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LIZZANI RICORDA
A tu per tu con Carlo


      
Pubblichiamo un ampio, significativo colloquio con il regista e studioso di cinema romano, svoltosi nove anni fa. Una conversazione ricca di spunti di riflessione critica e di memorie storiche, culturali e politiche che oggi appare quasi un documento testamentario dell’autore che esordì con “Achtung! Banditi!” nel 1951. Il ‘lungo viaggio nel secolo breve’ dell’ultimo erede del Neorealismo classico si è interrotto con un suicidio a 91 anni nell’ottobre del 2013. Vogliamo omaggiare un creatore e un intellettuale della settima arte che è stato anche un protagonista importante del movimento della sinistra italiana.
      



      

 

 

di Maria Jatosti

 

 

Passare una mattinata con Carlo Lizzani, strappando un’isola di quiete alla vana gazzarra prenatalizia che ingombra gli stradoni del quartiere dei Prati, significa ripercorrere sessant’anni di storia. Di una storia che ci riguarda tutti e che ha inizio con quel grande movimento civile, epico che fu l’insurrezione popolare culminata con la cacciata del nazifascismo. Significa ricordare quegli anni: la Liberazione, la ricostruzione e la rinascita del paese dalle macerie di una guerra rovinosa. Ricordare come eravamo, i libri che leggevamo, i film che vedevamo, gli amici, i luoghi che frequentavamo… Il senso di appartenenza, l’entusiasmo, le battaglie, la consapevolezza di vivere una stagione irripetibile che coincideva con la nostra giovinezza… Quando lo conobbi, lui di qualche anno più grande di me, aveva già sceneggiato i primi film importanti, girato dei documentari che avevo visto e stava scrivendo una storia del cinema che io copiai a macchina dai suoi fogli scritti a mano. Fu il mio primo lavoro di dattilografa e il mio primo approccio teorico al mondo del cinema. E non si può parlare di cinema prescindendo da Carlo Lizzani e da quella stagione, breve ma intensa, che va sotto il nome di Neorealismo. Il Neorealismo incarnò il bisogno di libertà, la voglia e il coraggio, tra mille difficoltà e censure nostrane, di guardare al mondo dalla parte del popolo, senza tema di “esibire i panni sporchi”. Il cinema, spazzando via una tradizione di frivolezze, ne fu la massima espressione creativa. In quel momento i veri narratori della nuova realtà furono proprio i cineasti. Ma il cinema come entra nella vita di Lizzani?

 

Dagli anni Quaranta fino al film che stai girando oggi, sei stato una presenza attiva, costante, fortemente connotata nel cinema italiano. Ma come nasci al cinema? È questo che hai voluto sempre fare?

 

No. Da ragazzino sognavo di diventare scrittore. Verso i diciotto, vent’anni, capii che c’era una strada che poteva comunque portarmi alla scrittura… Essendo appassionato di cinema cominciai a scriverne sul settimanale dei Guf, «Roma fascista», dove conobbi Vito Pandolfi e Ruggero Jacobbi, che si occupavano di teatro, e poi anche Alfonso Gatto e tanti altri… È noto che i Guf hanno rappresentato uno di quei processi, di quei momenti di modernizzazione che, insieme alla mistificazione, alla repressione, al razzismo e a tutti gli aspetti odiosi e negativi, hanno caratterizzato il regime.

 

Dunque hai iniziato come critico cinematografico.

 

Sì, ma sempre in vista di diventare scrittore. Facendo quel lavoro mi rendevo conto che dietro il film c’era la scrittura. Intanto, certe mie critiche positive rispetto a film come Teresa venerdì o Un garibaldino al convento di De Sica, o certe stroncature al cinema dei cosiddetti telefoni bianchi, mi imposero all’attenzione del gruppo che faceva capo a «Cinema», la rivista diretta da Vittorio Mussolini, che, sulla scia del linguaggio di un certo tipo di fascismo, indicava come strada vincente per il nostro cinema l’avvicinamento alla realtà popolare. Fu il fascismo, in fondo – con quelle ambiguità che gli erano proprie – attraverso il linguaggio demagogico, il “sociale”, ad avviare molti giovani come me addirittura al marxismo. Alla rivista collaborava gente come Antonioni, Visconti, Pietrangeli, oltre a De Santis e ai fratelli Puccini. Questi ultimi, notati da Ingrao e da Alicata proprio grazie a quel linguaggio, erano entrati nel partito comunista clandestino e a loro volta facevano la stessa cosa adocchiando i giovani “potenziali” frondisti; fu così che mi contattarono e, valorizzandomi al tempo stesso come critico, mi aprirono gli occhi, indicandomi certi libri e avvicinandomi al Pci.





Come eravamo (con Lizzani e Gianni Toti)


Siamo negli anni Quaranta. In Italia c’è la guerra, l’occupazione, la Resistenza… Qual è stata la tua esperienza clandestina?

 

Durante la Resistenza cittadina ero nei Gap, e più tardi, accanto a Berlinguer, avevo militato nel Movimento Giovanile Comunista, che, dopo il 25 aprile, si chiamò Fronte della Gioventù. Collaboravo a «Gioventù nuova» dove c’erano Gianni Toti, Mario Socrate e tanti altri giovanissimi, e dove anche tu ti avvicinasti, ricordo. A quel tempo il mio orizzonte era cambiato, non pensavo più al cinema e nemmeno alla scrittura: volevo diventare, come si diceva allora, un rivoluzionario di professione, ma poi, proprio grazie alla vicinanza con Berlinguer, con Michele Rossi, con Pajetta, con Velio Spano, direttore de «l’Unità», eccetera, mi resi conto che la politica non faceva per me: esigeva doti troppo eccezionali di dedizione, pazienza, ostinazione che io, pur amandola, non possedevo.

 

Dunque lasciasti la politica, o meglio il mestiere della politica, per tornare al cinema. Qual è stata la tua prima esperienza concreta, a parte l’apparizione come attore, vestito da prete, lungo lungo, magro magro, ne Il sole sorge ancora di Vergano.

 

Nel film di Aldo Vergano debuttai soprattutto come secondo assistente e sceneggiatore. È in quell’occasione che finalmente tocco con mano che cos’è davvero il cinema, il cinema di realtà di cui parlavamo. Fu bellissimo. Per un anno, durante tutta la lavorazione, vissi a Milano un’avventura straordinaria. Milano è una città che amo, ci ho girato diversi film e ci torno sempre con emozione, anche se è tanto cambiata. Fu un’esperienza esaltante per molte ragioni che non riguardavano soltanto le riprese del film. Per noi fu la scoperta e la conoscenza di un gruppo di giovani intellettuali, letterati, artisti, pittori che frequentavano gli stessi nostri luoghi. In verità, fummo noi cineasti ad appoggiarci ai loro ambienti: Brera, la latteria delle sorelle Pirovini, luoghi mitici di quella città e di quell’epoca, che tu conosci molto bene… Dalla primavera del ’45, dopo la Liberazione, fino all’autunno del ’46, fu un periodo fantastico: pochissimi soldi in tasca e tanto entusiasmo… Purtroppo però a Milano il cinema non decollò e quando, alla fine del film, rientrammo a Roma eravamo piuttosto sfiduciati e depressi…

 

 

 

Lizzani sul set

 

 

Come mai fu scelta Milano?

 

Il sole sorge ancora aveva l’ambizione di essere il Roma città aperta del Nord. L’iniziativa era stata promossa dall’ANPI e da Giorgio Agliani, un capo partigiano che sognava di avviare un’attività di produzione nella capitale lombarda, e che, incautamente, avrebbe dovuto anche dirigerla. Noi avevamo pensato subito a Rossellini, ma Roberto in quel momento stava concludendo le riprese di Roma città aperta. Allora consigliammo Vergano…

 

 Qual era la situazione del cinema italiano nell’ immediato dopoguerra? Che mezzi, che prospettive avevate?

 

Mezzi, prospettive: zero. Finché non si affermò all’estero, si aveva la sensazione che il cinema italiano fosse morto, soffocato dalla concorrenza americana, francese, sovietica, ma soprattutto americana. Nessuno avrebbe scommesso una lira sul nostro futuro. Però, nel ’46, arriva il successo internazionale di Roma città aperta e riprendiamo fiato. Un anno dopo De Santis realizza il progetto di cui si parlava già da qualche tempo e finalmente, con il contributo dell’anpi e di Arrigo Boldrini, si gira a Ravenna Caccia tragica. Avevamo scelto di proposito una storia che potesse svolgersi in quelle zone, dove Boldrini era stato grande protagonista. Il film, del quale fui sceneggiatore e aiuto regista, e che segna l’inizio del mio lungo sodalizio con Beppe De Santis, fu girato tra le solite difficoltà: a metà delle riprese vennero a mancare i fondi per pagare le comparse e dovemmo sopprimere alcune scene di massa.

 

Nel ’47 sei stato a Berlino, a fianco di Rossellini. Com’era la Berlino della sconfitta?

 

Berlino era tragica e spettrale, ma entusiasmante: un’esperienza indimenticabile. Germania anno zero fu una grande avventura. Quando raggiunsi la troupe, mi ritrovai sbalzato di colpo in un ambiente internazionale. Rossellini era famoso, amato, corteggiato dalle più grandi star: Marlene Dietrich, Jean Gabin… E io, piccolo ma vicino a un grande, finii al centro dell’attenzione del cinema mondiale. Una situazione esaltante alla quale arrivavo dopo i disagi, le difficoltà degli ultimi anni, la depressione causata dall’aver lasciato la politica, le ristrettezze di Caccia tragica, la consapevolezza di fare un cinema che forse non avrebbe mai superato le frontiere…

 

Ormai eri lo sceneggiatore di questo nuovo cinema che si affermava anche all’estero – Caccia tragica vinse un premio a Cannes – dunque, il tuo sogno di diventare scrittore si concilia con la scrittura cinematografica…

 

In pratica sì. La mia strada era presa. Come sceneggiatore avevo già alle spalle numerose esperienze con autori importanti e molto diversi tra loro: De Sica, Zavattini, Blasetti. ma gli amici, gli autori con cui avevo lavorato finora, De Santis, Rossellini, Lattuada, mi spingevano, incoraggiandomi a tentare la regia, anche perché mi vedevano molto attivo e resistente dal punto di vista fisico. Doti indispensabili per fare questo mestiere. Allora il cinema si faceva lavorando dodici, quattordici ore al giorno, tutti i giorni, compresa la domenica, sempre in piedi, in esterno… Ci voleva una bella salute, una bella energia. Si racconta che in una classifica di lavori pesanti compilata a Los Angeles il regista figuri al secondo posto, dopo il minatore…

 

Credevo che questo privilegio spettasse alla dattilografa. Ne so qualcosa. Ma riprendiamo il filo. La tua prima regia porta la data del ’51. Cosa hai fatto nel frattempo? Come è nato il tuo primo film?

 

Nel ’49 avevo partecipato sia alla regia che alla scrittura di Riso amaro di De Santis. Il film fu accolto molto bene e divenne un altro successo mondiale. Avemmo una nomination all’Oscar come sceneggiatori, non ricordo chi vinse alla fine… Questa nuova affermazione ci fece sentire ancora una volta coprotagonisti di un cinema che non era più soltanto il cinema italiano, ma il cinema in assoluto. Nel frattempo avevo girato Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato e Modena città dell’Emilia rossa. Nel ’51 un ex partigiano genovese, “Giuliani” De Negri, che  aveva visto i miei documentari, mi invitò nella sua città per dar vita a una cooperativa e produrre un film che raccontasse la Resistenza a Genova e nell’Appennino ligure. Nacque così Achtung! Banditi! Il film mostra il rapporto tra la battaglia aperta sui monti e l’organizzazione clandestina in città, soprattutto nelle fabbriche, quindi il rapporto tra gap, resistenza di montagna e operai. Mi piace sempre ricordare che in Achtung! Banditi! si vede qualcosa che nel cinema italiano appare molto poco: la fabbrica.

 

                                                      

 

Gina Lollobrigida in Achtung! Banditi!

 

 

Da tutto il tuo lavoro emerge chiara la preoccupazione di documentare, dare testimonianza di fatti, eventi storici e anche di aspetti sociali e del costume del nostro tempo, non soltanto del nostro paese. È la tua cifra, il tuo impegno coerente, fin dall’inizio. Dopo Achtung! Banditi!, in cui ricordo un giovane Montaldo fra gli attori, che seguito ebbe l’iniziativa della cooperativa di Genova?

 

Parlarne qui richiederebbe troppo tempo. Tutte queste cose e altre le racconto per esteso in un libro che sto ultimando: una specie di lungo viaggio nella storia, la grande Storia di tutti e quella mia privata. La storia di un secolo vista da un osservatorio privilegiato: il cinema. Un modo di tirare le somme, di fare i conti con i grandi fatti, i grandi capovolgimenti. Una riflessione sul passato a partire dal presente attraverso la tecnica del flash back che riporta in primo piano tanti “presenti” sepolti nella memoria…

 

Torniamo alle origini. Parliamo del Neorealismo. In letteratura il Neorealismo nasce dalla necessità di combattere il formalismo, l’idealismo e, per quanto riguarda specialmente la poesia, l’ermetismo… C’era questa tensione, l’esigenza, la volontà di cambiare, di trovare un linguaggio e dei contenuti nuovi, alla portata, come si diceva allora, delle “masse”, che tenessero conto della “realtà popolare” di cui parlavamo, a partire però dall’esperienza ancora bruciante della guerra e della Resistenza. Nel cinema fu lo stesso. Come scrittura, come cinema, tu ti senti nato da questa esigenza?

 

Direi soprattutto come cinema. Il discorso è complesso. Il neorealismo cinematografico non fu solo una rivoluzione di contenuti, fu una rivoluzione formale, forse più profonda di quella che effettuarono i pittori o i letterati, in quanto loro avevano dei riferimenti da cui partire. C’è tutta una discussione, nella quale ora non vorrei entrare, sul valore rivoluzionario del Neorealismo in pittura e in letteratura. Ci si chiede se e in che senso, in che misura sia stato davvero un movimento innovativo o se invece, rifacendosi a un linguaggio vecchio, comunque non nuovo, già esistente, non sia stato piuttosto, come si è arrivati a dire almeno in certi casi, conservatore. Conosci il famoso dibattito Turcato-Guttuso, eccetera… Lo stesso avvenne per la scrittura; ricorderai la polemica su Pratolini… Per quanto riguarda il cinema, invece, il Neorealismo sfondò in tutto il mondo perché rappresentò una novità proprio rispetto al linguaggio. Il Neorealismo nel cinema non rinnovava i contenuti, non faceva riferimento al già fatto, ma cambiò radicalmente il linguaggio…

 

Il modo di muovere la macchina…

 

Esatto, il modo di muovere la macchina: l’inquadratura, il piano sequenza… Su questo tema ho scritto un libro in cui racconto perché e come, partendo da Riso amaro, il linguaggio cambiò. Secondo André Bazin, il grande critico francese, i massimi innovatori del linguaggio cinematografico sono Renoir, Rossellini e Orson Welles. Tutti e tre, e in seguito anche Hitchcock, cambiarono il modo di raccontare. Per me gli elementi innovatori sono l’inquadratura, il montaggio, la confusione dei generi, che non si verifica in nessun altro linguaggio. Per esempio: a che genere appartiene un film come Roma città aperta? Cos’è, un film di guerra? un film d’amore? un film comico? un film drammatico? Questa è la confusione dei generi, ed è un dato comune e ricorrente in tutti gli autori. Naturalmente, tra Rossellini e De Santis c’è un abisso. Qualche volta De Santis è stato definito perfino barocco, però queste modalità di discorso nuovo sono praticate in entrambi, così come in Visconti, in Germi, in De Sica e altri. Lo sono anche in letteratura, in pittura, in architettura anche, ma in questi campi la rivoluzione di linguaggio non è stata, secondo me, altrettanto violenta e forte.

 

 Vogliamo parlare un po’ di oggi? Che cosa accade nel nostro cinema? Qual è il suo stato di salute?

 

Il nostro cinema sta poco bene. Parlare genericamente di crisi non è esatto e non basta. La situazione è molto complessa. Non è che manchino i talenti, i talenti ci sono. Ci sono tanti giovani e meno giovani di valore, ma restano casi isolati, anche se straordinari. Pensa a un Nanni Moretti, a un Benigni, a un Tornatore… ma anche ai grandi della generazione di mezzo, quelli succeduti a noi – generazionalmente, io sono l’ultimo erede del Neorealismo classico – parlo di Bellocchio, Bertolucci, Amelio, tutti talenti veri che però non si aggregano, non fanno gruppo, non hanno intenti comuni, diciamo di scuola, di movimento. Non comunicano fra di loro. Si vedono? Firmano un manifesto? Hanno la forza di dire basta con il cinema dei papà? Noi, non ci ha ucciso nessuno. Non sono stati uccisi né i nonni né i padri… Un cinema ha un’identità ed è riconoscibile quando c’è un movimento. Pensa alla “Nouvelle vague”, ai “Cahiers du cinema”… Il Neorealismo aveva «Cinema» e poi «Cinema d’oggi». Ora mancano i punti di riferimento. Del resto, anche nel cinema americano attuale si registra la mancanza di un movimento, mentre c’era al tempo dei primi Scorsese, Coppola… Oggi il cinema americano regge all’urto della tv sacrificando la ricchezza dei generi, uniformandosi a un modello unico, superspettacolare, concentrando tutti i mezzi su pochi film sempre più grandiosi, mirabolanti, totali… Anche in Francia manca un movimento. Dappertutto è la stessa cosa…

 

È un discorso generale, non solo italiano, e che investe non soltanto il cinema. Globalizzazione, la chiamano. Ma al di là del talento, non credi che oggi il mestiere della regia sia affidato un po’ troppo all’improvvisazione? Se in letteratura tutti scrivono, nel cinema ogni giorno nasce un regista…

 

Sì, è così. Un’altra debolezza è quella di sottovalutare la scrittura. Al tempo di Rossellini si improvvisava, è vero, ma alle spalle c’erano mesi di lavoro, di dibattiti, di consultazioni, di raccolta di dati, di chiacchierate… Quando iniziammo a girare Germania anno zero, avevamo in mano diciassette paginette, una per sequenza, però partivamo dalle duecento pagine di Basilio Franchina e quando Marlene Dietrich si avvicinò a Rossellini, lui si fece raccontare com’era la vita a Berlino: volle sapere aneddoti, storie, dati… Si favoleggia – allora non ero ancora arrivato – che la Dietrich stesse alla macchina per scrivere ore e ore, a buttar giù materiale per lui. Quindi, non si può dire che mancasse la scrittura…

 

Mi sembra che oggi, oltre alla debolezza della scrittura, vi sia una certa crisi di idee, un certo appiattimento, una sostanziale mancanza di coraggio da parte degli autori, per non parlare della carenza di leggi, dei problemi di mercato, di distribuzione, della concorrenza internazionale, eccetera, eccetera. Che possibilità, che prospettive, quali soluzioni vedi?

 

Il discorso sugli autori, sulla mancanza di coraggio, eccetera, è assolutamente vero. Il cinema ha perso la sala, ha perso la centralità, ma non è detto che grazie alle nuove tecnologie non possa avere perfino un’espansione maggiore. Per me, il linguaggio audiovisivo avrebbe oggi enormi possibilità, infiniti sbocchi. Ne sono convinto e lo sostengo. Quanto alle leggi, bisogna guadagnarsele con le battaglie, con le lotte, come facemmo noi nel dopoguerra: si scendeva in piazza, si parlava alla gente. Come dicevo, oggi fra gli autori non c’è coscienza collettiva, non c’è solidarietà. Riguardo alla situazione oggettiva, poi, c’è una cosa che va detta e basta da sola a far capire come sta il cinema italiano. Negli anni Cinquanta si vendevano novecento milioni di biglietti all’anno, adesso se ne vendono cento…

 

 

 

Lizzani racconta, in casa sua

 

 

Eravamo poveri e affamati di sapere e il cinema era la forma d’arte veramente universale, era la narrativa del secolo, la principale via d’accesso popolare alla cultura. La televisione, con le sue fantastiche potenzialità, e i suoi pericoli, non c’era ancora, o almeno non aveva il potere di penetrazione, di invadenza e di omologazione che ha oggi…

 

Vedi, ogni qualvolta c’è un grande salto tecnologico si avverte con allarme il rischio dell’omologazione. Anche il cinema a suo tempo accese lo stesso tipo di dibattito Da parte mia – l’ho detto tante volte – preferisco guardare alle potenzialità, agli aspetti positivi e di progresso. La televisione non ha ucciso il cinema. Anzi, apre grandi possibilità. Per esempio, offre una varietà assai più ampia in fatto di scrittura. La molteplicità, la duttilità di generi, la ricchezza di modelli e di metriche ti permettono di spaziare dal saggio, al documento, dal romanzo di ampio respiro di Tolstoij al racconto breve, fulminante, di Cecov o di Maupassant… Proprio come in letteratura esiste il romanzo di mille pagine e la poesia di due righe: “m’illumino d’immenso”… La televisione ci ha permesso di capire che l’espressione audiovisiva non è appannaggio esclusivo dei cosiddetti autori di eventi narrativi. In TV si può fare un film di un’ora, e magari se ne facessero! Il mio Inverno di malato dura esattamente un’ora. È cinema anche quello.

 

Negli ultimi anni hai diretto serie di documentari di viaggio e d’arte, collane audiovisive, filmati biografici –Visconti, Rossellini. Zavattini – che sono stati venduti dalla RAI in tutto il mondo. Ti occupi della produzione di audiovisivi, filmati televisivi, promuovi incontri, seminari, convegni: un impegno infinito a tutto campo…

 

È vero. Cerco di creare occasioni di incontro e di studio intorno ai problemi del cinema “non fiction” e di quelle tecnologie che sono alla base dei nuovi metodi distributivi del messaggio audiovisivo, come le videocassette, i cd-rom; mi interessano i nuovi sistemi di catalogazione e di archivio, i telefonini, eccetera. È una materia che mi incuriosisce e mi appassiona. Io mi batto per il riconoscimento delle potenzialità del mezzo televisivo e per il cinema in TV. Che poi la televisione italiana faccia per il novanta per cento cose mediocri, e peggio, siamo d’accordo. Però anche lì c’è Carolina Invernizio e c’è Visconti: il Ludwig rimontato in cinque ore è un capolavoro. Quando dirigevo il Festival di Venezia presentai tante di queste opere, come il Berlin Alexanderplatz di Fasssbinder pensato e realizzato per la televisione in 13 puntate di un’ora più un epilogo. Un altro bell’esempio recente di qualità cinematografica in TV è La meglio gioventù. Al cinema film così non si sarebbero mai potuti fare.

 

D’accordo, ma sono ancora casi sporadici, affogati in un mare di idiozie. Comunque, ben venga il cinema in televisione. Hai qualche progetto in proposito? Stai preparando un nuovo film? Come ti nasce in testa l’ idea di un film?

 

Progetti ce ne sono. Vedremo. Non è facile. Quanto alla nascita del film, tra l’idea e la realizzazione c’è una gestazione che a volte dura molto, anche dieci, vent’anni! Comunque, quasi sempre i miei film nascono e si ispirano ad eventi della storia recente. Tutto il mio cinema, come sai, testimonia il mio interesse profondo per la Storia o per certe vicende clamorose di cronaca, certi fatti di cronaca…

 

Insomma, il cinema che racconta la vita, il cinema come osservazione, conoscenza della storia e delle storie di paesi, di popoli e di culture, mezzo per entrare nelle vicende sociali, nei desideri, nelle lotte di donne e uomini, per ascoltare le loro voci, per essere, come dici tu, fra loro, dentro di loro… Nel tuo lungo percorso di cineasta, hai visto e vissuto grandi cambiamenti, grandi rivoluzioni… Hai viaggiato tutto il mondo, dall’Est all’Ovest, dall’America all’Asia, dall’Africa all’Estremo Oriente cercando sempre la realtà nei fatti, negli uomini…

 

Sì il mio lavoro, il mio interesse, la mia curiosità mi hanno portato in contatto con uomini e donne semplici, comuni, in ogni parte della terra, con le loro lotte, le loro aspirazioni, ma ho anche avuto modo di incontrare grandi personaggi storici, eredi di famiglie famose come i Mussolini, i Ciano, gli Amendola, o boss famigerati della malavita, come i nostrani Cavallero, Mesina, ma anche Lutring, Crazy Joe, Jimmy Blue Eyes. Sì, è vero, ho sempre cercato la realtà. Per esempio, in San Babila ore 20 ho raccontato gli scontri drammatici tra estremisti neri e rossi negli anni Settanta; per girare Storie di vita e malavita, un film sulla prostituzione minorile, sono partito da un’inchiesta di Marisa Rusconi, apparsa sull’«Espresso».

 

Il cinema ha sempre pescato abbondantemente, con esiti diversi, nella letteratura. Purtroppo, il più delle volte l’operazione si risolve in un puro e semplice scambio di contenuti. Tu hai tratto parecchi film da romanzi. Com’è stato il tuo rapporto con il testo letterario e con gli autori?

 

È vero, ho attinto molto, e felicemente, dalla letteratura, dai romanzi, dai racconti. Penso a Fontamara di Silone, nel quale si rivelò un nuovo attore come Michele Placido, a Nucleo zero, tratto da un libro di Luce D’Eramo, a Un’isola ispirato all’autobiografia di Giorgio AmendolaCon gli autori ho avuto un ottimo rapporto. Ci siamo sempre capiti. Ne ho conosciuti tanti, grandi, come Brecht, Moravia, Vittorini, Calvino, Pasolini, Pavese, Bianciardi, Pratolini… Con Pratolini, per esempio, c’era una grande intesa.

 

Cronache di poveri amanti, il film che segnò il tuo passaggio dalla cronaca alla Storia… So che ebbe una lunghissima e movimentata gestazione. Si parlò addirittura di un’opzione hollywoodiana, con il coinvolgimento di Gérard Philipe... Per la regia si pensava a Visconti, a De Santis…

 

Sì. Ma alla fine il film si fece grazie alla Cooperativa Produttori-Spettatori Cinematografici, la stessa di Achtung! Banditi!. E piacque, ebbe successo, nonostante qualche guaio con la censura. Molti ancora oggi lo considerano il mio film migliore. Pratolini era contento. Ricordo quell’estate a Firenze, insieme giorno e notte per le strade, la morte di Maciste a San Lorenzo, coi fiorentini tutti intorno che ci guardavano, partecipando a modo loro… Tornando agli autori, Moravia apprezzò molto la mia riduzione sul piccolo schermo de L’inverno di un malato, un racconto di formazione… Bianciardi al tempo del nostro film non lo conoscevo. Lo apprezzavo  come scrittore. Avevo letto Il lavoro culturale e, naturalmente, La vita agra. L’iniziativa partì da Ugo Tognazzi, che era molto attratto dal personaggio. Trovò lui il produttore e fra le proposte di regia fu fatto il mio nome. Accolsi l’invito con entusiasmo. Contattai Bianciardi e subito ci riconoscemmo. Ci affratellava soprattutto un vago sentimento di nostalgia per una certa Milano e l’aver vissuto in quella città un’esperienza, lui più tardi di me, che aveva delle analogie impressionanti. Il libro mi era piaciuto moltissimo. Secondo me era già di per sé molto cinematografico, specialmente nella essenzialità dei dialoghi, che nel film sono riportati di peso, così come sono scritti sulla pagina. Mi aveva colpito la metafora che c’era dentro il romanzo, la chiaroveggenza, la capacità di vedere la vita italiana nei percorsi nuovi che stava seguendo, il problema dell’integrazione, eccetera; mi colpivano l’onestà e la forza dello scrittore nel cogliere i pericoli di quella condizione del nostro paese….

 

 

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Ugo Tognazzi sul set di La vita agra (1964)

 

 

A parte la vicenda privata, che in fondo rappresenta un pretesto narrativo, il film coglie abbastanza fedelmente, semmai accentuandolo, lo spirito grottesco, dissacrante del romanzo e in questo è ancora molto moderno, molto attualeCome fu accolto dalla critica? Qualcuno parlò di schematismo narrativo. E Bianciardi?

 

Per me il film è attualissimo, così come il libro. Non si finisce mai di vederne l’attualità… A Bianciardi piacque. Del resto, anche se non figura nei titoli di testa, Luciano ha collaborato come autore, consulente, alla sceneggiatura e alla ricerca di certe soluzioni di linguaggio. Rispetto al libro, il film accentua alcuni aspetti, sottolineando per esempio il traguardo finale del processo di integrazione del protagonista. Infatti, cosa che lo fa divergere dal romanzo, questo intellettuale di provincia rivoluzionario e dinamitardo finisce per rovesciare la sua weltanshauung e arriva addirittura a propugnare l’ideologia del mercato e dei consumi, diventando un pubblicitario di successo della stessa società che aveva vagheggiato di far saltare in aria.

 

A proposito del romanzo hai parlato di “preveggenza”. Questo mi fa accostare, molto superficialmente peraltro, certe tematiche bianciardiane a un certo mondo pasoliniano. Cosa ne  pensi?

 

Pasolini l’ho apprezzato come scrittore. Non sono in grado di dirti se qua ci sono delle cadute naturalistiche, là delle evocazioni nostalgiche o “reazionarie”. Quanto al suo mondo, a me la civiltà contadina non piace e non la rimpiango. D’altra parte, però, era un modo anche quello di praticare la realtà, di vedere la decadenza di un tipo di società da cui tutti volevamo distaccarci. L’accostamento con Bianciardi non è ingiustificato. Come Bianciardi ha posto il problema dell’integrazione, Pasolini ha posto il problema di ciò che si poteva perdere nel processo di modernizzazione. In questo senso lo considero un testimone e in quanto testimone di un’epoca lo si può ancora riconoscere e studiare. Ma soprattutto lo stimo come cineasta, e credo che in questo ambito il consenso sia universale. Pasolini fa parte di quella generazione dei Bellocchio, dei Bertolucci, dei Ferreri, dei fratelli Taviani che, pur ereditando il meglio del Neorealismo, se ne distaccarono nettamente. Contro un neorealismo edulcorato, di maniera, loro fecero un cinema di metafora, che offriva una trasfigurazione della realtà, un rimescolamento dei moduli espressivi, degli stereotipi, dei giochi di specchi quali nel nostro cinema non si erano ancora mai verificati. Si riconobbero soprattutto in Antonioni, il quale fu il primo a distaccarsi da cadute di tipo naturalistico. Anche se – come dicevo – non si aggregarono possono essere considerati, pur nella totale diversità degli stili, un vero movimento innovatore. Pasolini lo ebbi una volta come attore. Aveva partecipato alla sceneggiatura de Il gobbo e – come lui stesso ha raccontato – le ossa se le è fatte proprio sul set del mio film. A quel tempo non aveva nessuna dimestichezza con i meccanismi del cinema ed era sempre lì che osservava tutto con grande attenzione. Fu lui stesso poi a spiegarmi la ragione di tanto interesse: progettava di fare il suo primo film e gli serviva di capire gli aspetti tecnici del mestiere, le ottiche degli obiettivi, e così via

 

In ogni modo ha il merito di aver anticipato certe tematiche contro un modernismo indiscriminato, dissennato, con tutto il seguito di ingiustizie, di speculazioni, di corruzioni, di mangiatoie, di camorre… La storia del “progresso”, della civiltà, o delle civilizzazioni, si è fatta anche così. Ma se ti fermi corri il rischio di fare delle battaglie di retroguardia…

 

Forse. Però le battaglie vanno fatte comunque.

 

E tu ne hai fatte… Concludendo: una cinquantina di film, decine di documentari, sceneggiati televisivi, libri, migliaia di articoli, recensioni, sceneggiature, saggi, e in più tutto quel grande lavoro che porti avanti da anni per il recupero della memoria del cinema italiano attraverso le immagini – penso al documento sulla genesi di Roma città aperta a partire da un libro di Ugo Pirro. Un bilancio ponderoso. Ora ti chiedo: c’è un film che non hai fatto e avresti voluto fare?

 

Forse più di uno. Ma uno in particolare c’è. Avrei voluto girare un film su Di Vittorio. Raccontare la storia di Di Vittorio, e della CGIL, significa ripercorrere un secolo di lotte anche sanguinose, di conquiste, di trasformazioni radicali… Un film su un leggendario protagonista della nostra storia come lui andrebbe fatto, va fatto… E chissà… Ne parlammo una sera di quasi cinquant’anni fa, in casa mia. Ma lui, che aveva visto e apprezzato Cronache di poveri amanti, si schermì, schivo, imbarazzato. Come molti grandi, aveva il dono della modestia.

 

 

 

Lizzani al ristorante sotto casa a via dei Gracchi, all’epoca dell’intervista

 

 

*****

 

Ci mancano uomini così. Tanti se ne sono andati. Tanti vuoti si sono fatti. Ma la Storia resta. Come recita il titolo, abusatissimo, di una bella canzone di De Gregori, La Storia siamo noi. Tutti. È Lizzani, con i suoi film, quelli fatti e quelli che farà, le sue convinzioni, le sue battaglie, le sue curiosità, la sua tenacia mite, la sua coerenza di “rivoluzionario di professione” mancato, la sua idea di cinema in movimento… Siamo noi con le nostre scarpe pesanti fitte nel passato, il cuore nel presente – i tanti presenti sepolti nella memoria che tornano a galla – e la testa leggera in un futuro la cui luce non ci ferisce e non vedremo mai. La Storia sono tutti questi uomini e donne che ingombrano di un rito assordante senza scampo gli stradoni squadrati dei Prati; che mi affollano, mi circondano, mi spingono, mi assillano, mi inghiottono fino al prossimo buco nero del metrò, Giulio Cesare. Ciao Carlo.

 

 

Roma, via dei Gracchi, fine dicembre 2005

 

 

 

 Cenni biografici

 

Carlo Lizzani nasce a Roma nel 1922, dove è morto il 5 ottobre 2013. Dal ’41 al ’43 fa parte come critico e saggista del gruppo di «Cinema». Dal ’45 al ’50 lavora come sceneggiatore. Nel ’51 gira il suo primo film. Dal ’76 al ’78 e poi dall’88 all’89 è docente di regia e sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dal ’79 all’83 dirige il Festival di Venezia. Dal ’94 al 2002 è Presidente dell’Associazione Nazionale Autori Cinematografici. È stato anche Presidente del Comitato Scientifico del Museo Nazionale del Cinema. È laureato Honoris Causa all’Università di Torino.

 

Filmografia

Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato e Modena città dell’Emilia rossa, documentari,1949; Achtung! Banditi!, Premio alla regia al Festival di Karlovy Vary,1951; Ai margini della metropoli,1952; Amore in città (episodio: L’amore che si paga),1953; Cronache di poveri amanti, 1953; Lo svitato,1955; La muraglia cinese, documentario, premiato ai Festival di Bruxelles e di Città del Messico,1958; Esterina,1959; Il gobbo,1960; Il carabiniere a cavallo,1961; L’oro di Roma,1961; Il processo di Verona,1963; La vita agra,1964; Amori pericolosi (episodio: La ronda),1964; La Celestina P.R.,1964; Thrilling,1965; La guerra segreta,1965; Svegliati e uccidi, 1966; Un fiume di dollari (firmato Lee W. Beaver),1966; Requiescant,1967; Banditi a Milano,1968; L’amante di Gramigna,1968; Amore e rabbia (episodio: L’indifferenza), 1969; Barbagia,1969; Roma bene,1971; Facce dell’Asia che cambia (documentario RAI),1972; Torino nera,1972; Crazy Joe,1973; Mussolini ultimo atto,1974; Storie di vita e malavita,1975; San Babila ore 20: un delitto inutile,1976; Pianeta donna (documentario RAI),1976; Africa nera Africa rossa (reportage girato per la RAI nelle ex colonie portoghesi),1977; Kleinhoff Hotel,1977; Fontamara, premiato al Festival di Montreal,1980; Venezia, capitale culturale europea (documentario RAI),1982; Inverno di malato (TV),1983; La casa del tappeto giallo, 1983; Nucleo zero (TV),1984; Mamma Ebe,1985; Un’isola (TV),1986; Assicurazione sulla morte (TV “Serie noire”),1986; Emma (TV),1987; Caro Gorbaciov, premio del Senato al Festival di Venezia,1988; Cattiva,1991; Il caso Dozier,1993; Celluloide, premiato con tre David,1995; La donna del treno (TV),1997; Luchino Visconti (TV),1999; Roberto Rossellini (TV),2001; Maria Josè, l’ultima regina (TV),2003; Cesare Zavattini (TV), 2004; Le cinque giornate di Milano (TV), 2004; Hotel Meina (2007); Giuseppe De Santis, film TV documentaristico (2008); Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato, documentario (2008); Art. 1, episodio del film All Human Rights for All (2008); The Unionist, documentario (2010); Speranza, episodio del film Scossa (2011).

 

Bibliografia

Storia del cinema italiano, Parenti, Editori Riuniti, giunto alla VI edizione, tradotto in varie lingue, uscito in Francia con la prefazione di George Sadoul; Il discorso delle immagini. Cinema, TV, quale estetica?, Marsilio 1995, Premio Barbaro Filmcritica; Attraverso il Novecento, Bianco e Nero, 1998; Il mio lungo viaggio nel secolo breve, Torino, Einaudi, 2007; Riso amaro. Dalla scrittura alla regia, Roma, Bulzoni, 2009; Il giro del mondo in 35 mm.. Un testimone del Novecento, Roma, Rai-Eri, 2012; Carlo Lizzani. Italia anno zero, Roma, Bordeaux Edizioni, 2013. 

 

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CARLO LIZZANI - LUCIANO BIANCIARDI

“CINEMA E LETTERATURA: UN MATRIMONIO FELICE”

                                     a cura di Maria Jatosti      

 

LA VITA AGRA: UN LIBRO, UN FILM

A un anno dalla scomparsa del grande regista

 

ne parlano

Francesco Lizzani e Maria Jatosti, scrittori

 Roberto Chiesi, Centro Studi-Archivio

P.P. Pasolini

Cineteca di Bologna

      

Nel corso della serata verranno proiettati brani del film

 

 

Lugo, Caffè Letterario - Hotel Ala d’Oro

31 ottobre 2014 ore 21

 

 

 

Luciano Bianciardi

 

 

 




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