SPAZIO LIBERO
ANCORA SUGLI ESAMI DI ‘MATURITÀ’
Se la scuola diventa
una commedia scadente
per asini patentati


      
Un commissario, che vuole restare anonimo, agli ultimi Esami di Stato 2014 ci ha inviato il resoconto della sua esperienza presso uno tra i più quotati Istituti Tecnici della capitale. E lo scritto diventa un racconto ironico e assai amaro, talora tragicomico dell’incapacità e, talora, della grottesca insipienza e infingarda viltà con cui i docenti gestiscono la prova finale degli studenti al termine del loro corso di studi secondari. Giostrando tra criteri assai generosi, regolette di massima comprensione e benevola indifferenza, in pratica non viene esercitata alcuna, minima selezione meritocratica, anche per evitare ricorsi e conseguenti noie burocratico-legali. Insomma, un vero (colpevole) sfacelo.
      



      

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Questo è il resoconto veritiero dei fatti accaduti in un Istituto di Istruzione Superiore di Roma, tra il 16 giugno e il 10 di luglio del corrente anno, in occasione degli Esami di Stato, penosa e coatta liturgia laica, deputata da oltre ottant’anni nel nostro Paese, a somiglianza di quanto accade in altri, a tenere luogo di prova iniziatica e rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Non a caso, questo momento finale del percorso giovanile si era denominato in passato – con formula oggi non più rispondente agli intenti perversi del Legislatore e ormai quasi  priva di riscontro con le cose –  “Esame di maturità”: così ancora lo chiamano coloro che, formatisi in un’epoca lontana anni luce dall’attuale, insistono nel considerarlo una cosa seria, lasciandosi fuorviare dalla vuota retorica delle circolari e delle disposizioni P.I.-MIUR, come molte altre redatte in Italia da esperti sui generis   affetti da una singolare miopia, che impedisce di vedere molto più in là del proprio ombelico e certamente di riconoscere i disastri causati dal proprio operato.

Chi scrive è un protagonista della vicenda che mi accingo a narrare: protagonista che, seppure a malicuore, resterà anonimo, onde impedire il riconoscimento dei comprimari: uno dei tanti Commissari esterni chiamati senza altra facoltà di recesso che non sia la malattia a svolgere funzione di certificatore di superamento effettivo di Esame. Scilicet: il corso di studi superiore si è concluso con (sufficiente, medio, buono, ottimo) successo; il candidato è idoneo a proseguire gli studi ovvero ad inserirsi nel mondo del lavoro secondo la qualifica ottenuta, se non in modo brillante almeno avendo conseguito i requisiti minimi; scilicet sa esprimere correttamente il proprio pensiero a voce e per iscritto; sa comprendere ciò che legge nella propria lingua e, almeno in linea di massima, in inglese; sa comprendere e risolvere alcuni fondamentali problemi logico-matematici; sa utilizzare un computer ed utilizzare i software di base; conosce i fatti salienti della storia del mondo, in particolare per ciò che riguarda il secolo appena trascorso; dimostra di aver acquisito le conoscenze fondamentali relative all’area di studi intrapresa.

Di fatto, ogni Commissione – composta da un Commissario interno, da due docenti della classe, quattro Commissari esterni, un Presidente – è chiamata a svolgere in solido funzioni di pubblico ufficiale, come testimoniano anche gli innumerevoli adempimenti che accompagnano le diverse fasi dei lavori. Chi non abbia mai fatto parte di una Commissione di Esami di Stato non ha idea delle scadenze, dei verbali, del numero inusitato di firme che sono richiesti ai fini della correttezza formale delle procedure: si comincia due giorni prima con il Verbale della Consegna dei Locali e delle relative Chiavi; segue il Verbale dell’Insediamento della Commissione; poi il Verbale della Disamina dei Titoli dei candidati (pagamento bollettini di esame, titoli scolastici e formativi, regolarità scrutini, ecc.); indi il Verbale del Calendario dei Lavori… e così via fino al verbale relativo allo svolgimento della Prima Prova (il tema di italiano), i cui documenti (i temi e le relative brutte copie), insieme con la registrazione del numero di fogli distribuiti, del numero di uscite e dei minuti trascorsi fuori dall’aula da ciascun candidato (pipì, merenda o sigaretta), devono essere conservati in una busta i cui sigilli siano convalidati dalle firme dei Commissari, in un armadio chiuso e sigillato con nastro adesivo e firme, in un’aula chiusa e sigillata con nastri adesivi e firme (porte e finestre comprese) fino al momento in cui, conclusi tutti gli scritti, si passerà alla correzione (collegiale), accompagnata dalla redazione dei rispettivi Verbali. I quali, implacabilmente, continueranno ad accompagnare passo passo ogni fase delle prove, sia scritte che orali, nonché dei lavori interni, della pubblicazione di calendari e risultati, fino alla verbalizzazione dell’ultimo atto: la chiusura di tutte le prove e di tutti i verbali in un grosso pacco confezionato con spessa carta marrone, spago e ceralacca, firmato da tutti i Commissari, che sarà solennemente consegnato al Preside dell’Istituto o al suo Facente funzioni (sic), il quale lo rinchiuderà nello scantinato della scuola, dove, se tutto va bene, si coprirà di polvere per i successivi vent’anni.





Studenti impegnati in una prova scritta dell'ultimo Esame di Stato


Ma non voglio precorrere i tempi. Il mio resoconto inizia il 16 di giugno, alle otto del mattino. Siamo  a Roma, in un Istituto Tecnico tra i più quotati della capitale; ci ritroviamo in quattro di fronte all’aula che reca la dicitura “CCCCCCLLIIII Commissione”, convinti (eh eh) di sapere cosa ci attende, la mente fissa a quei mille e cento euro che ci compenseranno di tre settimane circa di fatiche. C’è il collega di Matematica, quello di Tecnologie Elettriche ed Elettroniche  (entrambi esterni, come me che insegno Italiano e Storia), il collega di Educazione fisica che svolge funzione di Commissario interno e che, nell’illustrarci con squisita gentilezza caratteristiche e peculiarità della scuola,  cerca di capire che tipi siamo e di sondare  i nostri orientamenti. Mentre ci spiega che gli alunni dell’Istituto sono in gran parte studenti lavoratori, che molti sono L2 (ovvero di madre lingua non italiana) e che non mancano casi particolari di cui bisognerà tenere conto ecc. ecc., ecco che, sudato e scamiciato, poiché si è fatto tutto il percorso dal Tiburtino in bicicletta, arriva il collega cui spetterà di dirigere l’orchestra. Napoletano, filosofo, è un Presidente di lungo corso: e infatti, con fare pratico e piglio esperto, prende immediatamente in mano la situazione.

L’aula viene attentamente ispezionata: le finestre sono al primo piano e danno sulla strada, non chiudono molto bene, ma non fa nulla, si sa che molte delle consuetudini obbligatorie non sono che formalità; l’armadio (Ikea) ha una chiusura dotata di lucchetto, ma la parete posteriore è aperta, beante, in pratica è del tutto sfondato. Decidiamo di  rimediare con un po’ di nastro adesivo e qualche firma. Arriva l’addetto di segreteria della Scuola che ci consegna i Fascicoli dei  candidati, i documenti degli scrutini di Primo e Secondo Quadrimestre, il famigerato Documento di Classe, contente il profilo della Offerta Formativa della Scuola, le Attività e i Programmi svolti durante l’anno nonché una scatola col materiale di cancelleria (penne, matite, gomme da cancellare, nostalgici matitoni rossi e blu, forbici, nastri adesivi, cucitrice e, naturalmente,  colla, spago, carta da pacchi, ceralacca e candela) e i moduli che ci servono per dichiarare che non siamo parenti, né di primo né di secondo grado, di nessun candidato e che non abbiamo mai impartito ripetizioni private ad alcuno di loro. A parte, in un altro modulo, attesteremo in fede le nostre generalità, il numero di partita fissa, l’aliquota fiscale media.  Giunge finalmente anche l’Addetto  Informatico con  il PC che ci dovrebbe consentire di collegarci al sito dedicato per scaricare il facsimile dei Verbali. Espletati i primi atti dovuti, ci sorbiamo un caffè offerto dai Commissari interni: a noi si sono aggiunti i colleghi di Motori [Tecnologie meccaniche], di Inglese, due di Impianti [Tecnologie e tecniche di impianti civili e industriali], che faranno parte a rotazione della Commissione, a seconda dell’indirizzo della classe da esaminare: a turno, insistono senza parere a profilarci casi difficili e pietosi – rassicurati dal nostro affabile Presidente che smorza ansie e tremori, assicurando comprensione e disponibilità. Alle 11, mentre lui e il Commissario di Matematica iniziano a dannarsi per riuscire a connettersi con il surriscaldato sito MIUR, in un delirio di codici, password, link che conducono nel vuoto, noi iniziamo ad analizzare i fascicoli, ben presto turbati dall’evidenza di un gran numero di casi in cui insufficienze gravissime del Primo Quadrimestre sono miracolosamente approdate al sei in sede di Scrutinio Finale. Sappiamo in realtà molto bene come sono andate le cose: di fronte alla prospettiva di dover rifiutare l’ammissione a troppi alunni, il Consiglio di Classe, sostenuto e incalzato dalla selva di circolari che invitano gli insegnanti a tener conto dei casi di disabilità, DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento), BES (Bisogni Educativi Speciali), L2 (Italiano non madre lingua); spaventato dalla prospettiva di far apparire la scuola, nelle statistiche ministeriali, come Istituto “ad alta percentuale di fallimenti”  (con la probabile conseguenza di farle subire un drastico taglio dei già esigui finanziamenti), finisce con l’ammettere tutti, lasciando alla Commissione d’Esame le gatte da pelare.

Mentre ragioniamo di queste circostanze, che apparirebbero scandalose a chiunque fosse dotato di sano buon senso, ma che risultano ovvie e scontate al docente incallito dal quotidiano e lacerante divario tra lo spirito delle direttive e la ferale stupidità delle norme applicative che si sommano l’una sull’altra a creare il disastro pedagogico e culturale nel quale la nostra scuola sta sprofondando, sopraggiungono gli Insegnanti di Sostegno, ciascuno dei quali assisterà l’alunno con disabilità che gli è stato affidato e di cui ci presenta le richieste: uno chiede che la sua Terza Prova consista solo di quesiti chiusi a scelta multipla; un altro, che la scelta multipla non contempli più di tre items; un altro che la Terza Prova di Storia riguardi solo il periodo 1900-1940; un altro, che ha difficoltà con la scrittura, chiede di svolgere gli scritti con un computer, in Word, con correttore ortografico attivato. Mentre l’Addetto di Segreteria, interpellato, spiega che la Scuola non ha computer portatili a disposizione e si attiva frenetica la ricerca di una possibile soluzione (la legge esclude che il candidato possa utilizzare il suo PC), una breve riflessione mi fa cadere le braccia: le tracce della Prima Prova (Italiano) e della Seconda (materia di indirizzo) vengono approntate dal Ministero ed inviate alle Scuole la mattina stessa dell’esame; la Terza Prova, invece, deve essere preparata dalla Commissione, sulla falsariga delle Simulazioni d’Esame sostenute durante l’anno ed esemplate  nel Documento di Classe; di solito, riguarda cinque materie (tra cui Inglese, Matematica, Storia e altre di indirizzo), per ognuna delle quali il candidato deve rispondere a cinque domande (di solito tre a risposta multipla e due a risposta aperta: 5-8 righe). Ma la prova deve essere diversa per ogni classe e ogni volta assegnata per sorteggio tra almeno due prove differenti. Questo, considerando anche le richieste speciali di cui sopra, significa che ciascuno degli insegnanti coinvolti dovrà preparare la bellezza di quarantasei quesiti… cosa che sarà ovviamente costretto a fare  a casa, durante il week end che separa le prime due prove dalla terza.

Un grido di esultanza mi riscuote dalle mie elucubrazioni: finalmente il sito si è sbloccato ed è possibile cominciare a scaricare i verbali. Ma è ormai l’una; perciò, infrangendo le regole che impongono di completare e firmarne i primi quattro la mattina stessa dell’apertura dei lavori, si decide di rimandare tutto all’indomani.

Il primo contatto con gli alunni che andremo ad esaminare avviene la mattina del 18: suddivisi in due aule, attendono frementi l’arrivo delle tracce per il tema, mentre noi registriamo i documenti di identità, raccogliamo i telefoni cellulari, spieghiamo che hanno a disposizione sei ore per il completamento della prova.  Ci guardano con occhio cupo, preoccupati: le tracce saranno almeno cinque, suddivise in tre tipologie (analisi di un testo letterario; saggio breve o articolo di giornale; tema di carattere generale), riguardanti almeno tre diversi ambiti (scientifico, storico, sociologico), e accompagnati da un cospicuo corredo di documenti: tra le dieci e le dodici pagine fittamente dattiloscritte.  In realtà, la quantità di sollecitazioni fornite dai materiali sarà come al solito tale che basterebbe ragionare su di essi, recependone il lessico specifico, per ottenere un discreto elaborato. Il problema, per loro, consisterà nella comprensione stessa dei testi, nella loro “problematica” sinergia e nel linguaggio che, ovviamente, si discosta dai piatti gerghi della quotidianità.

Tuttavia, già verso mezzogiorno e mezzo, molti cominciano a consegnare: invano ricordiamo che hanno tempo fino alle 15 e raccomandiamo di rileggere attentamente il lavoro. Raccolgono le loro cose e se ne vanno. “Era difficile?”, chiediamo. Non rispondono, scuotono le spalle, sorridono. A stento, per dovere di imparzialità, respingo il sospetto che attribuiscano non troppa importanza all’esito; che il retropensiero “Io speriamo che me la cavo” abbia prevalso su ogni altra istanza, al  punto che, evaso il compito al minimo plausibile, pensino di poter ragionevolmente confidare nella indulgenza della Corte. Fino a che punto abbiano ragione neanche riescono a immaginarlo… o forse sì?

 

 

 

Per ciò che riguarda i tempi di svolgimento, le cose andranno in modo assai diverso durante  la seconda e la terza prova: poiché si tratta di rispondere a quesiti precisi, la speranza universalmente condivisa è quella di ottenere l’imbeccata da un compagno, da uno dei Commissari interni – o anche da un cellulare sfuggito alla sorveglianza. La situazione che si viene a creare è così, a dir poco, incresciosa: il Presidente e il collega di Matematica sono occupati con l’inevitabile stesura dei verbali; io e il collega di Elettronica dobbiamo coprire la sorveglianza su due classi, dove i Commissari interni e i colleghi di Sostegno si dividono tra il fornire aiuto ai candidati e il tenere occupati noi in amabili conversazioni. Cerchiamo di sfuggire alla loro sollecitudine, di mantenere il silenzio tra i banchi ma la mattinata è lunga e, per di più, sorgono in continuazione problemi che ci richiamano altrove: c’è bisogno del nostro contributo per un Verbale, non si trova un certo documento, dobbiamo concertare il calendario degli orali. È facile immaginare quel che accade non appena voltiamo le spalle, nell’indifferenza se non con il concorso dei colleghi interni che sono stati incaricati di vegliare in nostra vece. La correzione ci rivelerà, con la ricorrenza degli stessi errori, quanto bene abbia funzionato il passaggio di informazioni tra gli studenti. 

Eppure sarà il male minore. Per quanto mi riguarda, su 36 candidati, soltanto cinque raggiungono un livello appena accettabile. Le quattro colonnine di svolgimento prodotte  per la prova di italiano sono, nella maggior parte dei casi, desolanti: benché le griglie di correzione ci forzino la mano verso la sufficienza (contenendo criteri quali: “Aderenza alla traccia” e “Pertinenza delle argomentazioni”; chiedendoci di esprimere le valutazioni in quindicesimi e prevedendo una serie di arrotondamenti verso l’alto), per quanto io stesso sia propenso ad essere comprensivo e anche a largheggiare, l’inadeguatezza dei mezzi espressivi, l’esiguità del lessico, la scorrettezza sintattico- grammaticale e perfino ortografica, in certi casi addirittura l’irriconoscibilità della nostra lingua svisata e contraffatta, mi obbligano a battermi per valutazioni mediocri e anche molto scarse.

La correzione è però collegiale, per sottocommissioni: e già da qui, affiancato come sono dai colleghi interni e dalla supervisione del nostro ineffabile Presidente, mi tocca fare la parte della carogna e spiegare ogni volta che no, non posso aumentare di due o tre punti; che pazienza se la Terza Prova sarà prevedibilmente anche peggiore: non posso in coscienza valutare neppure lontanamente accettabili quelle prove. 

Terminato lo spoglio degli scritti, mi viene presentata una tabella: contiene, per ogni candidato, il punteggio ottenuto nelle tre prove, i crediti formativi, il totale ottenuto sommando queste voci e il voto che egli dovrebbe ottenere all’orale per raggiungere la sufficienza. È evidente che molti sono già destinati alla  bocciatura, poiché dovrebbero dimostrare nel corso dei colloqui una preparazione buona o anche eccellente, che è implausibile attendersi. Caso per caso, inizia la ricerca di motivazioni che consentano di aumentare i voti. X è un BES: i suoi genitori si sono separati e lui ha attraversato un brutto momento di crisi; Y è un L2: anche se è nato in Italia e qui ha frequentato la scuola sin dalle elementari, in casa, con i genitori e i fratelli, parla albanese; Z, è un L2 ed un rifugiato politico: è in Italia da otto anni ma viene dall’Afghanistan e avrà visto chissà quali orrori; anche J è BES: ha avuto un incidente, si è rotto una gamba ed è rimasto un mese a casa. Invano faccio notare che queste circostanze non dovrebbero essere tali da impedire l’apprendimento di livelli linguistici e di contenuti disciplinari minimi; invano richiamo l’attenzione sugli orari di consegna di alcuni elaborati, che dimostrano come l’impegno profuso sia stato assai ridotto; invano sottolineo che un rifugiato politico che voglia inserirsi nel nostro Paese avrà pure bisogno di conoscerne la lingua e che otto anni di scuola avrebbero pur dovuto insegnargliene almeno qualche rudimento; inutilmente ricordo che stiamo ricoprendo una funzione ufficiale, la quale ci richiede di certificare l’acquisizione di una preparazione minima standard, alla quale corrisponde un Titolo di Studio ufficiale. Il Presidente, sostenuto dai Commissari interni e non avversato dai colleghi esterni, confusi e non propensi ad ingaggiar battaglia, elenca i motivi didattici che ci autorizzano ad aiutare tutti gli alunni in difficoltà; ci (mi) rammenta che, perfino in ambito giudiziario, è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente; a tutti ricorda che i ricorsi sono sempre possibili, che basta una imperfezione formale per vincerli; che un ricorso ci obbligherebbe a riaprire in piena estate tutte le procedure e molto probabilmente a pagare di tasca nostra le relative  spese procedurali (che una recente legge, ho poi saputo, fa gravare tutte sui Presidenti di Commissione).

Cominciano così le prime penose discussioni, che diventeranno una sgradevole consuetudine nei giorni a venire. Alcuni colleghi tentennano, ammettono che potrebbero essere stati troppo severi (“Forse qui non ha capito la domanda..”; “Si vede che avrebbe voluto rispondere così, invece  poi, chissà perché, ha cambiato idea”; “Non ha terminato l’esercizio, però aveva cominciato bene..”). Iniziano a rivedere le proprie correzioni e ad alzare i voti, a rotazione: un  punto qui, due là. Ma questo non basta ad aprire a tutti i candidati una prospettiva di salvezza. La polemica tra noi  riprende e si prolunga, ancora e ancora. Alle cinque del pomeriggio, il collega di Matematica, che è un uomo mite, cortese, rassegnato all’incomprensione del mondo, propone un compromesso: aiuteremo i peggiori aggiungendo alle loro valutazioni complessive (oltre alle rettifiche già apportate) due punti al massimo: questi candidati non potranno però essere più aiutati all’orale. Su questo, solennemente, anche il Presidente si impegna: e io, che ho sei paia di occhi arrossati e stravolti puntati su di me, pronuncio, alle 18:05, un rassegnato “così sia”.  





Con una 'tesina' si avvia l'esame orale


Il 25 di luglio iniziano i colloqui, in un clima di gratitudine verso il nostro scaltrito Presidente il quale, nonostante alcuni imprevisti (la morte del padre di un collega, che si assenterà per tre giorni) e il complesso incastro di presenze che obbliga alcuni prof a dividersi tra diverse Commissioni, è riuscito ad ottimizzare i tempi: finiremo entro la prima metà della seconda settimana di luglio. Da oggi in poi, ogni mattina, esamineremo cinque candidati, che saranno chiamati a rispondere su sette materie (Italiano, Storia, Inglese, Matematica, Tecnologie meccaniche, Impianti o Motori a seconda dell’indirizzo), prendendo le mosse da una tesina o da una mappa concettuale.

Il primo candidato, nervosissimo, scortato dalla mamma e da una fidanzatina sull’orlo dello svenimento, si presenta con una “tesina multimediale”, frutto di uno sforzo per il quale ci congratuliamo all’unanimità. Il suo percorso riguarda il concetto di “Forza”, affrontandolo dal punto di vista storico (il Nazismo), letterario (D’Annunzio), fisico-matematico, impiantistico (turbine eoliche e idrauliche), elettrotecnico (elettricità), meccanico (motori diesel e benzina). Di fatto, una volta avviato il PowerPoint, incomincia a leggere una dietro l’altra le slide della presentazione, ripetendo a pappagallo quanto c’è scritto. Lo interrompo per porgli qualche domanda (in che cosa consiste una maggioranza assoluta in parlamento; che cosa fosse e che importanza avesse il “corridoio di Danzica”; da chi D’Annunzio avesse mutuato il concetto di “superuomo”) che sembrano sconcertarlo profondamente. Tento un sondaggio su un argomento altro e cerco il più ovvio: Pirandello.  Il candidato annaspa e l’atmosfera si fa gelida. Verifico sul Documento di Classe che l’argomento sia stato svolto: lo è stato, eccome. Solo che la stesura del Programma di Italiano messo agli atti mi lascia basita: le maiuscole sono usate a casaccio, i corsivi dei titoli sono casuali, Berecche e la guerra è diventato Berlicche e la guerra… Ma il Presidente mi fa cenno: ho già trattenuto il candidato per più di un quarto d’ora, è tempo che si passi ad altro. È ancora  la stessa storia: lettura delle slide e scena muta riguardo al resto, con la variante che i professori che hanno seguito il ragazzo durante l’anno oscillano tra la vendetta e la difesa ad oltranza: insistono nel porre una quantità di domande al loro studente, sottolineando di aver più volte spiegato e ripetuto l’argomento, e poi, di fronte alla sua ignoranza, parlano al suo posto, si profondono in delucidazioni e chiacchiere. Il più verboso è il collega di Educazione fisica, il quale, sul concetto di “forza muscolare”, ci intrattiene per oltre venticinque minuti.  Risultato: il colloquio dura quasi un’ora e tre quarti.

Finalmente, a porte chiuse, si fa il giro delle proposte di voto: quasi nessuno, in coscienza, si sente di proporre la sufficienza. Ma una volta constate le gravi lacune,  gli interni fanno notare che non possiamo scendere troppo con la valutazione: in primo luogo perché, altrimenti, chiuderemo il caso senza appello; in secondo, perché vi sono studenti il cui rendimento sarà presumibilmente anche di molto inferiore.  Ricominciano le discussioni: il Commissario di Educazione fisica sottolinea che la Terza prova è andata piuttosto bene, che il candidato ha dimostrato una buona preparazione nelle materie professionali – e che dunque respingerlo andrebbe contro lo spirito della legge: argomentazione che il nostro Presidente riprende trionfalmente (mentre uno dei Commissari interni, con il quale ho fatto amicizia e che non sopporta il suo collega, mi sussurra all’orecchio che questi ha sicuramente spifferato in anticipo le domande della Terza prova al suo alunno preferito) .

Abbiamo iniziato a interrogare alle 8:30: sono le 10:50 e il secondo candidato sta ancora aspettando il suo turno. Il Presidente accusa tutti di comportamento irresponsabile: stiamo inutilmente stressando i candidati e rischiamo di far slittare il calendario (cosa che, oltre ad impedire a lui e ad altri di partire per le vacanze nel giorno previsto, rischia di aprire procedure di irregolarità).

Lasciamo in sospeso il caso e riprendiamo a interrogare i successivi. Ma l’andazzo, nonostante alcune piccole  differenze, è sempre molto simile.  I candidati non brillano; ve ne sono alcuni che sembrano aver soltanto imparato a memoria il loro argomento, limitatamente alle poche informazioni per lo più derivate dal Web; si confondono su cose banali, anche quando parlano di motori e corrente elettrica; il povero collega di Matematica mi fa quasi pena, per i suoi vani  sforzi di rendere più semplici le domande. Alle ore 16, 30, l’ultimo esaminando ha terminato il colloquio e se ne va. Noi siamo disfatti: se già di primo mattino l’aspetto dei Commissari lasciava un po’ a desiderare (occhi gonfi, qualcuno con la barba lunga, magliette un po’ sudate del giorno prima), adesso è francamente riprovevole. In più, non abbiamo pranzato, il Presidente è infuriato e minaccia di convocarci anche di domenica per terminare i lavori. Quanto a me, sono guardato con odio particolare, perché ho sollevato problemi a piè sospinto….

Andrà avanti così per cinque giorni, mentre la tensione tra me e il Presidente filosofo raggiungerà livelli insopportabili. Sabato pomeriggio, ultimato il colloquio dell’ultimo candidato della prima classe esaminanda, ci tratteniamo per stilare i quadri definitivi di voto. Lascio al lettore di immaginare il tenore generale della discussione  sulla falsariga di quanto riportato fin qui. Ricordo solo una chicca: di fronte alla mio diniego a promuovere un alunno particolarmente insufficiente, il Presidente ricorda che, durante l’interrogazione di Motori, mentre il Collega tratteneva ad libitum il candidato già impegnato da oltre un’ora e un quarto, mi sono assentato per quasi cinque  minuti (lo facevamo tutti, per andare in bagno, visto che non c’era quasi pausa nel lavoro); questo costituiva una  grave irregolarità procedurale, che ci esponeva al rischio di un ricorso fortunato; inoltre, in quel lasso di tempo, il candidato aveva dimostrato una preparazione eccezionale: non erano forse tutti d’accordo?

Alle 19, con le pive nel sacco, me ne vado insieme agli altri, i quali, benché sollevati all’idea che domani è domenica e che non saremo costretti a riunirci, mi sembrano pure gravati, come me, da un senso di sconfitta e di inutilità… (che si somma, nel mio caso, ad una morsa di indignazione rabbiosa e impotente).





Lunedì riprendiamo con la seconda classe: stesse situazioni, se non peggiori. Il colmo è raggiunto nel caso di uno studente extra comunitario, che ha scaricato i contenuti della sua tesina da Internet – ma non in Italiano (forse gli risultava troppo difficile): probabilmente nella sua lingua e ne ha affidato la traduzione a Google. Oltre a essere sciatta e zeppa di errori ortografici (come, del resto, molte delle tesine dei suoi compagni), questa raggiunge livelli di surreale comicità: D’Annunzio (o Dannunzio, o d’Annunzio e perfino D’Annuncio) si è fidanzato con Eleonora Diaz ed è morto a Guardone Riviera; ha scritto un poema sul Fuoco; è stato molto amico di Benedetto Mussolini, capo del Partito delle Fasce, che aveva preso il potere in Italia mentre in Germania il suo amico Hitler dava la caccia agli ebraici. Terminata la molto mediocre interrogazione del candidato, il quale, registrato il mio disappunto, mi ha spiegato di non aver sottoposto la sua ricerca all’insegnante “per mancanza di tempo”, a porte chiuse, levo lo scudo: per promuoverlo dovranno passare sul mio cadavere, sono disposto a prolungare i lavori sine die. Il Presidente mi guarda come fossi un bambinetto capriccioso: sono dettagli, mi dice, nella sostanza i fatti ci sono; la prova scritta di italiano sfiora l’incomprensibilità? Ma è ovvio, è un L2! L’interrogazione non era brillante? Ma questo lo dico io, lui e gli altri (non è vero?) sono di parere diverso. Non ha rivisto la tesina? Ma è uno studente lavoratore! Ha dimostrato di non aver compreso l’ufficialità della circostanza? Ma chissà cosa succede al suo Paese! Non è possibile promuoverlo lasciando agli atti un tale documento? E lui, che è Presidente e ha facoltà di decidere cosa prendere in considerazione per la valutazione complessiva, che dev’essere espressa collegialmente e non singolarmente, dichiara che questo documento non esiste, non è mai esistito (visto che la legge non obbliga i candidati a presentare tesine, è solo una facilitazione in più per favorire l’andamento degli orali): detto fatto, la tesina è stracciata sotto gli occhi di tutti, il verbale è modificato e la discussione può procedere su questa base.  Il candidato è promosso a larga maggioranza. 

Cosa mi restava da fare, caro lettore? Reso edotto da precedenti esperienze di Maturità, per anni ho fatto di tutto per non essere nominato, benché qualche provento straordinario faccia comodo anche a me, che vivo del mio abbastanza magro stipendio, e benché l’iter procedurale d’esame, seppure non adamantino, non avesse mai raggiunto un paragonabile, scandaloso livello: ho fornito falsi codici e falsi numeri di telefono al sistema di reclutamento dei Commissari, mi sono dato malato, ho cercato in tutti i modi di scomparire.. Questa volta non ci sono riuscito, e ho pensato che forse sarebbe stato diverso.

Tutti promossi, evviva! E non si creda che l’abbassamento di livello, la complicità con regole stolte, la cattiva coscienza degli esaminatori siano prerogativa delle Scuole Professionali e Tecniche. Ho insegnato e fatto esami anche all’Università: e la conoscenza della Letteratura Italiana di molti studenti di Specialistica (non di tutti , per fortuna) era diventata negli ultimi anni talmente lacunosa, da eguagliare la preparazione di uno studente medio di maturità tecnico-professionale degli anni Ottanta! Madame de Stael? Mai sentita nominare. Il titolo di almeno sei commedie di Pirandello? Domanda difficile. Cos’altro ha scritto Manzoni oltre ai Promessi sposi? Alcune poesie. La diegesi? È una figura retorica. E questo da universitari al quarto anno di Filologia italiana, con libretti pieni di 30 e lode. (Quale docente ha voglia di deprimere i suoi studenti, sapendo che, se è troppo esigente, non si iscriveranno in massa ai suoi corsi e non sosterranno il suo esame, così che egli finirà col rischiare di veder soppressa la sua cattedra?)

La verità è che sono invecchiato, e nuove leve devono prendere il mio posto: formatisi in un sistema educativo e culturale tanto più barcollante nelle fondamenta quanto più propositivo, trionfalistico e “moderno” nelle intenzioni e nei processi, sapranno meglio rispondere agli obblighi loro imposti, senza neanche il dubbio di essere conniventi con un volere occulto che mira alla disinformazione e all’ottundimento delle coscienze, alla creazione di individui labili nella comprensione e poveri di  capacità critica. A chi daremo la responsabilità: allo “spirito dei tempi” o ad una “congiura internazionale delle lobby al potere”?  al “generale disinteresse” o ad una  “congiura del Grande Fratello”? Sta di fatto che una reale mobilitazione per favorire la rettifica degli errori ed il ripensamento dei nostri sistemi formativi ancora non si è vista. E, nel vuoto di pensiero filosofico e pedagogico, la scuola continua a vivacchiare, in un generico quanto improduttivo scontento, nel sostanziale disinteresse delle Istituzioni, affidata a qualche bravo Insegnante (ce ne sono, e non pochi) di testa dura e di buona volontà .




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