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di Alessandro Ticozzi
Maestro,
cosa rappresenta Genova per Lei?
Genova
ha la stessa funzione di un motore a scoppio: è una città molto compressiva che
non dà molte aperture, soprattutto a un artista; a una compressione corrisponde
una sorta di metabolizzazione, e poi comprimendo tutto quello che tieni dentro
scoppi e agisci, e in qualche maniera crei. Genova è una città in discesa, per
cui c’hai il culo che ti scappa di sotto con i monti davanti al mare, e invoglia
a partire con una nave o un aereo, oppure con la
fantasia. È abbastanza inevitabile che un artista – o per lo meno una persona
che ha un lato artistico – parta, ma questo non vuol dire andare via: vuol dire
partire con la fantasia e l’immaginazione.
Lei
con Umberto Bindi, Fabrizio De André, Bruno Lauzi e Luigi Tenco ha formato la
cosiddetta “scuola genovese”: che ricordo conserva di ciascuno di loro?
Prima
di tutto la “scuola genovese” non esiste, perché per scuola s’intende un
denominatore comune: l’unico motivo è il fatto che abbiamo subìto la guerra
tutti e cinque, e quindi quello è un imprinting
che ti dà una confidenza con la morte e con tutto quello che è la bruttura
della guerra. Però ognuno di noi aveva un’individualità completamente diversa: infatti
nelle creazioni tanto mie che di Luigi, Bruno e Fabrizio c’è un enorme differenza.
Di Luigi mi è difficile trovare un ricordo, perché abbiamo vissuto insieme per
un periodo molto lungo. Bruno un po’ meno, perché a un certo punto sparì da Genova
e andò a stare a Varese: comunque è quello che mi manca di più perché gli
volevo molto bene, anche se tra me e lui veramente c’era una grande diversità –
non tanto umana, quanto politica e fisica. Eravamo agli opposti, però io lo
stimavo molto: era un piccolo grande uomo, con un cuore da leone e una capacità
aggressiva dal punto di vista intellettuale molto forte. Fabrizio era una
persona timidissima: aveva una sorta di timor panico,
per cui cantare per lui era una sofferenza in pubblico. Il pubblico lo
spaventava totalmente, tant’è vero che per anni ha dovuto sbronzarsi per andare
davanti al pubblico, perché sennò non ci riusciva. I ricordi sono tanti, ma di
persone con cui ho vissuto: quindi è difficile rilevarne uno. Umberto è una persona cui ho voluto molto bene perché era un uomo straordinariamente
buono, e forse, da un punto di vista musicale, il più artista di tutti. Aveva fatto
il conservatorio e conosceva tutta la musica classica: quindi aveva delle basi
molto più forti di quelle che erano le nostre, rappresentate dal jazz. Il jazz
è stato molto influente su di noi: poi forse abbiamo avuto anche, da un punto
di vista letterario, delle influenze da parte dell’esistenzialismo francese – de
Beauvoir, Sartre, Apollinaire – e di poeti come Verlaine
e Rimbaud. Hanno molto influenzato la nostra maniera di scrivere, perché erano
i più vicini alla nostra sensibilità: calcola che il dopoguerra, per noi
ragazzi, è stato invaso dall’esistenzialismo francese. Ha avuto una grossa
influenza, forse dovuta anche al dato del contesto del dopoguerra, che era
stato un periodo forse anche peggio della guerra: l’esistenzialismo era una
cosa abbastanza legata al momento. Umberto era stato al di fuori da questo tipo
di influenza – che era invece fatta di Tchaikovsky e simili – e ha scritto delle cose meravigliose, avendone ancora molte di
straordinarie non pubblicate. È stato massacrato dalla pruderie italiana, in un momento in cui il fatto di essere
omosessuali diventava ridicolo: mentre il drammatico può anche affascinare e non
è così determinante, il ridicolo ammazza. Così l’hanno praticamente distrutto: gli
volevo molto bene, in quanto –
ripeto – era un uomo buono come un
bambino, e quindi gli sono sempre stato vicino fino alla fine.
Nel
1960-’63 lei raggiunge il successo con canzoni quali La gatta, Il cielo in una stanza, Senza fine e Sapore di sale: cosa ricorda di quel periodo aureo della sua carriera?
I
periodi aurei sono sempre una cosa molto strana, nel senso che tu puoi scrivere
delle cose migliori anche dopo, ma quelle di rottura che scrivi all’inizio diventano
la tua sigla, e quindi come fossero le più belle. Non è vero che Cent’anni di solitudine è il più bel libro
di Garcia Marquez: io preferisco per esempio L’amore ai tempi del colera, però Cent’anni di solitudine è un libro di rottura, come Viaggio al termine della notte di Céline, che crea una sigla di scrittura dopo la quale chiunque
scriva deve rapportarsi a questa maniera. C’è quest’equivoco: la più bella
canzone che hai scritto è la prima. Non è vero niente: probabilmente ho scritto
le canzoni più belle dopo, ma quella è la canzone che ha determinato la sigla,
e quindi diventa il tuo alzabandiera. In quel periodo io ho scritto alcune
canzoni che facevano urlare allo scandalo, come Il cielo in una stanza: Sassi
poi è il massimo, perché in quell’occasione mi hanno accusato di voler fare
della filosofia e dell’intellettualismo con una canzone, e sono stato
massacrato per questo. Certe canzoni avevano un taglio diverso: io non credo
che siano le più belle canzoni che ho scritto, come Sapore di sale, anche se è stata in qualche maniera la bandiera di
una stagione, e – dato che la canzone è un attaccapanni di ricordi, e per molte
persone della loro giovinezza e della loro esperienza spensierata – non
dimentichiamoci che era situata nel momento del boom economico, quando l’Italia stava meglio, e quindi è legata a un
contesto che la fa diventare qualcosa di importante. La bellezza di una canzone
non è data dal fatto che la gente la ami di più o di meno, e che abbia più
successo o meno: nasce dal fatto che – dato che è l’espansione di un emozione,
e quindi è una traduzione in una ottica concreta di un fatto astratto – più si
avvicina a quell’emozione astratta che c’è nella testa di colui che la compone –
e questo vale per qualsiasi fatto artistico – più in una situazione concreta
fatta di colori, di musica, di note o di parole con questa espressione si
avvicina il più possibile all’emozione che volevi esprimere. Questa è la
canzone perfetta: di tutte le canzoni quella che si avvicina di più a ciò che
avevo in testa emozionalmente è Sassi.
Dopo
un periodo di crisi, negli anni Ottanta lei ha rilanciato la sua carriera con
una serie di concerti in coppia con Ornella Vanoni, dai quali è nato l’album
dal vivo Insieme: com’è nata l’idea di questa
collaborazione?
Non
è nata da me, ma da un signore che si chiamava Gianni Borgna:
un mio vecchio ammiratore che era assessore a Roma e che purtroppo adesso è
morto. Un giorno volle organizzare quest’unico concerto: spese un sacco di
soldi solo per organizzare il concerto di quest’accoppiata. L’abbiamo fatto a
Roma con grande successo, e da questo solo concerto gli impresari hanno deciso
che si doveva fare una tournée. Io non la volevo fare assolutamente, e invece
poi in qualche maniera mi hanno convinto e l’abbiamo fatta: non c’è stata
nessuna decisione da parte mia, mentre Ornella tutto sommato la voleva fare
eccome, perché lei invece intuiva che probabilmente avrebbe avuto successo. La
trafila di questo concerto era basata su un equivoco abbastanza simpatico e
buffo: noi facevamo finta di essere ancora due amanti, e stranamente quello che
sul palco fingi funziona, mentre quello che è vero no. Tra noi c’era invece
solo amicizia naturalmente, ma questa finzione affascinava la gente. È stata
una tournée trionfale, perché c’era la gente che aspettava di prendere i biglietti
dal giorno prima: io non ho capito qual’era la forza
di questo concerto, perché – ripeto – non lo volevo fare e poi invece fortunatamente
l’abbiamo fatto. Io sbaglio quasi sempre: ad esempio non volevo assolutamente
dare a Mina Il cielo in una stanza… È
difficile che riesca a intuire certe cose: io son capace di scrivere e basta,
poi il resto è passato sulle ginocchia degli dèi.
In
seguito lei ha ripreso a produrre regolarmente album quali Matto come un gatto
(1991), Senza contorno solo... per un’ora (1992), King Kong Paoli (1994), Amori dispari (1995) e Pomodori
(1998): come ha vissuto questa sua rinascita artistica?
Da
quando ho cominciato a fare questo mestiere, io sono morto e rinato non so
quante volte, anche se ogni tanto qualcuno mi dava per spacciato. Ci sono state
almeno sei o sette rinascite secondo i giornalisti o quegli accidenti che
scrivono: la questione è che io non compongo per avere successo, anzi. Quando nel
’68-’69 mi son trovato a scrivere, e pensavo se quello che componevo sarebbe
piaciuto o meno, io ho smesso per due o tre anni: addirittura sono andato a
fare l’oste a Levanto, perché secondo me il mestiere era finito, nel senso che
un artista non scrive per piacere ma perché deve dire delle cose che sono
importanti perché le sente dentro e forse possono servire agli altri. Non
m’interessa fare questo mestiere – che sia questo o quello che facevo prima, il
pittore – per piacere ed avere successo: infatti l’accusa che faccio alla
maggior parte di quelli che oggi cominciano a fare questo lavoro che mi vengono
a chiedere come si fa ad avere successo è che l’arte è un mezzo per dare e non
per avere. Io continuo a scrivere ancora oggi perché bisogna farlo in quella
maniera lì non in un’altra.
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Gino Paoli oggi in concerto
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Nel
2002 lei ha partecipato al Festival di Sanremo con il brano Un altro amore, tratto dall’album Se: che effetto le ha fatto arrivare terzo e vincere il premio della
critica per il miglior testo?
Purtroppo
non ho mai preso in considerazione i premi: io scrivo una canzone e la faccio
ascoltare, il resto è una cosa che non m’interessa. Io sono un presuntuoso, nel
senso che presumo di me stesso del valore che ho: nessun fischio mi può
diminuire la convinzione che ho e nessun applauso me la può aumentare, perché
quello che sono lo so, e non m’interessa l’approvazione. Certo che mi fa
piacere l’applauso, però non mi deve aumentare – come nessun fischio mi deve diminuire – quello che sono.
Nel
2004 lei ha pubblicato il disco Ti ricordi? No, non mi ricordo, che include duetti con Ornella
Vanoni: cosa l’ha spinta a tornare a collaborare con lei?
Ornella
mi ha spinto, perché lei a un certo punto voleva farlo a tutti i costi, e io ho
detto: “Vabbè, facciamo”. Con Ornella ho avuto una storia tanti anni fa, però
siamo sempre rimasti amici e le voglio bene, come con tutte le donne che mi
hanno avuto, non che ho avuto. Odio quando uno dice: “Io ho avuto una donna”. No,
è la donna che ha avuto te eventualmente. Il nostro è un rapporto che se lei mi
chiede un piacere sicuramente glielo faccio, ma questo vale non soltanto per
lei, ma anche per Stefania e per le altre donne con cui ho vissuto. È una
vecchia storia, per cui io ho sempre affermato che non smetto di amare una
persona cui ho voluto bene perché le ragioni per cui l’ho amata continuano a
esistere: poi non ci vado più a letto, però le voglio ancora bene. Quindi, quando
Ornella ha chiesto di rifare la cosa, l’ho rifatta.
Nel
2007 è uscito invece
Milestones:
cosa l’ha spinta in questo disco a mettersi a confronto con importanti jazzisti
del panorama musicale italiano quali Enrico Rava, Danilo Rea, Flavio Boltro, Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto?
Noi
siamo nati un po’ tutti col jazz: è il mio primo amore, e quindi non è una cosa
inaspettata. Ho sempre sognato di cantare con jazzisti e di fare del jazz da
quando ero ragazzino. Poi la cosa è successa per caso, perché non cerco mai le
cose: io sono sempre quello che sta sotto all’albero di mele e aspetta che la
mela gli caschi in bocca, non sale per andare a prenderla. Rava praticamente un
giorno m’ha telefonato dicendomi: “Guarda, io devo fare un concerto con un
cantante perché me l’hanno chiesto: quello che amo di più sei tu e mi
piacerebbe farlo con te. Ti dà fastidio?”. Gli ho risposto di no, e abbiamo
fatto questo concerto a Brescia: di qui sono venute fuori un sacco di richieste
a farne degli altri, e mi son trovato a fare questo con grande piacere ed
entusiasmo, perché poi nel jazz mi ci trovo bene. D’altra parte tutti i
jazzisti mi dicono che nelle mie canzoni si sente già un impianto che ha a che
fare col jazz, e quindi per loro sono facili da eseguire: è stata una cosa
abbastanza naturale che continua, perché noi abbiamo continuato a fare concerti
col gruppo. Poi i componenti sono cambiati: al posto di Rava, che doveva fare
delle altre cose, è entrato Boltro; al posto di Bollani, che all’inizio c’era, è entrato Danilo Rea. A un
certo punto, al termine di una sera che noi avevamo finito il programma e la
gente ci reclamava ancora, l’impresario ha detto: “Andate fuori tu e Danilo e fate
qualcosa”. Abbiamo fatto due o tre cose: anche lì è stato un grande successo,
per cui il manager ci ha chiesto di provare ad eseguire qualcosa noi due da
soli. È stata una vera intuizione, perché da allora io e Danilo continuiamo a
fare concerti, e con grande soddisfazione mia. Con Danilo c’è infatti una
simmetria, una sincronia e una sensibilità talmente comune che ci divertiamo
come dei matti: ogni sera è un concerto diverso, perché inventiamo
continuamente quello che facciamo, ed è una stagione felice questa con Danilo
perché mi diverto come un pazzo.
Quest’anno compie ottant’anni: che bilancio trae della
Sua vita personale e professionale?
Io
credo che i bilanci non li deve fare chi c’è dentro al bilancio: lo devono fare
gli altri. Quando è finita la tua vita qualcuno farà il bilancio, e io continuo
comunque a pensare che il mio sarà dovuto a quello che ho fatto per gli altri e
al suo valore. Se penderà la bilancia dalla parte di quello che ho fatto per
gli altri ci sarà un bilancio positivo: se invece penderà da quello che ho
fatto solo per me allora sarà negativo.
Ha qualche progetto per il futuro?
Qualcosa
come quaranta progetti, solo che non so se riuscirò a farli. Vivo come se fosse
il primo giorno della mia vita e l’ultimo da quando sono nato: infatti ogni
sera quando vado a letto penso che è finita la mia vita, e ogni giorno quando
mi sveglio che comincia la mia vita. Io continuo a fare le cose che ho sempre
fatto vivendo come ho sempre vissuto, e quindi progetti ce ne sono moltissimi: con
Danilo, col gruppo e con la grande orchestra. Un progetto vecchio come il cucco
è quello di scrivere un libro: naturalmente un romanzo, non un libro di memorie
che mi rompe i coglioni solo a pensarci. Ho cominciato dieci volte, l’ho
buttato via dieci volte e forse prima o poi lo scriverò. Una cosa bellissima
che ti dà l’idea di cosa di come la vedo è un intervista che fece una volta
Zavattini. Stava sfacendo delle casse di libri, e l’intervistatore alla fine
affermò: “Dicono che lei legge molti libri, e dicono anche che non li legge mai
questi libri”. Allora lui, con il suo accento emiliano, rispose: “Non è vero, anzi
ha ragione: io ne leggo qualcuno, poi gli altri” – e aveva già ottantacinque
anni – “li metterò da parte per quando sarò vecchio”.
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