LUOGO COMUNE
CONSIDERAZIONI (IN)ATTUALI
Sinistri bagliori di Apocalisse
e il bisogno imperativo
di cercare la pace


      
Una riflessione tanto spietata quanto sconsolata per un giro d’orizzonte sui molteplici fronti di crisi del pianeta che hanno fatto dire al papa che già stiamo vivendo la ‘terza guerra mondiale strisciante’. La memoria di Sion e i massacri a Gaza, la logica economica omicida di Wall Street e l’avanzata minacciosa dell’Is, la ‘Poesia dell’Orrore’ testimoniata da un giovane palestinese sopravvissuto alla mattanza dei naufragi di profughi nel Mediterraneo e il serale ‘Truman Show del Terrore’ sugli schermi tv. La storia è un incubo, diceva Joyce, ma non riusciamo a risvegliarci.
      



      

di Pippo Di Marca

 

 

L’ultima e unica poesia scritta da una poetessa mitizzata e scomparsa  che “I detective selvaggi” di Bolaño ‘cercano’ come fosse la fonte prima, o il senso ultimo, di quel  mistero indicibile e indefinibile che si nasconde dietro  la parola poetica,  si intitola Sion e descrive, senza parole, solo un disegnino, un mare in gran tempesta.      

La parola, il Verbo, è fin dalla notte dei tempi, l’ossessione dell’homo sapiens. Deve spiegare Dio, deve spiegare il mondo, deve spiegare il mistero, deve spiegare la religio: chi possiede la parola è il più vicino a Dio, è l’eletto, e può propagarla e imporla agli altri, coloro che la ignorano o si rifiutano o non sono in grado di conoscerla. Chi possiede la parola fa la Legge. Mosè, il più grande dei profeti, detta le Tavole della Legge. Qui comincia il mondo moderno. Proprio così, moderno. Perché da allora non è cambiato niente, o molto poco. Chi ha il Verbo perseguita e ammazza chi non lo ha. Chi non lo ha se ne costruisce uno per difendersi e perseguitare e ammazzare a sua volta chi già lo aveva e in suo nome l’aveva precedentemente perseguitato e ammazzato. Questo è lo schema, il giardino dei sentieri che si biforcano, per dirla un po’ con Borges, attraverso cui, nei secoli, e tutt’oggi,  si è, nel bene e nel male, elaborata e costruita la Legge. Bolaño, che è uno dei grandi poeti e scrittori ossessionati dal male nell’uomo e nella storia, che percepisce in pieno la crisi e il cupio dissolvi apocalittico del XX Secolo, ci vuol dire con quel titolo indubbiamente che la legge , la verità poetica occulta,  il male assoluto, il mare in  gran tempesta, è Sion  la persecuzione e lo sterminio degli ebrei ad opera del Legislatore della Seconda Guerra Mondiale, Hitler e il nazismo. Ma forse, a proposito dell’assurdità e dell’incomprensibilità e della ciclicità del male, può anche volerci dire che Sion è a sua volta un Legislatore, addirittura il primo.

 

Che cosa è successo dopo? Lasciamo da parte altri orrori, come Hiroshima su tutti,  che dal punto di vista occidentale sono puri accidenti nel cammino e nel progresso del mondo civile bianco, cioè dell’occidente. Perché la Legge riguarda chi appartiene a un mondo dato: gli altri, il Giappone nel nostro caso, non apparteneva alla nostra legge. Rispetto a questa era ‘prima’ della legge, o ‘fuori’ dalla legge. Diciamola tutta, la seconda guerra mondiale riguardava l’Europa e in generale, i bianchi, tutto il mondo che nei bianchi si riconosceva e che aveva lottato per secoli, almeno dalla scoperta dell’America, per indottrinare, perseguitare e ammazzare i non bianchi. Gente così, grandi scienziati compresi, anzi in prima linea, è storia, non ha avuto remore, né scrupoli, a far fuori duecentomila ‘musi gialli’ in un sol colpo!

Che cosa è successo dopo? Hanno lasciato fare a Stalin e alla sterminata Russia ‒ l’anima slava, la cosa più lontana dai ‘bianchi’ tra i bianchi che i bianchi stessi possano accettare ‒ tutto quello che gli è parso e piaciuto, si tenesse pure la parte più miserabile e stracciona dell’Occidente, la cosiddetta Europa orientale, e amen.

Amen, per modo di dire. Perché in Occidente, a  partire da Yalta e dopo, russi, inglesi e americani hanno stabilito la ‘spartizione del mondo’: ossia, per quanto riguarda gli ultimi due, che l’Occidente, il loro mondo, sarebbe stato di fatto un Impero Americano: per mantenere ed estendere il quale, dove non arrivava l’organismo-farsa  dell’Onu, ci avrebbero pensato la Cia e l’aviazione, la marina e l’esercito degli Stati Uniti. E questa, dell’‘imperialismo americano’, fu ed è stata fino si può dire all’altro ieri la Legge dell’Occidente. Una legge contraria ma uguale a quella di Hitler, lo stesso schema imperialistico tedesco perseguito con altri mezzi, più moderni, più sofisticati, più ‘democratici’. Contro il totalitarismo e i totalitarismi  esportare ovunque: la democrazia e il modello americani, il super esercito americano e la finanza americana. Schema simile anche agli imperialismi dei secoli precedenti, via via, spagnolo, portoghese, olandese, inglese, francese, austroungarico e infine tedesco. Niente di nuovo sotto il sole. Tranne la vastità: per la prima volta una nazione si metteva in testa di comandare e controllare il mondo immaginandolo come il più grande mercato mai esistito ‒ di bianchi e non bianchi, infedeli, musulmani, latinoamericani e milioni di morti di fame del terzo mondo   in cui esportare capitali, armi e democrazia, la cui benzina era il petrolio e il cui cuore di pietra, spietato e guerrafondaio ideologicamente ed industrialmente,  era Wall Street,  la sua dottrina e i suoi padroni.





E qui non posso non pensare agli straordinari Cantos di Ezra Pound, monumento della poesia contemporanea, cacciato e internato dai suoi connazionali, che denuncia lucidamente e ossessivamente l’usura e il sistema delle banche come il male, o la sua principale causa, come l’origine dell’inferno sulla terra. O, più di recente a Wall Street come pornografia assoluta dell’orrore, luogo deputato del sadismo, della crudeltà, dell’assassinio compulsivo nell’affresco sugli anni ’80 americani descritto da Bret Easton Ellis in American psycho. 

In questa nuova visione democratico-imperialistica del mondo la Legge imponeva, peraltro giustissimamente, che la comunità internazionale si facesse pieno carico della questione ebrea dopo gli orrori dei campi di sterminio e i milioni di vittime  dell’Olocausto, restituendo agli ebrei la terra promessa e facendo di Israele il loro stato- nazione. Così, con una sorta di occupazione legale stabilita dal diritto internazionale  imposto dai vincitori ( in pratica gli americani, perché Churchill, più che fare lasciò fare), vale a dire con un atto, ad essere onesti fino in fondo, d’imperio fu fondato lo Stato di Israele. Il nuovo stato si  insediò, o fu insediato, nel territorio in cui vivevano da millenni i palestinesi (per il semplice fatto che quella era stata ed era la loro terra) rivendicandola come la ‘loro terra’ già da millenni. Un pasticcio. Ma così  diceva la Legge, la loro Legge, quella  su cui si fonda l’essenza e la forza morale e storica del popolo di Israele, il ‘popolo eletto’: quella legge primigenia, di Mosè, da cui poi sono state generate la Legge di Cristo e dei cristiani e quella di Maometto e  dei musulmani. In un fazzoletto di terra, che è venti volte più piccolo dell’Italia, si sarebbero trovate forzatatamente a convivere tre Leggi e almeno due etnie. Troppo! Eppure lì fu deciso che dovevano ritornare gli ebrei. Gli Israeliani, circondati in realtà tutt’intorno da popoli ‘nemici’ ‒ essendo anche passato nel frattempo qualche millennio  dall’Esodo dei libri sacri ‒, a partire da allora si sono armati, hanno fatto capire a tutti i popoli della regione, Egiziani e Palestinesi soprattutto, chi comandava ed hanno edificato il loro regno sulla terra, uno dei paesi più ricchi del mondo  bianco e occidentale, praticamente riducendo allo stato di ‘fuori’ legge o di ‘prima’ della legge i palestinesi. Con le buone o con le cattive. Anzi no. Con le buone mai. Sempre con le cattive. E questo è tutto. Cioè che i perseguitati si sono trasformati un po’ alla volta in persecutori; gli assassinati si sono trasformati in assassini; coloro che avevano subito per secoli il male dispersi per il mondo si sono trasformati nei mastini del loro piccolo mondo antico, sterminando di fatto lentamente e progressivamente il popolo che quel piccolo mondo antico lo abitava e lo abita, trattato come se lo avesse abitato abusivamente per secoli, come  straniero, non bianco, un popolo di poveri straccioni degni e capaci appena appena di vivere in miseria, indegno di essere chiamato ‘civile’, un popolo non previsto dalla Legge: da una parte un popolo di miserabili, di ‘dannati della terra’, che possedeva solo pietre per difendersi; dall’altra un popolo di eletti, di padroni della terra, che possiede armi micidiali e un arsenale atomico.

Questo ‘orrore’ (mi dispiace, ma non saprei come altro definirlo) si protrae ormai da oltre 60 anni e nessuno dice niente. Io, come quasi tutti noi (italiani), sono nato cattolico, ma quando ho ‘capito’ le nefandezze e il castello di menzogne, di ipocrisie e di ‘credenze’ su cui la chiesa ha prosperato nei secoli in nome di Cristo trasformando storicamente la religione in uno strumento di dominio mi sono ‘cancellato’ da cattolico. Se fossi nato ebreo e avessi visto i massacri compiuti sistematicamente a Gaza mi sarei cancellato da ebreo, vergognato di esserlo. Negli ultimi mesi non ho sentito nessun intellettuale o scrittore o poeta ebreo (tranne Ovadia) di quelli che intervengono sempre su tutto, sulla No Tav ecc, i tipi ‘presenzialisti’ della cultura e della politica, alla Erri De Luca, tanto per fare un nome, dissociarsi da Israele, dire a chiare lettere che lì si sta compiendo il genocidio di un popolo, dire che di fronte a certi orrori gli rimorde la coscienza di essere umano, non può accettare di considerarsi ebreo.

Ora ci stiamo rendendo conto, anche se non abbiamo il coraggio o sufficiente ‘libertà’ rispetto al pensiero unico delle priorità assolute e intoccabili stabilite dalla Legge dell’Occidente, di come la questione del conflitto israelo-palesinese  ‒ che non si è fatto colpevolmente nulla per risolvere e definire una volta per tutte con “due popoli e due stati” ‒ abbia finito per avvelenare il mondo dal dopoguerra in avanti e sia diventata nei fatti, nell’immaginario e nella storia recenti la madre di tutti i conflitti, trascinatasi ormai da troppo, troppo tempo. Per cui, alla lunga,  nel Medio Oriente si è creata  ormai da decenni una polveriera di portata, proporzioni e ingovernabilità tali che potrebbe fare saltare... tutto. Mai nella storia, dai tempi delle crociate, la Legge dell’Occidente, incarnata di fatto dall’alleanza tra Israele e gli Stati Uniti, si è scontrata in maniera così virulenta e imprevedibile con la Legge dell’Oriente musulmano. L’Oriente lontano, la Cina o l’India, o persino il Giappone, non sono certo fuori da questi nostri giochi, ma ne restano ai margini, tra impotenza e indifferenza: stanno, forse increduli, a guardare come e quando succederà un patatrac nelle regioni che sono state la ‘culla della civiltà’. È un fatto che questa contesa, geograficamente parlando, si svolge tra il Continente americano all’estremità ovest e l’Afganistan e il Pakistan a quella est ed ha il suo epicentro nel cosiddetto Medio Oriente e il suo punto nevralgico, la ferita insanabile, in Israele. E che sia esplosa, diventando una vera e propria ‘escalation’, dopo la caduta dell’Urss. Il mondo libero come un affamato ha invaso il mondo! Tira la corda oggi, tira la corda domani, invadi il Kuwait, invadi l’Iraq, invadi la Libia, stimoli le primavere (primavere di che? di quale democrazia? tra popoli che hanno una religione ‘altra’, che vivono divisi in tribù, califfati, scissioni, rais e di cui ancora non capiamo quasi nulla o ben poco, non sappiamo chi e che cosa ‘veramente’ sono e vogliono, e che combattiamo e pretendiamo di controllare in pratica ‘ciecamente’?), ‘accompagni’ la democrazia in Ucraina incurante del fatto che nel territorio di Rus – per questo si chiama Russia ‒ a est di Kiev nel Trecento o Quattrocento nacque e si formò il ‘popolo russo’, e vai con l’Egitto, e vai con la Siria... e dove passi poi rimane l’inferno, tutti contro tutti e poi te ne vai, non hai i mezzi né la ‘conoscenza’ per gestire il ‘dopo’: e alla fine di tutto questo gran can can di politica internazionale non hai più strumenti, soprattutto non hai più alibi, tu che hai seminato orrori, di fronte al ‘terrore’, di fronte alle ultime, impensabili manifestazioni del ‘terrore’.





Kiev: guerra civile in Ucraina tra nazionalisti e filo-russi


Dice l’adagio: Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Perché, purtroppo, l’unico strumento che conosce la Legge, ossia l’Occidente, nella sua totale idiozia e primitività che lo fa regredire verso  l’età della pietra (nonostante sia indebolito dalla crisi finanziaria senza precedenti e reso incerto dall’invasione mercantile e demografica della Cina e dalla assoluta dipendenza debitoria verso di essa e sia ormai preda della consapevolezza disperata e aggressiva che è impossibile controllare il mondo e i miliardi di disperati che ancora lo popolano), l’unico strumento è la risoluzione dei   conflitti con le armi! Bum!. Questa pensata nel XXI secolo non regge più. La Legge se ne deve inventare altre.  Ha (avrebbe) i mezzi per farlo, la scienza per farlo, e lo deve (dovrebbe) fare il prima possibile. Altrimenti finirà che questa ‘terza guerra mondiale strisciante’ (non lo dico io, lo dice il Papa) che stiamo già vivendo rischia di diventare una guerriglia terroristica porta a porta  e che prima o poi uno qualsiasi, uno stato, un privato, un pazzo, l’Is, il terribile Is, novello Gengis Kan, invece di tagliare una gola, o limitarsi a conquistare un pezzo di Iraq e fondare uno Stato Islamico, il Califfato, si metta a giocare con le bombe atomiche, in luoghi o città che ci fa orrore solo immaginare. Allora come la mettiamo, di fronte a una minaccia, o a un rischio, mai così vicini, di un’apocalisse? C’è solo una via d’uscita. Bisogna cercare la pace. Bisogna cercare la pace, tra l’altro, nella memoria di Sion, certamente, ma dimenticando Sion.

Così torniamo al  Sion dei ‘detective’ di Bolaño, i quali nel titolo della poesia  ritrovata immaginano  di intravvedere, anche alludendo al mare in gran tempesta, un diverso ‒ solo apparentemente ‘banale’, in realtà capace di includere anche l’altro, quello dichiaratamente ‘messianico’ ‒ significato: che ‘sion’ stia per la pronuncia spagnola dell’ultima parte della parola ‘navega/cion’...

E qui, dopo essermi lasciato trascinare  da una vis polemica piuttosto prosaica e degna più della foga di un ‘fuori legge’ che della sensibilità di un artista, in qualche modo sono (siamo) ritornato (ritornati) a un ‘poeta’ e all’idea di vita, di poesia della vita, come viaggio, come navegacion: i detective di Bolaño pensavano a Rimbaud, all’Africa, alla fuga dalla civiltà, al battello ebbro, agli abissi del mare,  ai deserti, alle oasi d’orrore di Baudelaire...

Allora mi piace concludere con una straordinaria poesia della vita che ci ha dato, con la sua esperienza e con le sue parole, un profugo palestinese scampato pochi giorni fa all’omicidio di massa di 800 migranti nelle acque tra Malta e Ragusa, a pochi chilometri dalle nostre coste.

 

… “Li hanno ammazzati, ci hanno affondato perché volevano trasferirci su un’altra barca più piccola. Eravamo oltre 500 uno sopra l’altro, e quando ci hanno detto che dovevamo andare sull’altra barca ci siamo rifiutati perché saremmo sicuramente finiti in fondo al mare. Noi ci siamo salvati, ma gli altri, centinaia di persone, sono tutti morti”.

Questo è il racconto-poesia dell’orrore di Hamed, sedici anni, palestinese, sopravvissuto. Che così prosegue.

“Quelli come me, che sono stati salvati dalla nave mercantile Pegasus, siamo stati in nove o dieci. Tutti gli altri, centinaia e centinaia di persone, intere famiglie con bambini sono morti, finiti in fondo al mare. Gli scafisti erano in tre o quattro, gli stessi che ci avevano prelevato il 6 settembre scorso dal capannone vicino a una spiaggia, in Egitto. Eravamo lì, ammassati, con poco cibo e poca acqua, in attesa di partire, da alcune settimane.

Eravamo in 500, o forse più. Nessuno può dire esattamente quanti eravamo. Molti palestinesi, tanti siriani e sudanesi, tutti prigionieri in quel capannone vicino a Damietta. Quando siamo partiti il mare era per fortuna molto buono, ma su quel barcone eravamo tantissimi e avevamo paura di affondare. Durante la navigazione che è durata due o tre giorni, non ricordo bene, ci avevano fatti spostare da un barcone a un’altro. Abbiamo cambiato barca almeno tre volte. Poi i trafficanti dalla loro imbarcazione ci avevano ordinato di trasferirci ancora su un’altra barca, molto più piccola di quella sulla quale stavamo navigando a pelo d’acqua, rischiando di rovesciarci da un momento all’altro. Molti di noi ci siamo rifiutati perché saremmo sicuramente affondati. Non possiamo andare su quella barca, come facciamo a entrarci tutti?, chiedevamo agli scafisti che davano ordini dalla loro barca. A un certo punto gli scafisti si sono molto arrabbiati, hanno gridato, anche noi abbiamo gridato, e loro ci hanno speronato facendoci cadere tutti in mare. La maggior parte sono annegati subito, tutti gli altri abbiamo tentato di aggrapparci a qualunque cosa galleggiasse. Chiedevamo aiuto mentre stavamo per annegare e loro ci guardavano come se fossero al cinema. I corpi dei morti, o di quelli ancora vivi, scomparivano uno dopo l’altro, il mare ci inghiottiva velocemente, senza pietà. Molti noi, me compreso, non sapevamo nuotare, io prima di allora non avevo mai visto il mare. In sette oppure otto ci siamo aggrappati a un salvagente, ma con il passare delle ore molti non ce l’hanno fatta, andavano giù senza reagire, non avevano più forze, non avevano più volontà. Siamo rimasti solo in due, io e un altro ragazzo, mio connazionale che indossava un giubbotto salvagente. Poi, a un tratto, senza dire niente, è sparito anche lui. Altri stavano aggrappati a dei piccoli pezzi di legno e la corrente se li portava via. Per molte, tante  ore, non so quante, siamo rimasti in acqua in quelle condizioni. Poi ho visto la grande nave che avanzava lentamente verso di noi, ho alzato una mano per chiedere aiuto, non avevo più voce, non avevo più forza. Ho avuto una grande paura, perché pensavo che non mi vedessero. Invece, per fortuna, non è stato così. Hanno calato una piccola barca in mare e mi hanno salvato. E con me altri otto. In tutto i sopravvissuti eravamo nove. Appena starò meglio devo andare in Norvegia, non so come ma ci devo arrivare. Lì ho alcuni cugini che molti anni fa sono riusciti a partire dalla Palestina e vivono tranquilli e felici. Da noi questo non c’è più. C’è solo fame. E bombe. Loro lavorano e mandano soldi a casa ed è quello che ho promesso di fare anch’io a mio padre e a mia madre quando sono partito per raggiungere l’Europa. Spero di riuscirci”....





Cadaveri di profughi annegati nel Mediterraneo


Questo è il problema. Questa poesia dell’orrore lo dice chiaramente, poeticamente. Oltre non si può più dire nulla. Diciamo pure che posti davanti a questa ‘verità’ non abbiamo più nulla da opporre. Anzi qualcosa opponiamo. Una specie di quotidiano “Truman Show del Terrore” che ci godiamo seduti nei nostri salotti del cazzo su schermi di telegiornali i cui studi trasudano design glamour: lo ‘spettacolo dell’orrore e del terrore’ si è sostituito come una astratta, asettica, ‘bella’ finzione alla poesia dell’orrore, all’orrenda tragedia del mondo. Non voglio più sentire né vedere questo finto racconto. L’unico racconto che mi riguarda e mi tocca veramente è la straordinaria poesia del profugo sopravvissuto all’Inferno.

Ne discende che: di Sion, dei coloni israeliani, di Netanyahu, di Tel Aviv, delle guerre per il petrolio ecc... ecc..., persino dei giornalisti sgozzati perché danno il loro contributo al racconto di  ‘questo baccanale di morte’ oscenamente servito a cena non mi riguarda più niente. Non so se mi sono spiegato.

  

 

Postilla  

 

Per  i più radicali studiosi di Joyce (incantati dal Finnnegans Wake),  lo scrittore più potente – e in certo senso l’‘ultimo scrittore’ ‒ del XX Secolo ‘vede’ la storia come un incubo da cui stiamo cercando di svegliarci. Forse Joyce era un ottimista. Ci sono, persistono, una infinità di ragioni per domandarsi se ci sveglieremo mai.

 

 

Settembre  2014                                                

 

 

 




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