PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (37)
Incantata a Parigi,
sotto le piogge di maggio


      
Una lunga, coinvolgente, ispirata narrazione di viaggio attraversando in lungo e in largo la capitale francese e i suoi tanti arrondissements, fra molti ricordi, nostalgie e i cambiamenti del presente. Una città sempre fascinosa e tentacolare, ricchissima di architetture, monumenti, musei, palazzi, strade spettacolari, oasi di verde, e caffè, ristoranti, bistrots, locali etnici. Una metropoli che accoglie milioni di immigrati e di islamici, con problemi di convivenza e di equilibrio territoriale e inter-culturale sempre più acuti. Dal Nuovo Marais a Montmartre, da Montparnasse a Saint-Germain-de-Prés, da Menilmontant al Père Lachaise, dalle Halles all’Opéra–Bastille, dalla Promenade Plantée al parco Georges Brassens, come perdersi in un luogo di fantasmi letterari e mitopoietici e insieme di una concreta, formicolante, babelica umanità. Con una puntata alla cattedrale di Chartres con le sue celeberrime vetrate versicolori.
      



      

 

 

di Maria Jatosti

 

 

1.

Fino a non molti anni fa, al tempo dei miei frequenti e prolungati soggiorni in questa città, prima che diventasse di moda e fosse preso d’assalto da turisti e parigini in cerca di atmosfera, per me il Xeme era il quartiere popolare, il quartiere delle eroiche barricate di maggio, l’ultimo a cadere durante la famigerata settimana del sangue. Oggi è tutto cambiato, lo chiamano il Nuovo Marais e sembra disegnato da architetti e arredatori italiani. Mi aggiro un po’ sbarellata tra bistrot modaioli, spaghetti e tapas, caffè affollati di gente giovane, pretenziose sale da tè, enoteche da capogiro, bookstore specializzati in fotografia, concept–store, gallerie che espongono piante invece di quadri, primeur come fioristi, fioristi come designer. Non trovo il posto dove so che vendono solo DVD: sto cercando un film da regalare a Virgilio e Isabelle e magari da vedere con loro stasera, seduta tranquilla sul divano del salotto al posto del gatto Milk che si sente defraudato e mi guarda con sospetto. Entro in una libreria vera gestita da ragazzi simpatici. Pescando a caso trovo l’Histoire d’Anton Tchekov di Elsa Triolet, la musa della Coupole anni Trenta, compagna di Louis Aragon, comunista, molto amata da mia cognata Claire. Mi accontento, so che il vero saccheggio mi aspetta da Fnac, Montparnasse-Maine, o al Forum delle Halles, tappe storiche rituali e irrinunciabili.

I ragazzi, che parlano un po’ italiano, mi consigliano una promenade en vélo: vous trouverez des pistes cyclables dans les deux sens de circulation. On peut aussi atteindre le Port de l’Arsenal, qui relie le Canal à la Seine. C’est très très agréable. Il vélo, ci spiegano, si può noleggiare, ça n’est pas cher du tout, 13 euro per tutta la giornata, dalle 10 alle 19, 4 per metà giornata. Grazie ma. Mi schermisco. Piove e… Insistono. Sorrido. Penso alla cyclette nella mia stanza, davanti alla finestra sul cortilaccio-discarica, mezz’ora al dì secondo prescrizione terapeutica. Risaliamo passo passo Faubourg du Temple ed eccolo finalmente il mio Canale Saint-Martin, i ponticelli di ferro verde, le ripe boscose, le passeggiate romantiche, gli innamorati che si abbracciano, la gente lungo gli argini, le chiuse, i battelli, le chiatte a motore, anche se oggi il traffico turistico ha rimpiazzato la navigazione commerciale.

Mi assalgono letterarie e cinematografiche memorie: Simenon: Maigret/Gabin, Vigo: l’Atalante, Michel Simon, Dita Parlo/Juliette, la sigla degli insonni fuori orario, l’ineffabile Ghezzi, Patty Smith-Bruce the boss because the night belongs to lovers... Una farragine di memorie, di immagini che mi imbambola e, con l’âme completamente absorbée, trascino via la mia compagna di viaggio che sembra molto attratta da una delle nuove eleganti terrazze sull’acqua assediate da consumatori di aperitivi e brunch dall’aria ennuyé. Mi infilo risolutamente in un bistrot di quelli ancora veri coi tavoli di legno e il menu del giorno fuori, scritto con il gesso sulla lavagna. Ho voglia di un pernod, un meraviglioso pernod che spazzi il cervello, meglio ancora se un calvados. Deux calvados s’il vous plait. Pas de calvados. Vada per un ballon di ottimo bianco della Loira che sa fortemente di muschio. Lo assaporo con voluttà e sento che mi scalda, che prosciuga umori e umidità dalle ossa. S’è alzato un gran vento. Una luce fredda attraversa il cielo chargé de gros nuages che sembra annunciare una tempesta. Calzo sulle orecchie la casquette coquette di velluto nero, mi arravuglio nella sciarpa rossa, calda come un abbraccio, provvidenziali acquisti di stamattina presso una bancarella indiana di fronte alla gare Montparnasse, e, naso al vento, mani in tasca, mi butto nella mischia.

Il quartiere si divide praticamente in due: c’è la parte più bohémienne, oggi capitale fra l’altro della street art, dove scopriamo una quantità di straordinari murales, che va da Republique alla Belleville di Pennac e di Romain Gary, e la zona più etnica, più popolare. Mentre in una grossa drogheria compro della frutta secca per placare i morsi della fame – stamane ho bypassato la deprimente colazione con Anna in albergo: cappuccino sbiadito spremuta tiepida croissant molliccio, pessime notizie dall’Italia –, la mia compagna di viaggio si è intrufolata da un coiffeur – ce ne sono a bizzeffe, quasi più che in Italia, di tutte le razze: afro, indiani, pachistani. Ha intenzione di comprarsi una lunga treccia adocchiata in vetrina, bruna e lucida come la coda di un purosangue, ma poi, volubile, decide di avere bisogno di scarpe e vuole che torniamo a Saint-Michel dove ha notato una specie di paradiso delle calzature. Anna adora le scarpe, così come adora gli abiti etnici, originali, coloratissimi, le borse, i cappelli, le cinture, le collane. Ieri si è comprata un panama bianco e tre copricapo stile charleston, che si addicono a meraviglia al suo caschetto nero anni Venti. A Saint- Michel ci andremo domani. Promesso. Ora mi aspetta place des Vosges.

È il tramonto e il rosa dei palazzi regali si accende, il parco bagnato dalla pioggia evapora una nebbiolina azzurra. Il passo e il cuore appesantiti da nostalgie e suggestioni letterarie, rallento e mi attardo emozionata sotto i portici. Vorrei penetrare furtivamente in uno di quei portoncini bui che si aprono sulla destra, e ritrovarmi in un piccolo meublé dall’aria cupa e un po’ equivoca dei film anni Trenta, o dei romanzi di Simenon. Ce n’è uno ambientato proprio qui, dove abitava Maigret. Ma, poussée dal fantasma di Claire, attraverso quasi di corsa il giardino coi grandi alberi, la fontana, i prati, le aiuole fiorite, i turisti sulle panchine bagnate, i ragazzini che strillano e Luigi XIII a cavallo, puntando dritta al massiccio portone ad arco, al numero 6. Ma, ahimé, oggi la casa-museo del Grande Vecchio è chiusa. Un tè e una deliziosa tranche di torta calda di ricotta e visciole da Carette mi ripagano della delusione. La mia amica che non ama né il tè né i dolci si gusta un perroquet: molto pastis e poca menta che le smuove l’appetito.

Decidiamo di sederci a mangiare da qualche parte. Evitando il vecchio Ma Bourgogne – troppi ricordi, per carità, troppi pensieri molesti rischierebbero di intristirmi – mi tuffo risoluta nell’infinito fiume di folla della rue des Francs Bourgeois. La gente è tutta in giro, tutta per strada. La comunità ebraica, numerosissima e attivissima a Parigi, è concentrata da secoli qui intorno, nel Marais, tra palazzi settecenteschi, botteghe, musei, angoli segreti di verde e di pace, giardini interni, negozi, gallerie. Vetrinette di gioielli di raffinata e alta fattura artigianale e dolciumi squisiti catturano la nostra attenzione e ci ingolosiscono come gourmandises irraggiungibili. (Che Parigi sia la città più cara del mondo avremo modo di scoprirlo in molte occasioni). Davanti al trionfale museo storico Carnevalet, dove mi piacerebbe tanto entrare a vedere la camera da letto di Proust, c’è l’immancabile attruppamento di turisti. Devo accontentarmi di una sbirciata all’interno per ammirare la corte, la loggia rinascimentale, la superba facciata seicentesca, le alte vetrate sulle sale dove, mi dicono, si tengono concerti di musica classica, il giardino, le aiuole geometriche, i cespi lussureggianti di rose. Et c’est tout. Tiro avanti arrancando sulle ginocchia reumatizzate. Altro tuffo al cuore. Ancora Claire, la galleria di Virgilio pittore italiano, anni Settanta, prima del disastro, rue des Blancs-Manteaux. Il pensiero indugia malinconico su queste pietre intrise di memorie. C’è una canzone che parla di questa strada, scritta da Sartre e musicata da Joseph Kosma per Juliette Greco, proprio lei, quella che a quindici anni sola e senza un soldo approda a Saint-Germain-des-Prés che diventerà la sua casa, La Juliette che ho visto al Piccolo di Milano, fine anni Cinquanta, e di cui conservo anacronisticamente diversi 33 e 45. Dans la rue des Blancs-Manteaux / Le bourreau s'est levé tôt / C’est qu’il avait du boulot / Faut qu’il coupe des généraux / Des évêques, des amiraux, / Dans la rue des Blancs-Manteaux, dice la canzone, evocando le esecuzioni capitali che avevano luogo in questa strada durante la Rivoluzione.

La botta di nostalgia dallo stomaco sale al cuore e, incurante della folla qui pousse e presse mi fermo davanti al Teatro per spedire un messaggio in Italia. Le locandine esposte nelle vetrine all’angolo annunciano per questa sera un “solo poétique burlesque jazzant, parmi mimes et clowns sur un rythme endiablé”. Bah! Proseguendo scettiche tra viuzze, pletzl e giardinetti nascosti alla ricerca di un posto dove mangiare, sbocchiamo nell’arteria principale del quartiere, la mia rue de Rosier d’antan. Ed ecco, finalmente, quello che ci vuole a scacciare fame, malinconie e stanchezza: i falàfel migliori del mondo! Il confronto con le pallide polpettine di ceci del portico d’Ottavia è istintivo. Questi, di melanzana, speziatissimi, dorati e ardenti, sono impareggiabili. Be’, però i carciofi fritti, schiacciati e scrocchiarelli di Giggetto? obietta senza troppa convinzione la mia compagna. Così, tanto per dire.

Sul bus che ci riporta a casa, sedute sul fondo tra una moltitudine di tutti i colori e di tutti gli odori, le racconto una storia di filles bleues e di moines mendiants incappucciati nei blancs manteaux.





Parigi: Le Halles


2.

Diluvia. Anna ha mal di schiena, è svogliata, se la prende comoda. Dice che resterebbe volentieri ancora un po’ a letto. All’atelier non c’è nessuno e la prospettiva di una lunga mattinata a guardare la pioggia dai vetri e a consumare inutili tentativi di dialogo con l’inamovibile Milk, francamente mi deprime. Pioggia o non pioggia, esco comunque. La mia compagna, se vuole, può raggiungermi più tardi alle Halles. È lì che sono diretta. Le Halles – il quartiere restaurato e ristrutturato sulle macerie del vecchio ventre di Parigi, raso al suolo negli anni Sessanta, oggi tutto nuovo colonizzato, snaturato, depurato dei suoi naturali abitanti sbattuti nelle estreme periferie coi loro stracci e la loro puzza. Una storia antica. C’è una scultura, all’interno di Saint-Eustache, che racconta in modo naif e straziante la cacciata dei mercanti che costituivano l’anima del quartiere. Smantellate le belle funzionali ariose strutture ferree dell’antico mercato, scomparsi i magazzini, le botteghe, i baretti malfamati, gli alberghetti equivoci delle dolci Irme, espatriata la colorita umanità di barboni, ladri, puttane, pescivendoli, lavandaie e macellai cara a Emile Zola, tutto sacrificato al dio volgare di una modernità neoborghese modaiola e consumistica. Ma poi anche il mall eretto alla fine degli anni Settanta ha subito la stessa sorte. I bulldozer municipali l’hanno eraso e ora il famoso Trou è veramente un trou, una fossa, una voragine dentro la quale si dimenano le formiche indefesse della ristrutturazione urbanistica. Si parla di un progetto avveniristico, futurista, megalomane, che, oltre alla nuova stazione, al forum e ai giardini, ingloberà la “Canopée”, mirabolante copertura dalle linee sinuose formata da migliaia di pannelli vetrati disposti a onde. Un super mega surreale faraonico prodotto del genio delirante di un qualche architetto alla moda. A quanto sembra, tutta Parigi è presa da questa febbre. Un altro progetto di cui si parla coinvolgerebbe la zona della Biblioteca nazionale Mitterrand. A volte si ha la sensazione che questa città voglia tradire, dimenticare la sua storia, il suo passato. È un fatto che Parigi cambia volto con una velocità sorprendente.

Poco fa, attraversando una zona verde compresa tra il palazzone della Borsa e la chiesa di Saint-Eustache mi sono imbattuta in una targa, nuova nuova, scoperta nel dicembre scorso, che dice: 1er Arrt / Jardin / Nelson Mandela / 18 julliet 1918-5 décembre 2013 / Militant anti-apartheid / Prisionnier politique (1962-1990) / Prix Nobel de la Paix (1993) / Président de la Republique d’Afrique du Sud (1994-1999) / Citoyen d’Honneur de la Ville de Paris. È stato emozionante. Sono queste le sorprese che preferisco. Col corpo nel presente e la mente nel passato trovo posto su una panchina e mi siedo a pensare. Al mio fianco c’è una coppia di anziani che guardano fissi nel vuoto; sullo sfondo la bella fiancata gotica della chiesa, davanti, le forme funamboliche galleggianti della fontana-piscina Stravinsky, tutt’intorno ragazzini che sfrecciano sui pattini o sugli skate–boards.

È quasi mezzogiorno, la mia compagna è in ritardo. Un po’ di sole va e viene tra le nuvole. Mi accodo straccamente alla truppa di turisti, curiosi, vacanzaioli diretti alla “gioiosa macchina urbana” di Renzo Piano, il giocattolone di vetro e acciaio rosso blu verde giallo e mi lascio inghiottire come tutti dalle scale mobili trasparenti che vanno su e giù ininterrottamente. Risucchiata dal flusso inarrestabile, piano dopo piano, direzione Biblioteca, mi godo un’ampia vista del quartiere ma soprattutto della sottostante palestra a cielo aperto, un tentativo di mediazione tra cultura ufficiale e cultura di strada, con la sua perenne giostra di giocolieri, mimi, vagabondi, tenoristi solitari, installazioni, expo en plein air, sculture (mi hanno raccontato che il bronzo alto cinque metri raffigurante il “Coup-de-tête” di Zinedine Zizou Zidane, è rimasto esposto per quasi un anno). Ahimé, è martedì e la Biblioteca è chiusa. Quel dommage! Ricordo la meraviglia di Paolo quando ci venimmo la prima volta nel 1978, poco dopo l’inaugurazione del Centre. Chi l’aveva mai visto un posto così, dove sono i libri a venire da te e non tu da loro. Sono tutti lì e sono tuoi, non devi chiederli, riempire schede, aspettare, ma solo prenderli dagli scaffali e alla fine, dopo averli consultati, sfogliati, fotocopiati su una macchina a tua disposizione che trovi all’estremità di ognuno dei lunghi tavoli che fiancheggiano le corsie, puoi lasciarli dentro un cesto senza doverti preoccupare di rimetterli a posto o riconsegnarli a qualcuno. Ci passammo, Paolo ed io, un’intera giornata della nostra vacanza matrimoniale parigina, dalle dieci del mattino alle dieci della sera, su e giù per i tre piani, muovendoci beati tra corridoi e corridoi, teorie e teorie di scaffali, a leggere, studiare, prendere appunti, guardare fotografie e documentari (ne ricordo uno bellissimo su Garcia Lorca). Un mondo infinito, tutto per noi golosi, una vera torta di nozze. Grazie Pompidou.

All’altro capo della spianata vedo Anna avanzare vittoriosa: scarpe da tennis, casquette à la petit Gavroche. Su una delle gabbie rosse e gialle come i nostri impermeabili cinesi nuovi di zecca, ci arrampichiamo al sesto piano – biglietto d’ingresso 3 euro – per uno sguardo panoramico sulla Senna e su Notre Dame, cupa e arcigna sotto il cielo di nuovo corrucciato.

Un giro per bazar e papeteries, poi di corsa a mangiare un’insalata (stasera cenone all’atelier: dobbiamo tenerci leggere) al bistrot Saint-André des Arts nel vicino Quartiere latino. Tocca a noi fare la spesa al mercato di Alésia. È un’allegria muoversi tra panetterie, pasticcerie, enoteche, pescherie, macellerie e banchi di primizie come gioiellierie (le verdure e la frutta ci costeranno un occhio della testa). Tutte eccitate, acquistiamo una smisurata quantità di ostriche belons, dei piccoli e cremosi crottin de chèvre dei Pirenei, del camembert normanno al calvados, una charlotte aux fraises, che sarà surclassata da una delle succulente tarte di Isabelle, e per finire alla grande, un regale Krug Grande Cuvée.

Cariche e trafelate decidiamo una sosta in albergo per darci una sistemata. Affidato il prezioso bottino gastronomico al cerimonioso concierge spagnolo, saliamo al cinquième. Mi infilo io per prima nel minuscolo vano toilette rigorosamente privo di bidè. Nonostante la radice celtica del nome: bidet, cercherai invano questo sanitario in Francia. A Parigi se ne documenta la (temporanea) presenza, soltanto nella reggia di Versailles e nei bordelli, nel XVIII secolo, poi scompare. In Germania e in Gran Bretagna le cose vanno ancora peggio. Chissà se con la nuova presidenza a Strasburgo qualche bel esprit non si levi a perorare la causa di una Unione Europea del Bidè! A parte gli scherzi, soddisfare un petit besoin corporale quando come noi vagabonde si è in giro dalle nove del mattino fino a tarda sera, può essere una faccenda imbarazzante. Di solito ci si infila nel primo caffè o brasserie e ci si inabissa giù per scalinatelle non di rado risicate e sdrucciolevoli in un ambiente piastrellato, scarsamente illuminato e puant d’eau de Javel o altro disinfettante. Un tempo, quando non c’era il cellulare, si scendeva laggiù anche per telefonare a gettoni. Allora mi capitava anche di dovermi con estremo ribrezzo e scomodità accroupir à la turque su ributtanti pedane col buco. Oggi, a dire la verità, la situazione è notevolmente migliorata. Funzionali toilettes igieniche, qualche volta anche agibili da portatori di handicap, gratuite o a pagamento, sono piazzate ad ogni angolo per lo più in prossimità di parchi e giardini. Solide strutture geometriche, di foggia uniforme con qualche variante estetica: grigie o nere con modanature bianche, di elegante forma ovoidale, tettuccio stilizzato, dotate di vaso autopulente, lavabo e specchio, portina scorrevole, pulsante che permette l’accesso o segnala la fase di lavage. Alcune espongono la mappa della zona, o anche qualche affiche o placard pubblicitario. Pare che sparse nell’aire urbaine di queste “sanisettes”, nobili eredi del ferrigno urinoir di ottocentesca memoria, ve ne siano ben quattrocento.

Rinfrancata dalla doccia caldissima, mi stendo sul lettone a due piazze che costituisce l’arredo essenziale della stanza di Anna. Lascio che la stanchezza defluisca dalle membra e la mente vaghi avvolta in una specie di ovatta sonnolenta. Domani, si va alla Villette a vedere la Cité de la Science e della Musique, o all’Istituto del Mondo Arabo, o magari al Louvre, o al Trocadero, o alla Defence… penso nebulosamente guardando la mia compagna agghindarsi per la serata.

All’atelier tout se passe agréablement. Dopo l’abbuffata e il caffè, Virgilio tira fuori dalla vetrinetta Arnagnac e Grand Marnier e Cointreau e altro ancora ma io, che ho già fatto fin troppo onore allo champagne oltre che ai vari Côte de Provence e Cremant e Sauterne e Bourgogne bianchi dorati e rossi vellutati e rosé vivaci che hanno accompagnato i piatti, aiuto Isabelle a desservir la table e poi la guardo ammirata preparare la crème fraiche. Seguo i suoi gesti sapienti mentre miscela panna fresca con yoghurt magro, aggiunge succo di limone, un pizzico di sale, poi mescola il tutto per bene e lo fa riposare per circa mezz’ora in modo che si addensi prima di riporla in frigo per il pesce di domani.





La tomba di Jim Morrison al Père Lachaise


3.

Niente Villette. Niente parco della Scienza e della Musica. Niente Geode, niente musei, sale cinematografiche e meraviglie a non finire. Niente di niente. Piove. Nu poco chiove / e n’ato ppoco stracqua / torna a chiòvere, schiove; / ride ’o sole cu ll’acqua./ Mo nu cielo celeste, / mo n’aria cupa e nera, / mo d’ ’o vierno ’e ’tempeste, mo n’aria ’e primmavera. Questi versi di Salvatore Di Giacomo fotografano la situazione meteorologica di queste bizzose giornate parigine. Solo che il poeta parla del mese di Marzo e noi siamo a Maggio: 8 maggio, Fête de la Victoire. Ho chiesto a un ragazzino, tredici-quattordici anni, il significato di questa ricorrenza e lui m’ha guardata bée. Le guerre sono qualcosa di troppo lontano per questi adolescenti informatici. Forse non sono mai esistite. E l’Algeria? Boh! E la strage del 1961, quando uomini donne bambini, famiglie intere che manifestavano pacificamente contro il coprifuoco per i magrebini furono massacrati, torturati, espatriati? Mai sentita. Tutta roba inventata da qualche storico di sinistra. Nessuno ne sa niente, nessuno ne parla, nessuno ricorda. Ma forse il razzismo, il colonialismo, la violenza, l’odio in questo civilissimo paese della Liberté-Fraternité-Egalité non sono mai esistiti. Forse.

Affagottate, deluse ma non arrese, si va senza programma. Anna si dedica entusiasticamente allo shopping. Sembra un discoletto in un grande magazzino di balocchi o in una fabbrica di cioccolato. Si guarda attorno ébahie, gli occhioni verdi écarquillés. È bellissima. Per un po’ la seguo divertita stupendomi dei suoi stupori infantili, ma poi mi viene voglia di scappare dalla bolgia consumistica degli invasori permanenti, dai “greggi di montoni” che si intruppano e trottano sui larghi marciapiedi ingombri di bazar cinesi. Prendo un taxi al volo – a Parigi il costo di una corsa non è proibitivo, con 20 euro vai da Alésia a Orly Sud – e mi faccio portare a rue du Repos, nel XXeme. Il tassinaro, nordafricano, immigrato di terza generazione, parla francese come me, cioè all’osso. Si sente cittadino della Repubblica, teme la violenza, e giudiziosamente consiglia i clienti, soprattutto stranieri, di non inoltrarsi in certe zone in cui domina la criminalità di colore. Mentre filiamo a Ménilmontant mi chiede se sono un’artista, qui, dice, ci vivono molti artisti e anche tantissimi cinesi, più che nel tredicesimo che è la nostra chinatown una vera invasione, però sono bravi. Vorrei approfondire, ma siamo arrivati.

Mai un nome di strada è stato così calzante, penso varcando la soglia del più grande spazio verde di Parigi “intra muros”, quella raccolta dentro la cintura del Periphérique, per intenderci. È la pace, la magia, di questa “cité des morts”, come la chiamano i parigini, di questo cimitero, il più esteso e più antico della città, che mi attrae e mi tonifica dopo tanta agitazione. Non i suoi monumenti, le sue tombe celebri. Lascio alla mia destra il sepolcro di Jim Morrison dei Doors, insolitamente deserto e disadorno: scomparsi scritte, poesie, echi di festini concertini raduni sballi e spacci, e, più oltre, Abelardo e Eloisa e vado a ritrovare il testone dell’amato Balzac, punto sicuro di partenza per viali e camminamenti. Facendomi guidare dal ricordo, mi inoltro a caso tra cappelle, lapidi, targhe, vialetti tortuosi e cespugli fioriti verso la zona più moderna dove mi aspettano la tomba-obelisco di Apollinaire e sua moglie, la jolie rousse Jacqueline, il volto emozionante di Edith Piaf inondato di “pizzini” amorosi, la sepoltura di Chopin inondata di fiori freschi, dove una coppia di giapponesi posa per la foto.

Una nebbiolina verde accentua l’incanto, fa più densi il silenzio e la solitudine. Qualche rara presenza, un turista smarrito, qualche gatto: pare che ve ne siano a centinaia acquattati negli angolini più segreti. Nel settore ebraico, non più separato, così come quello musulmano, mi fermo un attimo a guardare una giovane ragazza vistosamente incinta china a deporre un sasso su una lastra di marmo grezzo. A un tratto mi inchioda la sorpresa: di fronte a me una scultura – brutta quanto pretenziosa – sovrasta la tomba di Cino Del Duca, editore e produttore cinematografico italo-francese, jadis mio datore di lavoro per vari decenni – penso alle montagna di libri tradotti, revisionati, riscritti, alle infinite collaborazioni a giornaletti e riviste – nonché editore del mio primo romanzo che fece mandare al macero, Dio l’abbia in gloria! insieme all’unico altro titolo di una nuova collana varata in sua assenza, e a sua insaputa, da una banda di comunisti saliti da Roma a Milano. Il libro era “Il confinato”, finalista al Premio Viareggio Opera Prima 1962, recentemente ripescato da Marcello Baraghini, editore di nicchia e di macchia, anarchico alternativo resistente arroccato sull’appennino toscano.

La nebbiolina si è trasformata in pioggia: goccioloni che si dissolvono nell’atmosfera senza toccare terra. Uno sguardo all’orologio e alla mappa: prima di lasciare questo luogo emozionante voglio ritrovare la targa che ricorda le vittime della Resistenza, il monumento dei deportati nei lager nazisti, e soprattutto l’impressionante bassorilievo del Mur des Fédérés che ogni volta mi evoca con angoscia il massacro delle Fosse Ardeatine a Roma, pochi passi da casa mia, marzo 1944. Contro questo muro vivo nel maggio del 1871 furono fucilati e gettati in una fossa, vivi o morti, centoquarantasette combattenti della Commune.

Fuori, la bella babele del multiculturale XXeme è una bouée de secours per la mia malinconia accentuata da qualche messaggino da e per l’Italia e da un tentativo infruttuoso di ripescaggio della mia compagna finita chissà dove. Breve sosta – decà e pipì – al “Café Ménilmontant, bistrot de quartier depuis toujours. Brunch tous les Dimanches,” e poi giù di buon passo dalla collina attraverso un’orgia di negozi, locali, piazzette, teatri, biciclette, artisti, buchetti etnici etici e solidali, mercati all’aperto, per lo più gestiti da cinesi che, come mi spiegava il tassinaro, hanno creato qui una seconda Chinatown, “ma sono bravi”, confusa dentro una folla vivacissima, meticciatissima, con un motivetto di Charles Trenet sulle labbra e negli occhi il casco d’oro di Simon Signoret, sepolta nella pace di Père Lachaise insieme a Yves Montand.

A pranzo all’atelier, in tavola ci sono anche i mughetti giapponesi che ho appena comprato da un venditore di strada all’uscita del Metrò. Mentre apparecchia, Isabelle mi spiega che nel secolo scorso il mughetto era il fiore che gli innamorati si scambiavano durante una festa di primavera, una sorta di San Valentino, e che soltanto da una trentina d’anni è diventato il fiore del 1° maggio, festa dei lavoratori, sostituendo la rosa all’occhiello e assumendo quel valore simbolico che aveva il garofano rosso per i miei nonni socialisti. Virgilio stappa l’ottimo Chardonnay e ci sediamo a onorare l’eccellente Quiche al formaggio appena sfornata, la grande insalata mista all’italiana e le dolci fragoline del bosco di casa. Dopo mangiato, di nuovo on the road, nonostante la pioggia sottile e fitta che penetra nelle ossa. Si resta in zona, nel XIVeme. La strada che va verso il parco Montsouris, il monte del sorcio che io mi ostino a ribattezzare “monte del sorriso” e che rappresenta uno dei miei luoghi dell’anima, è solitaria e silenziosa. Il rumore della città alle spalle è discreto e ovattato. Sulla sinistra, lungo tutto il tragitto, si allineano dei piccoli appezzamenti coltivati a orto o a giardino. Mi spiega Isabelle che sono il risultato della battaglia condotta dagli inquilini dei palazzi di fronte per impedire l’installazione di un parcheggio. Ciascuno di loro possiede un riquadro di questo terreno strappato al cemento e vi sbizzarrisce la propria fantasia. Non manca il salottino sotto il pergolato, e aiuole, e cespugli, e fiori, tanti fiori, spalliere di rose, cascate di rabarbaro trombone, gelsomini, in mezzo alle zucchine, ai pomodori, alle cipolle… Uno spettacolo che fa bene al cuore. Arriviamo fino a lambire i margini del grande Parco, ma al cancello un placard della Mairie de Paris, avverte che il giardino apre: “du Lundi au Vendredi: 8h00 / Samedi, Dimanche et jours féries: 9h00” / et ferme à 19h00”. Vau pas la peine. Sosta veloce in una di quelle quattrocento perfette sanisette per fare pipì e lavarsi le mani, e si torna indietro. Virgilio promette penne all’arrabbiata e puntarelle romane ma, su mio suggerimento e mia somma soddisfazione, si decide a maggioranza per il ristorante vietnamita. Considero quella vietnamita una cucina raffinata, profumata e ghiotta, di grande tradizione nazionale che risente però dell’influenza francese, unico retaggio apprezzabile dell'epoca coloniale. Un abisso con quella cinese cantonese più grassa e più rozza. Si inizia con i Nem, i deliziosi involtini di carne o vegetali in sfoglia di riso avvolti nella lattuga insieme a una foglia di menta, da pucciare nella salsina agrodolce. Seguono verdure al curry, un’insalata di mango, carote, arachidi e daikon, agnello al tamarindo o, per chi preferisce il pesce, pagello alla curcuma con aneto. La contaminazione francese si sente decisamente nei dolci anche se la crème caramel qui la fanno con il latte di cocco. Altra concessione alla cultura coloniale sono i vini. Francesi. Pregiati. Ma io, come sempre, preferisco il tè: tanto, fumante e profumato.

 

 

4.

 

Stamani escursione fallita al museo Picasso, il più importante del mondo, assai più ricco anche di quello di Barcellona che custodisce circa quattromila opere giovanili tra cui quell’Arlecchino pensoso commovente come un Pierrot triste. Non è aria di musei. Inghiottita la delusione, riprendiamo la marcia. Andare, camminare, respirare, annusare, gustare, predare e accumulare impressioni, sensazioni, emozioni, ricordi, verifiche. Andare dove ci portano le forze ancorché acciaccate da questa vacanza tutta stradaiola e dall’inclemenza del tempo. Oggi, impermeabile, ombrello e berretto, Anna ed io non ci faremo prendere alla sprovvista. Avanti di buona lena con in mente e sulle labbra una vecchia canzonetta di Venditti, e infatti “la pioggia non ci bagna”. Un timidissimo sole gioca a nascondino tra le nuvole gonfie e tanto basta a renderci ottimiste. Non so bene dove ci condurranno i passi fra stradine strette piene di negozietti e botteghe di artigiani dall’aria antica, atelier, discoteche, ristoranti e, naturalmente, provvidenzialmente, caffè; sosta obbligata per un déca o un pamplemousse pressé e inevitabile discesa fisiologica.

Alla fine di un vicolo coloratissimo dall’acciottolato lustro e levigato, sbocchiamo in un’enorme piazza circolare. È smesso di piovere e all’improvviso si spalanca davanti a noi uno spettacolo di gente, macchine, monelli che calciano un pallone, vagabondi, suonatori di accordéon, enfants “qui s’embrassent débout et qui ne sont là pour personne” e i soliti branchi stracchi di vacanzieri col naso in su. È una fiera, un tourbillon, un manège. Al centro, dominante e orgogliosa nei suoi cinquanta e più metri di altezza, svetta la Colonne de Juillet. Un chiarore blême ne smalta ori e bronzi, esalta la sfera dorata, il capitello corinzio, e dà slancio alla figura alata che lassù lassù in cima sembra sul punto di spiccare il volo. Dice la mia compagna che le fa venire in mente chissà perché un film di Wenders su Berlino. Boh. Per me l’atteggiamento di questo spiritello della libertà che impugna la fiaccola, evoca piuttosto la grande tela di Delacroix con la Liberté che guida il popolo brandendo il tricolore.

È difficile figurarsi là in fondo le arcigne torri della trecentesca fortezza borbonica, simbolo odioso della tirannia, mentre tentiamo faticosamente di decifrare una scritta incisa a caratteri antichi sulla pietra a ricordo della vittoria dei parigini: “Cette Pierre Rapellera à la postérité qu’elle fit partie du Monument de la Tiranie qui sucomba contre les Efforts des Français, elle renouvellera aux Tirans Couronnés les Glorieuses Epoques du 14 julliet 1789 et 10 août 1793 qui assura la Liberté et l’Egalité à toute la République”. Penso a quelle giornate che cambiarono la storia del mondo, a quel popolo di “banditi, atei, plebei, straccioni, esaltati e ubriachi”, a quei citoyens che all’incirca cinquant’anni dopo diedero vita ai moti del ’48, poi, nel 1871, al sogno della Commune e, come sempre, mi vengono in aiuto la letteratura, titoli e parole di canzoni. Aux armes citoyen, le jour de gloire est arrivé! Le temps des cerises o La Butte rouge, imparata in gioventù dalla voce di Yves Montand: La Butte Rouge, c’est son nom, l’baptème s’it un matin / Où tous ceux qui grimpèrent, roulèrent dans le ravin./ C’qu’elle en a bu, des larmes, cette terre, / Larmes d’ouvrier et larmes de paysan, / Car les bandits, qui sont cause des guerres, / Ne pleurent jamais, car ce sont des tyrans.

Sono sempre stata convinta che questo canto popolare si riferisse alla collina di Montmartre da dove partì la rivolta e anche se non è vero mi piace continuare a crederlo e a pensare a Montmartre cuore e nervi della Parigi madre di tutte le rivoluzioni, della Parigi antifascista, asilo tra le due guerre di proscritti spagnoli, italiani, tedeschi, la Parigi che resiste all’invasore nazista, la Parigi delle contestazioni al regime colonialista, la Parigi del maggio Ce n’est qu’un début, dei giovani che si rivoltano in massa contro una società opprimente e conformista, la Parigi delle banlieues… La Parigi dei filosofi, dei poeti e della libertà. E oggi, in mezzo alla felice baraonda, mi piace immaginare questa spianata inondata ancora di rivoluzionari e di belle bandiere come le piazze dei miei tempi di lotta e di battaglie e di utopie.

Ma di fronte a noi, oltre la colonna, troneggia l’Opéra–Bastille tonda chiara e a strati, come una torta dice Anna che ha fame. Questa mattina niente pétit dejeuner, solo caffè e spremuta e lo stomaco brontola. Il faut pourvoir tout de suite. Mi viene in mente un ristorante giapponese, – questo diario sta diventando una guida gastronomica – tanti anni fa, il mio primo sushi con Virgilio e una delle sue donne. Fu lei a scegliere il posto e a pagare l’addition. Sono sicura che deve essere da queste parti. Muovendoci un po’ a caso tra le bancarelle chiuse del famoso marché Lenoir, uno dei più caratteristici e doviziosi di Parigi aperti purtroppo solo la domenica e il giovedì, alla fine, grazie alle indicazioni di un gentile passante, – non tutti i parigini sono presuntuosi, selvatici e rozzi, e poi questo del tutto parigino non sembra, – vediamo brillare l’insegna di un rosa schiattoso di un Sushi-bar: il Planet Sushi, una roba all’americana. Rosa schiattoso sono anche le seggioline di formica, au dehors e rosa schiattoso è prevalentemente l’interno di questa sorta di luna park, non a caso zeppo di ragazzini sovreccitati. Al centro del locale vividamente illuminato (tutto qui è esagerato) su un lungo bancone ovale si snoda un nastro roulant su cui scorre un’arlecchinata di stoviglie. La gente sceglie al self service il colore del piatto corrispondente alla pietanza preferita, che può consumare sia al banco stesso oppure sedendosi in una delle tavole per due o per quattro addossate alla parete, o, se vuole, fuori, all’aperto. Quelli più imbranati o che non hanno voglia di mettersi in coda dietro a una fila di esagitati, possono chiedere il servizio ai tavoli. Il personale è efficiente e cerimonioso. Tutto scintilla, sorride, scivola, scatta, grida. È uno sballo. Felice e ingorda come una bambina alle giostre, la mia compagna si tuffa: le piace mescolarsi, vedere, toccare, assaggiare tutto mentre io voglio solo fuggire da questo delirante paradiso di plastica e la trascino, di stradina in stradina, fino a un piccolo locale cubano che mi attrae per la sua atmosfera latina e dove con sette euro a testa bevande escluse e tanta simpatia ci scialiamo di saporosissime crocchette di patate e gamberi al ritmo di claves, maracas, bongò e marimbule che, insieme alle abbondanti e robuste libagioni, ci mette la febbre nelle gambe. Accompagnate da suoni, saluti e sorrisi, usciamo nel crepuscolo. Qui alle nove di sera è ancora giorno.

Siamo così inebriate da questa vacanza che decidiamo di espatriare e farci accogliere da questa città come profughe di un paese in sfacelo. Quanto a me, ho già scelto da tempo la casa dove voglio abitare e morire: nella piccola strada privata che sbocca sul Parco del sorriso: due piani più abbaini, mura bianche sotto una cascata di bouganville viola, un cipressetto, un minuscolo gazon, tre gradini, un portoncino, un cancelletto di ferro, tanto silenzio. Un giorno di molti anni fa Claire mi portò da queste parti a visitare una donnina gentile e silenziosa. Non ricordo come e perché la nostra misteriosa ospite dovesse avere a che fare con Paul Eluard o con Nusch la gitana, una delle tre donne amate dal poeta.

Ho tentato varie volte di ricostruire quel ricordo senza venirne a capo e la lontananza remota di Claire che si è ritirata a Marsiglia, mi impedisce di avere lumi. Chi era quella donnina? Dove si trova esattamente quella casa? Perché il mio ricordo si ostina a situarla nei pressi di Montsouris? Solo Claire potrebbe illuminarmi, ma Claire è irrimediabilmente perduta. Per Claire, che ha scritto versi e ama la poesia, Eluard era un maestro ispiratore, per me è il poeta dell’amore e della libertà. Un tempo conoscevo a memoria la sua poesia più famosa, quella che gli aerei inglesi gettavano a migliaia di volantini sulla Francia occupata dai nazisti. Ora non ci provo neppure a ricordarla, mi tornano solo gli ultimi versi: “Je suis né pour te connaitre, pour te nommer: Liberté” e mi sembra che a conclusione di questa giornata ci stiano proprio bene.

Il cielo pluvieux, quasi autunnale, si sta oscurando. Des éclairs aveuglantes lo lacerano. Arrivano le prime gocce. Meglio imbucarsi nel metro più vicino: stazione Bastille, linea uno, tre fermate: Saint-Paul, Hotel de Ville, Châtelet. Qui ci aspetta il familiare 38 che attraversa da Nord a Sud la città passando per il Quartiere latino, e in poche arrêts ci porta ad Alésia-Maine. Di lì a Jean Moulin, “Presidente del consiglio nazionale della Resistenza, ammazzato dai nazisti nel 1943, a quarantaquattro anni”, due traverse a destra e siamo a rue des Plantes. Un ultimo drink al bar della hall, sprofondate nei comodi divani di pelle, lounge music diffusa a volume moderato, luci molto soft, viavai limitato, discreto, voci ovattate, pensieri allentati, muscoli rilassati, cellulari spenti: condizioni ideali per salire al quinto, infilarsi nel lettone e dormire fino a domani. Buonanotte, buonanotte.





La stazione Metrò Bastille


5.

Non ho mai imparato a districarmi nella fitta rete metropolitana di Parigi, una delle più estese d’Europa, dopo Londra e Madrid: 200 kilometri, 16 linee, centinaia di stazioni, che dalle cinque e mezzo del mattino all’una e un quarto di notte ogni 2 minuti trasporta milioni di passeggeri. Ma so che ovunque decida di andare c’è un trenino che mi ci porta, mi basta entrare in una delle stazioni – ve ne sono di antiche, stupendi esempi di Art nouveau, elaborate e armoniose strutture di ferro e ghisa verde con tettoie aerodinamiche di vetro, tutte linee curve, voluttuose, ornamenti, lampioni, insegne, fregi sinuosi, tralci di foglie tipici dello stile floreale, e ce ne sono di fantasiose come quella specie di albero di Natale di palline colorate della Palais–Royale-Louvre a place Colette. So che mi basta scendere, soffermarmi nei passaggi ignorando gli strattoni dei frettolosi, a parlare e ad ascoltare musicisti: singoli o gruppi, o piccole formazioni jazz, spesso di buon livello, mi basta superare tornelli e sbarramenti e inabissarmi nelle volte sotterranee maiolicate e ferrigne, ottocentesche o modernissime e stupirmi di fronte a piccole gallerie d’arte, imbattermi in un Rodin o nella Storia affrescata della Rivoluzione francese o nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo trascritta lettera per lettera sulle mattonelle bianche della Concorde, linea 12, o farmi inondare dalla fastosa illuminazione a grappoli nella Cité, e così via, di banchina in banchina, di meraviglia in meraviglia, senza cadere nelle pretenziose ridondanze di certe stazioni centrali de Metrò di Mosca, mentre aspetto non più di un minuto o due di spiaccicarmi insieme ai 6-700 viaggiatori in una carrozza stretta da togliere il fiato e mescolarmi alla varietà di colori e di razze, all’orgia di puzze sorrisi grugniti cipigli violenza chiasso paura sfrontatezza frustrazione pietà malumore tolleranza intolleranza indifferenza odio disprezzo, e partecipare del carnevale di chador gonnelloni minigonne blazer blousons jeans tuniche gellabe burqa turbanti sari canotte scialli stivali nastri foulard frange treccine barbe crani rasati tatuaggi piercing dopobarba chanel cannella spinelli spintoni risate accordéon sbuffi tanfo e mugugni. Che babele!

Parigi ospita attualmente una delle maggiori concentrazioni di immigrati in Europa. Stando alle stime degli specialisti, il 20 percento delle persone che ci vivono sono immigrati e quasi la metà dei ragazzi fino a vent’anni hanno almeno un genitore immigrato. Tra quelli sotto i 18 anni, il 12 percento è di origine magrebina, il 10 di origine africana subsahariana e il 4 proviene dall’Europa meridionale. Il 10-15 percento della popolazione dell’aire urbaine, come si dice qui, cioè quasi tre  milioni di persone, è rappresentato da musulmani di tutte le razze.

La Francia è sempre stata, storicamente, un polo di attrazione per rifugiati di tutta l’Europa. I primi ad arrivare nell’Ottocento sono stati i contadini tedeschi senza terra. Seguirono a ondate successive gli italiani, gli ebrei dell’Europa centrale, i russi che fuggivano dalla rivoluzione, gli armeni perseguitati dagli Ottomani, e, tra il primo e il secondo conflitto mondiale, i coloniali. Nel secondo dopoguerra la Francia ha spalancato le frontiere ai magrebini, manodopera sfruttata, a basso costo: una manna per l’economia del paese. Negli ultimi decenni i governi che si sono succeduti hanno provato ad arginare il flusso migratorio, per esempio stipulando accordi bilaterali con l’Algeria, ma con scarsi risultati, come dimostra il fenomeno dei nuovi migranti che continuano ad arrivare nella misura di circa centomila ogni anno. “Un français sur quatre est issue de l’immigration”, ho letto su un muro, da qualche parte: parole che fanno riflettere e che suscitano inquietudine. La criticità della situazione oggi è sotto gli occhi di tutti. Si ha la sensazione che gli immigrati si stiano impadronendo della Francia, pezzo dopo pezzo. Molte città e periferie, mi dicono, sono ormai europee soltanto apparentemente, in realtà da tempo sono rette da regole e costumi orientali, musulmani. La contingenza economica ha accentuato la crisi, favorendola criminalità. I ghetti, le periferie più popolari e più dense, sono controllate da comunità etniche e molto spesso dai narcotrafficanti. Ci sono quartieri, come Saint-Ouen, alla periferia Nord, così pericolosi e infrequentabili che perfino la polizia ha paura di entrarci. Tutto questo genera sfiducia, malcontento, paura e rabbia, innesca un clima pericoloso che si percepisce, si respira nell’aria, dovunque e si traduce in fenomeni pericolosi di populismo, qualunquismo, fascismo che portano al trionfo di personaggi come Marine Le Pen.

Di questo e altro si parlava a tavola con amici di sinistra, molto impegnati, molto solidali e molto political correct attorno un festino a base di Crottins freschi alla paprica dolce, caprini all’erba cipollina, uvetta, papaya e zenzero, Brie regali di Meaux, grandi insalate alla crème fraîche o alla vinaigrette, deliziose confetture di albicocche del giardino di casa, miele, mostarda, e per finire la Tarte Tartin, o la mousse au chocolat, o la crème brulée di Isabelle da fare impallidire il pomposo e stucchevole croquembouche, una specie di piramide a base di bignè à la crème chantilly, rivestita di caramello, che abbiamo acquistato giorni fa dalle dame pasticcere di avenue Jean Moulin. E di questo si continua a parlare mentre con la Dacia rossa dei nostri amici corriamo in direzione Paris Sud-Est per arrivare al gran boulevard Daumesnil passando per Montsouris e la Cité Universitaire, fino a costeggiare la fitta macchia del parco di Vincennes. Meta dell’escursione: il Palais de la Porte Dorèe, un edificio monumentale, costruito negli anni Trenta in puro stile Déco, I bassorilievi impressionanti della facciata ricordano la statuaria fascista. Grandi figure seminude immerse in una natura lussureggiante e selvaggia, tra piantagioni di cotone, alberi di cacao, palme, stanno a simboleggiare enfaticamente la vita e il lavoro nei domini coloniali francesi. “Nos ancêtres n’ètaient pas tous des gaulois” c’è scritto con bella retorica sul basamento. Gli amici ci spiegano che siamo nella Cité Naturale de l’Histoire de l’Immigration la quale ospita un importante museo storico e culturale. Una realizzazione dovuta all’impegno di alcuni storici e militanti appassionati, che si rivolge a tutti: francesi e immigranti, ma soprattutto alle giovani generazioni allo scopo di favorirne l’integrazione e di combattere tutti quei fenomeni che possono generare pregiudizio e discriminazione da entrambe le parti. I giovani, gli studenti che vengono a visitare questo luogo accompagnati dai loro docenti, ci dicono gli amici, pur essendo spesso figli proprio del nostro passato coloniale, quasi la metà di quelli sotto i vent’ anni, hanno almeno un genitore immigrato – lo fanno da francesi, sia pure non “souche”, insomma da “cittadini della Repubblica”.

Mi astraggo un po’ dalla lezione e il mio pensiero va a una livida mattina di marzo di circa vent’anni fa. Io e il mio amico Marcello poeta, Ellis Island New York 1997, l’edificio imbandierato sotto la statua della Libertà, le immagini inquietanti: le file di esiliati coi bagagli ai piedi, i controlli, le ispezioni sanitarie, le fotografie, le facce di contadini, i gruppi di famiglia, i grafici, le tabelle, gli avvisi di restrizioni, le montagne di bauli, valigie, ceste, la biancheria, le scarpette infantili, e quella insopprimibile sensazione di deportazione, quel nodo alla gola…

Il parco, fuori, è un richiamo irresistibile, un’oasi di serenità. La pioggia ha reso smagliante i suoi verdi. Con 5 euro si accede al padiglione dell’Aquarium Tropicale, altro polo del progetto scientifico e culturale di questa lodevole istituzione statale, il quale, con le sue dieci sale dedicate alla flora e alla fauna acquatica dei paesi caldi, le sue trecento specie di animali, pesci, crostacei, invertebrati, fossili di tutto il mondo, senza contare il terrario per coccodrilli e alligatori, fa impallidire perfino il ricordo del bellissimo gemello al porto antico di Genova, di Renzo Piano.

Gli amici ci sollecitano. Li aspetta non so che conferenza alla Mairie del XIIIeme, Place d’Italie, Salle du Fer à Cheval, ore 17 promossa dai compagni del Partito Democratico Italiano. Tema: la questione morale e il rinnovamento della classe dirigente. A proposito, ieri, per strada, ho visto un vecchio manifesto che mi ha fatto sorridere. Diceva: “Berlusconi / DÉGAGE! / même à Paris / on crie / “ÇA SUFFIT!”. Bagatelles d’antan. Il faut rentrer. In macchina nessuno ha voglia di parlare. La pioggia sul tettuccio della Dacia fa una musica malinconica. Anna dice che è stanca e che se ne va a dormire. Io pregusto una serata tranquilla, di poche parole e molte letture sotto il piumone, col mio Saramago o magari con quell’Escalier de fer, uno dei miei preferiti di Simenon da quando ho scoperto che non è soltanto il padre del commissario Maigret, pescato nella paccottiglia di un bouquiniste – i bouquiniste non sono più quelli di una volta – a Pont Neuf. Chissà perché lo chiamano nuovo se in realtà è il più antico – e più lungo – di Parigi. Una storia che mi fa pensare a Teresa Raquin, cupo dramma zoliano di due amanti-assassini che, rósi dalla colpa e dal rimorso, finiscono per odiarsi e per distruggersi. Anche un po’ al film Ossessione di Visconti.

Divagazioni. Tortuosità del pensiero.

 

 

6.

Notte di ténèbres et d’orage, di digestione faticosa, di insonnie irrequiete, di pensieri molesti, di letture sconnesse, di riflussi esofagei, di feroci crampi muscolari e bisognini fisiologici che mi obbligano a rischiose discese giù per la semibuia scaletta a chiocciola, solitari vagolamenti nella casa addormentata e demenziali monologhi col gatto Milk che alza appena la testa dal divano e fissa su di me un occhio perplesso e annoiato.

Mi sveglia il canto degli uccelli. Maggio, temps des cerices. Le gai rossignol et le merle moqueur tout en fête, come nella canzone, vengono a fare il nido fra i rami più alti. Spalanco il finestrone e respiro l’odore della terra bagnata. Il gatto Milk gioca fra le aiuole, la merlotta fa il bagno nella catinella di acqua piovana, le nuvole veleggiano in un azzurro smaltato. Sale un sentore forte di caffè e sta arrivando Isabelle con latte fresco e petit fours caldi. Virgilio, ginocchia dolenti, respiro affannato, arranca per il vialetto ombroso tra salici nespoli cespugli di rose pomodori vasi di basilico siepi di rosmarino e gelsomini in fiore.

Consueta puntata con Anna al café-brasserie Alésia, poi, il carnet-ticket alla mano, saltiamo sulla linea 38 e comincia la giostra. Quando scendiamo, boulevard Saint-Germain splende nel sole. Anna è impaziente di infilarsi nella pazza folla dei forzati dello shopping – il faut bien profiter du période de soldes! – io, che come dice mio fratello sono una snob germanopratina, cerco la targa dedicata a “Jean Paul Sartre 1905-1980 e Simone De Beauvoir, 1908-1986: philosophes et écrivains,” che è nella piazza. Ci separiamo con la promessa di ritrovarci per uno spuntino in zona, diciamo rue Bonaparte, rue Jacob. Di fronte a me il bel campanile romanico, il silenzio, il canto degli uccelletti, mi attraggono nel piccolo giardino buio e solitario che abbraccia un lato della vecchia abbazia. Un gatto nero mi accompagna per un po’, poi, volubile, si allontana e svicola dietro l’angolo verso rue de Rennes. Dentro non c’è nessuno. Il bailamme infinito è tutto là fuori. Le panchine sono bagnate. Stendo la sciarpa, mi siedo e sprofondo nel piacere di un insperato momento di bellezza e di quiete. Sono così assorta che per molto tempo non mi accorgo della presenza di un omino, lindo, pallido, vestito di nero. Sta seduto all’altra estremità della panchina e mi sorride gentile. Gli sorrido a mia volta, ci salutiamo con un cenno, intimiditi dalla solennità del luogo. Poi lui comincia a parlare con voce flebile e un accento affettato. Sono entrata nella chiesa? mi chiede. So che è la più antica e importante di Parigi, anche se i secoli hanno distrutto gli splendori d’antan? Forse è proprio questo che le dà un’aria severa e malinconica, dice. Parla come un poeta, o come un professore, e il suo viso ovale, il pizzetto grigio, gli occhialini cerchiati d’oro dietro cui si nascondono due occhietti vivacissimi, mi ricordano un ritratto di Cecov. All’improvviso le fronde in alto del grande albero che ci protegge si mettono a frusciare, ad agitarsi, a cozzare, a sgrondare. Il professore si turba, comincia a tossire, sempre più forte, non smette. Non so come comportarmi, mi sento stupida nel mio imbarazzo. Bisognerebbe fare qualcosa, ma la crisi è già passata. L’omino-Cecov si alza. Lo sa, sussurra placato, Cartesio, riposa là dentro. Poi sorride, guarda il cielo: Le temps est à la pluie, e, con un piccolo cenno obliquo del capo, e se ne va. La panchina è diventata fredda.





Il celebre caffè Les Deux Magots


Il temporale romba in lontananza, tra poco sarà qui. Il tempo di attraversare la piazza e il cielo si squarcia. E piove, et quand il pleut sur Paris / c’est qu’il est malhereux, giù acqua à verse, che dio la manda, e io me la prendo tutta, accidenti, proprio tutta tutta. E anche se, come conclude la canzone, le ciel de Paris n’est pas longtemps cruel, in attesa che pour se fair’ pardonner mi offra un arc-en-ciel, mi conviene cercare di corsa un riparo. Non ho dubbi tra i due famosi café che si fronteggiano da una parte e dall’altra della piazza. Entrambi riferimenti storici della vita culturale e politica parigina, specialmente nel periodo fra le due guerre. Al Flore, ho sempre preferito il Deux Magots, mitico luogo di Verlaine, di Rimbaud. Fuori, sull’angolo e lungo i fianchi, le tipiche seggioline di vimini coi cuscinetti rosa sotto la grande tettoia sovrastata da balconate di gerani rossi, sono prese d’assalto e c’è troppo struscio, troppo chiacchiericcio volgare per i miei gusti. Amo l’eleganza sobria delle sale interne, l’atmosfera discreta, l’enorme vaso di calle bianche sempre al suo posto sul bancone centrale, i camerieri un po’ ridicoli in gilè, papillon e grembiulone alle ginocchia. Sono fortunata, non c’è molta gente: sono tutti là fuori a farsi vedere. Vado dritta sul fondo a cercare il posto di Simone, col finestrone sulla destra, la targhetta d’ottone e le foto d’epoca ai muri.

Anni Venti, anni folli, tra le due guerre. Fitzgerald, Henri Miller (il “Molinari Enrico” di Bianciardi) che spalancando le finestre del suo albergo in rue Bonaparte osservava la piazza e ascoltava le campane di Saint-Germain prima di andarsi scolare i suoi pernod in un piccolo caffè della rue Jacob. Gli anni di Gertrude Stein, di Picasso, che più tardi creò qui Guernica. Gli anni di Tzara, Aragon, Cocteau, Cendrars, Hemingway che Addio alle armi lo scrisse qui di fronte, alla Brasserie Lipp e, più tardi, di Sartre, Camus, dei fratelli Prevert… Sono contenta che non venga qualcuno a scompigliare i miei fantasmi, questo mi dà tempo e agio di tirar fuori il mio carnet de voyage, la mia preziosa stilo d’argento dono natalizio di Paolo, la Repubblica di ieri e il Saramago che porto sempre con me. Sistemato tutto sullo storico tavolino, butto giù un appunto e uno schizzo sul singolare incontro di poc’anzi. “L’omino-Cecov. Riflettere sul perché dell’associazione”, scrivo e nel momento stesso che lo scrivo dubito dell’autenticità dell’accaduto. Forse l’ho solo fantasticato. Forse è la mia immaginazione esasperata. Forse c’entrano le letture e certe rêveries notturne nell’atelier del gatto Milk. All’attempato garçon che si avvicina con discrezione chiedo un jus d’orange, anzi di pamplemousse, s’il vous plait. So che mi costerà lo sproposito di 8 euro e che pagherò senza fare una piega. È il mio snobismo, dice Virgilio, il mio essere malata marcia di letteratura, di miti fasulli, di cazzate. Ma il y a un peu de folie dans ma tête e sono felice così. Coi miei fantasmi, i miei pensieri, le mie nostalgie, le mie illusioni e disilusioni.

Anna mi raggiunge trafelata, carica di pacchi e pacchetti, berretto appena acquistato in un bazar cinese e occhialoni per difendersi da un sole che è solo un’utopia, una speranzella alimentata da una bava di vento. Andiamo a Notre Dame. Sotto i nostri piedi, sull’enorme parvis dedicato al Papa neo-santo Giovanni Paolo, lungo un centinaio di metri, si estende una cripta archeologica che, secondo la guida di Anna, oltre alle vestigia di edifici gallo-romanici pare che custodisca i resti di un sofisticato impianto di riscaldamento sotterraneo. Ci sfiora per un attimo l’idea di esplorare il sito, ma una impossibile coda ci dissuade dal proposito peregrino. In questa città la gente passa con il rosso e fa la coda per tutto. Per il Louvre, per il Musée d’Orsay/Aulenti, per il Carnevalet, per la toilette publique, per la Tour Montparnasse, per il Sacré-Cœur, per il pane e la torta alla boulangerie-patisserie, come la domenica da Cova a Montenapoleone, Milano… Bello sarebbe sottrarsi alla baraonda, farsi inghiottire come cavernicoli, ritrovare il clima scabroso degli anni ’40, infrangere i Tabu, – mais ou sont les caves d’antan? Dove siete cari germanopratini fognaioli trogloditi sonori ballerini di bebop e di boogie-woogie incompresi scandalosi scrocconi nottambuli stralunati attaccabrighe meravigliosi malinconici megalomani zazou dall’occhio spento. Dove siete. in quale lercio seminterrato rintanati, Boris, Miles, Juliette, Jacques, Henri, Raymond, Albert, Jean-Paul… Dove siete, strani, bellicosi e forsennati baccanali, sprofondati dalle cantine nell’oblio…? Fantasmi. Letteratura.

Metà della piazza è occupata da un enorme capannone bianco all’interno del quale si sta svolgendo non so che internazionale raduno-convegno-manifestazione-convention grastro-socialglobale. Entriamo, decise ad approfittare della degustazione di prodotti derivati da colture biologiche etico-solidali come promettono pannelli, altoparlanti e proiezioni. Ci risiamo: folle aggrappate lungo una interminabile fila di tavoli aspettano come profughi africani appena sbarcati dall’inferno la distribuzione di panini imbottiti e bibite della salute. Finiamo disgustate in una brasserie tradizionale con cameriere asiatiche a ingurgitare croque–monsieurs plastificati, cartocci di frites, pane molliccio pucciato nella moutarde, che va regolarmente au nez, birra tiepida e gelati alla panna, sintetica, ça va sans dire. Alla faccia della nouvelle cuisine, della gastronomia alternativa, del low food, dei cibi biologici; alla faccia della sicurezza alimentare, del mio diritto di consumatore a sapere che cosa ho nel piatto, in che modo quello che sto mangiando è stato prodotto, manipolato, trasformato, trasportato e preparato. E aggiungiamoci la fame nel mondo e anche la Grande Mangiatoia dell’ EXPO milanese 2015 coi suoi immondi papponi.





La cattedrale di Notre Dame


7.

Il tram corre sulla strada larga. Un grande sole barbaglia sui finestrini. Due occhietti di giada davanti a me mi fissano. Sorrido e allungo la mano per una carezza. È un bambino bellissimo, nero e lustro come la madre che lo tiene in braccio. Mi afferra un dito, lo stringe, gioca con l’anello, vuole strapparmelo e sorride. La madre sorride in un bagliore di denti forti. Da place d’Italie, fermata del R.e.r., alla Cité universitaire procediamo a larghi giri, fra camminamenti e transenne per lavori in corso. Questa città è tutto un cantiere e ogni volta che ci torno trovo qualcosa di più e, quasi sempre, di più ardito, più bello. La distanza tra progettualità e realizzazione in questo paese è rigorosamente contenuta e rispettata. Cose stupende come la Piramide del Louvre o l’arco della Défence o il geniale Palazzo della cultura araba o il Musée d’Orsay della mia amica Gae, sorgono come d’incanto inserendosi armoniosamente nel paesaggio urbano. È ciò che ogni volta mi riempie di ammirazione e di entusiasmo.

La prochaine è la nostra. Si scende. Se le indicazioni sulla guida, e soprattutto il ricordo, non mi tradiscono, oltre la rue Mouchéz, proseguendo sulla destra, dovremmo trovare la Cité fleurie. All’ingresso, in boulevad Arago, XIIIeme, leggiamo una targa che ricorda la Deutsche Freiheitsbibliothek, la Biblioteca della Libertà, fondata nel 1934 da scrittori esuli tedeschi antihitleriani e colleghi francesi per raccogliere libri proscritti dalla Germania nazista dopo i roghi del ’33. Grazie a questa e altre iniziative del genere Parigi divenne uno dei centri della Resistenza intellettuale contro il nazismo, come lo era già sempre stata contro il fascismo, e contro il franchismo.

Ci addentriamo in un minuscolo villaggio di piccole case: un posto di ricchi o di fortunati, ma soprattutto di artisti. (All’inizio del XX secolo vi vissero, tra gli altri, Gauguin e Modigliani). Un piccolo eden, una città giardino dentro la città: stradine, una piazzettina, casette basse bianche o colorate immerse nel verde, addossate l’una all’altra, a due, tre piani massimo, atelier, botteghe di artisti artigiani, giardinetti coltivati o selvatici: petits coins con le loro poltroncine ottocentesche sotto il fitto degli alberi che evocano soste discrete, viottoli ombrosi, tetti spioventi, cancelletti nascosti nella boscaglia, portoncini, balconcini, loggette, scalette, chioccolio di fontanelle, il tutto inondato di piante e di fiori: iris, orchidee, glicini, gerani, gelsomini, bouganville, che danno il nome alle strade. Grande silenzio. Traffico inesistente. Pochissime le auto parcheggiate. Molte biciclette. All’imbocco di una voie privée, un avviso esorta a ridurre la velocità, a non soffermarsi a lungo, e, soprattutto, vieta strictement l’ingresso ai cani, meno fortunati dei gatti, che invece si aggirano numerosi, solitari e noncuranti.

Un’altra targa, di tutt’altro tenore, ricorda che il 18 maggio 1944 in una di queste case la Gestapo ha arrestato dei partigiani del Movimento di Liberazione Nazionale, colpevoli di aver confezionato documenti falsi. Uno di loro, una donna di nome Colette, è giustiziata sul posto, gli altri sei tra cui un’altra donna di nome Ginette, moriranno nella deportazione e un ultimo cadrà au champ d’honneur. Parigi è una città consapevole e fiera dei propri valori e della propria storia di cui serba e alimenta giustamente la memoria.

Seguendo il mio ricordo ritrovo la casa di un film di Chabrol – Quattro anni fa, quando scoprii questo posto, l’autore era appena morto – un thriller metaforico, raffinato, misterioso, nascosto, caché, pour cause, con un’adorabile Juliette Binoche. (Roma, cinema Maestoso, 2006). È proprio questa la casa, ne sono sicura.

È l’una passata, la fame morde lo stomaco. Affrettiamo il passo. Il pavé luccica sotto il sole nuovo, fresco. Un ragazzo in bicicletta, schiena scoccata, polpacci da atleta, ci sorpassa, gira la testa e ci sorride. Dietro quell’angolo, se non ricordo male, deve esserci l’Orchidée, un tout petit bar-restaurant. Entriamo: ci piace subito tutto: le piccole tavole coi piccoli fiori, il vasellame di coccio, l’atmosfera intima e cordiale, l’anfitrione che ci viene incontro sorridendo – oggi sorridono tutti –. Scuro, capelli ricciuti lunghi, dentatura lampeggiante, occhi di velluto, ha un’aria da gran gitano ma è kabyle, figlio di pastori berberi. Guardo il ritratto gigante sulla parete, non sono io, mi dice sedendosi con noi, però, a volte suono per gli amici. Suona e canta la lontananza, la nostalgia, ma anche l’anarchia, la poesia, la rabbia: Brassens, Ferré, Vian e ballate della terra che, venticinque anni fa, pochi soldi in tasca e una chitarra, ha lasciato per sfuggire alla repressione della rivolta studentesca e operaia da parte di Bendjadid Chadli. Il gitano parla parla. I suoi racconti mi suscitano una valanga di immagini: un lontano viaggio in Barberia, una Algeri di ragazze a volto scoperto e gambe nude, bella, superba, liberata, aperta al futuro. Arriva il cous-cous, per me vegetale e niente vino: the à la menthe, versato dall’alto con perizia di giocoliere, dal bricco beccuto di rame: uno zampillo lungo e spumeggiante nel bicchiere di ceramica. È uno spettacolo e con Anna ridiamo stupide e felici. Ci salutiamo come vieux compagnons promettendo di tornare, sapendo che non lo faremo, festeggiamo il cagnone nero e paresseux che alza appena il testone dall’osso, e usciamo sazie e contente.

C’è il sole e decidiamo di non prendere mezzi, di fare una lunga camminata. Mentre attraversiamo il grande parco Montsouris stranamente deserto, ci coglie una malinconia sottile e dolce. Non abbiamo voglia di parlare ma so che i nostri pensieri si intrecciano. Saranno le parole del gitano. La bellezza delle parole non è soltanto di chi le pronuncia: appartiene come dono a chi le ascolta, ha detto qualcuno. Saranno le targhe appena lette che smuovono dubbi e riflessioni. Dove ci porta tutto questo nostro affannoso errare per la città; questo guardare in superficie tutto quello che ci cade sotto gli occhi; questo ingordo approfittare del tempo; questo non voler vedere quanto il mondo è cambiato, quanto è cambiata questa città percorsa da inquietudini e turbamenti, gonfia di umori, implacata, pronta ad esplodere; questo evitare con cattiva coscienza argomenti brucianti qui più che altrove come migrazione, integrazione, razzismo, crisi; questo mettere accuratamente da parte disagio, disgusto, indignazione accettando quelle regole di buon senso che impongono di non avventurarsi in certe zone in certe ore, di stare attenti ai voleurs e ai cani; questo tirar via incuranti quando due africani di quelli nero-viola in un vicoletto nel dedalo delle Halles ti apostrofano con termini e gesti non proprio da gentleman o quando il gigante irsuto e nero nel negozietto di poster, gadget e t-shirt con la faccia stampata di Malcom X, Che Guevara, Cassius Muhammad Alì, Karl Marx, Jimi Hendrix and so on, prima non risponde, poi risponde con sufficienza infine con sgarbo e arroganza alle tue petulanti curiosità; o quando la folla frenetica, obesa, strafottente, ti urta, sgomita, e tira avanti; o quando un cameriere screanzato ti sbatte sul tavolo una soupe d’oignon fredda, del pane raffermo, una Vittel tiepida e ti borbotta dietro se non aggiungi il pourboir all’addition già di per sé esosa… Tutto questo non farsi domande e bearsi della bellezza, malate di estetismo, di letteratura e di nostalgia, so che mi presenterà il conto quando la belle folie di questa sospensione inventata au jour le jour sarà finita e la realtà mi calzerà addosso come un vestito ruvido.

Forse è questo che Anna ed io non ci diciamo mentre, sedute ai bordi del laghetto, guardiamo in silenzio i pipistrelli tuffarsi in picchiata nell’acqua in cerca di cibo, le anatre scivolare in fila una dietro l’altra formando una linea bianca sul pelo dell’acqua verde cupo, poi rompere la riga, sparpagliarsi, arruffarsi, contendersi il posto o una briciola per tornare di nuovo in fila impettite. Riconosco laggiù il cigno di Astrid, tutto solo, altero e maestoso col suo lungo collo nero, nero come il gatto Metis di altri tempi che nel buio “tenebroso come un verso numeroso” mi puntava addosso i “chiari fanali viventi opali”. Chiuse nel nostro silenzio, un po’ infreddolite, sentiamo la sera scendere umida sul parco e una pioggerella sottile e insistente posarsi sui nostri pensieri. La strada del ritorno mi sembra insopportabilmente lunga triste e pesante. Un’improvvisa grevezza mi appesantisce le membra e il cuore. Sono à bout, sopraffata. Troppo emotiva, troppo scoperta, troppo spellata. Come dice Virgilio, non so  distinguere tra emozione e ragione, tra pancia e testa. Vorrei urlare. Piangere. Fermare la giostra. Forse è solo stanchezza. Les jambes se plient sous moi. Anna scalpita, dice che dovremmo allungare il passo, che rischiamo di inzupparci di nuovo e di dover di nuovo prendere l’aspirina. Dai, muoviti, dice, andiamo da me in albergo a farci un buon whisky di quelli irlandesi fortemente torbati che piacciono a te. Su sbrighiamoci, lo senti? il temporale sta arrivando. Ti prego, Anna, pas d’agitation, penso. Ma non lo dico. In silenzio mi aggrappo al suo braccio e mi lascio trascinare.





Veduta interna della cattedrale di Chartres


8.

 

Chartres. È stata un’idea di Isabelle la ragazza silenziosa e gentile che cucina torte squisite, tesse arazzi e crea pregevoli mosaici. Ha noleggiato una comoda Citroën per questa mattina alle 9.30 e quando arriva siamo tutti e tre al cancello ad aspettarla. Il tempo è minaccioso, ma reggerà: possiamo partire tranquilli e euforici. In auto io e la mia compagna chiacchieriamo, facciamo progetti, guardiamo le previsioni. Isabelle conduce sicura. Guida alla mano, Anna ci informa sulla celebre cattedrale: “Dal dodicesimo secolo, la costruzione, nata sulle macerie dell’antica basilica romanica, andrà avanti a tappe e vicende alterne fino alla profanazione sacrilega del 1793…” Scandisce date e storie di assedi, incendi, pellegrinaggi; legge di portali, campanili, torri, cripte; racconta del contributo dei cristiani alla fabbrica della “casa della Vergine: “Chi non ha legno, vetro, pietre e oro da donare, dona preghiere”, cita.

La strada, abbastanza sgombra passa in mezzo a sterminati campi gialli e piatti di grano e colza, una distesa a perdita d’occhio, punteggiata qua e là da un silo, un campanile dritto e nero come un albero della cuccagna, e, più raramente, da un faggio superbo nella sua solitudine sotto un cielo incombente, inquieto, drammatico, come in certe grandi tele di Virgilio di querce sradicate e carcami volanti. A Chartres, annuncia Anna che continua a documentarsi, ci sono 12 gradi, pioggia e vento. Isabelle sorride: il vento, dice, porterà via la pioggia e troveremo il sole. Sulla sinistra, improvviso, spettrale come un’illusione nel deserto, appare la sagoma bianca di un Hotel: la stessa onnipresente catena ornitologica di cui fa parte il rifugio di Anna a rue des Plantes. Chateaudun, arroccata in cima a un promontorio verde dominato da un torrione interrompe la monotonia orizzontale del paesaggio. Questo plat pays che scorre all’infinito mi porta dalla mente alle labbra il mondo di Jacques Brel, con le sue brume, le sue onde, le sue rocce, le sue maree, il suo ciel si bas, si gris, i suoi venti che cantano, che ridono, che crepitano e si squartano, come questo che si è appena levato da nord e sospinge le nuvole al largo e fa ondeggiare la marea gialla. Penso a van Gogh. L’altro giorno da Fnac ho comprato le sue lettere al fratello. Che idiozia comprare un libro tradotto dall’olandese al francese, come se a casa non ne avessi un’edizione italiana, sepolta chissà dove. Ma questo Gallimard, copertina bianca con del colore al centro, era bellissimo e non ho resistito. In realtà il giallo di Van Gogh è molto più sconvolto. Qui il movimento ondoso provocato dal vento crea un effetto piatto, regolare. I campi di frumento che vedevo da bambina nel paese di mio padre, erano pieni di papaveri rossi. È Monet che ha dipinto tante distese di papaveri rossi, chiedo conferma a Virgilio, ma siamo arrivati: Isabelle si sta inabissando in un parcheggio avvitato come le bolge dell’inferno, e la risposta si perde.

Le informazioni di Anna erano esatte: il fais un froid de canard. La città è livida sotto un cielo di piombo fuso e la pioggia è come un velo grigio che ricopre tutto. Breve sosta con foto davanti al portale reale, sotto le vertiginose guglie; ho fretta di entrare, sono curiosa di vedere le celeberrime vetrate che sostituiscono gli affreschi e la scultura delle nostre cattedrali. Ognuna delle 176 vetrate a bifore, trifore, ogive, a pala, rettangolari, a rosoni che sembrano caleidoscopi, racconta, minuziosamente e vividamente, una storia, un episodio, una parabola, un miracolo; illustra nei minimi dettagli l’apocalisse, la vita di santi di profeti o di reali di Francia, ma anche della gente comune: accanto a una Vergine che allatta o al martirio di un santo, trovi la bottega del pellicciaio, del fornaio, del macellaio, del falegname, del carraio: mestieri del medioevo, oggi in parte scomparsi o radicalmente trasformati. È come guardare dei fumetti rozzi e sontuosi insieme. Immagino l’effetto che nelle giornate di sole deve produrre la luce sulle pietre fredde, severe, acute del tempio filtrando attraverso i colori di queste lastre spettacolari. L’opera di questi magnifici artisti artigiani mi incantata, anche se a volte mi è difficile districarmi, da quell’atea che sono, nei simboli e nei significati rappresentati. Per fortuna a soccorrermi c’è Isabelle che sa tutto e ama l’arte della miniatura, alla quale si ispira nel suo lavoro creativo. Virgilio sembra annoiato e di malumore. Anna è scomparsa in sagrestia a comprare cartoline e guide illustrate che ci aiuteranno a capire l’importanza e il valore di questo colossale monumento che, al di là della meraviglia e del rispetto, non riesco ad amare.

Alle smerlettature del coro con le sue duecento sculture seicentesche, alle parate di personaggi di pietra, ai diavoli, ai doccioni arcigni, alle orgogliose e spinose guglie che sfidano il cielo, preferisco l’abside, spoglia e compatta. Qui finalmente ritrovo la dimensione umana e il cielo mi aiuta. La cortina di pioggia s’è aperta, un sole piccolissimo è bastato a sciogliere la nebbia e gioca a nascondino con una nuvolaglia, vagabonda come noi. Di siti archeologici, anfiteatri, fori romani, musei del vetro o dell’agricoltura, non m’importa, mi dispiace solo un po’ per la collezione di clavicembali del XVII e XVIII o per la bizzarra Maison Picassiette opera di un geniale e maniacale bâtisseur de l’imaginaire che, a parte l’accostamento beffardo a Picasso, mi fa pensare piuttosto al parco Guell di Barcellona coi suoi smaglianti mosaici di ceramica e vetro colorati. Scendendo l’infinita tertre Saint-Nicolas, 155 gradoni di pietra che uniscono il vecchio porto alla città alta, arriviamo nella zona più antica, a un dislivello di circa trenta metri e tutto diventa incantevole. Isabelle, che conosce bene la città, ci indica una costruzione completamente nascosta dai rampicanti, con la loggia e il tetto ad abbaini che sembra emergere dal fiume che qui ristagna incupito da una fitta flora acquatica. Questo delizioso ristorante, spiega Isabelle, ha preso il posto di un antico mulino da cui il nome: Le Moulin de Pinceau. Non sto in me dalla meraviglia. Ma il nostro entusiasmo dura poco: oggi il portoncino dietro l’angolo è sbarrato. Giorno di riposo.

Rue de la Tannerie che si apre ai nostri passi è deserta, desolata. Nelle case che affacciano sull’Eure sembra non viva nessuno. Come indica il nome, anticamente molte concerie di pelle e cuoio si trovavano su questa strada e molti mulini a tanno lungo il fiume. Le concerie di cui mi assale improvviso e dettagliato il ricordo, erano scavate una dopo l’altra come grotte nel Monte. Un acuto puzzore misto di acque putride, fogliami marci, solventi chimici e tannino si fondeva col lamento delle bestie del Mattatoio, col profumo intenso e amaro delle siepi di oleandro dei giardinetti davanti alla chiesa: immagini-odori della mia infanzia tra via Galvani via Zabaglia il monte dei Cocci via Alessandro Volta col palazzone giallo-uovo della scuola IV Novembre, che mi seguivano rasente il muraglione del lungotevere, fino al sentore di vecchio del salotto della maestra di pianoforte, do o o o - do o o o. Luoghi-odori di un mondo misterioso e felice, prima del disastro, dello sprofondamento morale e della fine.

La strada si snoda ombrosa tra finestre, portoni, balconcini, tutti inserrati, lungo il corso del fiume verde tra ex mulini ad acqua e a tanno, antichi lavatoi, chiuse, ponticelli di legno o di pietra. Silenzio, profumi, pace. Dov’è la gente? L’unica figura che incontriamo è un pescatore in bermuda e cappellino di tela calato sulle orecchie che fissa l’acqua, immobile come la sua lenza. Non gira neanche il capo per risponderci, è chiaro che non gradisce l’intrusione: parigots!, borbotta ma poi ci fornisce l’informazione che cerchiamo: Un ristorante? bien sur, più avanti, parecchio più avanti, un quarto d’ora di buon passo, dopo il ponte prendere a destra la rue du Bourg in salita e andare avanti... Lasciato il fiume arrancando per scalinate, rampe, e pendii ci addentriamo sfiatati nella parte medievale della città tutta viuzze strette e tortuose, chiese romaniche e gotiche, tipiche architetture in muratura e legno, case a pignone coi tetti spioventi, come illustrazioni di un libro di fiabe. L’orgoglioso mostro di pietra ci domina dall’alto, comunque e dovunque procediamo e svoltiamo e saliamo, in qualunque punto ci troviamo, lui è lì.

Da più di un’ora cerchiamo un posto dove sederci attorno a una tavola. Non sembra facile. Quando finalmente ci si aprono le porte della Brasserie des Charges, tocchiamo il cielo. L’ambiente è charmant e raffinato come la giovane proprietaria che ci accoglie. Il menu è ricco, i vini della Loira, valle famosa non soltanto per i castelli, sono promettenti. Scelgo un bianco fumé elegante e fresco che andrà benissimo sia come aperitivo sia con il Saumon fillet, mentre Anna che ha chiesto un piatto forte a base di anatra opta per un Cabernet rosso. Le frites sono offerte dentro originali cartocci infilati in supporti design. Tra fois-gras, tarte au boudin blanc, prelibatezze e libagioni, compresi il muy gracioso Chupìto e un superbo Aberlor malt scotch whisky, siamo così euforici che neppure l’addition, decisamente superiore al previsto, ci turba. Unico rimpianto, più che perdere il notturno spettacolo di suoni e luci, i miei preziosi occhiali da sole rimasti nella toilette.

 

 

9.

Oggi è un giorno speciale. La mia vecchia amica H. di rue Charenton mi aspetta al Cafè Opéra. Naso in su a scrutare gli umori del cielo, on y va. Metrò Alésia linea uno direction Bastille. Un respiro profondo. Lei è lì, vaga come un révenant contro la cornice verde della bella terrazza vegetale che ci riparerà dalla pioggerella bisbetica e dallo sfarzo di marmi e specchi dei faraonici saloni interni. Il saluto è emozionato. La conversazione affettuosa e allusiva: un bel bagno di intelligenza e di ironia d’autrefois., fuori è smesso di piovere. Il cocktail aiuta e io sono euforica e mi lascio portare, mano nella mano, dalla mia ineffabile guida.

Il mercato è una festa di colori, aromi, voci, folla variopinta, venditori asiatici, indiani, africani… Siamo in rue d’Aligre nel XIIeme, cioè nella zona più multietnica di Parigi. A me sembra di trovarmi in una nostra piazza del Sud o in un rione popolare di Roma. Fra odori e sapori d’infanzia ci facciamo largo a stento in mezzo alle bancarelle che occupano in tutta la lunghezza la strada e parte della piazza. In bella mostra geometrica c’è di tutto: arance spagnole, carciofi marocchini, cavoli cinesi, datteri algerini, germogli di soia e di bambù, litchi, papaye, manghi profumati, spezie di tutti i colori: cannella, curcuma, tamarindo, zafferano di Sicilia, kari del Punjab, coriandolo, sale rosso dell’Himalaya, tè orientali, focaccine di ogni tipo, a base di lenticchie o di ceci, fagioli neri di Cuba, semi di finocchio tostati e capperi di Pantelleria! È il Mediterraneo, il Ballarò di Palermo, il souk di Fez, la medina di Istanbul, il mercato aperto di Atene. La folla si mescola, si parla, si sorride, si spintona senza cattiveria: giovani e vecchi, studenti e pensionati, ménagère grasse e signore col cagnolino, e tanti turisti storditi come me che vorrei provare, annusare tutto, riempirmi gli occhi e le braccia di tanta bellezza. Ma la amica H. mi sollecita: alle due il mercato smobilita, bisbiglia, e vale la pena visitare anche la parte coperta, dove, oltre alle poissonneries, boucheries, fromageries, vineries, crémeries, chocolateries, charcutteries, boulangeries-patissieries e primeuries esotiche si trova una bella libreria e un piccolo marché aux puces. Aggirandomi nel fatras di vecchiumi e rigattierie scopro un venditore di DVD e finalmente trovo il film da regalare a Virgilio. Ma non è tutto: frugando nella bancarella di libri usati mi imbatto in una copertina rossa, una faccia: occhi a spillo capelli a cespuglio sorriso malizioso di gamin Momò, un titolo: La vie devant soi, un nome: Emile Ajar, un editore: Mercure de France-Gallimard, un’indicazione: Prix Goncourt 1975. Tuffo al cuore. Turbata e felice lo metto in borsa insieme al DVD. La prima edizione originale di questo libriccino perfetto me la regalò Claire una trentina di anni fa; la seconda, pubblicata in Italia da Neri Pozza l’ho comprata da Feltrinelli di via Appia nel 2005. Entrambe le edizioni sono firmate Romain Gary. Chi è Emile Ajar? Mistero. Stanotte dovrò fare ricerche sul pc di Isabelle.





Parigi: i 'bouquinistes'


Un po’ stanche, un po’ frastornate risaliamo verso la Bastille. H., che sembra di casa, mi guida sicura in un piccolo bistrot, accogliente e simpatico: menu du jour: omelette jambon ou tartare de saumon a scelta, tarte aux fraises ou aux pommes et un ballon de blanc: 8 euro, come la spremuta di pompelmo al Deux Magots. Giorni fa, brunch in rue Jacob, uno di quelli un tempo frequentati pare da André Gide, più o meno le stesse cose, 61.40 in due! Caffè, pipì nella più vicina sanisette e ricomincia la nostra balade. Un po’ annebbiata dal vino e da un pernod extra, mi lascio guidare fiduciosamente. Non so bene dove siamo, ma mi piace questo posto, mi piace il bel viadotto di mattoni rossi e pietra bianca, le grandi volte che ospitano atelier, gallerie d’arte, negozi scicchissimi di stilisti anche italiani, botteghe di maestri artigiani: stipettai, tessitori, liutai, che posso intravvedere all’opera oltre le vetrate scintillanti. Al sontuoso ristorante con le tipiche poltroncine di vimini ci fermiamo per una gradevole sosta caffè. E mi piace anche salire con l’ascensore, evitando la scalinata, e ritrovarmi di colpo in un paradiso verde, alto sul traffico del boulevard che scorre frenetico a una decina di metri sotto di noi. È la Promenade Plantée, mi spiega la mia guida, o Coulée Verte, come la chiamano loro, i parisien, quelli della capitale, quasi cinque chilometri di giardini che attraversano tutto il XIIeme dall’Opera-Bastille al Périphérique. Siamo sul Viadotto delle Arti, lungo quella che fino al 1970 era una ferrovia suburbana a doppio binario che faceva il giro della città portando merci e viaggiatori. La straordinaria bellezza di questo luogo sta nell’aver conservato l’originaria vegetazione selvatica, naturale, inserendola in un paesaggio più amabile, più curato. Grandi spazi verdi, viali, giardini, aiuole fiorite, si alternano a campi di ranuncoli e papaveri, filari di tigli e di ciliegi seguono a macchie di alloro, lavanda, rabarbaro. Spalliere di roselline rampicanti, vitalbe, caprifogli, muschi, licheni, costeggiano aree di sosta, spazi ludici per bambini, laghetti, piste ciclabili, zone riservate ai cani, purché tenuti rigorosamente al guinzaglio. Tutto convive in equilibrio armonico in un percorso che si snoda per qualche chilometro tra passerelle, tunnel, scarpate, terrapieni. A tratti ti ritrovi su un troncone di binario o su un passaggio che si insinua in un edificio letteralmente spaccato in due. Se sporgi la mano puoi giocare con le fronde degli aceri che fiancheggiano boulevard Daumesnil. Questo vero paradiso di bellezza e di intelligenza umana esiste da vent’anni e vi si può accedere da quasi ogni punto della città, eppure sembra, stranamente, che molti parigini non l’abbiano ancora scoperto. Quelli che incontriamo sui nostri passi sono per lo più stranieri, turisti armati di guida.

Siamo arrivate al giardino di Reuilly, a circa metà percorso. Sporgendoci da un agile ponticello di legno guardiamo gli immancabili forzati del pic-nic che prendono il sole (che c’è) mezzi nudi su uno smagliante pelouse. Si sta facendo tardi, bisogna tornare. All’uscita Opera-Bastille mi fermo come sempre a leggere le avvertenze: “La promenade si può godere soltanto a piedi o, usando l’apposita pista, in bicicletta da passeggio, dalle 8 del mattino alle 8,15 della sera”. Non si fa cenno ai cani, che a Parigi sono tantissimi, trecentomila, si dice, e apparentemente ben nutriti a giudicare dalle cacche.

Ai saluti c’è un’aria di addio: siamo commosse, malinconiche. Non ci rivedremo, e lo sappiamo. La notte è lunga. Insofferente e inquieta mi alzo, mi muovo guardinga nel buio, scendo a cercare un biscotto e a versarmi un cognac sotto lo sguardo ostile del gatto Milk, che poi però mi segue per l’escalier de fer, fino allo studio di Isabelle, dove mi chiudo in mezzo ai suoi bei mosaici colorati e alle sue raffinate tessiture. Ritto sul tavolo come una sfinge, lui mi sorveglia. Accendo il computer, avvio Windows, entro in internet, sbircio la posta poi vado su google e inizio a navigare decisa a scoprire il mistero dei due nomi. Parto naturalmente da Romain Gary e vengo così a sapere tutto del fascinoso e enigmatico scrittore diplomatico, del presunto nipote Emile Ajar, vincitore del Prix Goncourt e sulle ragioni dello pseudonimo, rivelate solo dopo il suicidio di Romain. Altra scoperta, evviva Google, nel 1960 il tenebroso Romain sposa la giovanissima e incantevole Jean Seberg. – à bout de souffle, la nouvelle vague, la rivoluzione del linguaggio, Godard-Truffaut-Chabrol, Milano, tempo di messi d’oro per la letteratura, per il cinema, tempo di vita dolce, d’amore e d’anarchia, di speranza e di miracoli. Ahimé, la ragazza ha problemi esistenziali psichiatrici e a quarant’anni nel ’79 muore suicida in circostanze misteriose, seguita a breve da Gary che si spara alla testa nella sua casa di Parigi.

Svelato lo stratagemma di Gary, cerco La vie devant soi, uno dei libri che mi hanno insegnato l’alfabeto della vita, un gioiello di intelligenza, di cuore, di ironia, che amo come amo il piccolo Momò e la vecchia madame Rose e tutti quelli che le girano intorno nell’appartamento all’ultimo piano di un palazzone della banlieu parigina più povera e degradata, in un miscuglio di vite, di razze, di lingue, di religioni; la Belleville di Pennac magrebino, pour cause. Una sorta di corte dei miracoli dove si muovono venditori di tappeti, trans senegalesi, ex campioni di boxe, maqueraux nigeriani, mangiatori di fuoco, prostitute, ragazze madri e tanti figli di nessuno: cristiani, ebrei e musulmani. Un microcosmo visto dallo sguardo smaliziato di un ragazzino che sa tutto quello che deve sapere per sopravvivere. Polso sciolto sul mouse cerco notizie anche sulla pellicola tratta dal romanzo, premio Oscar 1977 per il miglior film straniero. Ho negli occhi Simone Signoret, per inciso una delle mie attrici-persone più ammirate e che, dicevano gli amici milanesi negli anni Settanta, mi somigliava. Storie, figure, miti, letteratura, ricordi, tuffi nel passato, tutto si mescola in questa notte informatica e quando, con la testa zeppa e confusa spengo l’ordinateur e torno sotto il piumone, sono le cinque del mattino, una cincia canta tra le foglie del nespolo e tutti dormono inconsapevoli, compreso Milk.

 

 

10.

 

Cellulare estenuato vado in cerca di una ricarica lungo l’avenue du Maine che collega Alésia alla gare Montparnasse e alla torre omonima. Anna invece ha bisogno di un baule su ruote in cui pigiare i preziosi colorati luccicanti irresistibili irrinunciabili prodotti del gioioso shopping di questa ininterrotta flânerie Paris-Paname. Dopo vari tentativi infruttuosi, si porta via una specie di armadio color fuchsia, scarriolandolo baldanzosamente fino all’albergo.

L’avenue du Maine è la strada più brutta del XIVeme. Senza alberi, senza neppure gerani, o arbusti o rampicanti o siepi di bouganville dietro le loggette di ferro come ho visto con sorpresa viaggiando sui bus in quasi tutte le strade della città. Qua e là ho notato perfino un ulivo, per non parlare di un piccolo sapin, cactus, agavi, palme e figuiers de Barberie. Parigi si è scoperta la main verte. Il verde sembra una delle preoccupazioni principali di questa città e dei suoi amministratori. Aveva cominciato Chirac, quando decise di dare una ripulita e sbattere la gentaglia nera nei ghetti periferici, a disseminare aiuole, cespuglioni di rose e praticelli vellutati. E dove c’è un praticello o appena appena un po’ d’erba, appena jesce ’na speranzella ’e nu sole, vedi spuntare e convergere improvvisamente da non so dove una popolazione variegata, stanziale e occasionale, di studenti, massaie, innamorati, sgranocchiatori, pensionati, rappresentanti di commercio, lettori intenti, bonshommes, ciclisti, badanti, regazzini impuniti, turisti, ambientalisti, contemplativi, pittori della domenica, solitari, monache, voyeurs… Armati di libri, strumenti, cameras, portatili, hi-pod, hi-pad, tovagliette, plaid, sporte da pic-nic, sbracati, svestiti, invadono parchi, giardini, square, pelouse abbandonandosi a jogging, stretching, effusioni amorose, concertini e suggestivi barefoot dancing. Li trovi dovunque: a Montsouris; a Châtelet sotto la fiammeggiante Tour Saint-Jacques, dove un tempo, negli anni di mia nipote Astrid bambina, c’era un luccicante manège coi suoi cavallini di cartapesta e i suoi valzerini musette o sentivi gracchiare un orgue de Barberie; al Campo di Marte, all’ombra della Tour Eiffel; lungo i filari di castagni degli Champs Elysées; alle Tuileries; al Luxembourg; al Palais Royale, o nel bel parco André-Citroën, dove crescono fiori al posto di automobili; alla Villette; all’immenso balcone verde tra la Gare de l’Est e la Gare du Nord; alla Promenade Plantée, e via dicendo. I cittadini di Parigi sembrano molto orgogliosi del loro verde e sono decisi a profittarne consapevolmente, che si tratti dei grandi polmoni del Père Lachaise, dei Bois de Vincennes e de Boulogne, del Parc de Bercy, eccetera, degli orticelli privati nel XIVeme o del privatissimo rigogliosissimo curatissimo boschetto dell’atelier rouge di Virgilio e Isabelle col suo merle moquer, i suoi ingordi moineaux, le sue cince allegre.

Una mite brezza smuove le nuvole allontana la pioggia e alleggerisce il passo. In una traversa, un vicolo, un impasse senza luce, di questa brutta avenue du Maine dove sfilano ai due lati solo concessionarie di automobili, tabaccherie in disuso e farmacie, vado a cercarmi un bar e, alzando gli occhi su un palazzetto, leggo: “In questa casa ha vissuto Georges Brassens dal ’44 al ’66, ed è qui che ha composto le sue prime canzoni”. Chi se lo aspettava un regalo così! Mi sento miracolata. Mi si riempie subito la testa di Marinette, Margot, Jeanne, e poveri Martin e giudici e zoticoni e ombelichi e poliziotti e matrimoni e testamenti e suppliche e gorilli e bambole che dicono mamma quando le tocchi... Per saperne di più attacco discorso. Smentendo la fama della burbanza dei parigini, un tipo simpatico si siede al mio tavolino e comincia a raccontarmi che quella casa lì, al numero 9, vogliono demolirla, sono già pronti i bulldozer della Mairie, ma la gente non ci sta, non glielo lasceremo fare. Era la sua casa, piena di gatti, di musica, e quella lassù era la sua finestra, un pezzo di storia nostra. La storia è importante. Beve il suo panaché, poi si alza e mi invita a seguirlo. Venga venga a vedere, dice indicandomi, poco più in là, un bassorilievo scolpito del troubadour irriverente e anarchico e poeta con tanto di baffi e pipa di cui un tempo conoscevo a memoria tutte le canzoni – Milano 1958 con Marcello nel grembo gonfio, il primo folgorante 33. Il mio nuovo amico Daniel ha tanta voglia di parlare e ora mi racconta della sua vita da disoccupato, dello sciopero di un anno fa contro la chiusura della Peugeot-Citroën di Aulnay. Il colosso dell’auto minacciava di mettere sulla strada diecimila operai, alcuni già cassaintegrati come lui: un coup de pied dans le derrière, et voilà! Una grande battaglia, si appassiona. L’azienda si è impegnata a ristrutturare gli stabilimenti in crisi e a ricollocare le maestranze. On verrà. Incoraggiato dal mio interesse, Daniel rievoca gli scontri con la polizia sotto la sede parigina: le bastonate, i pneumatici incendiati: una guerra. L’anno scorso, a marzo: ne porto ancora i segni. Si accende una gauloise. Le dà fastidio? dice aspirando forte, ça sent, quand même. Passo passo ci siamo allontanati dal vicolo Florimond e dalla casa del numero 9. Prima di salutarmi, Daniel mi chiede se ho visitato il parco Brassens, pas loin, una passeggiata. Mi accompagnerebbe volentieri, dice, ma è tardi e deve faire ses courses al mercato per la sua vecchia che è a casa con la grippe. Mi piace stare in giro, sono i vantaggi della disoccupazione, aggiunge con un sorriso malin: il faut bien profiter du temps, quoi! Su questo ci separiamo con una bella stretta di mano forte, da vecchi compagni. Lo vedo allontanarsi, il dorso aggobbito, il passo greve di chi è stato una vita alla catena di montaggio e ora ha tanto tempo da occupare in qualche modo, anche chiacchierando con una sconosciuta fanatica di un poeta che cantava la gente.





Il busto del cantautore Georges Brassens nel parco a lui intitolato


Aveva ragione Daniel, ex metallurgico della Peugeot-Citroën in pensione forzata: il parco Georges Brassens è una vera delizia. Mentre mi aggiro incantata tra ciliegi rosa, vasche, laghetti, viali di pioppi, boschetti ombrosi, o mi arrampico su una scabrosa gradinata di pietre, molto scenografica, o seguo la carovana di ragazzine in groppa a pazientissimi pony identici a quelli di Villa Lazzaroni nel mio quartiere, fino allo spazio giochi, non lontano dal teatrino di marionette, o mi soffermo ad ascoltare il concertino jazz: tromba, chitarra, contrabbasso e batteria, sotto la tettoia a vele del chiosco della musica, o indugio in beata solitudine accanto a una cascatella che rimbalza tra le rocce accompagnando i miei pensieri, mi chiedo perché in Italia non esista un posto così, dedicato a Fabrizio De André, per esempio. Un esempio non casuale parlando di Brassens. Mi sembra il modo più bello di ricordare qualcuno che ci è caro, che ci ha dato intelligenza, emozioni, felicità, di farlo vivere in maniera non rituale e volgarmente mediatica dentro di noi, nella eletta schiera di presenze che abitano la nostra memoria. Un tempo questo parco era un abattoir, come ricordano all’ingresso i due grandi tori di bronzo e la scritta sotto la torretta con l’orologio che sembra una quinta teatrale. Un mattatoio, come quello di Testaccio, dietro il Monte dei Cocci, che non è mai diventato un parco. Un tempo sotto questi capannoni si macellavano bestie per farne carne, e oggi vi si svolge una preziosa fiera in un odore antico di vecchi libri di storia, scienze, poesia, religione, tra montagne di romanzi e mucchi di vecchie riviste. Ed è pieno di gente viva, interessata. Più avanti, sul fondo, dopo l’orto botanico e l’apiario, dalla parte di Vaugirard, dove anticamente prosperava una fiorente industria vinicola che dava lavoro a tantissime persone, ora sorge una vigna, una piccola autentica vigna in città, che produce un autentico e mi dicono pregiato pinot nero, “Clos de Morillon”. Le vin et le pastis d’abord! Alla tua, vecchio George, mon ami qui passe ta mort en vacances all’ombra di un pino a ombrello, nel tuo petit lopin in riva al mare, e che guardi il mondo passare per questi viali con un piccolo sorriso sotto i baffi.

Sono appena fuori di qualche passo e già la nostalgia mi rode come un batterio nello stomaco. Penso con rimpianto alle troppe cose che avrei voluto fare e non ho fatto, che avrei voluto vedere o rivedere e non ho visto – la grande Nike in cima allo scalone, Il sarcofago degli sposi che sorridono, Le fanciulle di Cranach, La zattera della medusa che mi fa pensare alla tragedia biblica delle nostre coste della vergogna, La Venere bianca senza braccia, La trasparenza luminosa della Piramide dalle cui pareti di cristallo il vecchio tetro Louvre appare quasi diafano, Le ninfee, acqua e piante che oscillano e si disfano nel fondo blu, la grande tela ipnotica del pittore-giardiniere che rinnegava se stesso, Il museo dell’amica Gae amica di Carlo nobile amico, Le meraviglie della Villette, della Défénce, centro dell’odioso potere finanziario più bello del mondo. E poi… Il giardino di Anna Frank nel Marais, La tromba di Erik Truffaz da Fnac, Il marché aux puces di Saint-Ouen. E poi…

Mais la jolie vacance est belle et bien finie. Il est bien court le temps des ceriseset c’est justement de ce temps-là que je garde une playe ouverte. Domattina si parte e non so prevedere quando tornerò. Chi la po’ prevedé ’sta morte porca! La lettera di colore viola, caro José, probabilmente è già in viaggio. In attesa di un cerino acceso, mi preparo vivendo.

                     

 

 

 

 




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