PRIMO PIANO
FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA (1)
Ciao cinema… amore tradito


      
Un primo commento (assai) critico alla nona edizione della manifestazione cinematografica capitolina. Destinata, a quanto sembra, a fondersi con il Fiction Fest. Stazione 'terminale' della produzione italiana, pornografia da banco dell'immaginario collettivo, e succursale indisciplinata di quella americana diversamente 'indie' dribblata da Venezia. Tra le opere nostrane viste il documentario "Stazione Termini" di Bartolomeo Pampaloni, "Tre tocchi" di Marco Risi, "I milionari" di Alessandro Piva, "The Last Summer" di Leonardo Guerra Seràgnoli e "Soap opera" di Alessandro Genovesi, che ha inaugurato la rassegna.
      



      

 

 

di Sarah Panatta





Un amore tradito. Mutilato in diretta. Spinto, schiacciato, deturpato dal carrello senza freni di un marketing terroristico. Mentre i fruitori dello spettacolo "instant", battesimati dai nuovi compendi comportamentali Social, dalle web selfie star e dalla serialità da paytv, cercano cadaveri eccellenti da frantumare, spolpare, conservare per qualche minuto – condannati ad iniettarsi l'antidoto flashdrive alla perenne rumorosa guerra totale che è la civiltà – fino al prossimo tormentone già ridotto in cenere. Un amore tradito. Torturato da emulazioni spicciole, senza una pietà memore del gusto eccitante, poiché sempre sperimentale, e della funzione critica e pragmatica della Settimana Arte, sigillo indelebile per una psicoanalisi civica di massa prima, sigillo strappato per scoperchiare il vomitatoio facetoface oggi. Un amore tradito. Spinto fra le natiche ottuse ma depilate di una società allo stadio intestinale, che ha bisogno di nuova fibra per diluire un ingobrato meteorico confuso traffico/transito culturale, certo indigesto perché precotto. Un amore tradito. Che spinge a gridare "Non siamo mai stati giovani, mai stati forti", mai stati nazione, mai stati rivendicAzione, passeggiatori assopiti di un mondo incapsulato nello spaccio cieco, aspirato nella sniffata distratta. Un amore tradito. Trashed hearts, giù nelle tubature rugginose di un sistema buono a nulla, incrostato di indifferenza conformista che trasforma la difesa ottusa in offesa criminosa ai propri diritti (opacizzati dal silenzio-male "comune" sulle tangentopoli sviste, sui talk show delle facce riciclabili, sui veleni sotterrati, sui cervelli del callcenter, sull'8 per mille, sull'I-pad nella pochette e fra le gambe, sulle 80 euro in busta paga, sul Colosseo impacchettato, sull'aria metropolitana afflitta da battaglie chimiche, sulle manifestazioni sorde e mute coreografate ai piedi di Ministeri muti e sordi. Un amore tradito. La sedia felliniana accantonata in un angolo disusato del set, invecchiata di anonimato indotto (dalla rimozione cronica italiota) appetibile per il primo laido imbonitore di turno. Un amore tradito. Questo fantasma nostro, del cinema italiano. Un amore tradito. Gone girl, la Diana con l'arco firmata Zapruder[1], a metà tra Musa silvestre scolpita nei bagliori del precinema ed una selkie nordica impigliata nelle reti del progresso, prestata per brevi istanti alla condizione umana dal canto sconvolto di venti incantatori, scocca le sue ultime frecce nella traiettoria malferma eppure inevitabile di quei venti, mentre scriviamo sopra e oltre la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

 

Ultime battute, o meglio, per restare "dentro" il programma festivaliero, ultimi "Tocchi" per una kermesse sempre più stanca, squilibrata, istericamente disorganica. Unica novità interessante in un festival che ha sintetizzato e sovrapposto le categorie (qualcuno proclami alle masse giornalistiche allibite e inette, ad es., il senso sottile della differenza teorica tra le sezioni Gala e Cinema Oggi, in quanto quella pratica è sotto il naso popolare, ovvero la "massiccia" presenza di cinema Wasp altisonante tra i film Gala, ove accanto al Maestro David Fincher spicca il mariadefilippiano Marco Risi, per avvalorare il motto chi non "risica"...) il voto al pubblico, prova antropologica che farà discutere.

Nulla è stato deciso, non esistono ancora vincitori e polemiche del post. È in questo limbo previsionale e deluso, ancora avido dei rancori e delle speranze dei frequentatori del festival che si tratteggia tuttavia lo stato del cinema qui esposto in vetrina. Mentre la sezione Prospettive Italia potrebbe offrire ancora tesori di infinitesima grazia o resistenza, le opere già srotolate via sugli schermi dell'Auditorium di Renzo Piano, raccontano un cinema italiano destrutturato, antinomico, tautologia irrecuperabile. In parte dovuta al cordone ombelicale Rai, in parte alla necessità alimentare di prodotti multipiattaforma, cuciti per lo straight to video, poi parcellizzabili tra web e tv pubblica.

Un festival Fiction, privo di pulp, se non posticcio, esecrabile, barocco infecondo sputo spermatico nelle cavità di un pubblico che accetta, sogghigna, al massimo fischia, ma non vuole esplodere davanti alla masturbazione incontrollata di autori/produttori/investitori pigri, scaltri e svenduti. Ancora.





Triplice fotogramma di Stazione Termini (2014), documentario di Bartolomeo Pampaloni


Farla finita. Sul ciglio di una una resa striata di unghie allungate, corrose nei palmi ispessiti di mani distese sui fianchi impotenti. Non c'è prole per gli scarti. O forse sì? Nascosta, confitta in quella dimensione familiare consueta dalla quale divorzi licenziamenti abusi sensi repressi depressioni pregresse hanno alienato, quegli scarti. Scarti del pensiero comune arrotolati dentro coperte affogate nell'umore dei fiati urbani e oltreumani. Sguardo in macchina e cazzi all'aria per una depilazione veloce in un bagno in affitto illegale. Un bicchiere di vino per compensare il vuoto di troppe birre manchevoli e mai mancanti. Il giudizio latente di un padre tra-passato, già materia di speculazioni post edipiche, mentre una sorella muore di cancro e accetta la "posta per te", facendosi spedire il fratello/figliol prodigo a casa. Il documentario del festival, istantanea italiana, Stazione Termini di Bartolomeo Pampaloni, figlio spurio di Sacro GRA, falsa memoria del sottosuolo dei reietti. Che nella bocca di Bart(olomeo), appellandolo fraterni e petulanti e lasciandosi accattivare e guidare, recitano se stessi, prostituiscono ancora una volta la propria identità. Mentre la macchina da presa indugia con perizia stordente nei re-cessi delle vite di drogati senza tetto alcolisti pensionati sfrattati, ora filtrando lontana, eterea persino, l'ignobile cortile della civiltà, che intanto viaggia e li sorpassa, ora entrando nell'intimo di rapporti consumati appena dietro una porta già conscia della messa in scena spiata. Un documentario inquinato dall'incoerenza tracotante del pur giovane e colto autore, che tralascia ogni innesto con la società attuale, che trascina con sé persone che diventano personaggi spettacolarizzati e deformi. Stazione Termini, puro mercato della comunicazione imbellettata. Più dannoso dei Tre tocchi di Marco Risi, o de I milionari di Alessandro Piva. L'uno spara tamarro le cartucce del tragicomico in voga sulla scia dell'Oscar promozionale della Grande Bellezza (della Fiat oltreoceano), senza uscire dal seminato linguistico dei peggiori settimanali gossippari e delle più sciatte soap opera dei nostri '90, infilando scene stantie in un montaggio neppure avvicinabile alla laccata misura de L'onore e il rispetto. Chi depreca Garko e accoliti, a causa della gratuità di prodotti settati unicamente sulle necessità degli inserzionisti pubblicitari delle fasce da share, dovrà avvertire il tracollo cerebrale ulteriore imposto dall'ultima fatica di Risi. Tre tocchi scodella con un racconto inizialmente ritmico e alternato, non storie, ma personaggi, lunga catena di quasiumani, attori, dalla doppia vita e dalle carriere allo sbaraglio. Figurine inceronate, misogine, steroidate, che Risi e compagnia vorrebbero forse simboliche della ontologica stratificazione di fallimenti devastanti e desideri infrangibili. L'attore stile "Amici" che dai fotoromanzi vuole il salto di qualità; il doppiatore bistrattato che vorrebbe evitare il salto della quaglia, ma viene sedotto dal regista pallonaro e sfigato del caso; l'attore di teatro che fa breccia nel cuore dei suoi ex aguzzini calcando le scene con gli abiti scarni di una vamp-trans inseguita dal passato ma redenta dal sacro fuoco che tutto purifica ma nulla cela e così via. Catena sì, di montaggio, di stereotipi consolidati, di metafore telefonate.





Una scena di I Milionari (2014), regia di Alessandro Piva


L'altro, I Milionari, dall'autore de La capa gira, figlio di romanzi criminali e scarface frullate dal mainstream della fiction coeva, già editato dal setaccio Mondadori, commentato in voce off (traghettato da un pur ottimo e già collaudato cast di caratteristi e non solo, Scianna e Gallo su tutti) va dietro e davanti le sbarre di un cinema tarato nei tempi e nei volti per il piccolo schermo italo-europeo. Scuola placidiana, sfumature ciano e brevi tirate servilliane (s)bloccate da imprevisti dolly sorrentiniani adatti allo spot del Bel Paese dei bellimbusti incipriati di falsa etica, conti offshore e "biscottoni" inzupposi. I Milionari non spezza la storia in angoli oscuri, in trappole o riflessioni, in colpi di teatro ristoratori. Si limita con rigore ad un pacchetto pulito per la TV, semplificato, rassicurante, pronto a quattro salti in padella col sogno depalmiano defunto de I Milionari di casa/cosa nostra.

Più elegante e defilato The Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli, produzione italiana e cast completamente straniero per una danza d'amore ritrovato e non detto sull'isola non-luogo di una barca in balia di un passato buio e di un futuro di lontananza già sentenziato. Una madre ha solo quattro giorni per intrecciare il suo respiro a quello del figlioletto, prima di perderlo definitivamente. Piani sequenza sganciati dalla funzionalità narrativa, sensibilità nipponica nella rifrazione dei pensieri e delle colpe oscure sui volti dei protagonisti atterrati sulla nave da un altrove del cuore non meglio decifrato.

Né decifrabile nell'opera di probabile botteghino che ha soffiato alle altre addirittura l'apertura del Festival. Soap opera di Alessandro Genovesi. Un bacio a labbra impastate, un gioco, quattro risate. La paura e la voglia di non essere soli. Tra una paternità mentita, una paternità incombente, uno scherzo da "lupetti", tentennamenti di testa e di battito e di clima, champagne eruttato e strane coppie "ereditate". Francesco tradisce Anna, consola Francesca e riama Anna, mentre l'amico di "tenda" e d'infanzia sorvola sbandate gay, il vicino di sotto si spara, la vicina porno soft seduce maresciallo in alta uniforme e i vicini del piano di sotto si preparano ai botti di Capodanno bisticciando tra grugniti e rivalse celate inforcando una bacchetta per sushi avariato. Almodovar incontra Muccino sfogliando Eduardo e passando per Zelig Show? Un esperimento di parodistica fusione linguistica, tra schematismi televisivi e le quattro mura di una drammaticità stilizzata? Alessandro Genovesi supera qualsiasi convenzione delle tante sopracitate. Imbandendo la demenzialità deliberata e autoreferenziale di sei storie incidentate nello stesso spazio scenico (tra casa di Barbie e set da "soap") in una commedia che tenta l'ironia sottovuoto, catapultandoci nel vuoto, sottosopra.





Diego Abatantuono e Chiara Francini in Soap opera (2014) di Alessandro Genovesi


L'ottavo film fest romano, segnato dal chiosco pizza e mortazza e dalla mostra fotografica minacciosa e frastornata dedicata ad Asia Argento, sta celebrando e codificando un nuovo grado zero del cinema italiano. Mentre gli stranieri seppur sottotono e mal gestiti, continuano a spiccare, pur nella latitanza dell'estremo e del medio oriente. Grande passerella come sempre per gli americani e finestra circorcolare sul Sud America, tra Messico, Brasile e Argentina.

 

Ultima edizione targata Müller? Verso l'accorpamento legittimo di Fiction Fest e Film Fest, per ridurre la duplicazione dispendiosa e agglomerare quindi gli investimenti degli sponsor (BNL e Sky su tutti)? Gone girl. Amore tradito, munnezza, canzone marina senza sale, incubo nella cripta. Amore tradito, lago baracche, vicolo refusi, interno notte. Buongiorno cinema, gone girl, amore tradito.

 

To be continued.

 

 

 

 

 



[1]La sigla del Festival Internazionale del Film di Roma è firmata dal gruppo Zapruder dall'edizione 2012.




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