SPAZIO LIBERO
SCHEDE CRITICHE
Emilio Villa o la ricerca
della parola prima della parola


      
Nel centenario della nascita dello straordinario poeta, artista, intellettuale e critico lombardo, ecco in sintesi richiamata la parabola esistenziale e creativa del maggiore ‘clandestino’ della letteratura italica del secondo Novecento. Un autore proteso a ritrovare una lingua dell’origine attraverso un molteplice, radicale mistilinguismo che lo condusse di fatto fuori dall’alveo dell’italiano.
      



      

di Francesco Aprile

 

 

1.

 

Emilio Villa (Affori, 1914 – Rieti, 2003), poeta, artista, intellettuale, critico, si è fatto promotore di una infaticabile operazione di ricerca linguistica. Sostenitore dei valori dell’avanguardia, ha anticipato per certi versi alcuni caratteri della neoavanguardia. Studia presso il seminario di San Pietro Martire, a Seveso, proseguendo gli studi, al cambio di sede del seminario, presso Monza, Saronno, Venegono. Fra i suoi compagni di studi, Giancarlo Vigorelli. Fin da ragazzo è attratto dalle lingue antiche, l’ebraico in particolare, al punto che durante gli anni in seminario viene punito per avere preso senza autorizzazione una grammatica ebraica dalla biblioteca. Nei primi anni Trenta è studente presso il Liceo Classico Parini di Milano, fino a quando, attorno alla prima metà dei ’30, si trasferisce a Roma per studiare presso l’Istituto Biblico, iniziando lo studio del sumero, dunque la filologia semitica antica, ed iniziando a coltivare il sogno inseguito per tutta una vita, la traduzione biblica che lo occuperà appunto per l'interno arco della sua esistenza, ma resterà, però, incompiuta.

A Roma resta per alcuni anni, fino ad un periodo che si situa tra la fine dei ’30 ed i primi anni ’40, momento in cui entra in contatto con la poesia concreta del poeta futurista Carlo Belloli. Il poeta futurista, infatti, pubblica nel 1943 le sue Parole per la guerra e nel 1944 Testi-poemi murali; nel 1945 si laurea a Roma e in quello stesso periodo studia nella capitale il brasiliano Cordeiro, Villa entrerà in contatto con lui, fino a quando non arriverà in Brasile nel 1950. Nel ’51 ci sarà la prima esposizione di Belloli in Brasile, mentre fra il ’52-’53 avverrà la fondazione del Gruppo Noigandres che avrà rapporti, in quegli stessi anni, con Cordeiro.

Nei primi anni ’40 Villa è chiamato alle armi dalla Repubblica di Salò, ma fugge in Toscana ospitato dal critico d'arte Bino Sanminiarelli. Proprio in Toscana aveva vissuto nel biennio 1937-’38, entrando in contatto con Mario Luzi, Oreste Macrì, Palazzeschi, collaborando a “Frontespizio”, per poi tornare a Roma nel ’38. Verso la fine della seconda guerra mondiale è a Milano, dove vive in clandestinità, aderendo alla Resistenza. In Brasile vive fra il ’50 ed il ’52, collaborando con Pier Maria Bardi, fondatore del Museo di Arte Moderna di San Paolo e dirigendo le riviste “Habitat” ed i quaderni “O Nivel”. Di ritorno dal Brasile è ancora a Roma, dove si dedica ancora allo studio della filologia semitica e paleogreca, uno studio indicativo di una tensione e direzione linguistica consapevole, occupandosi, in contemporanea, di critica d’arte, attraverso le collaborazioni con le riviste “Arti visive”, “Civiltà delle macchine”, “Appia”. Con Giovanni De Bernardi e Mario Diacono fonda la rivista “Ex” della quale usciranno cinque numeri fra il 1961 ed il 1968, mentre nel 1964 è consulente storico per il film La Bibbia di John Houston.

Ha inoltre rappresentato uno snodo cruciale per numerosi artisti, grazie alla sua attività critica, contribuendo in modo determinante a fare emergere artisti come Burri, Novelli, Debernardi, Francesconi e altri. Da Carmelo Bene a Rothko, da Duchamp a Matta, ha intrattenuto collaborazioni e stretti rapporti con alcuni dei più grandi artisti internazionali. Secondo prospettive avanguardistiche, ha diffuso i suoi testi per vie semiclandestine, conducendo un lavoro di protesta contro la dimensione facile e commerciale dell’editoria. Nel 1986 è colpito da paralisi. Da allora non sarà più in grado di scrivere e parlare. Nel 2002 alla morte della compagna, Nelda, viene affidato ad un ricovero per persone anziane, dove muore nel 2003.





Emilio Villa


2. Una poetica dell’origine

 

Per tutta la vita Emilio Villa inseguirà un sogno, quello di una scrittura poetica capace di ritrovare l’origine del linguaggio, di tutte le lingue. Una scrittura, quella villiana, che si caratterizzerà per l’uso necessitante delle ripetizioni e del plurilinguismo. La matrice plurilinguista in Villa è ben lontana dal gioco e dalla citazione del postmoderno, ma entra nella pratica poetica come materia necessaria, componendone l’ossatura assieme alle ripetizioni. L’uso delle lingue morte è una vivificazione di queste. Per tutta la vita Emilio Villa inseguirà un sogno, un sogno randagio, vissuto ai “chiari di luna”. La figura di Emilio Villa è quella di un autore al di fuori di ogni accademismo, che considererà la lingua italiana, sì complessa, ma nell’ottica di una lingua della schiavitù, perché linguaggio delle accademie, tanto da usare spesso il termine “Ytalya”.

A partire da questo, e dal sogno dell’origine, produrrà una serie di testi poetici che vedranno il progressivo diradarsi dell’italiano, a volte anche un abbandono totale, attraverso inserimenti o scritture radicali che vanno dai ceppi semitici al greco, al latino, dal francese all’inglese. Cercare l’origine per Villa appare necessario per riportare la parola ad essere parola, staccandola dalle cose. In quest’ottica, le ripetizioni ossessive che caratterizzano il testo diventano strumento fondante l’origine, mezzo necessario per restituire le parole alla condizione esclusiva significante. La parola è ritmo ed il ritmo è per la parola. Le lingue straniere inserite risultano disinnescate, coinvolte in un meccanismo di compenetrazione, di miscellanea dei linguaggi volto a rintracciare, per assonanze, similitudini, ceppi comuni anche fra parole di diverso significato.

 

3. La storia come errore

 

Spesso l’approccio poetico di Villa appare legato da un lato al paroliberismo futurista, dall’altro all’elemento del vuoto dell’ultimo Mallarmé, il tutto filtrato attraverso l’esperienza del concretismo poetico di Carlo Belloli, sconfinando, e smagrendosi, verso il terreno delle scritture asemantiche. Tutto ciò, accompagnato dalla infinita ricerca dell’origine attraverso il suono e lo strumento etimologico delle parole, guarda alla storia come ad un errore, caratterizzato da elementi tipici dell’ordine e della struttura che negherebbero l’origine stessa dei linguaggi. L’inserimento di elementi testuali che vanno a sabotare l’ordine consueto di lettura e scrittura mirano appunto al pervertimento dell’ordine storico. Il poeta-pittore villiano è amanuense, la dimensione della parola è al contempo sonora e di movimento, legata appunto al movimento autorale e percettivo del poeta come raccordo di questo col mondo.





Una tavola 'parolibera' manoscritta di Villa


4. L’attività critica

 

L’attività di critico d’arte si caratterizza per una doppia valenza. Da un lato, Villa, mette in evidenza aspetti inesplorati dell’opera di alcuni artisti, ad esempio Capogrossi, o contribuisce in maniera determinante all’esplosione di alcuni artisti, come il “caso” Burri, dall’altro, nel delineare aspetti dell’opera di un autore, sviluppa ulteriormente la sua esplorazione dei linguaggi, la sua pratica poetica, restituendo testi critici in forma poetica o saggistica in cui in realtà, riprendendo l’analisi compiuta da Adriano Spatola su Villa, si potrebbe parlare di partecipazione fra Villa e gli artisti recensiti, al punto che l’esegesi dell’opera visiva finisce per diventare, per il poeta, elemento dal quale partire ad un ulteriore sviluppo della sua pratica letteraria.




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