LUOGO COMUNE
MEMORIA LETTERARIA
Quando andavamo tra Via Leopardi e Piazza Verga


      
Un flusso di ricordi che parte dall’adolescenza e attraversa gli anni Settanta lungo la suggestione emanata dall’idea della ‘storia della letteratura italiana’. Intesa come un articolato cammino di autori e di testi che produce una secolare trama di trame, che dà vita ad una raccolta faticosamente costruita di racconti, a cui da giovane si sogna ingenuamente di voler appartenere. E che comunque ha arricchito la nostra vita, nutrendola di sogni.
      



      

di Sergio D’Amaro

 

 

Se dovessi tracciare una linea biografica legata alla parola ‘letteratura’ potrei cominciare da quando per la prima volta ne sentii la suggestione, fermata nell’espressione “storia della letteratura italiana”.

Tutto cominciò al liceo, quando fu chiaro che l’attrazione verso tutto quello che era letteratura stava segnando i miei studi. Cosa io vedessi riflesso in essa, quali fossero i fantasmi che mi prefiguravo, quale potere esercitassero le parole e perché, erano questioni che si collegavano al primo impatto col mondo. Doveva esserci un legame con il godimento e la felicità che provenivano dalla vista del mare e dal sapore del pane appena sfornato e sbocconcellato come una delizia. Cosa annettevo alla letteratura, cosa mi figuravo saldandole la parola ‘storia’ come in una congiunzione magica? Voleva forse dire che gli scrittori riescono a consegnarsi una specie di testimone, iniziando a loro volta un ‘racconto’ da quello finito da un loro ideale predecessore lungo una strada di storie infinite? E perché alcune storie risultavano avvincenti, altre meno? Qual era stato il segreto per rendere le prime memorabili proiettandole su una piattaforma più salda di approvazioni?

Dai secoli remoti al nostro. Dopo il liceo, cominciai a scrivere qualcosa, a figurarmi possibile, futuro soldato di questa rara staffetta. Andavo sognando un posto in quella storia, andavo cercando un segno duraturo da lasciare agli altri, leggendo il mio nome sempre più distinto e individuabile. Era nato un sogno, il sogno di fare letteratura, il sogno di essere letto, di essere lodato, di essere riconosciuto. Erano anni ebbri di tutto, i Settanta, di tutte le possibili esperienze: letteratura, musica, arte, amicizia, amore, moda, bellezza. Era l’addestramento al futuro, il potenziamento di ogni possibile carica energetica. C’è un tratto dell’introduzione di Gino e Michele, gli umoristi, all’opera quasi omnia di Marcello Marchesi che mi ha colpito: non la poesia, ma la musica, l’aggregazione giovanile di quella generazione, la cultura televisiva, sono stati i veri maestri della nostra formazione. Il varietà, Carosello, il cinema, gli Oscar e la Bur, le enciclopedie a dispense, le tante riviste e giornali, i nostri veri soul scout, i nostri rivelatori d’anima. Contro tutte le rime, le assonanze, le metafore, gli ermetismi, gli eruditismi. Una distanza che ci risultò abissale rispetto alle generazioni precedenti e che tuttora ci caratterizza nel sentire diversamente il richiamo della vita. La nostra generazione di mezzo, la Baby Boom Generation (che ho già cercato di analizzare), fu quella che si distaccò più chiaramente dalla precedente, ma anche quella in grado di apprezzare la consegna di un ‘racconto’, quello delle due guerre fatte rispettivamente dai nonni e dai padri. Nella generazione successiva a quella di mezzo, e cioè in quella dei nati dagli anni Settanta in poi, si ha la sensazione che non ci sia quasi più traccia del ‘racconto’ della prima metà del ’900, con ciò spiegando come anche in letteratura ci sia da quel momento un salto nelle tematiche e nella conduzione dei racconti (in prosa come in versi). Le tendenze prevalenti in corso frequentano o l’ambito dei generi o quello dilagante dell’attualità, l’unica ‘memoria’ restando quella dell’hard disk, quella del breve memoriale biografico o autobiografico a base sensazionalistica o giornalistica. Manca il tempo lungo della riflessione, dell’approfondimento, del rapporto col passato.





Giacomo Leopardi


Quando noi, invece, ci inoltrammo nella città della letteratura, tutta ben ordinata nella sua grande storia, ci sembrò naturale vedere le sue strade ripulite di ogni pre/testo, para/testo, avan/testo. Tutto ci apparve disegnato da un architetto: sicché ci portammo fiduciosi da Via Dante a Piazza Tasso, da Via Ariosto a Largo Pirandello, fino alle ultime costruzioni ancora odorose di pittura della Neo-Avanguardia. Case, strade, piazze, prospettive, angoli, incroci, ci parvero mirabili: per noi quella era la città più seducente, e per molto tempo fummo felici di ignorare che cosa avesse portato a tale meraviglioso paesaggio. Intanto leggevamo e leggevamo con voracità crescente, lieti di andare aggiungendo una storia letteraria all’altra e di ritrovare più o meno puntuale lo stesso stradario di nomi più o meno famosi. E ancora andavamo accarezzando così la speranza che un giorno ne avremmo fatto parte, che un giorno saremmo saliti in quella specie di paradiso di spiriti eletti. Ecco: una poesia, un racconto, una recensione, un articolo, anch’io, ci dicevamo, ne sono stato capace, anch’io ho potuto mettere in epigrafe o in calce il mio nome ed essere per un momento stella di quel firmamento.

Quanta ingenuità avevamo e quanto ancora lungo sarebbe stato il cammino per chiarirci il carattere e la portata di quella trama di trame, di quella raccolta articolata e faticosamente costruita di racconti che è la storia di una letteratura!

Nell’attesa di saperlo, capitò di riconoscersi almeno in una ‘geografia’. Questione di ambiente, questione di destino, questione di sud. Spirava allora il vento nuovo dell’aggregazione, del raggruppamento, della voglia di manifesti e di poetiche comuni. Democraticamente, spontaneamente, come le band musicali, spuntavamo pieni di rigogliose infiorescenze e di odorose speranze, convinti che un gruppo avrebbe fatto più rumore di un singolo e avrebbe potuto valorizzare la collocazione maledetta delle periferie. Comunicare, contare, esserci, avere visibilità, costruire una irreale città del diritto ad esprimersi. Dopo la storia, inventarsi una geografia, sperando che dall’incrocio di tante angolazioni venisse fuori un più distinto percorso di umanità militante. A furia di far storia e di andare a cercare una geografia, ecco era spuntato il pallino della cultura vissuta in diretta, la ricerca di una chiave cruciale per estrarre il futuro dal passato. Era questione di mezzi, coerenza di metodi. Ne avevamo?

Forse avremmo dovuto rassegnarci ad un ruolo di seconda o terza fila. Sapete, ci vuole più fiato, più confronto, più autoconsiderazione, più capacità di perseguire obiettivi. Non è solo questione di miti o di innamoramenti, di languide sognanti carezze offerte al proprio gioco solitario con il libro che ami. È qualcosa di più, un ingresso diverso in quella casa che credevi più accogliente di tutte, e quasi più importante di un vero affetto. Occorre la determinazione di una mente calcolatrice e la progressione metodica di uno scalatore di razza. Se resti mentalmente ‘periferico’, sei tagliato fuori come da un destino che avresti potuto perseguire e che ti è sfuggito. Devi far ‘comunella’, devi associarti, prendere il bus che ti porta in città, tentare il discorso più largo. È una questione di clima, di energia, di sintonia, di reciproca valorizzazione, e non è facile far quadrare la ‘storia’ che sognasti con la ‘geografia’ che ti trovi a calcare sotto i piedi o a rimestare nella mente. La strana idea di veder stampato il proprio nome nelle care storie letterarie avrebbe preso col tempo un distinto sentore di naftalina. Ambizione che poteva ormai sembrare da piccolo umanista di provincia, pronto ad aggregarsi a quell’ampia schiera di individui definibili come ‘arrivisti’.





Giovanni Verga


Più andavamo sulla ‘geografia’, più ci allontanavamo dalla ‘storia’ tanto sognata. La ‘storia della letteratura’ restava su uno sfondo astratto, lontano, legato inevitabilmente alla formazione delle prime ambizioni giovanili. Quello che trovavamo all’interno della ‘storia’ era una diversa ‘letteratura’: quella di tante storie vive, di tanti luoghi anonimi in attesa di essere conosciuti, di diventare anch’essi famosi. In un certo senso finivamo per specchiare la nostra separatezza, il nostro surplace su un varco da attraversare. Difficile ormai conciliare l’aspirazione piccoloborghese alla fama con la costruzione di una coscienza più critica.

Saremmo cresciuti solo passando attraverso la nostra più propria geografia, solo attraverso un confronto consapevole. Scuole, palestre, università: il nostro addestramento consisteva soltanto nello sperimentare esperienze, nell’interrogare testimoni del passato. La nostra storia, la nostra letteratura era questa, era questo adeguarci ad uomini non illustri, a paesi non cercati sulle mappe, a comunità rimaste anonime per secoli. Potevamo conciliare ambizioni e coscienza, umane aspirazioni e inevitabili prese d’atto? Si poteva rimanere inerti di fronte ad  un mondo che scompariva e ad un altro che si affermava imperiosamente alla finestra dello stesso paesaggio? Archiviare, conservare, documentare, aggiornarsi, interpretare, prefigurare, in una sequenza sempre più veloce, sempre più incalzata dal mito del progresso. Tutto questo si andava raccogliendo in pensiero, riandando a quel come avvertimmo il prima e il poi di una ‘storia della letteratura’. Da Sansone a Sapegno, da Contini a Dell’Aquila, da Asor Rosa a Ferroni e Luperini, in un crescendo di coscienza sui temi e tempi contemporanei. Possibile ancora pensare davvero una storia che legasse i vari autori tra di loro in una pura sequenza esemplativa? Dov’erano più i vissuti, le singolarità, le vere privatezze di tali autori?

Nel giro di qualche anno, dal decennio ’70 a quello ’80, il mito di una storia letteraria sembrava non tenere più. Ma c’era ancora tanto Manacorda che ci confortava, prolungando le sue indagini equilibrate fino alla contemporaneità, e inviando sottotraccia un messaggio di fiducia entro una situazione che stava rapidamente cambiando. C’erano tante riviste in corso, altre ne nascevano anche in Puglia e nel Sud, e sembrava che il dibattito e le proposte non si dovessero così facilmente lacerare. E c’era, ancora, molta voglia di politica, di indagine critica, di sperimentazione di metodi. Una stagione s’incuneava nell’altra e faceva gorgogliare il senso della letteratura – il sentore di un racconto, l’esigenza di proiettarsi in mondi ulteriori, il dovere, quasi, di rappresentare una condizione – fino ai fondamenti radicali della sua origine: il mondo popolare, il genio collettivo di una civiltà che lasciava il testimone, diramandosi nell’eco dei dialetti, nella risonanza perpetua di un’infanzia ormai passata. La nostra ‘storia della letteratura’ era diventata anche lingua delle letterature popolari, dialettali, migratorie, testimoniali. Da una sorta di scrittore semi-dio stavamo passando alla concezione di uno scrittore corale, interprete di una pietà condivisa con molti altri e scattata alla svolta epocale dell’olocrazia massmediatica.

Prima che esplodessero computer e telefonini e ci avviassimo a quel che siamo diventati, io ebbi la fortuna di trovare una sintesi tra vecchio e nuovo, tra vecchia concezione dello scrittore e nuova fisionomia dell’intellettuale a tutto campo in Carlo Levi. Proprio in pieni anni ’90, al momento giusto per riassumere e prospettare, per guardarsi indietro e proiettarsi in un mondo cambiato. Carlo Levi, cioè senz’altro un outsider, un battitore libero, un saggista, un osservatore critico della società, un utopista. Levi era ed è ben presente nelle storie letterarie, ma appunto come uno straniero in patria, come il possessore di uno sguardo straniante ed eccentrico. Strano e non strano, si dirà, visto che Levi è stato al centro della vita culturale e letteraria italiana e le sue opere hanno stimolato parecchie penne critiche a sporcarsi con l’inchiostro.





Carlo Levi a Tricarico nel 1960 (ph. Mario Carbone)


Migrazioni, dialetti, mondi popolari, Italia sconosciuta o misconosciuta. Questo contribuì Levi a far conoscere, a far articolare nel flusso più clamoroso della modernità. Sicché quell’antico mito di una ‘storia della letteratura’, piuttosto che dissolversi, finì per arricchirsi di altri ‘racconti’, di altre vie alla conquista di una coscienza storica e civile. Questo, del resto, avevamo cercato di perseguire in tutto quel crogiuolo di anni ammatassati: una più netta consapevolezza di ciò che ci era toccato in sorte, di ciò che avevamo costruito come via davvero nostra. Restarono le contraddizioni, il dissidio interiore tra le nostre private passioni e il modo più opportuno di esprimersi, e restarono modelli e metodi sempre più lontani dalle nostre ricerche e aspirazioni.

Non è mai finita per noi una ‘storia della letteratura’. Guardiamo ai testi di Sansone, di Sapegno, di Contini, di tutti gli altri con occhio affettuoso. Sono ancora là i dorsi di quei libri venerandi, di quelle sistemazioni sicure. Ci sembrano più piccoli, più contratti in una loro lontananza, in un loro appartato scaffale. È come se stessimo ammirando una vecchia fotografia, tra rassegnato sorriso e infinita nostalgia. E siamo grati a quel piccolo miracolo che ci accese di un entusiasmo e di una curiosità insaziabile e ci consegnò ad una vita più nutriente e più lieta di sogni.

  

 

 




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