PRIMO PIANO
FILIPPO BETTINI
Scavando nelle contraddizioni
del rapporto tra ideologia
e linguaggio


      
È uscito presso Robin Edizioni il libro “Avanguardia e materialismo. Saggi di teoria e critica letteraria”. Un libro postumo, curato da Marcello Carlino, Francesco Muzzioli e Giorgio Patrizi, che probabilmente il critico e studioso romano morto poco più di due anni fa non avrebbe mai redatto e pubblicato. Invece i suoi scritti ripercorrono con sagacia i nodi problematici, nonché le aporie della neoavanguardia letteraria, assumendo a punto di riferimento privilegiato le posizioni teoriche e poetiche di Edoardo Sanguineti e quelle filosofiche di Galvano Della Volpe. Un esempio di assai pregevole lavoro intellettuale in totale controtendenza con i tempi attuali.
      



      

 

 

di Stefano Docimo

 

 

Filippo Bettini, AVANGUARDIA E MATERIALISMO. Saggi di teoria e critica letteraria. A cura di Marcello Carlino Francesco Muzzioli Giorgio Patrizi, Roma, Robin Edizioni, 2014, pp. 387, € 20,00.

 

 

Funzione della critica, soprattutto oggi: togliere

 la maschera della «pura arte» e dimostrare che non

 esiste nessun campo neutro per l'arte.  Critica

materialistica come strumento utile a questo scopo.

(Walter Benjamin, Frammenti e Paralipomena)

 

 

Di questo libro, per certi versi inafferabile, pur nella sua esplicita perentorietà, tanta l’ampiezza data ai distinguo, alle analisi rigorose e ad una prosa tra le più impervie ed al tempo stesso illuminanti che ci sia dato di leggere in questa triste époque, il cui unico scopo oramai manifesto è quello della damnatio memoriae, barbaramente praticata attraverso un dominio solo in apparenza mite; ma soprattutto tramite l’annullamento di ogni istanza critica, dove ad ogni concreta presa di posizione viene di fatto a corrispondere un faldone di false notizie, volte a forzare, con cinica quanto folle spietatezza, l’estinzione selvaggia del pianeta, con quanto di vitale ancora lo abita; in questa vomitevole melassa mediatica, che ci viene propinata oramai da troppo tempo, vorremmo quindi provare ad estrarre alcuni punti di questo a dir poco pregevole lavoro, che ci sembrano quanto mai imprescindibili, se non proprio dirimenti:

 

1. Che il libro in oggetto sia dunque un “libro che Filippo non ha scritto, che non ha potuto scrivere a causa della sua scomparsa prematura e che forse non avrebbe mai scritto, data la sua enorme incontentabilità che lo avrebbe portato a correggere e rielaborare il suo testo all’infinito. Non solo, ma l’interesse prioritario che Filippo dava al lavoro di gruppo gli ha fatto sempre tenere in subordine le pubblicazioni che portassero in fronte soltanto il suo nome, tanto che – nei saggi qui raccolti – abbiamo dovuto a volte ‘estrarre’ con qualche forzatura il suo contributo dal testo collettivo che lo conteneva”.[1] In queste poche righe d’esordio è già contenuto, a tutto tondo, un ritratto piuttosto esaustivo dell’intellettuale scomparso ed al tempo stesso un tracciato che serve a compendiare l’intero volume.

 

2. Che sin dall’esordio, con La dialettica di materia e ragione, viene sgombrato il campo da ogni metastorica concezione idealistica del fatto letterario e posto quindi il nucleo su cui si fondano le premesse dell'intero lavoro, per cui il fatto letterario, secondo la nota formula marxiana, viene a costituire una sovrastruttura nella quale “Materiali sono le circostanze da cui nascono e con cui si confrontano le idee letterarie; materiale è la genesi stessa della loro istituzione; materiali i canali attraverso i quali si diffonde e si riproduce; materiale è, infine, la traduzione fattuale del suo impiego: l’esistenza del tempo libero e degli oggetti di scrittura, garantiti solo dalla produzione economica del plus-valore. Dunque l’identità costitutiva del fatto letterario, nel suo spessore materico, contraddice la visione idealistica della sua origine spirituale, psicologica e metastorica”.[2] E dove, si noterà il riferimento a Marx ed Engels degli Scritti sull’arte, soprattutto per quanto riguarda quello su Lavoro intellettuale e lavoro manuale nella società capitalistica, oltre naturalmente al richiamo di La letteratura di tendenza, ed altro ancora[3], viene con forza ad essere messa in campo quella distanza critica, che già agli albori degli anni Ottanta, dovrà poi essere rifondata, dopo che la catastrofica antìfrasi, rappresentata dall’immaterialità per pochi eletti, contro la cruda materialità dei restanti abitanti del pianeta, sia stata a fortiori cancellata.





Filippo Bettini


3. Che a ripercorrere questo travagliatissimo scorcio di secolo oramai passato (1981–1996), per oltre tre interminabili quinquenni, il nostro abbia di fatto scandagliato ogni possibilile nodo critico–teorico, perlustrando territori in assoluta controtendenza, avverso sia ad un neoliberismo misticheggiante, che alla propaganda di stampo postmoderno, con la sua maschera bifronte, ammantata da tanta cialtroneria quanto le manciate di polvere bianca riversata con generosa infamia sul pianeta, come si trattasse d’un’agghiacciante ritorno ad una religione del futuro. Contro questa restaurazione culturale vengono apparecchiate alcune offensive, sempre condotte con le armi della critica, che possiamo segnalare in soli due punti:

 

a) Le Ragioni storiche della crisi della neoavanguardia, dove, in un testo risalente al lontano 1973, vengono approfondite, senza fare sconti a nessuno, tutte quelle istanze che, a partire dalla relazione oggettiva tra letteratura e ideologia, hanno potuto far constatare la centralità di una figura d’intellettuale, apparsa fin da subito la più motivata, corrispondente al nome di Edoardo Sanguineti: “Lo stesso Edoardo Sanguineti, che pure si faceva assertore della necessità di identificare l’ideologia col linguaggio e quindi di interpretare in chiave storico–dialettica l’immersione nella ‘Palus Putredinis’ dell’anarchismo e dell’alienazione, se da un lato elaborava ed organizzava con rigore i più sicuri motivi di fondazione di tale identità, dall’altro, non precisando le forme specifiche in cui si sarebbe dovuta realizzare l’espressione dell’ideologia nel linguaggio, riconosceva l’effettiva difficoltà di superare, all’interno dei presupposti teorici e operativi del discorso neoavanguardistico, l’assenza di una ben definita linea di demarcazione tra la sublimazione anarchica dei valori della contestazione e della rivolta e la loro assunzione di responsabilità come momenti necessari ma provvisori di un più generale processo di conoscenza e di trasformazione del reale.”[4] Valgono, a tal proposito le asserzioni contenute nello scritto Sopra l’avanguardia, dove nel porre l’accento su Arte come merce, Sanguineti parla, citando Benjamin, di prostituzione:

 

Tale prostituzione illustra chiaramente il doppio movimento interno all’avanguardia. Questa esprime infatti, insieme e proprio con i medesimi gesti, anche ove ne abbia imperfetta coscienza, o nessuna coscienza affatto, l’aspirazione eroica e patetica a un prodotto artistico incontaminato, che possa sfuggire al giuoco immediato della domanda e dell’offerta, che sia insomma commercialmente impraticabile, e il virtuosismo cinico del persuasore occulto che immette nella circolazione del consumo artistico una merce capace di vincere, con un gesto sorprendente e audace, la concorrenza indebolita e stagnante di produttori meno avvertiti e meno spregiudicati. Quando costoro accusano di immoralità e di insincerità l’arte di avanguardia, in realtà lamentano, con nostalgia artigianale, o con complesso piccolo–borghese, o con arretratezza classicamente capitalistica (e perciò, ad esempio, inadeguata al livello commerciale imperialistico, o, come si suol dire, neo–capitalistico), una forma di concorrenza, che appare, ai loro occhi, sostanzialmente sleale: il tutto, naturalmente, con forti sublimazioni ideologiche e grosse coperture moralistiche.

Il momento eroico–patetico e il momento cinico, spesso perfettamente distinguibili cronologicamente, psicologicamente e persino, talvolta esteticamente, stanno, nella verità storica, dentro un solo e medesimo istante, perché sono, strutturalmente e oggettivamente, una sola e medesima cosa: scaricare la parte del cinico sopra un mercante futuro, piuttosto che sopra un mercante prossimo, è operazione, che non modifica l’essenza della cosa, e non rende per nulla più innocente e leale il sistema complessivo che garantisce l’esistenza del prodotto, la sua stessa possibilità di configurarsi nella sua forma specifica, di comunicazione estetica.

Al principio sta ovviamente l’offerta di un feticcio più misterioso di ogni altro: l’offerta di una merce per la quale non esiste alcuna domanda riconosciuta. Anzi, garanzia estetica del prodotto appare, inizialmente, l’assenza di ogni relazione formale con i prodotti riconosciuti sopra il mercato contemporaneo: l’inesteticità mercantile della forma dovrebbe valere come segno inconfutabile della sua lontananza, polemicamente resa esplicita, dalle regole del mercato corrente. Quasi che l’assenza della domanda, o il provocatorio rifiuto di ogni possibile domanda attuale, assunta come garanzia di innocenza e lealtà, potesse per sé togliere alla merce, oggi, domani e sempre, il suo carattere di merce. Il momento eroico–patetico è eroicamente e pateticamente cieco: si tratta di chiudere gli occhi sopra il momento in cui, per esistere davvero in misura davvero riconoscibile, il prodotto estetico inizierà la propria naturale ed effettiva esistenza di merce.[5]

 

b) A dimostrazione di come l’approccio storico–diacronico debba marciare di pari passo con quello sincronico–paradigmatico, si ha come la figura di Edoardo Sanguineti, pur evolvendosi nel tempo mantenga per il nostro autore quel carattere interlocutorio che si ritrova un po’ in tutto il libro, ma in particolare nella sezione a lui interamente dedicata.[6] Dove si sottolinea che “il tratto caratteristico della nuova poetica di Sanguineti consiste nell’innesto del binomio ideologia–linguaggio sull’asse di una riflessione autocritica che ha per oggetto la quotidianeità della poesia nella forma della citazione parodica e grottesca”.[7]





Galvano Della Volpe


4. Che uno degli apporti più originali dell’instancabile lavoro di scavo bettiniano, sia dato dagli interventi volti a recuperare un intellettuale oggi oscurato, corrispondente al nome di Galvano Della Volpe.[8] Per l’importanza data da questo grande studioso alla questione della storicità della “lingua comune” attraverso quattro sue opere, quali Crisi dell’estetica romantica (1941), Poetica del cinquecento (1954), Discorso poetico e discorso scientifico (1956) e infine Critica del gusto (1960). “Non quindi una storicità estrinseca, ma una storicità interna, resa parte integrante dello stesso modo di essere e funzionare del linguaggio del testo”.[9] Secondo una linea di storicizzazione materialistica che si pone in radicale contrasto con le ipotesi maggioritarie che hanno solcato il processo di restaurazione culturale e filosofica dell’ultimo ventennio (1975–1995), come viene ribadito subito dopo: “Nell’accezione dellavolpiana, la langue si rivela un’attività produttiva che pur assumendo valore sincronico di ‘sistema’ (in quanto complesso di segni che definiscono le implicazioni pratico–normative della comunicazione sociale), non si cristallizza mai in un’ipostasi astratta e verbale, ma si presenta sempre come resultante diacronica di un ‘processo’ che ne determina la necessità e la rende possibile”.[10] Ed ecco quindi ancora una volta la necessità di mantenere in un costante rapporto dialettico, l’esigenza strutturalistico–sincronica con quella storicistico–diacronica, in una sintesi di opposti che manifesta tutto il suo carattere di ibridazione, ma su di un piano mantenuto obliquo, sempre da reinventare e sperimentare.

 

5.  Che a ripercorrere in tal modo l’intera raccolta di saggi, ci si ritrovi ad assaporare la stratificata articolazione dei temi, incentrati in massima parte ad accogliere i materiali più scomodi, ma anche più problematici di quella fase dell’attività del “Gruppo 63” conclusasi già nel 1967, seguendo quanto scrive lo stesso Nanni Balestrini nella Nota del curatore, che così stigmatizza quella breve stagione:

 

L’attività del ‘Gruppo 63’, consistita in una serie di riunioni annuali di lettura e discussione di testi inediti, si conclude nel 1967 con il convegno di Fano: ritenevamo ormai esaurito il suo scopo, quello di contribuire a formare una nuova generazione di scrittori e a elaborare nuovi discorsi teorici. Ci ponevamo a quel punto un problema di comunicazione, l’esigenza di rivolgerci a un pubblico più vasto di quello delle riviste letterarie, dal “Verri” a “Marcatré”, che avevano accompagnato il percorso della neoavanguardia, mentre la grande stampa, rigidamente controllata dal vecchio establishment culturale, aveva eretto contro di noi un fronte sempre più ostile.

Unica eccezione era stato, qualche anno prima, il tentativo di Enrico Emanuelli, da poco alla direzione di una rinnovata pagina letteraria del “Corriere della sera”, di aprirla alla collaborazione di alcuni esponenti del “Gruppo”. Per alcuni mesi vennero ospitati articoli di Barilli, Eco, Filippini, Giuliani, Guglielmi, Manganelli, mentre a me era affidata una rubrica settimanale di informazione. Ma lo scandaloso esperimento non durò a lungo per la feroce avversione dei collaboratori tradizionali, da Emilio Cecchi a Carlo Bo, da Eugenio Montale a Alberto Moravia, e ben presto gli articoli cessarono di apparire, anche per la scomparsa di Emanuelli nel 1967.

La creazione di un periodico a larga diffusione ci sembrò a quel punto indispensabile. Un progetto per un quindicinale di informazione culturale che sarebbe dovuto andare in edicola e che avrebbe dovuto chiamarsi “Quindici”, come la francese “La Quinzaine” di Maurice Nadeau, venne discusso con gli editori che sostenevano i nuovi scrittori: Valentino Bompiani, Giulio Einaudi, Giangiacomo Feltrinelli, e con Carlo Caracciolo, che avrebbe pubblicato la rivista con la sua casa editrice Etas Kompass. Il progetto venne approvato e ottenne l’impegno finanziario necessario. Una prima prova di numero zero, un rotocalco illustrato e colorato, non risultò convincente, per cui si decise di chiedere un nuovo menabò a Giuseppe Trevisani, il grafico che aveva disegnato i più bei periodici italiani, dal “Politecnico” al “Giorno”.

Tutto ciò ritardava la realizzazione del progetto di cui sentivamo l’urgenza, e per accelerarla e semplificarla prendemmo la decisione di gestire autonomamente l’aspetto editoriale, chiedendo e ottenendo dai quattro editori unicamente un impegno pubblicitario che avrebbe garantito le spese tipografiche.

Giuseppe Trevisani mise a punto un progetto grafico essenziale, consistente in un foglio di carta piuttosto pesante, del formato 70 x100 di stampa in macchina piana, che piegato in due formava quattro grandi pagine, su cui titoli e testi, tutti su una colonna, scorrevano dall’inizio alla fine come un unico serpentone, riducendo così i problemi di composizione e d’impaginazione. Una grafica geniale, che verrà ripresa dalla prima serie del “manifesto” quotidiano.

La rivista avrebbe avuto periodicità mensile, pur mantenendo il titolo di “Quindici”, la redazione sarebbe stata a Roma, presso la mia abitazione di via Banchi Vecchi 58. La direzione era affidata a Alfredo Giuliani, mentre io seguivo gli aspetti editoriali. Della redazione si occuparono Giulia Niccolai, Adriano Spatola e Letizia Paolozzi, della segreteria Cesare Milanese, dell’amministrazione Fabio Bonzi. Nessuno era retribuito, così non lo furono gli autori degli articoli.[11]





Alfredo Giuliani


Che già a partire da Vogliamo tutto si pone il problema del superamento di una pratica letteraria avanguardistica per il ritorno ad un tipo di comunicazione denotativa che servirebbe la prospettiva di classe con la celebrazione dell’eroe proletario e delle lotte che egli conduce[12]. Che ancora, divagando forse più del lecito, ma pur restando ancorati al medesimo punto, si voglia per compiutezza ricordare quell’editoriale di Alfredo Giuliani, sul numero 16 di Quindici, dal titolo Perché lascio la direzione di “Quindici”, del marzo 1969 e che qui crediamo opportuno riportare per intero:

 

“Quindici” è un giornale fondato sulla fiducia interna, non sulla routine professionistica. Un gruppo di scrittori lo ha inventato dal nulla, e io sono uno di questi. Credevamo di poter fare una cosa che allargasse un poco la nostra udienza, e l’abbiamo fatta. Abbiamo avuto successo, più di quanto noi stessi speravamo. Il merito non è mio, né del direttore editoriale. Io stesso, quale responsabile, non ero che un fiduciario del collettivo. Nessuno mi ha tolto la fiducia, e io la conservo da parte mia per tutti i collaboratori. Dunque perché “sul più bello” ho deciso di andarmene?

È difficile da spiegare, e mi ci proverò. Forse occorrerebbe un lungo discorso, una cronistoria minuziosa. Negli ultimi tempi mi estenuavo, più che a raccogliere il “materiale”, in lotte sempre meno allegre per bloccare le infiltrazioni di materiale oscuro e demagogico. Il mio crescente disagio nasceva dalla sensazione sempre più opprimente di essere entrato, quasi senza accorgermene, nella Ortodossia del Dissenso. Sia chiaro che io sono stato felice di pubblicare nei numeri scorsi certi documenti: le carte rivendicative degli studenti dell’Università di Torino, la teologia della violenza, la protesta dei cittadini di Orgosolo, sono fatti che noi abbiamo portato per primi all’attenzione di una grande cerchia di lettori, fatti che era giusto parlassero con il loro linguaggio. Ma il materiale di cui è composta una rivista è forse meno importante dell’atmosfera in cui viene proposto. Il passaggio dal documento, o dall’argomento, “giusto” al documento, o all’argomento, “facile” avviene in maniera percettibile, ma subdola. Comincia il ricatto psicologico della cosa di cui si deve parlare. Il Dissenso diventa una merce che bisogna fornire. Non si ragiona più se non col Dissenso Comune.

Il disagio s’è precisato: è il rifiuto di prestarsi al consumo del Dissenso. Mancano i nessi, è confusa la prospettiva politica. Allora lo stesso “materiale” che posto in una precisa coscienza riceverebbe la tua incondizionata approvazione, ti appare come puro alibi, deposito di angoscia, rogna politicosa.

Un giornale come il nostro dovrebbe essere aperto a errori e fantasie, testimonianze contraddittorie  e sani litigi (questo, infatti, è puntualmente avvenuto); ciò che “Quindici” non può sopportare, senza snaturarsi, è anche il solo sospetto della pressione irrazionale e della prevaricazione (esercitata ora per soddisfare l’ipotetico lettore, ora perché tira il vento).

Il giornale non è un fatto compiuto, la sua struttura interna potrà anche essere riveduta. Ma la mia impressione è che sta diventando un’altra cosa da quella che volevamo; e, naturalmente, posso sbagliarmi. Comunque sia, prima che comodi equivoci siano messi in giro, dico esplicitamente che non ci si può costringere perpetuamente nel falso dilemma:“credere o no alla rivoluzione?” – perché sappiamo tutti benissimo (e abbiamo lottato negli anni scorsi per saperlo fino in fondo) che, sia chiaroveggente o sprofondi nell’incertezza, lo scrittore vive sempre sul filo e potrà rivelarsi rivoluzionario nell’incertezza o pompiere nella chiaroveggenza; ma poi, chi è che vede tanto chiaro, oggi?[13]

 

6. E che, già nella prefazione ai Novissimi del 1965, come ricordava il nostro auctor appena all’incipit di questo meraviglioso libro, scriveva: «Essendo la poesia non tanto una forma di conoscenza quanto un modo di contatto, i suoi rapporti con l’ombra sono probabilmente un “venire a capo”, sia pure provvisorio ed ambiguo, di quella realtà che l’ippocampo, il “visceral brain”, collegato con la vita ideativa ed i processi emotivi, filma ininterrottamente», intendeva non tanto ribadire il principio, già affermato nell’introduzione del 1961, che la poesia consiste in un «accrescimento di vitalità», quanto riprendere il nodo di un problema, che, più volte dibattutto nelle riunioni del gruppo e posto al centro degli interventi dei suoi più attivi teorici (Sanguineti, Guglielmi, Barilli, Eco ecc.) era rimasto non solo lontano dal traguardo di una sia pur provvisoria soluzione, ma anche privo di una necessaria e razionale chiarificazione nei suoi termini generali: e cioè quello della relazione effettivamente intercorrente, fra scrittura letteraria e ideologia.[14]

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 



[1] Cfr. Marcello Carlino, Francesco Muzzioli, Giorgio Patrizi, in cit., p.5.

[2] Filippo Bettini, op. cit. , p.7.

[3] Cfr., K. Marx e F. Engels, Scritti sull'arte, a cura di Carlo Salinari, 1976 Edizioni Laterza, rispettivamente pp. 191–193, 154 –158: “Ma secondo me la tendenza deve sorgere dalla situazione e dall'azione stessa senza che vi si faccia esplicitamente riferimento, e il poeta non deve dare al lettore già bella e pronta la futura soluzione dei conflitti sociali che descrive”, da una lettera di Marx alla signora Kautsky, datata Londra, 26 dicembre 1885, p. 154.

[4] Filippo Bettini, op. cit., p.19.

[5] cfr. Edoardo Sanguineti, Ideologia e linguaggio, a cura di Erminio Risso, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano. Nuova edizione ampliata in “Campi del sapere” settembre  2001, pp.55–56.

[6] Filippo Bettini,  op. cit., pp. 229– 279: PARTE TERZA. CRITICA, Sanguineti. I. Direzioni linguistiche e dinamismo ideologico nella poetica di Laborintus. II. La “Scrittura materialistica” di Edoardo Sanguineti. III Su Novissimun testamentum.

[7] Filippo Bettini, op. cit., p.267.

[8] Filippo Bettini, op. cit., Della Volpe oggi : per una teoria materialistica della letteratura, p. 189.

[9] Filippo Bettini, op. cit., p 191.

[10] Filippo Bettini, op. cit., p. 194-

[11] Nanni Balestrini, in Quindici. Una rivista e il sessantotto. A cura di Nanni Balestrini. Con un saggio di Andrea Cortellessa, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano. Prima edizione nell’ “Universale Economica” – SAGGI, aprile 2008, pp.5–6.

[12] Filippo Bettini, op. cit., p.52.

[13] Alfredo Giuliani, Quindici cit., pp. 382–383-

[14] Filippo Bettini, op. cit. pp. 16–17.




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