LUOGO COMUNE
NOTA D’AUTORE
La dentiera di Orfeo


      
Pensieri sparsi in dieci paragrafi sul filo della memoria familiare-esistenziale e dei ricordi dell’ingresso e del lungo percorso dentro l’accademia, in mezzo a tanto, artigianale studio e al disamore dei colleghi. Anche rievocando la vicenda del generale Custer filmata da John Ford, e sognando lui che ‘guida i suoi cavalleggeri una carica dietro l’altra... e vince’.
      



      


di Marzio Pieri



1. No, il modulo non va bene. ci vuole la firma del ricoverato. Ma sul modulo c’è scritto: firma del ricoverato o di un familiare. sì, ma allora ci vuole una dichiarazione del medico curante che attesti l’impossibilità alla firma del paziente. Ma è proprio il medico che mi ha detto di portare il modulo così. Caro signore, ci vuole, non mi faccia perdere altro tempo, la ri-chiesta del medico che accerti che il pa-ziente non può firmare, regolarmente con-trofirmata dal paziente.


2. la dentiera posa in un bicchiere sul comodino. accanto una pistola-giocattolo e un biglietto per l’Aldilà.

3. 49 anni, domattina, da che ci sposammo. All’inizio dell’anno avevo indossato pro tempore la divisa militare. arrivai a napoli destinazione pozzuoli. sul treno saremo stati un centinaio di comunicandi. la prima sera in accademia alla televisione dicevano che era scoppiato il viet-nam. alle ventuno meno quindici l’apparecchio si spengeva e si era avviati alle camerate. il silenzio era suonato da un disco. nessun “prew” prewitt per noi, con le lagrime agli occhi.


4. qualche anno dopo (già il sepolcro indiano di parma stava per inghiottirmi con la mia giovane famiglia) non ci furono che trombette con le lagrime agli occhi, giardini di pietra, i nostri bravi ragazzi. lacrymae kokodryli. ma il coccodrillo è mandrillo: elaborato il lutto, ci riprova.





'Lacrymae kokodryli'



5. quante cose ho visto perire. e quante genti. e quanto cuore, quanta freschezza. foras ut licet. intus ut libet.

 
6. ci fu davvero un tempo in cui questa distinzione verbale (fuori/dentro) ebbe un fondamento reale? certo che oggi l’intus non si vede, e forse è l’ultima pietà di dio.


7. (questa mi piace, provo a rimettermi frettolosissimamente la dentiera. mi cade, rimbalza, è in tre pezzi. la pistola non spara. il biglietto? ma non l’aveva visto che è scaduto? Avanti un altro... appresso...)

8. Nell’ultima casa che abitai a parma (entrandoci, avevo cinquantanni, pensai che era per rimanerci... e per morirci... l’affittavano per un boccon di pane, ridotta dalla tircheria dei proprietarii una cantinaccia affumicata, lurida... mia moglie la fece riscintillare, a nostre spese... e allora non smisero di venire all’assalto per affitti taglialagola, per gravami aggiuntivi... finché la rivendettero, con l’intero palazzo, trasformato in palagio di lusso, per miliardari... e si dovette via, venir via... mia moglie ancora bella, io spento, due vergini cucce feline, ultima, col nipotino, delle poche felicità di un Vegliardo), ai piedi della casa si apriva un bugigattolo di restauratore di quadri... i soliti santi erculei di qualche oscuro barocco, i soliti paesaggi ottocenteschi da Fontanesi a Mattioli, cari a Bertolucci e al suo allievo Roberto Tassi, i soliti liberty ispirati al Bocchi di Salsomaggiore... insomma, in una vetrinetta, un ritratto del Brignole-Sale, marchese nato e gesuita tardivo, Le instabilità dell’ingegno divise in otto giornate, un Nievo – Il Varmo, edizione Le Monnier, a cura di Vittore Branca, Firenze 1945 –, e l’Isabeau di Illica, per Mascagni, il Carnevale di Castellarquato...)

9. Avete visto mai la Storia del generale Custer, il più bello e meno fordiano dei films western sulla cavalleria? Uno scambio di telegrammi lo proietta dal grado di tenente a quello di comandante di brigata. E lui guida i suoi cavalleggeri una carica dietro l’altra... e vince. Per ricompensa, alla fine della guerra lo degradano e lo mandano a casa; e lui diventa un ubriacone. Uno scambio di telegrammi mi promosse da assistentino d’estetica a professore di prima fascia di letteratura italiana. Mi dissi: ora bisogna proprio che mi metta a studiare.






10. E lo feci e anche vinsi le mie cariche, ma – mi disse un giovane amico di una delle più belle famiglie di Parma, distintasi nell’assassinio di Antonio Delfini; ora anche lui, troppo presto!, debbo piangerlo fra i perduti – ‘io voglio vincere la guerra, non le battaglie’. Il più bravo, e me ne consolo, un mio amico e collega di parma, che non ha scritto un libro che sia uno e che faranno professore emerito. Ma lui mirava più alto. Io non miravo, ero. “Qui non basta”. E solo mi ritrovai in quell’arte dello studio come restauro. Senza il genio di un Longhi, senza la pazienza di un (Adolfo) Venturi, non un Debenedetti (per disgrazia, se non nel disamore dei colleghi) né un Billanovich (per grazia di dio), che altri mi rimaneva se non l’infimo, intimo artigianato del piccolo aggiustatore di dipinti appannati? “Mi sogno qualche volta / di togliere una virgola : / è la felicità”.


Lascio il mio corpo a Reggio, l’anima a tutte le città perdute, la mia dentiera al Dio-Restauratore. Anche lui perderà questa guerra, chissà che mai potesse fargli comodo, così a caso, l’unica cosa mia che abbia un qualche valore, raggiustata,






 




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