LUOGO COMUNE
PREMIO FERONIA – CITTÀ DI FIANO – 2014
Per una letteratura
come controproposta di civiltà
del pensiero e della vita


      
Si è svolta lo scorso 13 settembre nel castello della cittadina laziale la XXII edizione del premio intitolato al critico letterario Filippo Bettini che ne fu l’ideatore. Quest’anno sono risultati vincitori Valerio Magrelli per la poesia, Maurizio Barletta per la narrativa, Fausto Curi per la saggistica. Il riconoscimento speciale ad un autore straniero è andato alla scrittrice francese Annie Ernaux per il suo romanzo “Il Posto”. Nella serata condotta dall’attrice Paola Pitagora, anche un ricordo della poetessa e studiosa Jacqueline Risset, membro della giuria, da poco scomparsa. Qui di seguito tutte le motivazioni dei premi.
      



      

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Sabato 13 settembre nel castello ducale della città di Fiano si è celebrata la ventiduesima edizione del premio internazionale “Feronia Città di Fiano” intitolato, dallo scorso anno, anche al nome del suo ideatore, il compianto critico letterario Filippo Bettini. Con l’occasione del premio, è stato presentato quest’anno  il volume di Bettini  Avanguardia e Materialismo (edizioni Entroterra, Roma), una raccolta di saggi di teoria e critica letteraria, a cura di Marcello Carlino, Francesco Muzzioli e Giorgio Patrizi.

Un premio  il Feronia, creato in opposizione a tutti gli altri premi e,  nelle parole del suo fondatore, contro “l’incombente  sciagura di un predominio ideologico e politico della merce e del denaro.” Suo obbiettivo, in effetti,  è sempre stato quello di presentare “scrittori, poeti, musicisti, artisti visivi e uomini del teatro e del cinema […] portatori di una controproposta di civiltà del pensiero e della vita, di progresso umano e sociale di tutti e per tutti.”

Nel corso degli anni, recipienti ne sono stati autori appartenenti a ciò che, forse impropriamente, è definita “avanguardia”e tra gli altri: Nanni Balestrini, Cesare Vivaldi, Elio Pagliarani, Luciano Canfora, Edoardo Sanguineti, Mario Socrate per la poesia; Rossana Rossanda,  Enrico Crispolti, Gillo Dorfles, Bruno Zevi, Philippe Daverio, Alberto Arbasino per la saggistica e la  critica militante;  Antonio Tabucchi, Renzo Rosso, Gianni Toti, Carla Vasio, Dario Fo, anche l’estensore di questa nota, per la narrativa. Lo scorso anno un riconoscimento speciale fu concesso allo storico “Gruppo 63”.

Patrocinato dall’Unesco, dall’Unione europea, il Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati, il Ministero degli Affari esteri, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali il premio (e tra i suoi sostenitori finanziari annovera il Comune di Fiano, la Regione Lazio nonché la Banca Popolare del Lazio) prevede anche una sezione dedicata alla narrativa straniera. Tra i premiati, vi sono stati in passato il cubano Roberto Fernando Retamar, il cinese (futuro Nobel) Gao Xingjian; l’albanese Ismail Kadaré; il francese Michel Butor; l’indiano Kunwar Narain; il palestinese Mahmud Darwish.

Particolarmente ricca è stata l’edizione di quest’anno che, madrina del premio Paola Pitagora, prevedeva canzoni in versi scritte e dirette da Federica Altieri e interpretate con gusto, all’accompagnamento di un’orchestra jazz, dalla cantante Maria Letizia Gorga.

La cerimonia, presieduta dal poeta Mario Quattrucci, già sindaco di Fiano, è iniziata con la commemorazione di un membro della giuria inaspettatamente scomparso qualche giorno prima, la poetessa Jacqueline Risset. Altra novità di quest’anno, è stato il “Concorso per piccoli scrittori”  destinando ad  alunni delle elementari.

Vincitori del “Feronia-Filippo Bettini edizione 2014” sono stati:

per la poesia Valerio Magrelli con Il sangue amaro (Einaudi); per la narrativa Maurizio Barletta con Le domeniche con Gadda (Robin, Roma), una gustosa testimonianza di incontri con il Gran Lombardo; per la saggistica Fausto Curi con Struttura del risveglio – Sade, Benjamin, Sanguineti. Teoria e modi della modernità letteraria (Mimesis).

Il  riconoscimento speciale ad un autore  straniero è stato concesso alla scrittrice francese Annie Ernaux  per il suo ultimo romanzo Il Posto (L’Orma).

 

 

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Aldo Mastropasqua: motivazione  per il premio a Valerio Magrelli

 

Sangue amaro (Torino, Einaudi, gennaio 2014) è il sesto libro di poesia di Valerio Magrelli e segue a distanza di ben otto anni il precedente Disturbi del sistema binario (2006).  La giuria del premio Feronia Città di Fiano “Filippo Bettini” ha ritenuto di premiare per la sezione Poesia del 2014 la raccolta di Valerio Magrelli.  Articolata in 12 sezioni, comprendenti testi la cui stesura va dal 2006 al 2013, Sangue amaro fa registrare un ritorno alla scrittura in versi sotto certi aspetti sorprendente rispetto alle prove precedenti, in quanto la “vocazione cartografica” di Magrelli, esercitata prevalentemente sul corpo e sulla scrittura nei loro rapporti con un io poetico inteso come “pensiero vedente e scrivente” (Bello), tende a mutare in “vocazione cartografica” e insieme – aggiungiamo – sismografica nei confronti di un orizzonte di realtà in rapida e imprevedibile mutazione.  Per comprendere a fondo la poetica di Valerio Magrelli, che si è formato su una tradizione dell’avanguardia europea e sulla più prossima stagione della neoavanguardia italiana (e si vedano, quasi in apertura della raccolta, gli omaggi significativi a Pagliarani e a Sanguineti), non sono tanto significativi i suoi studi sul Dada (1990), su Valéry (2002) e su Baudelaire (2010), quanto – a mio avviso – il volume apparentemente autobiografico che precede la sua ultima raccolta poetica: Geologia di un padre del 2013. “Il sangue amaro”, l’ultima sezione eponima della raccolta, ospita un componimento “trapiantato” – secondo una modalità inter e intra-testuale assai consueta in Magrelli – da Geologia di un padre: «Occhio! Ché il Pellerossa / ti ha sfilato lo scalpo. / Ti senti ancora giovane / ma il Tempo ha già colpito / e inalberi la testa scotennata / di chi ha conosciuto il nemico / lasciandogli il trofeo in un’imboscata». Cogliere improvvisamente sul proprio corpo i segni dell’avanzare inesorabile del tempo, quello stesso tempo che ha progressivamente demolito la fisicità di quell’altro io che è stato il proprio padre, è anche analizzare un retaggio genetico, ma poi in parte culturale, che pur nelle differenze condiziona il modo d’essere della propria soggettività. «C’è chi fa il pane. / Io faccio Sangue Amaro. / C’è chi fa profilati d’alluminio. / Io faccio Sangue Amaro. / C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale. / Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / È una specialità della casa, sin dal lontano 1957». 





Valerio Magrelli con Paola Pitagora (ph. Corinto)


Quella che era una componente del carattere paterno, la capacità di reazione anche iraconda e violenta al sopruso subito, diventa, con accresciuta consapevolezza culturale, capacità reattiva dell’io poetico alle storture e alle sopraffazioni impostegli della realtà contemporanea così bene illustrate nella sezione “Il policida”: i giovani senza lavoro; le morti degli operai della Thyssen Krupp; i «necroburi», efficace neoformazione per definire i carnefici della onnipresente burocrazia italica; I guanti di Nesso dove, in forma di indovinello, si transita dalla formula politica del bipolarismo italiano a quella delle «larghe offese», fino a Lo sciame: inquietante visione della riconquista da parte delle api di un mondo reso dall’uomo inabitabile. È una reattività, quella di Magrelli, che non si affida all’invettiva, alla violenza verbale, ma utilizza quella formula, cara a Sanguineti, di una «amata poesia» che riesca ad essere «metà cultura, metà idiosincrasia». E, dovremmo aggiungere, capacità di essere allo stesso tempo ironici e autoironici, in un «Tele-Stato» che nega onoranze funebri ufficiali a un grande poeta come Sanguineti per destinarle invece a un profeta delle tele-vendite come Mike Bongiorno. Un’ironia che sa però diventare caustica e irresistibile in poesie come L’igenista mentale: divertimento alla maniera di Orlan, nella quale un’artefatta Nicole Minetti viene presentata come una sorprendente creazione di una pioniera della body art. Le capacità tecniche di Magrelli si evidenziano nella sua familiarità tanto con le forme aperte che chiuse della versificazione come nella sezione La lettura è crudele. Undici endecasillabi in dorma di ipertesto dove gli undici endecasillabi della poesia-matrice danno ognuno il la a undici componimenti sul tema della crudeltà della lettura come forma di isolamento e di separazione dalla realtà e dall’altro da sé.  Vorrei concludere citando dalla raccolta di Magrelli lo straordinario ritratto in poesia di un comune amico, critico letterario raffinato, che ci ha lasciato due anni fa, Stefano Giovanardi: «Stefano / sotto la doccia, / la sigaretta accesa, / dentro gli spogliatoi che fumano vapore / tu fumi un altro fumo da quello dell’omino / di fumo, un fumo d’acqua / fumante mentre parli, / e parli dell’altrove / e parli dall’altrove / in cui fumi ignorando / di fumare».

 

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Mario Lunetta: motivazione del premio a Maurizio Barletta

 

Com’è noto, c’è su Carlo Emilio Gadda una lunga serie di testimonianze biografiche (tra le più interessanti, quelle di suo cugino Piero Gadda Conti, di Gian Carlo Roscioni e di Giulio Cattaneo) e una catena aneddotica di infiniti anelli, a cui oggi va ad aggiungersi, e con una sua originale inclinazione, il felicissimo libro di Maurizio Barletta: Le domeniche con Gadda (Biblioteca del Vascello, Robin Edizioni).

Rimasto orfano di entrambi i genitori, il poco più che bambino Maurizio viene affettuosamente “adottato” dallo zio Guido Arcamone, funzionario al Ministero della Pubblica Istruzione, che era stato commilitone di Gadda nella Grande Guerra. Ne era nata un’amicizia fatta di incontri saltuari fra Roma e Firenze, che venne ad assestarsi su un andamento più lineare quando Carlo Emilio si stabilì definitivamente nella capitale a seguito della sua assunzione al Terzo Programma RAI.

Il trionfo del Pasticciaccio (1957) obbligò il recalcitrante scrittore a certi inevitabili rituali cultural-mondani ai quali Guido Arcamone raramente lo accompagnava, ma solo durante le visite a casa dell’amico, ben presto cadenzate dal calore dell’abitudine, Gadda tornava a impadronirsi delle proprie scissure, delle proprie fratture, dei propri tic: insomma a ritrovare la sua sempre periclitante naturalezza.

Per il ragazzino Maurizio, quindi, egli prese il ruolo e il tono di uno “zio particolare”, che – dice il memorialista – “accompagnò in tanti passaggi la mia adolescenza e la prima giovinezza”. Così, con una delicatezza quasi sussurrata e tuttavia precisa e pregnante, Barletta entra nella sua parte di testimone privilegiato senza un minimo di enfasi, con un’efficacia come regolata da un metronomo invisibile.

Nel suo libro c’è una sapiente altalena di momenti drammatici e di aperture umoristiche, che sembra quasi ripercorrere, al modo di un sensibilissimo stenogramma, il tracciato dei sussultori umori gaddeschi. Lo scrittore era del tutto digiuno di cultura calcistica, ma forse anche per un  profano come lui il nome di Meazza costituiva un timbro di grandezza sportiva: per cui, da un certo momento in poi il piccolo Maurizio, che aveva cominciato a giocare al calcio con qualche risultato, fu per Gadda soltanto “Meazza”.

Ora il Barletta adulto, recuperando nel fondaco della memoria episodi di apparentemente dissapore carattere, finisce per disegnare, nel succedersi di situazioni perfino oscuramente contraddittorie, il profilo umano pervicacemente unitario del Gran Lombardo e, un passo più in là, della sua ricchezza di grandissimo fabbro della parola. Lo “zio Carlo”, quindi: “lo zio – scrive Barletta in uno dei momenti più drammatici del suo libro – che il giorno del funerale di mia madre, all’uscita della chiesa dei Pallottini di via Ferrari, mi aveva afferrato, mi aveva spinto contro un muro abbracciandomi, piombando in un pianto dirotto (lui che non aveva mai avuto l’occasione di incontrare mia madre), come trasmettendomi il significato di un dolore altro, assimilandomi in uno straniamento che lì per lì non potevo comprendere, ma che poi ho ritrovato, non nei termini di un ricordo, ma ben di più, come un lascito materialmente incorruttibile”.





Mario Lunetta, Maurizio Barletta e Mario Quattrucci, presidente del Premio (ph. Corinto)


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Francesco Muzzioli: motivazione del premio a Fausto Curi

 

Qual è il compito del critico? Usualmente si pensa che consista in una sorta di expertise, in un voto assegnato al testo che serva a noi lettori come consiglio a leggere o non leggere; un giudizio preventivo che ci sollevi dalla fatica di giudicare, demandandola a un’autorità esterna. Non è così, secondo Fausto Curi. Secondo Curi la faccenda è più complessa e spinosa. Il critico non  è soltanto l’“intenditore” del proprio ramo, ha un compito più ampio, etico e politico; che è quello di capire da che parte sta il testo. Perciò non basta la sensibilità per la supposta bellezza: occorre una raffinata serie di strumenti semiotici e interpretativi per leggere tra le righe, sollevare i veli delle ideologie e del senso comune, collocare il testo in un quadro di relazioni letterarie, teorico-filosofiche, culturali e storiche.

Poiché la letteratura non è immune dal conflitto ma ne fa parte, il critico deve orientarsi ed orientare per decidere come schierarsi. Nel suo libro, intitolato, seguendo una indicazione di Benjamin, alla Struttura del risveglio, Curi ricostruisce con grande attenzione e rigore l’impostazione della modernità letteraria e la sua funzione critica e contestativa. Allo sguardo di chi ha partecipato, negli anni Sessanta, all’ultima esplosione dell’avanguardia, la storia assume un aspetto inconsueto, anche il passato è chiamato a schierarsi secondo una opzione strategica. Così, da Baudelaire ai surrealisti, da Brecht a Sanguineti, ci troviamo calati in uno scenario suggestivo e al tempo stesso intransigente, dove la scrittura va alla ricerca del massimo di funzione oppositiva. Sprofondando nel sogno, che rappresenta la liberazione dalla ratio borghese, però senza rimanervi intrappolata come in un rifugio ovattato: fissare il sogno nel momento, ancipite e contraddittorio, del risveglio, dove l’immaginario fa i conti con la storia, è il punto nevralgico di quella modernità radicale che ci aiuta a veder chiaro, a uscire cioè da ogni mito, misticismo e fideismo illusorio.

Subito all’inizio del libro c’è un’idea originale e chiarificatrice: il testo non è semplicemente l’oggetto da giudicare, ma si presenta come un’istanza, un appello, una richiesta di compartecipazione in un campo di forze conflittuali, insomma in un orizzonte strategico in cui bisogna “prender partito”. Il testo ha bisogno di vivere e chiede spazio, la critica – se accetta di corrispondergli – glielo prepara a spese di altri. Certo, in questa conformazione è evidente il modello dell’avanguardia, ma l’avanguardia stessa è un fenomeno novecentesco che ha la sua storia e i suoi prodromi. Nel percorso del suo libro, Curi pensa in grande e ricostruisce la prospettiva della modernità e del suo punto di rottura, la perdita dell’ingenuità che rende complesso il rapporto con la natura e con se stessi, fino a raggiungere con Baudelaire la consapevolezza della forma-di-merce, ormai estesa a tutto. Nella risposta della modernità, un ruolo particolare assume il recupero del sogno, l’altra faccia dell’utilitarismo calcolante; ma questo recupero, secondo la visuale critica di Curi,  passa attraverso una progressione di soluzioni, una serie di soglie, distinte rispetto alla grande scoperta di Freud: la soglia prefreudiana è quella di Rimbaud, dove l’onirismo è scelto istintivamente come sfida al conformismo; la soglia freudiana è quella dei surrealisti che, sfruttando la psicoanalisi, sviluppano le potenzialità anti-borghesi dell’inconscio; nella soglia postfreudiana, infine, in particolare con  Sanguineti, il lavoro letterario raggiunge la consapevolezza non solo delle cariche antagoniste, ma anche dei «suoi limiti strutturali». Altre linee  importanti che si dipanano nel libro sono la “funzione Sade”, ossia la poetica della crudeltà che arriva fino ad Artaud, come rigore e annullamento della poeticità consolatoria, ma anche come pulsione a “dire tutto”, compreso ciò che sembrerebbe esterno ai limiti della buona letteratura; e lo straniamento esteso da Brecht a Sanguineti, da tecnica teatrale a tecnica di scrittura dove lo scrittore stesso diventa «soggetto di una dissacrazione». Tutto questo discorso critico-teorico, condotto lucidamente attraverso le coordinate del marxismo e della psicoanalisi, costituisce una tenace resistenza al postmoderno, ribadita ancora, nella parte finale, dalla rivalutazione dell’autocoscienza dello scrittore e dall’idea dell’opera come progetto.

Struttura del risveglio marca un punto importante nel percorso dell’autore, iniziato nell’ambito del Gruppo 63 con Ordine e disordine (1965) e proseguito con raccolte di saggi dai titoli significativi come Perdita d’aureola (1977; titolo ispirato alla famosa prosa di Baudelaire) e Parodia e utopia (1987). Al Futurismo è dedicato Tra mimesi e metafora (1995), seguito da Il possibile verbale (1995) e da La scrittura e la morte di dio (1996) che tocca la questione del mito e il suo rapporto con il romanzo. Chiaramente in polemica con il ritorno del dibattito sul canone dopo il libro di Bloom è Canone e anticanone (1997). Successivamente, La poesia italiana nel Novecento (1999) è un formidabile panorama della poesia novecentesca, tagliata con un preciso e rigoroso bisturi “di tendenza”. Dal canto suo La poesia italiana d’avanguardia (2001) segue le diverse fasi dell’avanguardia (anche antologizzandone i principali documenti), facendo precedere la ricostruzione dei prodromi europei. Raccolte di saggi dai titoli assai significativi sono Un’estetica per il nuovo (2005), Il critico stratega (2006) e I sensi del testo (2010). Già precedentemente affrontata ne Gli stati d’animo del corpo (2005), la tematica materialistica del corpo è al centro de Il corpo di Dafne (2011). Un consuntivo teorico-critico della propria posizione Curi lo ha svolto in Per una teoria della critica (2012). Recentissima è la Piccola storia delle avanguardie (2013).

Questo percorso attesta un’attività inesauribile e una grande capacità di investigazione sui testi, nonché un vastissimo bagaglio culturale, sempre sorretto, come dicevo, dall’incrollabile posizionamento culturale e politico in favore di scelte radicali.

 

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Piero Sanavio: motivazione del premio a Annie Ernaux

 

La place. Non soltanto “il posto”, nell’accezione di un vecchio film di Ermanno Olmi, cioè il posto di lavoro; anche “l’ubicazione geografica”, il “rango sociale”, il “luogo dei sentimenti”, la “geometria” dei rapporti emotivi tra padri e figli, tra moglie e marito, tra una famiglia e il mondo esterno, antagonista e tendenzialmente “nemico”.  Il percorso temporale è quello del Novecento, il luogo la Normandia, un profondo nord di luoghi uggiosi, umidi, spesso coperti di nebbie ma anche aperto a dolci primavere e temperate estati e dove la vita contadina i primi anni del secolo scorso aveva i caratteri di un’ arcaicità sociale che appariva immutabile o come tale era proposta. Consisteva per i subalterni di fatiche e umiliazioni presentate come inevitabili anche se non per questo pacificamente accettate e opportunamente cita l’autrice alcuni precetti dai libri di lettura di quegli anni: “Imparare ad essere felici della propria sorte” e “Al mondo non c’è nulla di più bello della carità del povero” e “Ciò che c’è di più felice nella ricchezza è che permette di portare sollievo alle pene altrui”.

Per quanto la generale apparenza sia quella di una cronaca di famiglia, e malgrado la presenza di un Io-narrante che partecipa alle passioni di personaggi, considererei un errore leggere l’opera di Ernaux, e così questa in oggetto, come un racconto confessionale. Come nelle altre narrazioni,  il dato ideologico trasuda dagli avvenimenti, non ci è imposto come lettura obbligata sulla base di un qualche catechismo, il discorso politico resta interno alle cose, come deve essere, e all’evolversi del personaggio, le sue aspirazioni, gli inganni, le delusioni.

Il libro è un nuovo tassello nell’analisi che  Ernaux da tempo conduce sul suo paese (i luoghi, le esperienze famigliari, la condizione femminile) attraverso un’analisi di sé ‒ dopo La Femme gélée, sul proprio matrimonio; Passion simple, sulla propria sessualità; l’Evénement, sull’aborto; Une femme, sulla morte della madre, malata di Alzheimer; L’usage de la photo, sul cancro al seno; e lo straordinario Les Années dove i casi personali, evocati attraverso le immagini di momenti salienti della vita, hanno in falsariga gli avvenimenti storici che li hanno accompagnati.

La place sembra chiudere un cerchio. Si incentra sulla figura del padre  dipanando, attraverso di lui, l’emancipazione di una famiglia da sottoproletariato contadino via via a condizione operaia,  piccola borghesia bottegaia e, attraverso la figlia, alle ambigue rispettabilità di un rango nell’amministrazione statale e  sfocerà, sempre attraverso la figlia, nell’autocoscienza, non senza sensi di colpa, della scrittura. È tuttavia immateriale chiedersi fino a che punto tutto questo ripeta  fedelmente o meno le esperienze della scrittrice – e se possa e non possa essere suo postumo omaggio a un genitore.  Si tratta soprattutto, ed è questo che importa, della storia di un secolo vista dal basso con personaggi senza glorie, senza grandi passioni politiche se non l’onestà a se stessi e la volontà di sopravvivere senza violare ciò che potremmo chiamare “decenza”. Linea guida è il desiderio di affrancarsi da una condizione di subalternità, uscire dalla vergogna dell’ignoranza e un’afasia sociale conquistando la parola.





Mario Quattrucci, Fausto Curi, Giorgio Patrizi e la scrittrice francese Annie Ernaux
(ph. Corinto)


Ho detto “storia di un secolo” ma la frase è inesatta, parziale, e come osserva la scrittrice il percorso temporale non ha qui il senso che avrebbe per un personaggio di Proust o Mauriac, il racconto ci offre piuttosto una compressione della storia sociale dell’Occidente – il passaggio da un Medioevo con le sue superstizioni, i riti religiosi, le ignoranze, le umiliazioni, a un’apparenza di modernità. In effetti, il relativo successo economico non è che porti una qualche concreta  felicità ai personaggi,  e intatte rimangono insicurezze, incertezze, timidità, traspaiono attraverso le occasionali aggressioni verbali, le gaucheries comportamentali. Le precarietà sociali dei padri  restano incancellabili nella memoria  condizionando il presente, i sentimenti, la stessa percezione del “vero” – il passato innucleato nell’oggi, così lo strascico di trascorse frustrazioni. Incancellabile resterà anche il superstizioso timore dell’opinione altrui – gli altri, i vicini,  cosa penseranno  se nostra figlia, che a diciott’anni ancora studia e non lavora, poiché soltanto quello manuale è lavoro… Si intravvede il timore dell’invidia, che porta sventura.

 La place è un momento nella lunga guerra di Ernaux  per la definizione della parola e in questo senso tassello di un’analisi che investe il suo strumento espressivo. Via via, negli anni, la scrittura s’è fatta più esatta, concreta, sempre puntellata da significative epifanie – qui il periodico riapparire dell’immagine del padre come fissata in fotografie che, per il variare della scelta dello sfondo, testimoniano anch’esse del progresso sociale del personaggio. 

Gelida, come deve essere, è la descrizione del reale, dei sentimenti, della stessa attività letteraria i brevi momenti in cui il volto della scrittrice si affaccia nell’affresco  interrogandosi sul senso di ciò che scrive. La lucidità della scrittura, la sua distanza dai fatti, più che rifarsi agli strumenti di un’indagine sociologica, come impropriamente è stato scritto, ricorda le esattezze cartesiane dei classici del Grand siècle anche se non sembrano estranee  tracce di modelli letterari lontani da noi, come certi testi giapponesi. A suggerirlo è il coraggio non soltanto formale di interrompere la glaciale incandescenza del linguaggio con confidenze sulla sessualità – qui l’immagine del sesso del padre, visto per la prima volta alla sua morte, simbolo ormai sterile della precarietà della vita.

 

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Marcello Carlino: su Avanguardia e materialismo di Filippo Bettini

 

Questa edizione del Premio è accompagnata e per certo impreziosita dalla presenza di una raccolta di scritti teorici e critici di Filippo Bettini, il cui titolo, Avanguardia e materialismo, definisce in tutta chiarezza, e in tutto rilievo antagonisticamente anacronistico, l’area di riflessione e di elaborazione progettuale proposta al lettore.

Non è questa, evidentemente, la circostanza adatta per un’analisi articolata e meditata del libro; i diversi saggi, infatti, sono attraversati da un filo rosso che li lega strettamente e ciascuno sembra fatto per convergere e comporsi in un insieme davvero serrato e coerente, che si segnala per solidità di impianto, per lucidità di analisi, per rigore di militanza letteraria e culturale i quali pretendono una lettura più puntuale e una discussione di più ampio respiro.

Epperò la testimonianza che, raccogliendo e pubblicando per i tipi di Robin Editore alcuni suoi saggi, abbiamo voluto rendere del lavoro intellettuale di Filippo Bettini –  che sarà sicura occasione di altri interventi e, ci auguriamo, di un ricco dibattito – invita oggi, e proprio in riferimento alle ragioni del Premio, a prendere spunto dal libro per qualche breve annotazione sui compiti, sulla missione della critica.

Che è critica quando ha una consapevolezza “orientata” delle fondazioni teoriche alle quali si richiama, e per le quali delinea potenziali e prospettive di scrittura da farsi, e quando controlla e governa, in piena autocoscienza, gli strumenti che ha in uso.

Che è critica se non depone mai le armi della sua militanza, se si schiera, se pronuncia e motiva il giudizio, se si porta nel vivo della dialettica delle interpretazioni.





Che è critica quando respinge qualunque supposizione di neutralità innocente per sé e per l’opera osservata, ma ritiene, al contrario, che la “tendenza” costituisce un segno peculiare comunque e dovunque rintracciabile e può rappresentare una risorsa grande per la qualificazione della pratica letteraria e per la “esposizione” della sua socialità.

Che è critica se, attenendosi alla normazione di una autonomia relativa in un sistema integrato, esclude categoricamente l’autoreferenzialità della letteratura e ne sottolinea, invece, la funzione specificamente politica.

Che è critica quando non cerca scorciatoie per eludere il testo, concedendosi a fughe o a “derive” di presunta libertà letteraria, e quando non prova il mare aperto di una intertestualità indifferenziata, e quando scansa la moda glocal di studi culturologici e di genere programmati a scavalco della individualità dell’opera.

Che è critica quando reintegra la responsabilità dell’interpretazione ponendola in rapporto con la responsabilità semantica del testo, così restituito al centro del discorso di analisi e di verifica, colto nella energia rinnovabile del suo polisenso.

Che è critica se pretende e ottiene conoscenza e moralità di proposta e quando non s’arrende al monopolio ideologico e pseudovaloriale dell’industria culturale; se non fa da soffietto ai prodotti consueti di questo apparato di produzione della letteratura e quando subentra a contestare la narcosi di un tempo libero espropriato e massificato, narcosi lasciata in esercizio alla letteratura.

Che è critica se è in controtendenza rispetto alla critica senza responsabilità e senza statuto, alla critica “ufficiale di complemento”, alla critica pallida pallida, alla critica non critica che oggi è largamente maggioritaria in un paese che non sembra più avvertire il peso e il valore, la forza di conoscenza e di progetto di un pensiero critico.

                                                                                          

 

 

                                                                                   

 




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