svogliato nel fare i compiti o di soppiatto uscire dalla mia stanza per andare a trovare Betty. Benché ancora non capissi molto di cose intime ma avendo sentito più volte mormorare mio padre parole d’amore da dietro la tendina che separava il mio dal loro letto mi sarei aspettato un fatto analogo nel castello in cui oramai eravamo stabilmente insidiati. E invece nulla, malgrado ogni tanto andassi ad origliare.

Un bel giorno, inaspettatamente.

Sentiamo il suono della campanella. A tirare il cordoncino? Il postino. Legato al manubrio della bicicletta? Il cestino. Dentro ci stanno di solito lettere, biglietti di invito a teatro, cartoline postali, cartoline illustrate, qualche pacchetto: tutta roba per Fred. È un rito quello che segue, una volta tornato lui dalle compere di mangimi per polli o per altro. Tutti a tavola! Una volta seduti, e prima che la serva metta al centro la zuppiera col brodo perché ognuno si serva, avviene la lettura ad alta voce intanto del mittente e poi del contenuto. Siamo quasi giunti alla fine dello spoglio, con qualche trepidazione di mia madre perché ha capito che la busta gialla oltre a provenire dall’Italia conterrà qualche notizia non proprio bella, allorché Fred procede all’apertura. Non l’avesse mai fatto. Filomena scoppia in singhiozzi. Per non essere da meno la seguo. Fred si rabbuia. Cala sulla stanza un’aria greve mentre trionfalmente entra in scena la serva la quale, incurante di ciò che sta succedendo ritiene di fare la sua parte come da protocollo. Non potemmo ingoiare alcunché, smarriti come eravamo. Le guance di noi due solcate dalle lacrime. Gli occhi di lui che poco ci manca e si annebbiano pure loro. Quando finalmente decisero di porre fine alla misera scena di un funerale che sarebbe stato tenuto chi sa dove – non ci era ancora chiaro – in onore del fante una volta marito di mia madre provammo a versarci nel piatto il potage di piselli secchi allo zafferano (orrendo di solito, questa volta ancora di più perché intanto si era raffreddato, diventato colloso). Passati al secondo piatto di pollo al forno e patate la cosa fu un tantino meno grave. Opportunamente era stato tenuto per tutto il tempo del pianto sopra un fornello. Non troppo male dunque anche se qualche patata si era fusa e la schiena del galletto non si riusciva più s staccare dal fondo del vassoio.

Cosa diceva la lettera? Morto da eroe sul fronte russo (località imprecisata). Mentre gli altri iniziano la ritirata lui si ferma, imbraccia il fucile, lo punta, attende l’arrivo del nemico fatto di una pattuglia di fanti coperti di pastrano e mani avvolte in guanti di lana. Cristoforo Giganti, mio padre, non ha guanti né pastrano. Trema di freddo più che di paura. È determinato. Sembra quasi abbia un conto da saldare. A leggergli dentro è come se fosse un pazzo furioso. Si sospetta che debba essergli arrivata qualche brutta notizia con un piccione viaggiatore, o forse l’avrà semplicemente sognata. Manca da Napoli da più di un anno. Chi sa cosa sarà successo a Filomena, in quali ristrettezze vivranno lei e suo figlio. Prende dunque la mira. Spara. Malauguratamente l’arma si inceppa o forse è più vero che il principio di congelamento alle dita non gli consentono di premere sul grilletto. Fatto sta che la vista di quel fante sdraiato sulla neve e col moschetto puntato paralizza per giorni l’avanzata del nemico. Dando così modo all’armata italiana di ritirarsi in perfetto ordine.

 

 

 

*  L’autore siciliano è morto a 83 anni, a Palermo, nella notte tra il 26 e il 27 febbraio u. s.  

 

 

 




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