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TECNODIPENDENZE
Luci e ombre
della “Generazione App”


      
È uscito da Feltrinelli il libro di Howard Gardner e Katie Davis che prende in esame le dinamiche e le caratteristiche psico-culturali dei giovani cosiddetti ‘nativi digitali’ che ormai organizzano il loro approccio conoscitivo al mondo, secondo gli schemi operativi della nuova informatica. Ciò significa che presso di loro si sta sviluppando un ‘app-pensiero’ e una forma di intelligenza digitale meramente applicativa. La tecnologia libera inedite energie da una parte, dall’altro condiziona l’agire umano secondo direttrici coatte.
      



      

 

 

di Fabio Mercanti

 

 

È d’uso, e per certi aspetti fuorviante ma assai funzionale, dividere il tempo per epoche. Medioevo, età moderna, età contemporanea. In mezzo, tra l’una e l’altra, qualche evento notevole come la scoperta dell’America, l’invenzione della stampa, una guerra tanto grande da coinvolgere tutto il mondo, l’invenzione di una rete immateriale che tutto il mondo unisce, o almeno, possibilmente lega.

Ma si tratta, come ben sappiamo, di narrazioni.

Così, si studia a lungo quanto di un’epoca sia presente in un’altra e si individuano le menti già moderne, già contemporanee o già future. Ma talvolta, anche in questi casi, tali racconti funzionano solo come narrazioni: ideali figure altissime, colte nel momento in cui si allontanano dal proprio tempo.

 

C’è invece un’altra forma di narrazione ideale che identifica non le epoche, ma chi le vive. La letteratura e la sociologia ci aiutano in questa storia generazionale.

La “generazione perduta” definita da Gertrude Stein ispirata da un apprendista meccanico, rivolta a definire gli illustri Hemingway, Dos Passos, Scott Fitzgerald, Remarque che avevano fatto la guerra, riportato qualche ferita, scolato troppe bottiglie. E poi i “beatniks” e i “figli dei fiori” o varie declinazioni che continuavano a scolar bottiglie aggiungendo qualche droga lisergica: Jack Kerouac su tutti. E Henry Miller, prima perduto a Parigi (leggi Tropico del cancro) poi sereno a Big Sur.

La generazione dei baby boomers dopo la seconda guerra mondiale in tutto il mondo, e certo anche in Italia, a definire i decenni successivi nei valori e nelle scelte. E quindi la “generazione x” e quella “y” che familiarizza con le tecnologie relazionali, e tante altre generazioni inventate e rappresentate, raccontate e citate, che hanno fatto la loro comparsa e sono mutate più che scomparse.

Ciò che interessa molto in questo scandire il tempo per generazioni, è come queste vengano definite dai coevi e dai posteri. È questione biologica (“Abramo generò Isacco”), storica (la scoperta dell’America, la Prima Guerra Mondiale) o culturale (i figli dei fiori)? Forse tutto ciò messo insieme, ma di certo eventi bellici, economici, scientifici e tecnologici notevoli non determinano solo la nascita di una nuova epoca/generazione, ma anche come questa viene determinata.

 

Che il mondo abbia cambiato faccia con internet e soprattutto con i personal computer è qualcosa di sostenibile. Ridotte le distanze, simulata la realtà, facilitati calcoli e altre operazioni: funzionalità operative mutate che hanno determinato la nascita di generazioni informatizzate. A volte troppo – e quindi malate – a volte troppo poco – e quindi non competitive. Ma fin qui è una questione relativa alla macchina e alle sue funzioni e potenzialità. Con l’entrata in scena di Google, la partigianeria tra Apple e Windows si fa un po’ da parte, perché la cultura non è del marchio (essere più o meno fighi, e qui una lunga parentesi si potrebbe aprire per confrontare le narrazioni epocali di Apple negli anni Ottanta-Novanta e le ironie delle aziende “androidiane” all’uscita dei vari iPhone) ma si concentra su un mutamento proprio della ricerca e quindi dell’approccio culturale. È vero, il mondo cambia tanto con lo schermo e la tastiera, ma certo la vita delle persone molto di più con la barra di ricerca di Google.

 

Chi è nato negli anni Novanta e dà per scontati Google, Wikipedia, Facebook e i gli altri social, Youtube e via dicendo, viene solitamente definito un nativo digitale. In Italia, è uscito nel 2011 per Bruno Mondadori un saggio di Paolo Ferri intitolato Nativi digitali a definire una generazione nata con le dita sulla tastiera e avvezza allo share, per la quale è necessario pensare una didattica adeguata.

L’avvento delle tecnologie mobile hanno però definito qualcosa di ancora più significativo per una generazione che di certo nasce digitale, ma vuole crescere funzionale.





È piuttosto facile  e scontato parlare della generazione dell’ultimo decennio come della “generazione digitale” o “generazione web”; ma secondo noi queste definizioni sono fuorvianti perché si concentrano sulla tecnologia di per sé. Usando l’epiteto “Generazione app” il nostro intento è quello di andare oltre la tecnologia, oltre i mezzi di comunicazione, prendendo in considerazione la psicologia di chi li usa”.

 

L’interessante libro Generazione App di Howard Gardner e Katie Davis pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2014 (Milano, Serie Bianca, trad. Marta Sghirinzetti, pp. 224, 18,00 €)[1], fonda l’attenzione sul rapporto tra le nuove generazioni e l’uso di applicazioni informatiche e sociali, i sistemi di formazione e informazione, le relazioni sociali e comportamentali.

Le generazioni precedenti alla generazione app talvolta non sembrano comprendere determinati  funzionalismi di base tipici delle app e in generale di un certo approccio al mondo e li percepiscono come un modo nuovo per fare le solite cose: scrivere, leggere, ricercare e altre attività informatizzate da tempo vengono semplificate grazie all’utilizzo di sistemi sintetici, accessibili attraverso icone introdotte nell’uso comune grazie alla diffusione di mobile device come smartphone o tablet. La portata delle potenzialità di tali “icone” è in realtà ben più significativa.

Le applicazioni hanno la caratteristica fondamentale di essere «veloci, su richiesta e tempestive». Un certo approccio alla ricerca – non solo scientifica, ma anche di una informazione, dato o risultato – può determinare la formazione di un mondo che viene scoperto e conosciuto attraverso icone funzionali. Come affermato dagli studiosi «[…] i giovani di quest’epoca non solo sono immersi nelle app, ma sono giunti a vedere il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app». Il pericolo è che possano diventare app-dipendenti, sviluppando una dipendenza non basata semplicemente sull’utilizzo quotidiano e costante di applicazioni, ma sul rendere ogni problema risolvibile con un’applicazione o secondo le modalità risolutive delle stesse.

 

Lo studio si basa su tre tematiche principali che vengono sviluppate in relazione tra loro, riguardanti i mutamenti relativi al nostro senso dell’identità personale, le nostre relazioni di intimità con gli altri e il modo in cui esercitiamo la nostra creatività e immaginazione.

Alla base di libro ci sono anche dati e studi accurati svolti nel corso degli anni prendendo in esame individui di diverse età e generazioni, non solo anagrafiche ma anche informatiche. Ciò che ne scaturisce sono alcune tendenze che determinano lo sviluppo dalle nuove generazioni, come una insicurezza di base e la prematura determinazione della propria identità anche professionale, senza ammettere l’eventualità di modificare l’obiettivo. D’altronde per fare carriera (o magari ritagliarsi semplicemente un lavoro) è necessario vantare nel curriculum voci riguardanti competenze e capacità, titoli ed esperienze, per poter accedere agli iter di selezione: saper fare conta più di essere e questo i giovani lo sanno bene (e i meno giovani, mi sia permesso, lo stanno scoprendo ora, loro malgrado).

Le app coinvolgono e rafforzano anche alcune tendenze assodate riguardanti la ricerca online come l’ottimizzazione e la personalizzazione di queste. Scrivendo del libro The filter bubble di Eli Pariser [2], abbiamo già attentamente affrontato le problematiche relative alla personalizzazione basate su algoritmi, sia in ambito commerciale (le proposte d’acquisto di Amazon) sia di ricerca (i risultati dei motori di ricerca). Questa pratica permette di ottimizzare i risultati che si vogliono ottenere, ma lasciano poco spazio alla scoperta casuale.

L’approccio risolutivo è simile a quello delle applicazioni e all’impostazione formativa che molti giovani seguono e che le rispettive famiglie stimolano.  Infatti, le applicazioni vengono disegnate appositamente per delle funzionalità e, per quanto complesse, non escono fuori dal tracciato stabilito dal programmatore. D’altronde, da un’applicazione non ci si aspetta una scoperta, piuttosto un risultato ottimale. Il problema è che magari questo tipo di relazione può essere instaurato con i propri simili, nell’incapacità di entrare in contatto con l’altro.





Digito ergo sum?


Uno studio molto interessante di cui si parla nel volume, confronta e analizza esperienze di scrittura creativa degli studenti. In generale, rispetto ai racconti scritti da coetanei negli anni Novanta e primi Duemila, nelle storie delle nuove generazioni la tecnologia ha un ruolo centrale nelle relazioni interpersonali e spesso si tratta di un ruolo disgregante. Dieci o venti anni fa la tecnologia era certamente presente nei racconti, ma aveva un ruolo marginale (forse, potrei dire, era soprattutto uno strumento). Inoltre, è stato riscontrato che le nuove generazioni hanno difficoltà a narrare storie di personaggi che differiscano in modo rilevante dall’autore stesso. Ciò può significare minore propensione ad assumere punti di vista diversi e nuove prospettive, non essere in grado di cambiare il proprio ruolo limitando le capacità empatiche proprie dell’uomo. E questo in un contesto storico e civile in cui, rispetto al passato, si è maggiormente propensi ad accettare il diverso da un punto di vista sessuale, religioso, etnico, culturale (magari per poi scagliare in rete, nascosti dietro un avatar o un nickname, il proprio sfogo).

 

Ancora dalle narrazioni e dalla vita quotidiana, è possibile riscontrare una minore disponibilità al rischio e piuttosto una maggiore ricerca di sicurezze, di procedure da applicare, di guide certe da seguire. Proprio secondo i partecipanti allo studio, sembra che l’aridità creativa dei giovani sia in parte determinata anche dalle soluzioni efficaci preconfezionate che trovano su internet. E così, mentre fuori nevica, invece di scendere in strada a fare il pupazzo di neve, i ragazzi preferiscono prendere ispirazione dai fiocchi per crearne uno al computer. Un pupazzo di pixel. Ma in fondo, il pupazzo di neve lo può ammirare il vicinato e qualche passante, quello digitale invece può incrementare il portfolio, l’espressione di sé da vendere.

 

Alcuni esperti di creatività distinguono la creatività in quella con la “C maiuscola” e “c minuscola”: con la prima si identificano le opere epocali che costituiscono una svolta per la forma artistica coinvolta, con la “c minuscola” delle realizzazioni che contribuiscono quotidianamente al cambiamento e alle sensibilità estetiche. Tale distinzione che ovviamente lascia perplessi si arricchisce però, secondo questa sistematizzazione, anche di una “c media” che non si presenta con una portata innovativa come la Creatività maggiore, ma che offre stimoli superiori alla creatività, diciamo, di routine. Questa “c media” dovrebbe appunto essere la creatività che nasce con i media digitali, nonostante sembri che proprio la creatività digitale spesso sia puramente applicativa.

 

La sfida è quella di far sviluppare un app-pensiero e app-roccio creativo e non dipendente dagli usi sistematizzati e preconfezionati. 

 

Gli autori precisano, inoltre qualcosa di molto importante. Ovvero che non necessariamente il narcisismo e le insicurezze e quindi l’avversione al rischio delle nuove generazioni sono il frutto di una cultura informatica – magari degenerata – che va via via rendendo “stupidi” gli esseri umani, come talvolta si sente dire e come alcuni titoli e sottotitoli di varie pubblicazioni sottolineano (in maniera a dir poco superficiale). Piuttosto sono processi educativi attuati dalle generazioni precedenti, e quindi nel realizzarsi dell’individuo in una contingenza storica che richiede determinate caratteristiche e prestazioni. Lo stesso definire una generazione implica l’uso e la consapevolezza degli strumenti del proprio tempo e capire non solo come questi modifichino l’approccio al mondo, ma anche come servano ciò che nel tempo si è costruito. E le app sono creature e strumenti di questa epoca.





Ragazzi 'nativi digitali'


Chi ha il tempo che teniamo in tasca, in borsa e nel nostro cuore?

Forse mai come oggi vorremmo impedire al tempo di modellarsi su stesso, in base alle sue esigenze mutevoli, come un ramo che cresce seguendo null’altro che la vita e il sole. Possiamo mai chiedere di bloccare la vita, il sole, il tempo, la spinta irriducibile che a volte ci schiaccia sotto il peso delle nostre incapacità?

[…]

C’è qualcuno che vuole lasciare la sua zona di confort e venire a farsi un giro da queste parti?

 

Vi stupite che questa generazione ami la tecnologia? Vi stupite dell’ossessione al progetto, ossessione per la programmazione, per i ritmi, per i risultati, per la riduzione dell’errore, per le funzionalità e per i funzionalismi?

 

Noi chiediamo solo che le cose funzionino. Noi vogliamo solo far funzionare le cose.

 

(“Operatori”, F. Mercanti)

 

Oscar è nato nel 2005, ha sei anni e mezzo ed è il nipote di Howard Gardner, uno degli autori di Generazione app. Nel libro viene riportato uno scambio di battute tra i due (quindi generazioni a confronto) in cui il giovanissimo ragazzo dimostra una solida padronanza del linguaggio tecnologico. Inoltre, distingue nettamente l’utilizzo del computer come divertimento, dallo strumento di lavoro utilizzato dai suoi genitori, immaginando un passato – neanche tanto remoto, perché è quello di suo nonno – in cui i bambini non giocavano e non si divertivano con il computer. Per Oscar, quando suo nonno era piccolo, «Tutti dovevano fare un sacco di cose noiose, solo cose noiose e niente divertimento». Ma come vede Oscar il mondo digitale?

Il ragazzo sarebbe triste se i genitori gli togliessero tutti i computer e i cellulari, ma Oscar – proprio lui che alla sua età relaziona il computer al divertimento – riconosce che, privato di computer e cellulari, avrebbe «un po’ più di libertà… » per giocare con i giocattoli, con sua sorella e per andare in giro con i genitori.

«Che cosa intendi per libertà?» gli chiede allora Howard.

«Di solito le persone hanno la tecnologia [parola sua, non suggerita dal nonno], guardano tutte le partite, e [emette un suono noioso] fanno questo tutto il giorno, non fanno niente altro che guardare la tv… Quindi puoi giocare con i giocattoli e cose così».

Pur non trattandosi di uno studioso di nuovi media né di uno psicologo o educatore, Oscar si rende conto che la tecnologia serve per divertirsi e lavorare ma può anche irretire, imprigionare, precludendo delle attività e un mondo da scoprire. «… un mondo da esplorare… se solo si hanno il tempo e lo spazio per farlo».

 

La natura della tecnologia e l’agire umano ancora una volta s’incontrano nella ragione etica. Non può bastare infatti all’uomo chiedersi soltanto se qualcosa funzioni, senza indagare se le azioni connesse e le scelte siano giuste o sbagliate.

 

 

 

 

 

 




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