LUOGO COMUNE
MASSIMO GIANNOTTA
La ‘Nuova Allegranza’
e il furore distruttivo
dell’allegoria


      
Una trasversale lettura critica di “Protocolli di autodifesa” (Empirìa, 2014), il nuovo libro dello scrittore romano che prosegue un originale itinerario di scrittura sperimentale, costituito da quattro libri, dal “Portolano” (1998) a “La conta di Lancelot” (1998), fino al “Ciclo della crudeltà” (2006). Un percorso poetico-diegetico e cartografico in cui la navigazione in mare si fa specchio e metafora della navigazione nella vita.
      



      

di Stefano Docimo

 

 

Le allegorie sono nel regno del pensiero quel

che sono le rovine nel regno delle cose

(W. Benjamin, Il dramma barocco tedesco)

 

 

 

1.

 

Nel quarto foglio o Quarta stanza del brogliaccio, troviamo subito una variegata terminologia fortemente evocativa, se non proprio allegorica di uno dei termini ad hoc: “È uno zibaldone, uno scartafaccio, uno sfoglione, un calepino, in cui il marinaio appunta le sue annotazioni. Di queste riporterà il succo sul giornale di bordo, dopo aver compiuto quel drastico smagrimento, richiesto dalle caratteristiche di laconica asciuttezza di quest’ultimo ( ... ). È una raccolta eterogenea, spesso arruffata, in cui confluiscono annotazioni tecniche, geografiche, metereologiche, naturalistiche appunti di metodo, osservazioni relative alla navigazione assieme a semplici pensieri, quasi sempre in un pittoresco, quanto caotico disordine”. E poi, per quanto riguarda l’aspetto materiale: “Non di rado esso è costituito da una cartella sgangherata e macchiata di salmastro, dove si affollano quinterni, foglietti, schizzi, pagine strappate di libri, in cui invariabilmente si riconoscono sezioni più attentamente dedicate a problemi particolari”. Una scissione, dunque, all’interno della stessa scrittura, normalmente svolta al chiuso d’una stanza (ma non manca neanche questa, come vedremo), che si trova, per scelta o per necessità, a sperimentarsi in un  luogo del tutto aperto, dove l’unico riparo è rappresentato ancora dalla scrittura e dal suo programma. Dice infatti uno dei molteplici personaggi di questo libro, o forse si tratta della metastasi d’un solo personaggio, che schizza la propria immagine iperborea in fuga tra una guerra e un’imbarcazione stracarica: “La gente a bordo è immobile, ci fissa con occhi enormi, facce grigie di sale. Una donna con gli occhi sbarrati guarda il bimbo inerte che stringe in braccio, abbandonato, gli occhi chiusi, anch’egli grigio di sale” e che evoca altrettante tragedie del mare:

 

In questa stanzetta, situata a un piano basso di un vecchio grattacielo costruito negli anni trenta, ingombra di vecchie stampanti fuori uso, di fascicoli cartacei pieni di polvere, dove passo tanta parte della mia vita seduto a una piccola scrivania, posso dire che raramente qualcuno mi disturba. Qui svolgo il mio lavoro che consiste nel trasferire dati di vecchie pratiche su fogli elettronici del computer.

 

Altre volte a scrivere sul brogliaccio è Onorio che annota la rotta dell’Allegranza, anzi, della Nuova Allegranza, che può essere letta anche come un’Alleanza tra i popoli, che viene drammaticamente a mancare e di cui si sente un disperato bisogno. E qui le annotazioni sembrano solcare in modo tagliente e rabbioso quell’algebra dei segni che, come la matematica per la musica, depista e ingolfa una traversata tutt’altro che allegra, con sferzate del tipo:

 

Date le coordinate del punto di partenza (φ e λ) e quelle del punto di arrivo (φ’ e λ’), trovare la rotta vera (Rv) e il cammino (m) da percorrere.

               

           Lat (φ) = 37º 58’ N – Lat’ (φ’) = 36º 50’ N;

           Δφ = φ’ - φ =  - 1º 08’ (-)

 

           Long. (λ) = 012º 04’ E – Long. ’ (λ) 011° 57’ E;

 

           Secondo la prassi risolviamo graficamente sulla carta.

           Rv 188º

           D. 65M

 

           Poi per Linosa, poi, per Lampedusa (Carta 217)

 

 

E così via, lungo l’asse cartesiano tratto dai rerum exempla di una così programmata mescidanza, dove sin dall’incipit di questo mirabile racconto, il personaggio pare afflitto dall’ossessione logaritmica, tanto da farne il contenuto dei suoi solitari pensieri sotto la falda del cappello.

 

– Il logaritmo di un numero positivo a, rispetto a una base b, è il numero c che si deve dare come esponente a b per ottenere a.

 

– Il logaritmo è dunque rappresentato da tre numeri, un numero positivo (a), un esponente (c) da dare a b per ottenere a:

 

bc = a





Che se poi si perde il filo, si può sempre ricorrere a quello di Aradne, perché “Aradne è il filo” di questa avventurosa traversata, con i suoi materiali allegorici e le improvvide virate, in un “Mare grigio e imbronciato” schiaffeggiato da ondate di senso, in una “Rotta un po’ stretta, ad evitare straorzate”, da sussulti impetuosi, dove la forza del linguaggio marino impone di continuo un cambiamento di rotta, infatti “Si orza per la nuova rotta, impegnativa la barra”, in una navigazione in perenne stato d’allarme:

 

Si naviga con mare incrociato. Sfilate di nubi galoppano nel cielo. Cirri, cirrocumoli altocumuli. Già all’orizzonte i cumulonembi.

Tagliente il maestrale.

 

19h 18m

Avvistata un’imbarcazione, lontano, sulla sinistra verso il

          Banco di Pantelleria.

          Ril. polare (p): rosso (–) 30º circa. Distanza circa 4 miglia

    Sembra stracarica, naviga faticosamente cercando di mantenere la rotta. Il bordo libero è basso, pesante sull’acqua.

    Pare in difficoltà. La teniamo d’occhio col binocolo.

    Si decide di andare a vedere. Accostiamo a sinistra.

 

 

E la vista è quella che da tempo ha reso il Mare Monstrum, un mare di sangue pestato:

 

 

      È una paranza in legno di una ventina di metri fuori tutto carica di umanità e in condizioni piuttosto cattive. Non si capisce come stia a galla.

      Un carico di umanità che migra verso le nostre coste. Disperati, che vengono chissà da dove. Alla ricerca del paese in cui stillano latte e miele.

 

      Orziamo. Accostiamo manovrando intorno. Via via che stringiamo beccheggiando il mare ci schiaffeggia.

 

 

Non lontana la eco di Arthur Gordon Pym, con la sua angoscia del naufragio e lo straniamento:

 

Tenendo presente questo exposé si potrà facilmente riconoscere quali, tra le pagine che seguono, rivendico come scritte di mio pugno, e si capirà anche che nessun fatto è stato travisato nelle prime pagine scritte dal signor Poe. Anche per chi non abbia letto il «Messenger», è superfluo indicare dove termina la sua parte e dove inizia la mia: La differenza di stile può essere colta facilmente.

 

Un uragano si stava formando alle nostre spalle; non avevamo né bussola né provviste ed era evidente che se avessimo mantenuto quella rotta, avremmo perso la costa prima dell’alba ... La barca cavalcava le onde a una velocità inaudita – il vento in piena poppa, nessuna mano di terzaroli al fiocco né alla vela maestra, la prua tutta sommersa dalla schiuma. Fu un vero miracolo che la barca non straorzasse ...

 

 

Interessante notare come i due linguaggi si sovrappongano e si alternino, pur rispettando rispettando la crudeltà marina del genere, in una giaculatoria dilemmatica che rimanda ad altre aspre terminologie, in un sammelsurium di giornate che, nella loro scenografica presenza, appaiono divelte nella loro stessa immobilità, che racchiude la ciclicità stessa di una natura ostile, di un linguaggio straniero quanto straniante, racchiuso nell’infinità duttile d’un brogliaccio terracqueo: “Ci trovavamo adesso a navigare nell’immenso e desolato Oceano Antartico a più di 84° di latitudine, su di una fragile canoa e senza altre provviste che le tre tartarughe”. Ma gli incubi divergono in allucinazioni, nell’immaginario di E.A.Poe (Gordon Pym):

 

Nei sogni che feci, tra i più terrificanti che si possano descrivere, mi accadeva ogni sorta di orrenda calamità. Fra i vari tormenti, demoni dall’aspetto feroce e orribile mi soffocavano a morte con immensi guanciali. Serpenti giganteschi mi serravano tra le loro spire fissandomi in modo sinistro con spaventosi occhi scintillanti. E poi mi comparivano davanti. E poi mi comparivano davanti deserti sconfinati, desolati, terrificanti. Tronchi d’albero immensamente alti, grigi e spogli, si levavano in successione interminabile fin dove potesse giungere lo sguardo. Le loro radici si tuffavano in paludi sterminate, le cui acque di un nero intenso stagnavano immote, terribili e spaventevoli. Strani alberi sembravano fremere con una vitalità umana, e facendo oscillare le loro braccia scheletriche imploravano pietà alle acque silenti, con accenti striduli e penetranti che incutevano un’immane angoscia e disperazione.





2.

 

 

“Il n’existe pas

Il est l’île./ Seul l’océane exixte”

(Jabès, Rècit)

 

 

In Cause e ragioni delle isole deserte, Gilles Deleuze racconta che secondo i geografi esistono due tipi di isole e che questi due tipi non fanno altro che segnare la lotta intramontabile tra la terra e l’acqua, segnando al contempo la loro opposta attitudine di isole originarie o continentali. Le prime “ci ricordano che il mare è sulla terra, e che si giova di ogni minimo affossamento dei rilievi più alti; le seconde, che la terra è anche lí, sotto il mare, e raccoglie le sue forze per fendere la superficie. Riconosciamo che gli elementi in generale si detestano, hanno orrore gli uni degli altri. In tutto questo non c’è niente di rassicurante.” Così l’Isola grande, in ritorni che possono sembrare ritornelli:

 

Quello che nessuno saprà || neanche tu | luce dei miei occhi saprai mai || dell’isola grande || degli uliveti spettinati dal vento | che abitano | le ragnatele armoniose di pietra grigia e rosa | dei muri a secco || tra i voli nero bianchi delle gazze | e aranceti verdissimi || del cielo rannuvolato e grigio | dove galoppano nubi || dove la pena e il desiderio | schioccano come bandiere | nello scirocco affilato || e il silenzio | ci sovrasta, il silenzio pesante || Dopo quanto c’è stato | il ritorno del tuo démone segreto | a dire ringhiando che ormai | tutto è compromesso || e nessuno più crede ai miracoli.

 

 

Quel doppio gorgo disegnato come un frattale nella mappa d’apertura del libro Protocolli di autodifesa, se da un lato ripercorre la personalissima ricerca di questo itinerario di scrittura sperimentale, così mirabilmente definita dallo stesso Giannotta, costituito da quattro libri, dal Portolano (1998), a La conta di Lancelot (1998), fino al Ciclo della crudeltà (2006) non tralasciando La fortezza marina (2001), dall’altro si avvale di quell’ampio bacino, da Melville a Conrad, per il quale il mare è, come la vita stessa, il banco di prova dell’uomo, fino a Brignetti, in cui l’ampia distesa d’acqua, viene vissuta come esperienza soprattutto quotidianamente sperimentata, finisce per identificarsi col tempo che avvolge tutto indistintamente, fonte di vita e causa di morte, sfondo dell’intrecciarsi delle umane sorti:

 

Con noi non hai forse l’isola in carne ed ossa? Pini sulla punta ormai non ce n’erano e ci sorge il parco per il fresco delle automobili con stuoie e tende multicolori. Alla prima, nel calanchio, che è sotto, viene un calcestruzzo peso e chiatto, a lastrone, poi una diga a cingere il mare in un’acqua interna. Il paese non si scorge e nemmeno il largo, né ci vedono dal paese, ma giro giro è una siepe di motoscafi. Anche il molo oggigiorno sarebbe di nuovo secondario, senonché c’è la vetrata per pomparci nafta e benzina. Il posto della goletta, all’isola, è nella conca.





Tempesta marina (illustrazione)


In sintonia, una conclusione darrighiana non poteva mancare, per rendere ancora una volta il viaggio ancora più oscuro, più doloroso, nient’affatto  consolatorio:

 

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, più dentro dove il mare è mare.

 

 

 

 

 

   

 

 

 




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