SPAZIO LIBERO
ADDII
La solitudine esistenziale e l’arte che Alberto Lozzi ci ha lasciato


      
Un fervido ricordo dell’artista di Arcidosso che si è suicidato a gennaio di quest’anno. La sua vita sempre trascorsa all’ombra del Monte Amiata da una parte lo aveva come protetto nella sua ricca produzione di quadri e di sculture, ma dall’altra parte l’ambiente chiuso e asfittico gli aveva trasmesso inquietudini e angosce crescenti che lo hanno spinto a darsi la morte. Di umili natali aveva studiato all’Accademia di Brera a Milano e tra i suoi punti di riferimento c’erano gli etruschi, gli artisti del Rinascimento (tra Firenze e Siena), i grandi maestri impressionisti, nonché i monumenti e le pietre del suo territorio, la Maremma.
      



      

di Carlo Carlucci

 

 

La mia vita è stata sempre in quest’isola verde  di confine e predazione: il Monte Amiata. Qui ho scelto di vivere la mia vita in trincea, fuori dai clamori mondani nei silenzi rotti solo dal passare delle stagioni. Come lo stollo di un pagliaio così è rimasto il mio cuore incastonato a questa terra…

… privilegiato quando il mio tempo non è perduto in occupazioni diverse dalla mia passione, in un mondo dove si vende il tempo, dove si lavora per avere denaro. Mentre come artista accresco il mio tempo, un tempo che – mentre dipingo o scolpisco – se anche non mi fa essere, mi fa quanto meno sognare di essere…

… presente atemporale, emozionale dove passato, presente, futuro s’incontrano in quel fermare il tempo. Il ritratto dei miei cari vive e convive nei più intimi momenti della mia vita, memoria graffiante ed indelebile dentro il breve viaggio che ci attende… lei (mia madre) critica ed ermetica, mio padre gestuale e ciarliero, dentro un ambiente chiuso, nello sfondo di un paesaggio lunare dai colori pacati e sommessi… uno spaccato di vita quotidiana povera, ma piena di valori… nel contendere nessuna delle due figure prevalere, diverse e diversificate ma di uguale peso e grandezza… (intorno al Ritratto del padre e della madre, 1984)

… non mi piace scozzare le carte di una partita già giocata… quando il silenzio diventa umore, allora e solo allora qualche ricordo riacquista forma, come foto ingiallite si riappropriano dei colori… librarmi verso la luce come pura energia…il nemico amico ce lo portiamo dentro…

(dagli Appunti sparsi di Alberto Lozzi).

  

Il primo di gennaio del 2014 Alberto Lozzi decideva di porre fine ai suoi giorni. Quanto da lui lasciato è custodito dalla moglie Anna nella loro casa di S. Lorenzo e in parte nel ristorante di famiglia “Il gatto d’oro”. Quadri e sculture si trovano anche presso amici ed estimatori. Ora che lui non c’è più, ora che non ci è più dato di vederlo nella piazza di Arcidosso coi suoi occhi penetranti e buoni, col suo giaccone aperto, sempre in procinto di spiccare il volo verso un Altrove sognato o appena intravisto, siamo rimasti a interrogarci e a tentare di dipanare l’aggrovigliata matassa non della sua, ma della nostra vita: sollecitati in certo modo da questa lacerazione improvvisa che si è verificata in noi con la decisione dell’artista di mettere fine ai suoi giorni.

I limiti, la prigione dell’ambiente che (solo apparentemente) ci rinchiude (Arcidosso in questo caso, sua prigione, sua condanna, suo cappio), un ambiente visto come coatto, continuamente travalicato nei momenti di fuga, quelli della creazione, e che porta continuamente, automaticamente, drammaticamente, spietatamente a rinserrarsi. Questi limiti ciechi, ottusi, fattisi ossessivamente angusti per lui,  stavano, sorta di Cerbero e guardiani della soglia, ad indicare che al di là da queste sbarre c’è un altro modo di essere, un mondo di infinita libertà, privo di angustie e di torturanti patèmi, un mondo finalmente da conquistare. E forse così potrebbe essere interpretato quel suo ultimo paesaggio (Val d’Orcia), un paesaggio impossibile per i nostri poveri occhi umani, in piena felicità dei colori, di vastità sognante di luce che proviene non (solo) dall’alto, ma è come un’emanazione interna del tutto: piante, campi, dossi, crete. Questo paesaggio fa parte del lascito generoso  di una persona aperta, disponibile verso gli altri ma nel fondo mai capita appieno, quasi mai ricambiata in quel suo incessante, sommesso darsi.

Alberto, Ciccio per gli amici, era rimasto integro tutta la vita, troppo integro, troppo sincero, coerente e proprio per questo sempre più in disparte, sommerso dalla piena dilagante dell’indifferenza, della passiva, rassegnata accettazione dei mali di Arcidosso e del mondo. A questa piaga dell’indifferenza, dell’esistere alienato, del coesistere algido dei paesani e con tante anime (così definite  extracomunitarie) sradicate dalle proprie radici, dalle proprie culture, lui si era sempre tenacemente, ma quanto invano, opposto. Alla moglie Anna che gli chiedeva le ragioni di certe espressioni, inquietanti proprio perché sconosciute, nei volti-maschera contornanti le bocche d’acqua della fontana di piazza in Arcidosso aveva così risposto: … Ben presto questa piazza vedrà la presenza, sarà popolata anzi, da questi volti stranieri, esprimenti sentimenti e sensibilità diverse… Una premonizione.

 

 

 

Profilo (ph. Marco Lozzi)

 

 

Proprio l’altro giorno in un negozio appena aperto da gente forse del Bangladesh vedevo un ragazzo, scuro di pelle, arrancare nella via in salita verso la piazza trasportando in una specie di carriola un carico di alimenti da trasferire in un camioncino. Nel tempo in cui anch’io raggiungevo la piazza questo giovane stava ritornando al suo negozio, nel volto un’espressione a me indecifrabile che mi ha immediatamente rimandato alle parole dell’artista, a quei suoi enigmatici volti in pietra. Quel giorno la piazza del Comune, incredibilmente affollata di visitatori attirati dalle bancarelle della fiera di fine agosto, esibiva un campionario di umanità desolatamente, grottesca, quasi tragica nel suo autocompiacimento, esibendo una serie di maschere  spettrali che rimandavano ai volti in folla (e follia….) dei quadri alienati di Ensor, il pittore belga espressionista (e surrealista). Questa piazza  era né più né meno la tolda della nave del nostro ‘Ciccio Peter Pan’ sempre in procinto di mai-salpare verso l’Isola-Che-Non-C’è.

In questo luogo, Alberto, che non conoscevo, mi aveva avvicinato in un mio periodo di forte smarrimento dovuto a certe accuse  che mi erano gratuitamente state mosse da certi notabili (di un piccolo paese assolutamente chiuso alla gente di fori)… Rapidamente, sorpreso da quella empatia assolutamente imprevista, vuotai il sacco della mia amarezza e dispiacere per quelle accuse… Rivedo ancora il suo sorriso, i suoi passi misurati per quell’agorà-prigione, il suo scrollarmi di dosso quelle accuse ingiuste…: Figurati, ma ci fai caso? La colpa è di questo ambiente piccino e angusto… E sorrideva, socchiudendo gli occhi, riconoscendo nel mio profondo disagio il suo stesso senso di estraneità in un mondo chiuso e catafratto, come scriveva lo storico Edgar Quinet, nelle sue tane di abitudine e miseria… Certo che, tolto l’affetto della moglie, Alberto Lozzi era solo con le sue aspirazioni, solo come Van Gogh.

Dal giorno della sua scomparsa è iniziato questo count down, questo conto alla rovescia  nelle vite di quanti hanno avuto la ventura di conoscerlo. Non è un caso che l’artista avesse avuto con tutti uno scambio vitale, profondo, quanto più possibile sincero e onesto. La sua vita improvvisamente troncata – e certamente la decisione irrevocabile era stata lungamente premeditata – ha costretto, costringe e ci costringerà a un continuo  riesame delle nostre e più intime ragioni  intorno al nostro esistere.

 Nell’accingermi  a varcare la porta de suo atelier, fin da subito ritrovavo, senza un perché particolare, le sensazioni e impressioni lungamente, intensamente provate, vissute guardando i quadri di Van Gogh.

Van Gogh era e si sentiva interiormente, disperatamente isolato e fu proprio l’intensità di questa solitudine a permettergli la lacerazione progressiva di ciò che aveva potuto rinchiudere lo sguardo sulla inesprimibile meraviglia di quanto si presenta e si cela allo sguardo umano. In una progressiva rarefazione dal mondo degli uomini (persone, cose, paesaggi urbani…), negli ultimi mesi del suo soggiorno a Auvers, è l’intensità, l’esplodere spettacolare, splendente, irripetibile, scandito dai lucenti, lussureggianti colori dell’estate e della Natura a ritmare il suo inesorabile, progressivo addio al mondo.

La febbrile passione-ossessione di Van Gogh consumata in poco più d’una manciata di anni non è  paragonabile al lungo e quindi più diluito (quarant’anni più o meno) percorso artistico di Lozzi. Tuttavia rimangono delle sorprendenti analogie: nei ritratti per esempio. Ognuno dei ritratti, in entrambi i pittori, sorprende per penetrazione psicologica, per uso sapiente del colore e  per la rappresentazione di fondo: un campionario di umanità diffusa, umile, isolata, racchiudente nei propri tratti, i toni dimessi e chiusi sopra il  mondo. Vuoi in rassegnazione, vuoi in desolazione, vuoi in accettazione del destino di vivere. Quanto ai paesaggi cangianti nella vita errabonda di Vincent, dall’Olanda brumosa alla ventosa Montmartre, al Midì solare ed esteso, alle Alpilles allucinate ed estatiche fino ai febbrili, intensissimi paesaggi dell’ultima primavera-estate di Auvers, Alberto Lozzi  contrappone i paesaggi, cupi e carichi di significati,  di un’Amiata coperta di neve; o la sognante faggeta con l’orizzonte sbarrato da quegli splendidi fusti troncati all’altezza della chioma e quindi del cielo. Altra notevole  analogia fra i due artisti è  la compresenza, quasi una costante nel loro sofferto percorso, dell’autoritratto, quasi sempre sconvolto, teso, dominato dal male psichico e attanagliante in Van Gogh, momento di raccoglimento in sé stesso per il Lozzi. Quasi un subitaneo, ancorché precario ritagliarsi un equilibrio, un’equidistanza dall’ottundente, ristretta, piccola società della Spoon River-Arcidosso. In uno degli ultimi autoritratti del Lozzi, la figura appare in serena dissolvenza, immersa in una luce mielata avvolgente, sorta di tenerissimo addio al mondo.

 

 

 

Nudo disteso (ph. Marco Lozzi)

 

 

Proprio in questi giorni un suo caro amico (e finora non mi è accaduto d’incontrare nessuno che non lo rievocasse con parole affettuose) mi ha detto che quel suo torturante, crescente tormento era finalmente finito: finalmente, lui aveva ritrovato la tanto agognata pace… Parole queste che mi hanno  rimandato a quel sogno di Michela Compagni pochi giorni dopo la scomparsa di Alberto…: Affacciata alla finestra di casa vedo passare uno che mi sembra Alberto… In quel momento lui si volta, ha il volto sereno e disteso, sorride, forse mi saluta…

I colori, la materia…: Lozzi era un artista onnivoro nel senso che non era legato a niente che non fosse una costante ricerca, un costante sperimentare: pittura, segno grafico e sculture su legno, pietra, alabastro. Da ultimo la collaborazione con Federico Compagni, un giovane amico ed estimatore, di professione fabbro. Lozzi forniva l’idea e il disegno, sovrintendendo passo passo alla realizzazione e lasciando poi al realizzatore materiale, il Compagni, la proprietà del risultato finale. Mi sono stati illustrati da Federico i due oggetti così realizzati in ferro: una lampada estremamente stilizzata e carica di significati simbolici ed espressivi: il serpente, la mela (in rame), la dualità maschile-femminile del doppio profilo dei volti e il grande specchio la cui cornice racchiude un torso femminile (della moglie, cui l’artista era profondamente legato. Sulla curva doppia dei fianchi, le dita in stretta spasmodica ‒ del marito ‒, culminando la cornice in ferro in una testa (femminile ovviamente) contornata sul lato destro da quella del figlio e a sinistra, come in via di sparire, la testa del marito. Fortissima l’intensità espressiva di questo specchio a dir poco monumentale. La collaborazione ed empatia reciproca tra il Compagni e il Lozzi aveva trovato altri sbocchi ad esempio nella realizzazione della cancellata e nelle decorazioni in ferro per la Grotta dell’Apparizione presso Monticello Amiata e meta incessante del pellegrinaggio di devoti. Federico Compagni mi ha voluto mostrare un suggestivo filmato con Alberto che sovrintendeva agli ultimi ritocchi (colori) sulle rose in ferro. E vi era un’altra invidiabile prerogativa che l’artista aveva mantenuto ferma nella sua vita, cioè le fonti di sopravvivenza che nascevano da un lavoro umile (unitamente ai proventi del ristorante-pensione, gestito dalla moglie, nel quale Alberto dava una mano) e perciò non dalla vendita delle sue opere. Così egli era liberissimo dai lacci (spesso strangolanti) del cosiddetto mercato. Le due cose, il lavoro per vivere e l’arte, avevano viaggiato su binari assolutamente indipendenti e, beninteso, senza che l’arte fosse finita col diventare un’occupazione della domenica. Tutt’altro. E non a caso, vox populi vox dei, per tutti giù in paese Ciccio era il pittore, lo scultore, l’artista insomma, che si era fatto da solo, per pura vocazione, per necessitudo interiore.

E il suo apprendistato, la sua scuola, i suoi maestri? Alberto era figlio di gente umile, aveva dovuto incominciare a lavorare presto, era stato costretto a coltivare questa sua passione a margine e in parallelo con la lotta per l’esistenza, ne aveva fatto la ragione profonda della sua vita.  Solo durante il suo servizio militare a Milano aveva potuto iscriversi all’Accademia di Brera, riuscendo  ad esporre le proprie opere al Castello Sforzesco.

La sua scuola, i suoi maestri? Tutto e tutti: dagli etruschi agli artisti del Rinascimento (Firenze e Siena), ai grandi maestri impressionisti. Conosceva il suo territorio, la Maremma, come pochi, i monumenti e non solo, le sue pietre, i suoi colori. Da Pitigliano, Sorano ad Abbadia, a San Antimo, alla Val d’Orcia, all’impareggiabile territorio intorno a Siena. Quei colori, quelle crete, quei grandi  spazi tuttora incontaminati in buona parte dalla modernità erano la sua evasione oltre le sbarre del natio borgo selvaggio, Arcidosso.

Lavorando per la Comunità Montana trascorse le ultime estati sul pietroso, assolato Monte Labro come Guardia incendi. Si era fatto una piccola postazione sotto la torre giurisdavidica con un tettuccio rabberciato alla meglio, e lì, con una specie di bulino-scalpello, incideva piccole pietre piatte che poi riponeva nelle capaci tasche delle sue giacche o giacconi: incisioni, lievi bassorilievi che echeggiavano in qualche modo la miriade di segni, dagli etruschi in poi, che lui portava impressi dentro. La moglie Anna conserva questi  frammenti nello studio- atelier incredibilmente affollato dai quadri di una vita e dalle sculture che assorbivano ogni istante libero della sua esistenza. Oltremodo difficile definire, catalogare, dare definizioni purchessia a una libertà d’artista che non aveva confini se non le sbarre dietro le quali nella sua vita d’essere umano era giunto a sentirsi ossessivamente, irrimediabilmente e alla fine orribilmente confinato.





Una veduta del Monte Amiata (ph. Luciano Boni)


La passione, la tensione vitale è per un artista il destriero che gli permette di cavalcare a destra e a manca, un destriero possente che però va controllato, sempre tenuto a freno in quanto ti può in un momento di distrazione prendere la mano e farti precipitare nell’abisso, com’è avvenuto a un certo punto della sua vita.

Nel giardino della casa di San Lorenzo e negli spazi montani de “Il gatto d’oro”, il ristorante che gestisce la moglie, l’artista ha voluto, negli ultimi anni, lasciare il suo segno sui massi vulcanici che affiorano dal terreno. Figure inquietanti, bassorilievi, incisioni decifrabili o indecifrabili. I massi lanciati dalla Montagna di Fuoco, Merigar appunto la chiamano i tibetani, quelle pietre saldamente incuneate nel terreno da milioni di anni improvvisamente si sono animate sotto lo scalpello di Alberto; e ancor più, ora che l’autore se ne è andato, quelle figure enigmatiche stanno ad interrogarci quasi fossero scaturite dalla montagna stessa. Lozzi era figlio di questa terra, di questa montagna (violata prima dalle miniere, poi dalle centrali geotermiche).


Ritrovo dopo averli lungamente e invano cercati questi pensieri illuminanti di Boris Pasternak: Chi giunge alla decisione di suicidarsi mette su se stesso una croce, volge le spalle al passato, dichiara fallimento, annulla tutti i ricordi. I ricordi non possono più raggiungerlo, salvarlo, soccorrerlo. La continuità dell’esistenza interiore è spezzata, la personalità è finita. Forse tutto sommato, ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non più riempita dalla vita che continua.

Pasternak per tutta la vita riandò alla figura di Majakovskij e alle ragioni possibili del suo suicidio come pure a quelli di cari amici come Esenin, Cvetaeva, Jasvili, tutti poeti. E qui conclude Pasternak: Tutti costoro hanno patito pene inenarrabili, al punto che il senso dell’angoscia era diventato psicopatia. Inchiniamoci non solo al loro ingegno, alla loro luminosa memoria, ma anche alla loro sofferenza.

Come non sottoscrivere parole così cariche di senso dolente e profondo. Come non riconoscere che quanto espresso da Pasternak a proposito di Majakosvkij si può trasferie ad Alberto Lozzi o a Van Gogh.
Lo studio dell’artista chiuso da quel primo di gennaio è custodito da una devota vestale, la moglie. Tutti gli interrogativi, quanto detto o non ancora detto, i suoi lavori, testimonianza di una vita intensamente spesa, attendono nella penombra. La Montagna fra poco entrerà nell’autunno. Oggi, l’aria è insolitamente fredda, quieta, splendente.







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