PRIMO PIANO
ALBERTO ARBASINO
“Ritratti italiani”: grandezza
e miseria nel costume
e nella cultura del Bel Paese


      
L’ultimo libro dello scrittore lombardo è una straordinaria galleria di personaggi nostrani che parte alfabeticamente da Gianni Agnelli e finisce con Federico Zeri. Ma ciò che soprattutto, ancora una volta, si impone è la maestria assoluta della scrittura, un mix di sapienza e di ironia in cui si distende l’energia a mille del suo pensiero-linguaggio in cui si saldano estrema competenza e finissima intuizione. Ma dove trapelano, talora, anche corde drammatiche e fiotti di profonda indignazione civile. Parlando di altri egli, infine, traccia la propria appassionata, sarcastica, implacabile autobiografia intellettuale.
      



      

 

 

di Mario Lunetta

 

 

Ma poi non sarà, quella dell’Arbasino di Ritratti italiani (Milano, Adelphi, 2014, pp. 552, € 28,00), soprattutto una trovata intelligente? Una trovata, sì. E una trouvaille, se volete. E magari un espediente da trovarobato, ma sofisticatissimo e sempre massimamente pertinente, che mette alfabeticamente in fila 93 Icone Italiche, o Maschere d’Epoca, rimodellandole, dandoci giù duro, elevando inni, accarezzando, punzecchiando, mordendo, salendo (giustamente, legittimamente) in cattedra quando è necessario, insomma atteggiandosi a gran burattinaio di Marionette Sublimi che carica a motore di sapienza e ironia: e di che sapienza e di che ironia è superfluo dire, per chi conosce la stoffa dell’autore di Fratelli d’Italia. Dall’A alla Z, insomma da Agnelli (Gianni) a Zeri (Federico), compaiono in questa galleria di Figure ciascuna compresa entro confini piuttosto rilevanti, le Effigi illuminate dalla fama (imperitura o effimera, volgare o squisita), nella sfera della Letteratura, della Musica, delle Arti visive e plastiche, della Filosofia, del Giornalismo, dell’Imprenditoria, del Cinema, della Moda: con un’attenzione sorprendentemente accessoria al Teatro. Verso la fine di queste strepitose 552 pagine, c’è posto perfino per una “comparsata” di Umberto (il Re di maggio) che, provenendo probabilmente da Villa Italia (Cascais), partecipa come uno spettro sfasato, pieno di tic verbali meravigliosamente incongrui, a una serata nella casa di Lisbona di un architetto, cui è presente anche il Nostro. Uno sketch degno dei Marx Brothers. 

Arbasino s’incarica di dilatare queste Effigi non di rado in trompe l’oeil  per poi bruciarle come un Attila della Cultura che non esita a ridisegnare la Mappa dell’Intelligenza Peninsulare, dal secondo Ottocento al nostro oggi. E allora ecco istantanee fulminanti, dagherrotipi malinconici o veri essais brillantissimi su Dossi, D’Annunzio, Lucini, Invernizio, Verdi, Puccini, alfabeticamente mescolati alle aquile e alle paperelle del Novecento, come in uno sterminato cortile che, se ospita non con la “divina Indifferenza” montaliana ma con parzialità proprio iconoclasta oppure con empatia calorosa una folla di Fari e di Fiammelle (sempre comunque senza un’ombra di “razzismo” intellettuale nei confronti delle seconde), assegna però con rigorosa geometria le zone territoriali di competenza. Per dire: è in tutti i casi verboten, in tanto scialo di “democrazia”, confondere la zona  di Arturo Benedetti Michelangeli, Cesare Brandi, Gianfranco Contini, Federico Fellini, Carlo Emilio Gadda, Roberto Longhi, Aldo Palazzeschi, Mario Praz, Federico Zeri e pochi altri, con quelle assegnate, con tutto il rispetto s’intende, all’Avv. Gianni Agnelli, a Marco Bellocchio, a Irene Brin, a Giulio Einaudi, a Sophia Loren, a Gianni Morandi, a Aldo Moro, al Cardinal Giuseppe Siri, ecc.





La polpa variamente saporita di questo libro policentrico, che salta dal conversativo à baton rompu alla disquisizione teorico-letteraria e/o artistica del tutto immune da qualsiasi pedanteria o esibizione specialistica con la disinvoltura di gran conio di chi sa perché fa e fa perché sa, è davvero cucinata e cotta da un Arbasino al massimo della forma, quasi sempre. Per cui: straordinaria vivacità stilistica, gusto del wit e rigore estremo, piacere del gioco (anche memoriale) e serietà (anche drammatica) del proprio compito. Insomma, ciò che soprattutto affascina anche in questo gran libro, come sempre in Arbasino, è l’energia del pensiero-scrittura, l’agilità corposa delle dinamiche che saldano estrema competenza e finissima intuizione, quasi che lo scrittore avesse in dotazione un sesto o settimo senso da detective che sia (per buon peso) un eccellente giocatore di carte, immancabilmente vere e verificate. Bene: in forza di tutto questo, Ritratti italiani funziona anche come un’antologia delle formidabili risorse di linguaggio pluriforme dell’autore di Certi romanzi (1964) e, insieme, come uno strabiliante regesto di autobiografia intellettuale, appassionata, fredda, sarcastica, implacabile.

Ma vediamo, spigolando a capriccio, alcune voci:

 

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“Colpiva soprattutto la gran freschezza instancabile, in Luciano Anceschi. Con vivacità imperturbabile, ha sempre coniugato l’Avanguardia con l’Accademia, come se fosse la cosa più naturale, collegando le avventure della sperimentazione, passabilmente critica, e un rigore abbastanza creativo nelle sistemazioni. Rifuggendo da ogni soluzione canonica, o pacifica: il guardaroba idealistico dei cassetti sempre in ordine, mentre le scienze umane più interessanti vanno in giro da sole. Ma certamente non ancora quella narrativa di consolazione che intrattiene ‘signora mia’ riraccontando sotto l’ombrellone un déjà entendu. (…) Una letteratura come laboratorio in progress? Era un proposito non già riprovevole, in luogo della codificazione delle formule per la didattica, o dello sfruttamento delle ricette per il mercato. Una letteratura al corrente con lo sviluppo delle idee, i nuovi orizzonti, le ultime ricerche… In quell’aura di speranze culturali e civili, senza mai un attimo di mediazioni o compromessi politici all’italiana. Con interventi e suggerimenti generosi fino alla passionalità, ai giusti sfoghi. Rigorosamente. Spontaneamente. Felicemente. Fin proprio al top”.

                                                                      

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“Quando scomparve fisicamente, Arturo Benedetti Michelangeli non ‘entrò nella leggenda’. La abitava da tempo: presenza-assenza fantasmatica, con apparizioni abbaglianti. (…) Per ‘il più grande di tutti gli Arturi’ – come già si ripeteva negli insospettabili anni Cinquanta – le rimembranze e le ‘madeleines’ volano molto lontano, e indietro. Quando i primi approcci alla ‘conoscenza’ si trovavano con naturalezza davanti alle ‘rivelazioni’. E ci si sentiva – in anni che erano un firmamento quotidiano di Gieseking e Backhaus e Cortot e Kempff e Fischer e Haskil  e quant’altri – di fronte a un perfezionismo d’una qualità che atterriva, perché era una versione drammatica e silenziosa della famosa Ricerca dell’Assoluto. L’avevano provata, in forma di ‘silenzio’ o ‘distanza’, poeti come Hölderlin, Rilke, Hoffmannsthal. O era forse un ‘suono lontano’ da captare in regioni arcane, e da comunicare agli utenti spirituali valendosi come veicoli o strumenti di Scarlatti e Chopin, Debussy o Ravel”.

 

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Cesare Brandi


“‘Burri non è un sopravvissuto, come non era un sopravvissuto Ingres quando, ottantenne, dipinse il Bagno turco, e tutto intorno a lui era cambiato. Anzi la sua validità non ha fatto che crescere, nella coscienza storica, sicché nessuno, ora, rimprovererebbe a Ingres un allineamento che si guardò bene, quasi sempre, di operare su posizioni che non erano le sue’ scriveva Cesare Brandi nel 1968.

Ma già all’alba delle neoavanguardie, il Maestro degli Scritti e Disegni della e sull’Arte contemporanea – indagini linguistiche innamorate sul grande Gusto italiano già così intelligente delle proprie radici e visioni, del proprio stile e idioma, dei propri fini – sembrava emergere freschissimo da un Novecento italiano di piazze trasognate e deserte nitide come pietra dura, di marine stordite nei mattini trasparenti, di cuccume e caraffe delicatamente impolverate di cipria ocra, di arsioni ossidriche violentemente materiche… Come entrando accuratamente in un’opera, in una architettura, in un luogo: percorrendoli in ogni senso con tutti i sensi, compresi gli amorosi sensi; e uscendone per riprendere una distanza di spettatore o fruitore che non interrompe mai il con / tatto”.

 

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A proposito di una “solenne mostra bavarese” del Pictor Optimus:

“L’amara odissea italiana di Giorgio De Chirico incomincia con la constatazione e la conferma che nel primo Novecento italiano, per essere poeti italiani assolutamente o abbastanza moderni, bisogna nascere almeno in area greca, e passare subito per  capitali culturali come Parigi e Monaco. Lo confermano Marinetti e Ungaretti, partiti da Alessandria d’Egitto per approdare a Milano. Se partivano dalla Alessandria piemontese, si fermavano a Tortona.

Nel Bel Paese, poi, la forza creativa originaria e la spinta critica iniziale si sostengono ancora per qualche anno all’altezza della classicità mitologica e delle avanguardie storiche, e poi franano ai livelli standard determinati dall’ambiente. Ecco allora lì tutti a esclamare: che calo, che tonfo. Che cosa sarà mai successo a quel brillante futurista, a quel geniale metafisico? Sono gli effetti di dieci anni di Bel Paese, appunto. C’è in questa mostra, al di là della porta che delimita gli anni Dieci dagli anni Venti di De Chirico, una caduta impressionante di qualità nella sua pittura. Fa addirittura sbigottire: ah, fosse morto nel 1920, sarebbe un mito, come Rimbaud, come Lautréamont. Ma si sbigottisce assai meno se si riflette che questa nuova qualità scadente è del tutto omologa a quella della letteratura italiana degli anni Venti: la modernità di Soffici, di Bontempelli, di Malaparte, il classicismo di Ettore Romagnoli. E naturalmente la piccola accademia in ciabatte della Ronda. Le ciabatte non perdonano”.

 

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Su Antonio Delfini:

“Agli inizi degli anni Sessanta, compilando un volumetto ov’era questione di romanzi, mi sembrava naturale additare, quale modello per una autobiografia di sentimenti e di idee accanto a Paul Nizan e Michel Leiris, appunto la sua famosa prefazione del 1956 al Ricordo della Basca, e la rievocazione di Moravia e Pannunzio giovani che gli domandavano di sovvenzionare un periodico senza permettergli di scrivervi, e con un incipit indimenticabile: ‘Se avessi avuto altri amici, o non li avessi avuti affatto, sarei diventato un grande narratore, prima della caduta del fascismo; e dopo lo sarei rimasto. Ma è più probabile che se non avessi avuto gli amici che ho avuto, io non avrei mai scritto un racconto o quasi un racconto’… Erano anni di entusiasmi memorabili per quei testi delfiniani struggenti di lacerazione e di grazia, di esasperazione e di stacco: La Rosina perduta, Fine di una festa, Racconto non finito, Un libro introvabile… Prosa italiana estrosa e sublime nel Novecento – la sola che poi conta – accanto al meglio di Comisso, Savinio, Landolfi…”.





Antonio Delfini


È un libro pieno, pienissimo di giuste voluttà e giuste idiosincrasie, osanna e durezze estreme, sprezzanti, questo di Arbasino. E ovviamente, va bene così. Ma lo splendido ritratto di Federico Fellini, scritto con palpabile consonanza con il grande autore di Otto e mezzo, è un epicedio in prosa di un’emozionalità grandiosamente contenuta, davanti a un tramonto tristissimo:

 

“Quando i produttori e i distributori non ne volevano più sapere, e La voce della luna fu un flop perché le platee dei giovani ‘italioti’ volevano soltanto sghignazzare con Villaggio e Benigni, e non ascoltare considerazioni seriose o poetiche. Ma si potrebbe accludere adesso un triste ricordo: l’ultima volta che si vide Fellini. Fiaccato, smarrito, praticamente attonito o fuori di sé per la mancanza di lavoro, si alzava presto, passava all’apertura della Libreria Feltrinelli al Babuino, e dopo aver conversato con le commesse girava attorno alla Piazza del Popolo, sedendo poi a un tavolino del Canova, in cerca di interlocutori. Talvolta, anche non molto interessanti. E invitando a perder tempo in chiacchiere. Ma i nostri rapporti non erano più molto affettivi, da quando avevo declinato di partecipare al suo infelice Satyricon. Anche per non ripetere la brutta esperienza di gregario subita dal povero Flaiano.

L’ultima estate, andando da Roma in Svizzera, si decise di viaggiare la notte, perché faceva molto caldo. Ci si fermò per caso in un ristorante con albergo sullo svincolo Chiusi-Chianciano; e lì pranzava e alloggiava lui, molto in disordine, con Giulietta e una nipote invece in ordine. Vista sull’autostrada, in un agosto dei più soffocanti. Siamo stati insieme fino a tardissimo, e lui faceva davvero impressione per quel garbuglio: abiti, gesti, capelli, confusioni anche nella conversazione. Sembrava disperato, ansioso, depresso, chiedeva compagnia, non voleva lasciarci partire – ‘fermatevi qui stanotte! dobbiamo parlare! parlare!’ – benché dovessimo trovarci a St-Moritz l’indomani. (E parlare di cosa?). Le due signore erano abituate, evidentemente. Ma ricordando con quale proprietà e arguzia di fraseggio e di modi si presentava e si esprimeva ai bei tempi della Dolce vita, la dolorosità è parsa definitiva”.  

                    

Ecco: qui, come in alcuni altri casi (D’Annunzio, Giangiacomo Feltrinelli, Flaiano, Lucini) la corda drammatica di Arbasino vibra profondamente. E quella dell’indignazione civile vibra altrettanto, e magari più forte che in altri momenti disseminati in Ritratti italiani, proprio in chiusura, a proposito di Federico Zeri:

 

“Ora, proprio nei settori fondamentali e decisivi per mantenere e conservare i resti importanti del patrimonio artistico italiano – la sola ricchezza vera di questo Bel Paese che perde rapidamente l’identità – per decenni e decenni tumultuosi e teppistici si è dispiegata ostinata e tenace e addirittura violenta, con grandiose invettive (ma ‘quando ci vuole, ci vuole’), l’opera quotidiana eruditissima e patriottica di Federico Zeri. Con l’autorità della competenza vastissima o capillare non solo del connaisseur raffinato ma del catalogatore documentato, scientifico e statistico. E la difesa-tattica, balistica, a lancia e spada – solo in campo contro tutti – delle opere d’arte grandi o grandissime e soprattutto cosiddette minori nel loro tessuto o contesto culturale e storico.

La ricognizione filologica dei tesori artistici misconosciuti e trascurati. La tutela delle opere più delicate dagli azzardi dei viaggi all’estero per le vacanze dei funzionari. La protezione dei monumenti insigni utilizzati come contenitori di prestigio per iniziative e coinvolgimenti clientelari mediocri…

Un’opera praticamente e dichiaratamente solitaria, appassionata, a volte disperata, contro le ignoranze, le sopraffazioni, gli abusi: ma certamente no ‘appartata’ o discreta, anzi giustamente fragorosissima, sotto gli occhi dei principali responsabili”.





Federico Zeri


Bon, come diceva come un rintocco di carillon il mio amico Duilio Morosini, critico d’arte onestissimo anche nei suoi errori, con la pàtina di chi era vissuto a Parigi per più di vent’anni. Rimane il dubbio se questa sia una recensione o non piuttosto un elogio. Personalmente, propenderei per la seconda ipotesi, perché una recensione sta stretta a un libro dell’altezza, del divertimento, della tragicità e sì, dell’utilità, di Ritratti italiani.

 




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