SPAZIO LIBERO
SCHEDE CRITICHE
Edoardo Sanguineti
fra “Laborintus” e interlingua


      
Il poeta genovese, capofila della neoavanguarda degli anni ’60, è morto quattro anni fa. Nel suo percorso poetico tanto rigoroso quanto ricco il confronto con la realtà storica e sociale ha dato luogo ad una scrittura in cui pare materializzarsi una sorta di corpo a corpo linguistico col proprio tempo. Il suo processo di sovversione del linguaggio conduce inizialmente ad una desemantizzazione del testo. Salvo nelle ultime opere accentuare il proprio carattere discorsivo come necessità di non staccarsi dalla quotidianità, dalle modalità dell’approccio orale verso la parola.
      



      

di Francesco Aprile

 

 

 

«il suo gemito conquisterà le tue liquide ferite
e i suoi occhi di obliquo burro correggeranno questi secoli senza nome!»

Edoardo Sanguineti, in Erotopaegnia. XVII poesie, 1956-1959

 

 

Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010), grande poeta italiano, ha fatto parte della Neoavanguardia e del Gruppo 63, è autore la cui poetica è possibile rintracciare nella forte contestualizzazione socio-politica del tempo. Il poeta conferisce al verso una serie di necessità sintattiche, ritmiche, semantiche o asemantiche, che se da un lato entrano a pieno titolo nella contemporaneità, dall’altro hanno accesso ad essa proprio a partire dalla consapevolezza del passato.

 

1.

Ad un primo approccio ritroviamo nel percorso poetico di Sanguineti il confronto con la realtà storica, sociale, al punto che la scrittura pare materializzarsi in una sorta di corpo a corpo linguistico col proprio tempo che appare caratterizzato dal prevalere dell’approccio puramente strumentale alla vita, alle cose del mondo, immerso in un universo reificato che sconfina con la feticizzazione delle merci di stampo marxista; da ciò, la necessità, nel poema Laborintus, di una sorta di desemantizzazione del testo. Questo processo asemantico rivolta il linguaggio, disgregandolo nel non-sense proprio di una realtà che sembra perdere l’aderenza all’engelsiana concezione materialista della storia, oscurando l’essere umano secondo un processo post-illuminista di esaltazione tecnica, come estremizzazione, al punto che la manipolazione del linguaggio ordinario, e letterario, da parte della lingua massificata dei nuovi media pone in essere una nuova interlingua massificata (Eugenio Miccini) che porta a nutrimento del linguaggio strumentale, utilitaristico del gioco del mercato, strutturazioni poietiche che flirtano con l’attore sociale in maniera profonda, producendo una serie indeterminata di basi che volgono la vita quotidiana verso una teatralizzazione stratificata.





2.

L’apparente desemantizzazione sanguinetiana è resa possibile attraverso il continuo dialogare della poetica con elementi la cui matrice risulta spiccatamente di tipo filosofico-psicanalitico. Condizioni importanti di questo processo poetico trovano radici in un percorso storico che dalla nascita dell’Io borghese, come adesione di una certa morale agli interessi personali, sfocia poeticamente, fra gli anni ’50 e ’60 del ’900, in un rifiuto di certa componente narcisistica della poetica, al punto che l’autore non è più rintracciabile all’interno della narrazione poetica, similmente, ma con sostanziali diversità procedurali, ai percorsi della prima poesia verbo-visiva in cui la smagnetizzazione dell’Io poetico risultava percorribile attraverso il ricorso al sistema dell’anonimità tipico dei ritagli di giornale. Il desiderio poetico come desiderio di Altro, nell’accezione che è propria dell’Altro, è desiderio di natura corporale che intreccia la condizione psicalitica presente nei versi di Sanguineti con le necessità del materialismo storico al quale l’autore risulta vicino, salvo il materializzarsi del crollo del reale nell’impossibilità del raccontare, attraverso l’apparente desemantizzazione che se ad un primo livello pare far cadere la parola in un nulla di fatto, ad un secondo livello fornisce il testo della materialità di certa pulsione desiderante che nel limite del corpo, ostruito e taciuto e negato dalla contemporaneità storica, sfocia nelle zone erogene, in personaggi poietici erotici e sofisticati.

 

3.

L’autore strizza l’occhio alla letteratura d’oltralpe al punto da inserire nella sua pratica poetica elementi tipicamente surrealisti, come la condizione secondo cui l’uomo risulterebbe realmente libero solo nel sogno, in quei suoi ritorni primordiali alle origini, dunque, di un’acqua senza coscienza, incastrata recuperata nella realtà sognata di matrice post-freudiana che entra nell’immaginario poetico come sostituto del reale ormai irrappresentabile.

 

4.

La produzione immediatamente successiva al Laborintus, dalla prima metà degli anni ’50 fino agli anni ’60 (e grosso modo per tutto il tragitto poetico dell’autore), procede con l’utilizzo sistematico di figure appartenenti a certi regressus propri del periodo post-freudiano attraverso continui riferimenti alla liquidità originaria, una sorta di esplicazione poetica dell’arché greco di Talete, immagini che, come in precedenza, risultano attualizzate nel crollo di barriere storico-sociali attraverso aperture multi-etniche che si realizzano nel ricorso al plurilinguismo (che pure affonda in una posizione materialista al punto da proporre la poetica sanguinetiana nel gioco delle apparenze, per cui l’elemento storico, conoscibile, appare nel bilico fra il realizzabile e il non realizzabile) e rafforzate attraverso la ritmicità del verso che nell’accostamento di termini lontani, nel non-sense, si esplica in una sonorità che nella ripetizione di elementi si manifesta.





Edoardo Sanguineti


5.

L’impossibilità del linguaggio che all’apparenza annienta la condizione storica, salvo riportarla in vita proprio attraverso rimandi post-semantici che nell’uso articolato del significante – nella sua manipolazione – rimandano la parola a profondità che ampliano la sua portata quotidiana, si nutre di quel contesto che bene è stato tracciato da Walter Benjamin nell’analisi della porosità del sociale che Sanguineti affronta abilmente nello Stracciafoglio ricollegandosi all’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, del filosofo tedesco, analizzandone la concezione dell’aura dell’opera d’arte, riconoscendo come sia possibile il manifestarsi di questa in una sorta di cristallizzazione del tabù, ossia del carattere misterico dell’opera.

 

6.

Il carattere discorsivo della poetica di Sanguineti, presente fin dagli albori destrutturanti del Laborintus, si mostrerà come un humus letterario che tiene insieme il percorso dell’autore, fino alla fine, anzi addolcendone le asperità delle sperimentazioni, smussandone le scelte, documentando la necessità implicita alla ricerca di Sanguineti, quella necessità di non staccarsi dalla quotidianità e dal suo linguaggio, dalle modalità dell’approccio orale verso la parola, in un contesto caratterizzato dalla sempre più forte sparizione di questa caratteristica attraverso la mercificazione dell’attore sociale, attraverso l’estremizzazione del linguaggio massmediale. Ritorna, in ultimo, il carattere storico della poesia come impegno, scelta civile, che nella pervasività mediale ne disgrega l’apparato, attraverso l’uso ironico delle sue forme, svelando una quotidianità che lotta ancora per la sua esistenza o resistenza.




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