LE VIE DEL RACCONTO
PREMIO ENERGHEIA 2014
 

 

 

Pubblichiamo i 12 racconti finalisti del Premio “I brevissimi di Energheia – Domenico Bia

Tema di quest’anno: La superbia (I sette peccati capitali).



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Roberta Angeloni:

 

Un nuovo mondo

 

Nei fatti sembrò che il professor Carturan non avesse mai ricevuto la lettera in cui si invitava a moderare i toni in classe, durante le sue  lezioni di filosofia.  Ragion per cui i ragazzi non notarono sul suo volto nessun turbamento conseguente alla lunga, articolata esortazione ad astenersi dalle dichiarazioni che mettessero a nudo l’anima profondamente devota a Karl Marx.  La lettera era stata scritta in forma collettiva, e rigidamente anonima, da un gruppetto di insospettabili  studenti della terza liceo dell’Istituto Simplicio Svetonio Bacco. Il mistero del perché la lettera non fosse stata mai recapitata sarebbe rimasto per sempre tale; di certo il contenuto non poteva passare inosservato agli occhi e alla mente di un infervorato idealista come Carturan. Gli autori della missiva , dopo aver atteso trepidanti i tempi tecnici delle Poste Italiane, cominciarono a chiedersi il perché non solo di un immutato comportamento, ma, nei giorni a venire, di segnali preoccupanti di somiglianza sempre più minacciosa al padre de “Il Capitale”.  La barba  era cresciuta, nell’arco di una settimana, con un aumento anomalo. Le tonalità biondastre ora stavano lasciando il posto a una canizie sempre più avanzata. Gli occhi, liquidi e di forma un po’ allungata, si stavano infossando nelle orbite. Le sopracciglia arcuate e rotonde si erano infoltite e avevano cambiato forma a guisa di una “v” aperta e rovesciata. La trasformazione repentina, consumatasi nel giro di un mese, era sotto gli occhi di tutti. Il Preside, accortosi anche lui di evidenti cambiamenti che sfuggivano alla normalità, pensò bene di convocarlo urgentemente in Presidenza per chiedere di eventuali sopraggiunti problemi di salute. Nel corridoio, a pochi metri dalla porta  dietro la quale il Preside e il professor Marx-Carturan si scambiavano impenetrabili pensieri, i ragazzi aspettavano con angoscia un esito. Ma dovettero rimanere di sasso quando, dopo diversi minuti, i due comparvero sorridenti mentre si lanciavano occhiate complici e concilianti. Cosa si fossero detti era il nuovo interrogativo a cui gli irreprensibili studenti di terza liceo classico dell’Istituto Simplicio Svetonio Bacco dedicarono molto del loro tempo di sfaccendati. Nei giorni a seguire, le lezioni di un Carturan sempre più infervorato nelle idee, ma pacato e convinto nelle sue disquisizioni sull’economia politica, si facevano più serrate: pretese l’acquisto di tutte le innumerevoli edizioni dell’opera e la comparazione di ogni traduzione e adattamento. Organizzò convegni e invitò, con la compiacenza del Dirigente Scolastico, studiosi da ogni parte d’Europa. Travolti dall’entusiasmo e dal succedersi concitato degli eventi, nessuno ebbe la forza di opporre resistenza; stava nascendo un nuovo movimento di idee, attraverso una lettura moderna del “Capitale”. La Scuola divenne un centro di studi internazionale: qualcuno pensò di dover inoltrare le pratiche di richiesta per reintitolarla . In città si parlava in ogni angolo,  in ogni caffè, in  ogni supermercato, delle teorie del marxismo. Non era difficile vedere il barbuto professore rilasciare autografi firmando Karl Marx. Molti gridavano al miracolo: “è tornato, doveva realizzare il suo sogno.”  Tuttavia il gruppuscolo di studenti insofferenti, come svegliati da un torpore forzato, si riunì in gran segreto nei sotterranei umidi dell’Istituto: il rischio della costituzione di un nuovo partito politico era in agguato, le idee si stavano diffondendo troppo rapidamente. L’unica soluzione era l’allontanamento coatto dell’imputato: si convinsero che avrebbero reso un servigio importante all’umanità, salvandola da un inaspettato cambiamento del corso della storia. In una notte senza luna si introdussero nella vecchia casa del professore, nel centro della città, con un sacco di iuta e una specie di manganello. Ad attenderli, una volta penetrati di soppiatto nel salone, il professore seduto placidamente in poltrona. “La vostra superbia è quanto mai patetica, ragazzi miei.” Esordì Carturan senza batter ciglio. “Ma come potete pensare di cambiare il mondo, opponendovi al corso naturale della storia del pensiero, che le guerre hanno interrotto, quando invece ora è in mano a me, prescelto per far rivivere in tutta la sua forza rigeneratrice il principio di eguaglianza tra i popoli? Non sarete certo voi a fermarmi.”   E così detto, si aprì d’improvviso una botola sotto i loro piedi.

 

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Claudia Bertolè:

 

Dall’alto della collina

 

“Sai…”, l’uomo china il capo con fare ammiccante, “…quando ha inviato il suo messaggio ho pensato non rispondo, non ne vale la pena. Ho continuato a ripetermi che le sue parole non potevano essere rivolte a me”.

Lo osservo sorseggiando la mia cioccolata. Mentre parla mi sembra di percepire, nell’estremo angolo dei suoi occhi, lo sforzo che fa per trattenersi. Incontri di facebook: ma perché mai gli ho concesso un appuntamento? Il bar è pieno di gente, è domenica pomeriggio. Lui non fa che parlare di sé.

“…ma” continua indifferente al mio silenzio, “era chiaro che fossimo a livelli completamente differenti e che lui soffrisse le mie parole, la mia stessa presenza in chat. Non pare così anche a te?”

Non ho neppure il tempo di staccare le labbra dalla tazza per rispondergli che ha già ripreso a parlare. Oramai non si trattiene neanche più, l’incavo degli occhi è rilassato. Parla. Male di tutti. Bene solo di se stesso.

Mi guardo in giro: gente che va e che viene, ragazzini che ridono, signore anziane che si sostengono a vicenda mentre si avviano ad uscire dal locale. Ed è così che, aprendo la porta a vetri si crea improvvisamente un riflesso del tavolo al quale sediamo l’uomo incontrato in facebook ed io. È un istante, ma lo vedo chiaramente, come in uno specchio. Lui è seduto in alto, sulla collina del groviglio di pensieri che compongono l’esagerata opinione che ha di sé e rivolge lo sguardo verso il basso. Con falsa condiscendenza, con apparente comprensione, con artefatta sensibilità. In una parola, con superbia.

Un istante e la porta si richiude. Io appoggio la tazza sul tavolo, mi alzo, neppure troppo in fretta, e mi dirigo verso l’uscita, lasciandolo lì. Mentre mi allontano mi sembra di sentirlo continuare a parlare, forse non si è neppure accorto che me ne sono andata.

È difficile rendersi contro di quello che succede. Dall’alto della collina.

 

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Marco Canella:

 

Il monte dell’(in)successo

 

Scalci e sgomiti, mentre ti arrampichi sul monte.

Versi sudore, lo togli con rabbia dalla fronte, non vuoi faticare perché credi di meritare la vetta più di chiunque altro. E i tuoi avversari lo sanno. Sanno che sei superiore, perché sei dotato di un’intelligenza fuori dal comune; e allora perché si ostinano a gareggiare? Dovrebbero sapere che contro di te non hanno speranza! Eppure, non si arrendono. Ti fanno sudare per nulla, perché è chiaro chi arriverà in cima per primo. Però non credevi fosse così faticoso imporsi sugli altri…

Conosco quella risata. Di scherno nei confronti dei tuoi sfidanti. Ti prendi gioco di loro, perché sei convinto di essere un predestinato nella scala gerarchica dell’azienda dove lavori. Quando arriverai lassù per primo, titolare e colleghi ne avranno conferma.

Scalci e sgomiti, perché c’è ancora qualcuno che non vuole mollare. Che stupido, pensi, esultando per ogni sfidante che perde l’equilibrio e rotola giù tornando alla base del monte. Uno in meno!

Ormai la sfida si fa serrata. Siete rimasti in due, e la vetta è vicina.

Vi guardate negli occhi. Gli suggerisci: − Arrenditi. Non hai scampo.

Il tuo sfidante si ferma e sorride. Non dice nulla. Il silenzio scende dal cielo sotto forma di nebbia; una nebbia che vi stringe in un caloroso abbraccio e vi rende ciechi.

Non lo vedi più, ma lo senti. – Vuoi arrivare lassù per primo? – ti chiede.

– Sì, sì, sì! – Lo ripeti battendo una mano sulla parete. – Lo voglio! – aggiungi, forse temendo che il tuo avversario non abbia compreso.

Non risponde. Perché non parla?

Con una mano continui a reggerti alla parete, mentre con l’altra cerchi di scacciare la nebbia che ti impedisce di vedere: peccato che la nebbia sia un nemico invisibile, difficile da allontanare.

Non hai scelta: devi restare fermo, in silenzio, ad attendere che rispunti il sole a illuminare tutto. Finalmente, dopo alcuni minuti, scende la grazia dal cielo che impone alla nebbia di diradarsi.

Ora puoi tornare a vedere. – Ma… ma… il mio avversario dov’è? – Ti guardi attorno con ansia. Per fortuna non è lassù – tiri un sospiro di sollievo –, ma non è nemmeno al tuo fianco, e se fosse…

– Ma certo! È laggiù! – Guardi in basso. Sorridi: è proprio là. – Sarà caduto quando c’era la nebbia. Anche se non l’ho sentito gridare…

Lo osservi ancora. Non ci sono dubbi: è lui! Vorresti esultare, ma poi la mente si proietta sulla vetta che devi ancora raggiungere. – Sono rimasto solo. Sarà solo una formalità.

Riprendi a salire, ma un urlo ti blocca. Lanci lo sguardo all’ingiù. Ancora lui: cos’altro vuole?

Il tuo avversario getta la mano in alto e ti saluta con un radioso sorriso. Poi se ne va. Sorridi anche tu. – Finalmente ha capito chi è il numero uno. – Una consapevolezza che ti fornisce la forza necessaria per scalare gli ultimi metri e raggiungere la cima del monte.

L’aria che si respira lassù è fresca, e il paesaggio che si può ammirare è incantevole. Lo desideravi da tempo, e ora che ci sei ti senti onnipotente.

Ma è solo un momento. Il monte inizia a tremare, forse per il freddo, e si agita nervosamente. Le labbra della tua bocca si spingono all’ingiù, dipingendo un broncio sul tuo volto e una ruga sulla fronte. Cosa sta accadendo? Inizi a tremare anche tu. La paura è un’altra nemica invisibile, però più potente della nebbia. Quando ti avvolge l’anima, scacciarla è quasi impossibile.

Il monte sta crollando: perché? Forse perché non ci sono più braccia a sostenerlo? Forse perché i tuoi colleghi si sono ribellati e ti hanno lasciato solo?

Tante domande, zero risposte. L’unica certezza è che tra poco tornerai con i piedi per terra, e verrai sommerso da tutte quelle rovine che ti ricopriranno insieme alla tua insensata superbia. Chissà se finalmente capirai che senza un gruppo affiatato, il singolo non vale niente.

Ma anche se dovessi comprenderlo ormai sarà troppo tardi, visto che il monte del successo si sarà già trasformato nel monte dell’insuccesso: un ammasso di macerie che avrà cancellato tutte le tue stupide illusioni.

 

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Alessandro Cuppini:

 

Simmetrie

 Zio Raffaele, vecchio dongiovanni di ottant’anni, raccontava una sua avventura giovanile:

Una volta ho avuto una ragazza, studentessa di filosofia all’ultim’anno, che preparava una tesi dal titolo ‘Simmetria: un aspetto della natura o un valore che noi le attribuiamo?’ Era talmente immedesimata in questo suo studio da essere influenzata nell’aspetto fisico e nelle abitudini. Portava i capelli lisci e lunghi divisi da una perfetta scriminatura in mezzo al cranio, la stessa che ripeteva pettinandosi i peli del pube. Aveva smesso di praticare il tennis perché le distruggeva l’armonia del suo fisico perfetto. Se metteva un anello alla mano sinistra, ne metteva uno anche nella destra, stesso dito. Un tipo fatto così.

Anche i nostri amori diventarono tutta una faccenda di parità: alienanti, privi di immaginazione e di spirito. Per combattere questa sua mania, un giorno mi inventai una citazione di un celebre sessuologo: ‘Se una coppia finisce insieme uno dei due ha finito male’, ma lei non aveva riso per nulla.

Dopo, si addormentava di schianto, ben prima di me. Dormiva e continuava a tormentarmi: spingeva e scavava col sedere contro la mia pancia e le gambe, cercando di procurarsi una tana in cui passare la notte. Piegava indietro la testa finché la sua nuca non sbatteva sul mio naso.

Quella sua razionalità paritaria aveva un suo sfogo durante la notte, o almeno così io credevo. Aveva curiosi e frequentissimi dormiveglia alternati a profondi stati di sonno; in quei brevi intervalli tra sonno e veglia, alzava le spalle e la testa verso il soffitto e ad occhi chiusi sparava straordinarie assurdità, ossia frasi perfettamente intelligibili ma dal senso oscuro, come:

‘Accesa d’ira Etna ti moveva l’Etna gigante lave vomitante arida secca.’

Oppure: ‘Ora, psicologa, i matti, zitta!, miagolo: ci sparo!’

E si riaddormentava di botto, rifugiandosi nella tana tra le mie cosce e il ventre.

La mattina non ricordava nulla e anzi negava con risolutezza. Se le chiedevo:

‘Che c’entrava l’Etna, stanotte?’

‘Quale Etna?, rispondeva. Ti sbagli, sognavi.’

Ricordo perfettamente l’ultima frase che pronunziò, perché fu cinque minuti prima di capire del tutto quella ragazza e dieci prima che il nostro amore finisse per sempre.

Era verso l’alba, io ero già sveglio, costretto sul bordo del letto dall’incalzare delle sue chiappe. Lei ad occhi chiusi alzò il viso verso il soffitto e declamò:

‘Ali loro, è la verità, paion logore. Zoff (ùtinam!) è dei... para, para... Piede, mani, tuffo: zero gol, noi a patire. Vale oro: lì, là.’

Pensai fosse un brano dalla telecronaca di una partita di calcio. E invece di botto capii: quelle frasi che sembravano parole a casaccio erano palindrome, si potevano cioè lèggere anche alla rovescio! L’orgia della simmetria! Anche nel sonno non riusciva a liberarsi da quella sua orrenda mania. In quel momento suonò il campanello di casa.

Mi alzai avvolgendomi nell’accappatoio. Era il fattorino dei telegrammi, allora usavano ancóra. Era di mio cugino, diceva: ‘Zio Carlo morto ieri sera. Vieni subito.’

Mi vestii in fretta, preparai una valigia d’emergenza e mi congedai dalla ragazza con un bacio crudele che contraddiceva ogni sua ipotesi di lavoro, solo sul seno sinistro. Poi uscii.

Non l’ho più rivista, l’affronto era troppo sanguinoso.

Come si chiamava la ragazza, zio?, domando.

Non poteva che avere un nome particolare: Anna.

 

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Vincenzo Di Francesco:

 

La giraffa

 

Le luci al neon intorno allo specchio rendevano il suo volto più fragile di quanto non già fosse. Lo sguardo malinconico fissava insicuro il vuoto davanti a sé. Era immobile. Su quella sedia imbottita di rosso se ne stava senza fiatare.

Le labbra effimere, dapprima serrate, si dischiusero lievemente con gesto clandestino.

Fece un grosso respiro, poi di scatto afferrò un pennello, lo intinse nella cipria e lo spolverò d’impeto sul viso. Pochi colpi e la fragilità sembrò sparire. Con un tocco di rimmel ed un eye-liner deciso vestì l’insicurezza di audacia.

Sistemò i lunghi capelli d’ebano, mise agli orecchi due pendenti d’oro e si alzò.

Prese il suo corpo gracile e lo avvolse in un raffinato abito da sera tessuto di intraprendenza. Un tacco dodici ai piedi, perché si sa il sesso è nel tacco, ed Eva si sentì subito rinascere. Adesso era come il suo animale preferito: la giraffa. La creatura terrestre più vicina a Dio. Elegante, fiera, imponente, così ora si sentiva.

Tornò a sedersi allo specchio. Mancava ancora un dettaglio per essere perfetta. Mancava il rossetto. Lo metteva sempre per ultimo. Era un gesto scaramantico. Avrebbe dato forza alla sua voce di cantante.

Terminato il rituale in uno schiocco di labbra, Eva si alzò di nuovo per ammirarsi in tutta la sua iconica bellezza. Sì guardò allo specchio e cedette alla seduzione di se stessa. Fu allora, che d’improvviso, gli occhi tornarono a dipingersi di inquietudine. Stava quasi per capitolare, ma con un militaresco schiocco di dita riprese in mano le redini.

Una voce grave bussò alla porta: mancavano cinque minuti alla sua entrata in scena.

Nonostante Eva fosse già pronta si presentò sul palco con alcuni minuti di ritardo. Da diva consacrata sapeva che l’attesa era parte dello spettacolo. E di spettacolo lei ne era maestra.

Dopo lo show terminato con un’ovazione, tra gli applausi e le riverenze di chi incontrava sul suo cammino, Eva percorse il lungo corridoio bianco con una falcata degna di una giraffa.

Orgogliosa di quelle lodi ma troppo inorgoglita per palesarlo arrivò davanti al suo camerino, posò la mano sulla maniglia e… non la ruotò. Indugiò alcuni istanti, volse gli occhi nella direzione da cui era venuta e le sembrò di aver percorso l’infinito.

I presenti si fermarono a guardarla.

Con rabbia spalancò la porta. Entrò nella stanza come una furia, chiuse la porta quasi sbattendola. Si tolse le scarpe, il vestito e con loro anche l’impudenza. Andò a sedersi allo specchio. Si tolse il femmineo copricapo. Si strappò via gli orecchini, scorticò il viso da ogni forma di coraggio e tornò ad essere fragile. Invisibile. Tornò ad essere Davide.

 

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Jacques Ferrand:

 

La morte ha umane sembianze

 

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento,ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato”

(Dante Alighieri, Canto XI Purgatorio)

 

“Hybris. Le fantomatiche divinità dell’Olimpo, sulla cui esistenza nutro seri dubbi, puniscono questo vizio capitale dando sfogo alla loro fantasia. Esatto, come un vasaio nella sua bottega, il Primo Motore Immobile plasma l’uomo, che tende al ricongiungimento con esso. Sfortunatamente, è proprio della natura umana il tentativo di sorpassare il limite. L’artigiano produce meticolosamente la propria opera, ma è forse colpa sua se chi acquista il vaso, a causa della propria noncuranza, lo dimentica nei giardini del ninfeo e lo schiavo sbadato lo urta, mandandolo in mille pezzi e preparandosi a subire i rimbrotti del padrone? Ai tempi dei miei avi, i barbari Medi sciamarono dalle profondità più oscure delle terre asiatiche. Milioni di esseri sottosviluppati strisciarono sin dai palazzi dorati di Serse per assoggettare la Grecia. Il loro capo, un uomo, ebbe la pretesa di sfidare gli dèi. Che io possa morire in condizioni di indigenza se non dico il vero affermando che scatenò le ire di Poseidone”.

 

Le rivolte egiziane erano state domate. I pareri dei Magi risultavano propizi e favorevoli all’Asia. La conquista della Grecia richiedeva uno sforzo considerevole da parte di ogni suddito, ma Serse era solleticato all’idea di vendicare la sconfitta di Maratona, schiacciando come formiche i cittadini irrispettosi di Atene. La fretta, cattiva consigliera dei Persiani a suo tempo, fu accantonata a favore di una tabella di marcia rigida e intelligente. Serse era corso trafelato ad Abido, richiamato a osservare i lavori, ormai terminati, per stabilire un ponte di barche che permettesse alle sue armate di cominciare la spedizione militare. Guardò negli occhi la prima fila di soldati che si accingeva ad attraversare l’Ellesponto. Tornarono immediatamente indietro.

Una forte tempesta, di quelle che non si vedevano dai tempi di Gilgamesh, si accanì contro le attrezzature, vanificando il lavoro degli ingegneri. Serse comandò, non in preda all’ira, ma per garantire la sua immagine di fronte agli occhi dei popoli asiatici, che si flagellasse il mare. Inoltre furono gettati in mare i ceppi e l’Ellesponto venne marchiato a fuoco, al suono di queste parole ribollenti di albagia: “Onda amara, il mio signore ti infligge questo castigo perché l’hai offeso, senza aver da lui ricevuta offesa alcuna. Il re Serse ti varcherà, che tu voglia o che non voglia. È ben giusto che nessuno fra gli uomini ti offra sacrifici, perché tu non sei che un fiume torbido e salmastro”. Una volta terminate le operazioni, fece decapitare ex abrupto gli ingegneri.

Tre lunghi anni si erano rivelati appena sufficienti  per la costruzione del canale. Bubare e Artacheo avevano diretto i lavori alacremente, memori in ultima analisi dell’infelice sorte dei loro corrispettivi sull’Ellesponto. Ognuno, in fondo, è affezionato al proprio collo. I Fenici si distinsero per efficienza e trascinarono gli altri: il canale del monte Atos era pronto per l’uso. Serse aveva scelto di imbarcarsi nella realizzazione di un’opera così estremamente complicata per futili motivi, ritenendo che il monte Atos simboleggiasse la Grecia, pronta a inchinarsi al suo cospetto. Il tempo, unico giudice infallibile, ha stabilito la sua pena.

 

“Capisci ora le conseguenze della hybris di Serse? I barbari sono stati mandati allo sbaraglio. Le nostre lance hanno trionfato a Platea, le navi di Temistocle hanno sancito la sconfitta navale della flotta fenicia in quel di Salamina. Serse, uomo avventato. Un giorno ti ricorderai delle mie parole, Alessandro. Ora accompagnami lungo il viale e continuiamo a passeggiare” Aristotele si avviò quindi in direzione dello stagno, accompagnato dal figlio del re di Macedonia.

 

Alessandro aveva archiviato le parole di Aristotele come il pensiero di un illuso, ritenendo ad esempio il ponte sull’Ellesponto non il frutto della mente obnubilata di un folle, bensì un capolavoro logistico di alto livello partorito dalla genialità di un condottiero capace di unificare sotto i suoi stendardi i popoli di un intero continente. Quello stesso continente che ora Alessandro si apprestava a conquistare. Per arrivare ai confini del mondo.

La spedizione in Asia Minore si risolse in un gran successo e Alessandro sottomise la Frigia. A Gordio raggiunse Parmenione, il più fidato dei sottoposti del compianto Filippo di Macedonia.

Parmenione vedeva in Alessandro raccolte la debolezza e la forza del genere umano: tozzo e robusto, perfetto per il combattimento, possedeva un tono di voce aspro e portava la barba cortissima, corredo fisico cui accompagnava un’intelligenza creativa, efficiente e solida che forniva alla sua immagine un carisma senza eguali ma che non lo tratteneva dall’ubriacarsi coi suoi commilitoni. In qualità di supervisore, Parmenione si riteneva responsabile delle scelte di Alessandro, cercando di riportarlo a più miti consigli ogni volta che l’irruenza giovanile minacciasse di far scricchiolare le fila della falange. Lo vide arrivare a Gordio, splendente nella sua uniforme, riconoscibile per il pennacchio sull’elmo del comandante in capo. A dare ascolto alle dicerie della popolazione locale, anni prima re Mida aveva fatto il suo ingresso nella città a bordo di un cocchio, che si trovava ora nel tempio di Zeus, legato da corteccia di corniolo. Sempre secondo i barbari, chi ne avesse sciolto il nodo sarebbe diventato il re del mondo. Parmenione tendeva a fidarsi più del suo istinto che delle testimonianze antiche condite da spezie al profumo di leggenda e suggerì ad Alessandro di non cimentarsi nell’impresa. Vivi kàta mètron e rispetta gli dei, gli unici due comandamenti che seguiva. Ovviamente, il giovane condottiero prestò poca attenzione al borbottio di Parmenione e in sella a Bucefalo si diresse verso il tempio. Alessandro non conosceva le scarpe, né desiderava perdere tempo in quisquilie, perciò troncò di netto il nodo, le cui corde erano precedentemente incastrate alla perfezione, incurante degli spettatori che si lamentavano, tacciandolo di vanagloria. Li fulminò con lo sguardo, ottenendo un silenzio di tomba, interrotto soltanto dal vento che gli scompigliava la chioma.

Nonostante avesse fondato numerose città a suo nome, varcato le porte dell’India e combattuto sull’Idaspe, Alessandro Magno si spense a Babilonia, nel secco clima di giugno del 323 a.C. Aveva mosso un passo verso la cima dell’Olimpo. Un passo forse più lungo della gamba.

 

Le fontane, è risaputo, sono dappertutto, e a partire dall’antichità venivano costruite per soddisfare i gusti dei committenti. Una fontana molto particolare si trovava in quel di Cadice, in Iberia. Era alimentata non dall’acqua, ma dalle lacrime di un uomo. “Alla mia età, Alessandro aveva conquistato il mondo” si lamentava Giulio Cesare, piangendo come se quel maramaldo Pompeo gli avesse soffiato il consolato. Un lato del suo carattere, questo, non certo messo in risalto nei suoi Commentarii.

 

Col tempo Gaio Giulio Cesare imparò a controllare le sue emozioni. Nel 46 a.C. aveva Roma ai suoi piedi e stava celebrando il trionfo sui Galli. I cittadini festeggiavano lungo il corteo della via Sacra, omaggiando il generale come da  copione con insulti di vario genere legati alla sua presunta omosessualità, mai negata dagli storici. Dante l’avrebbe ugualmente collocato in Paradiso, alla luce di una rivelazione del genere?

Cesare non pareva comunque accorgersene, tanto che mantenne la stessa espressione in volto per tutta la durata della celebrazione, in risposta alle calunnie e alle maldicenze che lo volevano suscettibile e sensibile agli sbalzi d’umore. L’uomo di 54 anni ha imparato con l’esperienza.

 

Uno schiavo lo aspettava di fronte al carro. Chiamò Cesare e gli si rivolse delicatamente con un sussurro. Memento mori. Ricordati che devi morire. Gaio Giulio Cesare, con Roma ai suoi piedi e Vercingetorige in catene che aspettava la fine della sua prigionia, sbiancò. Si coprì con il volto e pianse. Pianse a lungo, non di gioia. Senatori e parenti accorsero a complimentarsi per il trionfo, interpretando la sua commozione come segno di umanità.

Eppure Cesare vedeva nei loro volti l’immagine di Alessandro, e leggermente più sfocata quella di un sovrano persiano, forse Serse, ma non ci avrebbe giurato. “Ho le traveggole” si disse. Vedeva invece uomini potenti, che avevano sfidato la sorte con alterne fortune, con dadi truccati o con sesterzi falsi. E nei loro occhi scorse la morte.

“La morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare”(Jorge Luis Borges)

 

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Giuseppe Lo Cricchio:

 

La caccia

 

Nel mezzo della foresta, mi trovai in una cerchia tenebrosa. Lì, ebbi dinanzi la bestia a cui da tempo davo la caccia.

 

“Non lo vorrai fare sul serio!” Non molto tempo addietro, Michel – mio fratello più debole – tentò di sbarrarmi la strada. Lo trovai piantonato dinanzi alle porte d’oro che costeggiano la sala del trono di re Iod, nostro padre.

“Non vorrai ostacolarmi!” esclamai, e scoppiai in una risata sprezzante. “Tu! Cosa credi di fare, fratellino?”

Michel non era ancora un cavaliere – era troppo giovane per esserlo – tuttavia quel giorno non batté ciglio, quando tentò di sbarrarmi la via che mi avrebbe condotto ad ottenere ciò che più bramavo al mondo. A me, paladino veterano di mille battaglie!

Tutti sanno quanto la mia forza sia ineguagliabile. Non vi è uomo che non tema la mia spada, le mie stoccate letali come fulmini!

“Non voglio che tu commetta una simile sciocchezza, Lucius.”

“Guardami: la mia armatura è talmente sfavillante che brilla di luce propria. Nessuno dei nostri fratelli è più degno di me per prendere il posto di nostro padre. E tu … di certo sei come loro.”

“Nostro padre governerà ancora per molti anni. Quando verrà il momento, sarà lui a decidere a chi dovrà cedere la corona. Temi che non sceglierà mai te. È per questo che intendi sfidarlo?”

La Legge del nostro regno stabilisce che un figlio possa sfidare a duello il padre. Se vince, può chiedere al padre qualunque cosa sia in grado di offrirgli, anche ciò che sino quel momento gli ha sempre negato.

Volevo il trono aureo che mi spettava. Sapevo di esserne degno!

“Sai cosa ti accadrà se perdi.”

Ad un tratto trasalii: in caso di sconfitta, neppure il sovrano avrebbe potuto salvarmi dalla Legge del regno. Ebbi un attimo di tremenda debolezza, poiché esitai, poi ogni incertezza della ragione venne meno, poiché io, Lucius, sapevo di essere imbattibile.

Ero pronto per occupare il posto di mio padre.

“Lasciami passare!” urlai, e con forza a dir poco belluina rovesciai mio fratello al suolo. Riverso sull’impiantito, Michel mi supplicò di non andare oltre.

Ma la bramosia fu così potente, che aprii le porte d’oro e varcai la soglia della sala del trono. L’antro si aprì e si richiuse alle mie spalle con un tonfo sonoro.

Lì, sul suo scranno aureo lo trovai. Mio padre mi scrutò con i suoi occhi ceruli e limpidi, impassibile come la montagna, nonostante la mia violenta irruzione.

Lucius, figlio mio.” Iod non mi parlò con l’austerità di un re, ma con la voce supplichevole di un padre. “Fermati finché sei in tempo, Lucius.”

La sala era ampia e luminosa, raggiante di un lucore a dir poco celestiale.

“Un giorno potresti essere tu ad occupare il mio posto, ad assumere l’immensa responsabilità che oggi grava sulle mie spalle.”continuò mio padre, e dai suoi occhi trasparì la saggezza che lo contraddistingueva “Solo se te ne dimostrerai degno.”

“Io ne sono degno!”

Ma Iod scosse il capo. “Al momento temo di no, Lucius.”

A quel punto, mi sentii avvampare dentro la collera dell’inferno. Come Lucifero, che sfidò il Padre per ottenere il suo trono celeste, io sguainai la spada, e con selvaggia avidità mi avventai contro mio padre.

Avrei ottenuto il posto che di diritto mi spettava con ogni mezzo. Ad ogni costo.

 

 Inutile dire che fui sconfitto.

Con il rammarico che un padre può provare nei confronti di un figlio nel compiere un simile gesto, Iod rispettò la Legge dl regno. Poiché la Legge non può essere infranta, soprattutto dal re.

Così fui mandato in esilio, bandito dal regno e gettato nella foresta per il resto dei miei giorni.

Brancolai nel buio della fitta boscaglia.

Le ombre mi avvolsero. 

Fui preso da una pazzia cospiratrice che presto mi pugnalò nella mente. Nel mezzo della foresta, diedi la caccia alla bestia, all’occulta entità che mi aveva condotto subdolamente al mio tragico esilio.

Quando mi trovai in una cerchia tenebrosa. Lì, mi specchiai sulla superficie di uno stagno.

Nello specchio, riconobbi la bestia a cui da tempo davo la caccia.

 

***

 

Rosanna Marazia:

 

La prima comunione

 

Se solo avessi avuto le mani libere. Quella dannata forcina mi rosicchiava l’orecchio come un topo davanti ad un pezzetto di goloso formaggio. Stavo per ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo. Otto mesi di Catechismo, incontri, preghiere recitate a memoria e ancora: ritiri spirituali, messe cantate, confessioni e infine le prove. Ieri Rosa è scoppiata in lacrime proprio nell’attimo in cui un raggio di sole è sceso dal vetro colorato della volta e  ha illuminato con un bagliore scintillante l’ostia che reggeva delicatamente  con la punta delle dita. Come spesso accade agli attori delle più importanti compagnie teatrali prima del debutto, durante le prove, Rosa è crollata. Per non interrompere quel momento di preghiera, nessuno di noi ha osato spostarsi di un solo millimetro; con le braccia sollevate aspettavo un cenno del sacerdote per sciogliermi da quella scomoda immobilità. Lentamente l’ostia sconsacrata è scivolata sulla lingua, si è appiccicata sul palato ed è rimasta lì per un bel quarto d’ora.

“Siate gioiosi!” diceva Don Filippo! “State per accogliere Gesù.”

Rosa ha qualche problema: la sua mamma ama un uomo che non è il suo papà. Il suo papà ama una donna che non è la sua mamma, entrambi hanno un figlio e una figlia che sono fratelli di Rosa, in percentuale da calcolare. Un bel pasticcio.

Rosa vive con i nonni e ha imparato che l’amore finisce. Sempre meglio di Nicola che vorrebbe vivere con i suoi nonni e si deve accontentare di vederli sulla fotografia della lapide al cimitero. Vive in una comunità con altri ragazzi e spesso incontra  l’assistente sociale e la psicologa.

Suo padre entra ed esce dal carcere; dicono sia uno spacciatore di droga e anche un ladro però, mi ha detto Sisina la fruttivendola, che non ha mai fatto del male a nessuno, neanche a una mosca. Nicola è simpatico. Quando racconta le barzellette, ci fa morire dalle risate. La catechista certe volte lo rimprovera perché le parolacce in chiesa non si dicono, anzi, non si dicono mai. Cristina e Giorgio sono gli unici che non ridono, quando Nicola ne dice una delle sue. Chissà, forse non vedono l’ora di tornare a giocare nel loro giardino. Io non sono invidiosa, sia ben chiaro; devo però ammettere che loro hanno proprio tutti i giochi del mondo: lo scivolo grande, l’altalena, il tavolo da ping pong, la piscina e una montagna di videogiochi originali per la Play Station S4.

Giochi e divertimenti a parte, non succede a chiunque di avere a disposizione due tate. Una insegna pianoforte e l’altra è una madrelingua inglese e parla con loro sempre e soltanto in inglese. (L’anno scorso perché ero piccola, credevo si dicesse  madreperla inglese). Cristina e Giorgio sono fratelli gemelli: il giorno del loro compleanno hanno festeggiato nel giardino della villa con una torta megagalattica. Per spegnere le candeline sono saliti sul palco decorato di fiori a grappoli e candele galleggianti. A loro non manca mai niente. Non è vero. Giorgio mi fa il filo, l’ho capito da come mi guarda e da come mi accarezza i capelli. Giovedì dopo il ritiro spirituale ho parlato con lui confidenzialmente: diceva dispiaciuto che i suoi genitori non ci sono quasi mai. Il lavoro li costringe a girare il mondo: Francia, Stati Uniti, Giappone, India …

Io non riuscirei a stare lontana intere settimane dai miei genitori; da quel rompiscatole di Gigi, mio fratello, sì. Anche sei mesi, eccome se riuscirei.

“Dio, quanto mi ami?”

 Don Filippo apre l’omelia con queste quattro parole. Poi non resisto e mi allontano ancora. Penso che …

 La mia famiglia è normale. Non siamo tanto alti, non siamo tanto belli, ci svegliamo sbadigliando, con gli occhi appiccicati e l’alito che sa di naftalina sciolta nel caffè. La mattina si litiga a chi di noi per primo occupa l’unico bagno di casa. Il solito guastafeste è lui: Gigi. Entra nel bagno come una saetta, e resta chiuso a chiave un tempo interminabile. Dopo ripetuti insulti che gli urliamo dietro la porta, finalmente esce con una faccia da ebete. Gigi è una scimmia spelacchiata di quindici anni con il naso lucido e camuso di una capra. Odio arrivare tardi a scuola, soprattutto quando non è colpa mia. Il mio papà un giorno sì e l’altro no, mi chiede se sono felice; come se dalla mia contentezza dipendesse il successo della sua. Anche la mamma, pur non essendo altrettanto diretta, cucina benissimo cantando: quando cucina, canta meravigliosamente bene. Credo che la normalità fabbrichi mostri e cuochi. Ecco l’amore per me è riuscire a essere mostruosamente normali e a saper cucinare da Dio, il che significa: amare tutti i giorni con il richiamo dell’acquolina in bocca.

“L’amore finisce?”

Don Filippo ha interrotto i miei pensieri girovaghi con quest’altra domanda. Sinceramente non ho ascoltato le sue risposte, le ho cercate dentro di me.

La forcina continuava a darmi fastidio mentre le voci del coro avevano già riempito di magia ogni piccolo spazio libero della chiesa facendo vibrare l’aria immobile e intrisa di profumi. Con le mani giunte aspettavamo in fila: noi femmine, bardate di nastri e merletti dalla testa ai piedi, i maschi invece, con l’impronta dello joystick della play station 4  in mezzo alla fronte. Il tutto ben celato sotto una claustrale tunica bianco latte. 

 “Adesso fermi!” Ha detto sottovoce la catechista.

Il fotografo indietreggiava, avanzava, s’inclinava come un gambero con la parrucca. Una nuvola confusa di capelli grigi aleggiava come un fantasma sollecitato dai lampi del flash. Mi stavo distraendo. Ho fatto appena in tempo a ricordare le raccomandazioni di Don Filippo.

“Domani con le mani giunte, pregate Gesù!”.

Dietro l’altare, Lui mi guardava con gli occhi di sempre. Una grande croce di legno faceva da sfondo al suo corpo. Per fortuna il famoso artista e ceramista, gli aveva risparmiato i rivoli di sangue gocciolanti sul viso, dietro la corona di spine della fronte, e il sangue rappreso dei polsi e dei piedi bucati con ferocia dai chiodi e dal martello. Era un Gesù risorto: sfiorato da un velo di tulle ingessato ma leggero, talmente leggero da sembrare in procinto di volare nuovamente in cielo sospinto da un soffio di vento. Allora sentii che il fiocco del vestito nascondeva un doppio nodo: uno mi cingeva la vita, l’altro si accomodava nel mio stomaco. Provai a deglutire, ma il movimento involontario del collo, fece riaffiorare il dolore pungente della forcina. Stavo pregando, non c’erano dubbi.

Caro Gesù, devo confessarti un grande segreto.

Non ho voglia di raccontarlo a Don Filippo, lui è un uomo come noi.  Dio ti ha creato a nostra immagine e somiglianza ma io la differenza la vedo, tu sei un’altra storia. Noi uomini parliamo e promettiamo come se le parole e le promesse non avessero alcun valore. Anche per te le parole non contano?  La vita non è un sogno e rimango male quando dopo aver sognato piacevolmente, scopro che non era vero niente. Tuttavia devo riconoscere il sollievo che mi prende e l’ho anche apprezzato, quando un sogno terribile, diciamo pure un incubo, si autodistrugge al mio risveglio. Stanotte non riuscivo a dormire. La forcina questa volta non ha colpe. Mi sono alzata perforando il buio mentre tutti dormivano e sono andata in cucina. Le lancette fosforescenti dell’orologio segnavano le 4 :12. Qualcuno doveva aver dimenticato il telefono cellulare acceso, collegato al caricatore. Normalmente non l’avrei mai fatto. Almeno credo. Invece ho avviato lo sblocco strisciando con il dito sul display e ho ficcato il naso nei fatti di mio padre. “Mi manchi … ti amo … non farmi aspettare ancora … i tuoi figli capiranno … non puoi tenere nascosta una storia importante come la nostra … diglielo che tua moglie è innamorata di un’altra”. Ho appoggiato il telefono sul tavolo e ho incominciato a tremare. Il cuore mi batteva nel petto con violenza e ho incominciato a immaginare le facce di questi due diavoli che avevano bucato la crosta  terrestre per gettare lava incandescente sulla mia famiglia. Sai una cosa caro Gesù? Sei un millantatore, un bugiardo, una statua di gesso. A cosa è servito il tuo sacrificio? Avanti, scendi da quel muro, da quell’inutile croce e spiegamelo. Che cosa cercano gli uomini per vivere felici, l’AMORE?  Come vedi l’amore finisce e anche il tuo si è esaurito. Smettila di guardarmi in quel modo, aiutami. Io adesso come faccio? Ti sembra poco, vivere questa messa in scena come se niente fosse? Ah, già. È il peccato originale, l’albero della conoscenza, il serpente. Fammi il piacere! Sai cosa mi hanno insegnato al Catechismo? Ascolta:

“Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati, perché peccando, ho meritato il tuo castigo …”

Non ti sembra assurdo far recitare a memoria l’Atto di Dolore ai bambini? Per piacere scendi da quella croce, infilati un jeans e una camicia a quadri e fai un po’ di restauro. Non vedi che il mondo sta cadendo a pezzi? Ti sembro superba? Non importa. Oggi mi sento nella merda fino al collo e mi toccherà recitare la mia parte con quest’odiosa forcina che mi sta torturando. Anzi sai cosa ti dico? Adesso me la strappo via dai capelli. Sono stanca.

Ssss … Gigliola? …ehi … Gigliola …. Le mani … tienile giunte, stai pregando.

Mi chiedono di essere buona come un dolce alla crema, io preferisco alla bontà, la verità. Possiamo far finta che vissero tutti felici e contenti come nelle favole. Alle favole non ci crede più nessuno.

“La bambina è svenuta!” Presto, chiamate un’ambulanza.        

 

***

 

Simona Morchio:

 

Monologo: La Superbia parla a un essere

 

“Mi sono liberato definitivamente del fardello di Dio tempo fa... dopotutto se ha cacciato e dannato Lucifero per un unico momento di superbia, tremo al solo pensiero di cosa voglia far di me.”

Uno scrittore scrive su alcuni fogli bianchi per impartirmi un’immagine, per Oscar Wilde sono Dorian Gray “corrotto e bellissimo”.

Per un pittore sono una donna senza volto davanti al proprio specchio.

Per un politico sono il suo verbo, la sua legge.

Governo con abilità anche gli animi più umili, come quelli degli amministratori della chiesa bramosi di successo, non più capaci di riconoscere la parola del loro Dio.

Il desiderio di possedermi è un vorace tarlo nella mente, una tela che creo sottile e continua, una seduzione affascinante e pericolosa.

Il non potermi avere per alcuni è il voler la morte di chi ha ottenuto i miei favori.

Sangue è stato versato in mio nome, animi si son perduti in oblii senza fine e altro accadrà per mia mano.

Sono il burattinaio della vita dei più deboli, manovro fili per innalzarmi sopra altri esseri:

dall’alto una vita può sembrare insignificante, da qua anche la luna e le stelle perdono parte del loro splendore.

Ora puoi prevalere su chi non ha creduto in te, su chi non ti ha amato, ora da qui puoi cadere nel mio gioco sublime.

Sono la sposa del diavolo, la madre dei suoi sette figli, l’amante della distruzione dell’essere.

Mi puoi trovare nelle tue parole

Sono nel tuo specchio

Sono Aria

Il tuo Dio ti ha creato per poi diventare cenere e terra, seguimi senza indugiare e sarai un oratore che con parole e rime cambia ideali altrui, nutriti delle speranze di questi meschini e innalzati sopra di loro.

Ancora una volta uno scrittore parlerà di te nei suoi racconti.

Un pittore cercherà di catturare la tua immagine.

Un politico sovrasterà su altri per occupare il tuo posto.

Sarai la loro legge.

Sarai il loro Dio.

 

***

 

Sara Palmieri:

 

La Musulina” e la festa di Carnevale

 

Non so perché la chiamassero così: “’A Musulina”. Se per qualche attinenza col dittatore del ventennio o perché per il suo lavoro utilizzava la mussola, una stoffa molto leggera, simile a una garza, con cui negli anni Sessanta, si confezionavano fini camicette per signora. Dalla Musulina”, una sarta molto richiesta, si andava per farsi cucire o per noleggiare i vestiti di Carnevale. Il suo portoncino di legno si apriva su due rampe di scale, lungo le quali, a Carnevale, “’a Musulinaappendeva i vestiti che aveva abilmente confezionato e che lasciava visionare alle sue clienti in una variopinta passerella. Le clienti erano soprattutto mamme con bambini, che, salendo, osservavano estasiate quel tripudio di colori e di luci emanato dai costumi adorni di brillantini e di paillettes, di piume e di chiffon. Le maschere di D’Artagnan e Zorro si alternavano a quelle da sceriffo ed astronauta, fata, dama e, perfino, da olandesina. ’A Musulina ti aspettava in cima alle scale e si beava dell’estasi che i suoi capolavori procuravano ai clienti che avanzavano stupiti tra gli Oooooh!!! Me la ricordo grassa, con una folta chioma cotonata e un grembiule trapunto di spilli e fili colorati. Ti introduceva con sussiego nel suo regno ingombro di stoffe, di ritagli svolazzanti per terra, di carte di velina bianca su cui disegnava i modelli, mentre i suoi numerosi gatti circolavano indisturbati, salendo e scendendo da sedie, tavoli, mensole. Ormai ero grande per il mio costume da cinesina e non mi stava più neanche quello da cosacco, cucito per una recita scolastica, così mia mamma mi portò dalla Musulina per fittarne uno. I costumi, venendo noleggiati, non erano sempre nuovi, ma già usati e si vedeva la differenza con quelli che l’artigiana aveva invece cucito apposta per quell’anno. Tra questi ce n’era uno bellissimo, da dama. Su una stoffa dal rosa antico, erano stati inseriti pizzi e trine, le maniche erano lunghe, a sbuffo sulle spalle, la gonna ampia, plissettata sull’orlo e sostenuta da un cerchio; un cappellino con veletta in organza completava il costume. Il noleggio di quell’abito era costoso, ma visto il mio interesse, mia mamma lo prenotò. Indossarlo mi catapultò nel mondo delle fiabe, tra principi e fate, boschi incantati e valli immerse nel sole. Peccato che la festa a cui andammo non fosse così amena: i bambini arrivavano con i loro costumi perfetti ma, dopo poco, nella mischia del Carnevale impazzito, zeppo di cow boy che sparavano pallini colorati, di zorri che sguainavano finte spade, di indiani dalle urla disumane, di risa, di pianti, di bave e di sudori, erano diventati sgualciti, macchiati, commisti ai vestiti di tutti i giorni su cui erano stati sovrapposti per evitare il freddo. Mi muovevo in quella baraonda come in una casa di cristallo, attenta al mio abito, cercavo di evitare baruffe, coriandoli e spruzzi di schiuma. Avrei voluto che tutti rispettassero il mio costume, anche perché non era mio, era della Musulina. Non mi divertii affatto e guardavo rassegnata quei bambini vestiti da pirata o da contadino, che si rotolavano a terra con evidente soddisfazione. Ad un tratto, in fondo alla sala, vidi la mia compagna di classe, Liù, vestita da Mary Poppins, con un ridondante vestito di velluto rosso, col mio stesso problema. Stemmo insieme tutto il tempo, nell’angolo, osservando gli altri che si divertivano, scambiandoci annoiate i confetti che le mamme ci avevano infilato nelle borsette. Fu allora che ci passarono davanti due bambine vestite da strega. Le sentii chiaramente, nonostante avessero avvicinato il capo e messo la manina davanti alla bocca, dire tra loro: “Guarda quelle due, non danno retta a nessuno, con quei vestiti pomposi. Ma chi credono di essere? Che superbia!” Superbia – questo termine mi era completamente nuovo. A casa guardai nel vocabolario, che recitava: “Eccessiva stima di sé, accompagnata da ambizione smodata e da disprezzo verso gli altri”. Mi sentii un verme e compresi per la prima volta quanto sia facile fraintendere gli atteggiamenti. Quando andammo a restituire il costume alla Musulina non provai il dispiacere che avevo inizialmente temuto, anzi ebbi un senso di liberazione. Lei lo ispezionò, lo guardò da un lato e dall’altro, poi disse con ammirazione: “Brava, non ha nessuna macchia e non è nemmeno sgualcito, posso riporlo per l’anno prossimo senza neppure lavarlo!” E rivolta a mia mamma: “Complimenti, l’ha educata proprio bene questa bambina!” Mia mamma corrispose guardandomi con orgoglio. Quelle parole invece di rallegrarmi, mi fecero provare rabbia e rancore per la festa rovinata. Se avessi avuto un costume da zorro, le avrei trafitte entrambe con la mia spada di plastica!

 

***

 

Giovanni Maria Pedrani:

 

Ich bin Gott (io sono Dio)

 

La porta blindata venne sprangata alle sue spalle dal secondino.

Il prete avanzò. Una lama di luce tagliava in due la cella buia.

Da un lato, su un letto sudicio, era seduto “lui”.

«Perché mi hai voluto vedere?» sussurrò il sacerdote.

L’eco di un urlo risuonò in lontananza da uno dei bracci. Voci concitate di carcerieri stavano sedando l’ennesima intemperanza di un ergastolano.

Il reverendo sussultò. Incedette di un passo, per percepire un movimento, un respiro, l’ombra di una parola dalla branda.

Nulla.

“Lui” era fermo nell’oscurità. Da sette anni ascoltava il rumore del silenzio e le grida dell’isolamento, inframmezzate dall’odore di urina, di sperma, di sudore e di vomito di esseri inferiori!

«Perché hai voluto incontrare proprio uno di noi?» provò a insistere il reverendo dell’ordine dei Serviti.

«L’uomo è soltanto un errore di Dio? Oppure Dio è soltanto un errore dell’uomo?» sentenziò il condannato con un ghigno provocatorio.

Il sacerdote guardò sul pensile lurido, dove fra i tanti libri di Nietzsche giaceva “il crepuscolo degli idoli”, da cui “lui” aveva estratto quella frase.

«Hai ucciso così tante persone…» si sedette sconfortato su una seggiola malmessa.

«La demenza è rara nei singoli, ma è la regola nei gruppi, nei partiti, nelle epoche!» vaneggiò superbo una giustificazione, dimostrando di non essere per nulla pentito degli omicidi di prostitute, tossicodipendenti e religiosi, ma inoltre di aver imparato a memoria anche “al di là del bene e del male”.

«Non la forza, ma la costanza di un alto sentimento fa gli uomini superiori» restituì il favore il prete, che non conosceva solo le Sacre Scritture, pescando dallo stesso libro del filosofo.

«Io sono l’unico Verbo!» scattò in piedi indignato «Come osi!»

«Questi anni di clausura non ti hanno fatto trovare la Fede?» socchiuse le palpebre turbato dall’orrore.

«Non esistono fenomeni morali, ma solo un’interpretazione morale dei fenomeni!» sogghignò scegliendo il male «Dove voi vedete le cose ideali, io vedo cose umane» insistette dall’Ecce Homo.

Il prete fece il cenno di alzarsi. Il pentimento non aveva sfiorato quell’assassino.

«Un uomo diventa Dio quando uccide il proprio Dio!» sgranò gli occhi allucinato.

«E questo chi l’ha detto, sempre Nietzsche?» lo schernì il religioso.

«No, questo l’ho detto io!» urlò sollevando un pezzo di metallo tagliente a forma di croce, che aveva preparato modellando due cucchiai, e pronto a conficcarlo nel cranio del servo di Dio caduto nella sua trappola.

Il commissario fece appena in tempo a estrarre dall’abito talare la pistola e a scaricare sulla fronte di quel superuomo una pallottola.

Il suono rimbombò lungo i bracci del carcere attraverso tutte le celle, come il coro degli angeli percorre la navata di una cattedrale fino alle cappelle.

Dio era morto.

 

***

 

Chiara Rossi:

 

La ruota del pavone

 

Guardo questo lussureggiante giardino pensile, appositamente costruito per me, a bordo della giunca di comando della flotta dell'imperatore Zhu Di, gioia eterna della dinastia Ming, e mi chiedo che ne sarà della mia vita, ora che il mio padrone è morto. Hanno avvolto il suo corpo in un telo bianco e l'hanno fatto scivolare nelle acque metalliche del mare, blu e verdi come le sfumature delle penne della mia maestosa coda, tempestata di occhi dorati. La mia naturale eleganza folgorò il mio amato Zheng He, eunuco, promosso grande ammiraglio a soli 34 anni. Zheng ed io eravamo ugualmente ambiziosi, abili a captare ogni possibile ammirazione nei nostri confronti, quanto a dimenticarne subito la provenienza, ma forse, lui, cui era stato negato il piacere di possedere le donne, mi volle con sé, anche per la mia fama di lussurioso, dato che il maschio della mia specie segue la femmina per romperne le uova, in modo da potersi dedicare ancora ai suoi appetiti.

“Che gli abitanti dei quattro mari siano una famiglia sola...” aveva decretato l'Imperatore. Lui, la cui autorità si estendeva anche sui mari dalla Corea all'Indonesia, fino a Aden, incoraggiava profeticamente gli scambi dei mercanti, convinto che l'agricoltura non potesse più essere l'unica fonte di stabilità e ricchezza della Cina. Fu così che finanziò sette grandiose spedizioni nell'Oceano Occidentale, per portare ovunque il suo nome e la sua potenza: fece costruire un numero immenso di navi del tesoro, lunghe fino a 146 metri, con otto alberi per le vele, saloni di rappresentanza, ponti coperti, stive di stabilizzazione, cannoni per dissuadere gli assalti nemici e prue rinforzate per contrastare le barriere coralline. Una pleiade di astronomi, medici, metereologi, botanici e traduttori le popolava, oltre agli equipaggi, ben s'intende. E a capo di tutto, il navigatore senza pari Zheng, che tutti sovrastava in sapere ‒ e la conoscenza è potere! ‒, generando invidie e gelosie.

Nell'autunno del 1411, la terza spedizione, dopo aver toccato il Vietnam e Giava, raggiunse le coste dell'India, per poi far rotta verso casa. Le giunche si ancorarono nello specchio d'acqua antistante Malacca, fiorente centro di scambi di spezie: sarebbe stato l'ultimo porto e i monaci facevano voti affinché le trattative fluissero serene, per bilanciare l'arresto dei due prìncipi ribelli di Sumatra e Ceylon, che si erano rifiutati di riconoscere la suprema autorità cinese. Gli scribi della delegazione imperiale alle dipendenze del notabile Ma Huan avevano diligentemente stilato le relazioni ufficiali, non mancando di evidenziare l'atteggiamento affatto diplomatico di Zheng, che oramai, insofferente ai dettami ricevuti dall'Imperatore, abusava senza ritegno della sua posizione. A lui, nonostante la fede in Allah, i Maestri avevano sempre attribuito la presunzione di ascrivere a proprio merito tutto ciò che era diventato e faceva, oltre al fatto che era incapace di elogiare il lavoro dei collaboratori, che anzi umiliava e criticava acidamente, ritenendo se stesso la ragione unica della riuscita di ogni impresa. Ora però aveva superato ogni limite. 

Torniamo a me, che a quel tempo ero la gioia degli occhi della figlia prediletta del Sultano di Malacca: le sue attenzioni davano lustro alla mia esistenza, già privilegiata dalla Natura. Durante lo sfarzoso ricevimento di accoglienza dei Cinesi a palazzo, nel momento in cui ostentavo la mia straordinaria ruota, Zheng mi vide: nel corso dello scambio protocollare dei doni, ebbe l'ardire di affermare che gli accordi commerciali sarebbero stati validi solo se sigillati dal dono del pavone, di cui l'imperatore della Cina era appassionato collezionista. Il notabile Ma Huan inorridì e si trovò in grande imbarazzo per l'indelicata richiesta; il capriccio di Zheng costrinse la delegazione cinese a imbarcarsi a mani vuote. Ma lui inviò tre dei suoi uomini più fidati a rapirmi e fu così che io mi ritrovai a bordo, orgoglioso di aver scatenato tanto desiderio.

 

"Scusi se interrompo Prof. ‒ disse Greta ‒: io credo che Zheng non abbia mai avuto in mente di offrire il pavone al suo imperatore, perché si rispecchiava troppo in lui".

"Claudio?".

"Io me lo vedo Zheng, con un sorriso sottile e gelido".

"Bene, ragazzi, vedo che questa storia vi cattura. Forza: descrivete ancora l'ammiraglio".

"Velenoso".

"Insolente".

"Triste e insoddisfatto".

"Sospettoso".

"Una di quelle persone che hanno paura di trovare qualcuno più forte di loro"

"... e che magari faccia loro ricevere quello che sono abituate a dispensare".

"Mi raccomando, allora: ricordatevi di Zheng e del suo pavone e... evitate di fare la ruota! Marta, sei con noi? Riprendi la lettura, per favore.

 

***

 

Dati autori brevissimi 2014

  

           

Roberta Angeloni nasce a Roma. La passione per la scrittura l’accompagna da sempre, declinata in varie forme. Ha pubblicato per Rai Eri, Iacobelli Editore, Albatros, mentre i suoi racconti compaiono in diverse antologie. Il racconto breve le è congeniale, ma ama scrivere anche per il teatro. La sua ultima fatica, dal titolo Solitudine, è una commedia in un unico atto che verrà rappresentata per la prima volta nel gennaio 2015. I suoi autori preferiti. Alvaro Mutis, Italo Calvino, Edgar Allan Poe, Julio Cortazar, Gabriel Garcia Marquez, Jorge Luis Borges.

 

Claudia Bertolè, autrice torinese, laureata in Giurisprudenza e in Lettere Moderne, ha partecipato a diversi premi letterari con i suoi racconti e collabora al sito http://sonatine2010blogspot. com, occupandosi di recensire il cinema giapponese contemporaneo. Negli ultimi anni si è appassionata al cinema giapponese contemporaneo, in particolare all’opera del regista Koreeda Hirokazu (autore, tra gli altri, di: Maborosi, Nobody knows, Still walking, Air doll). Le piace leggere, scrivere, andare al cinema. Tra i suoi autori preferiti Yukio Mishima, Raymond Carver, Chuck Palahniuk, Amélie Nothomb. Libro del cuore: Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Quando riesce, le piace frequentare i festival cinematografici, italiani ed europei.

 

Alessandro Cuppini, da quando ha potuto dedicare un po’ di tempo alla scrittura, questa è diventata il suo hobby principale, assieme al correlato della lettura. Ultimamente ha scoperto il teatro e l’immediatezza della scrittura per questo. È bello veder rappresentato un proprio lavoro con la mediazione di un qualcuno che si fa interprete della parola scritta. Sono divertenti e istruttive per un autore le discussioni che si originano col regista e con gli attori, per giungere alla fine ad uno spettacolo che nasce dalla collaborazione di molti. È come praticare uno sport di squadra, da sempre considerato superiore alla pratica dello sport individuale. È un appassionato di racconti e dunque, per quanto riguarda gli autori favoriti, non parrà strano includere nel mazzo autori come Bernard Malamud e la Munro, Cheever e Dubus. Tra i non anglosassoni, Marquez e Buzzati.

 

Marco Canella, nato a Copparo (FE) nel 1979, è un disegnatore e progettista meccanico. Vincitore di diversi riconoscimenti letterari, ha vinto, tra gli altri, nel 2012 il concorso “La Città del Principe” di Carignano (TO), con il racconto “Anche gli angeli portano le scarpe”, e per quattro anni consecutivi, dal 2011 al 2014, il premio delle “Unità produttive dell’industria e dell’artigianato”, con altrettante prose in versi. Con “Delos Books” ha pubblicato nel 2012 il racconto “L’amore sopravviverà” nel libro “365 storie d’amore”, mentre nel 2013 sia lo scritto “Cuore di metallo” nel libro “Il magazzino dei mondi 2”, sia il racconto “Un fiocco rosso” nel libro “365 racconti di Natale”. Nel 2013 ha pubblicato un suo libro di racconti intitolato “Emozioni all’orizzonte” edito dall’associazione “Progetto Cultura e Turismo” di Carignano (TO). Nel 2014 il racconto “Mare, profumo di mare” nel libro “365 racconti d’estate”, e i due scritti “Il Guardasabbia Markus” ed “Eureka: Mondo9 esiste!” nell’ebook “Tutti i mondi di Mondo9” nella collana “Odissea Digital” di “Delos Digital”. Per dicembre uscirà il suo primo ebook romance “Baciati dalla luna” nella collana “Passioni romantiche” di “Delos Digital”.

 

Vincenzo Di Francesco, Appassionato di arte nelle sue più svariate accezioni e di tutto ciò che permette di accrescere il suo bagaglio sia sul piano culturale che su quello personale, dà sfogo alla sua fantasia attraverso la scrittura, il cinema, l’arte presepiale, il modellismo, la fotografia e la cucina. Nel campo della scrittura si diletta principalmente nella stesura di soggetti cinematografici, sceneggiature, e occasionalmente nella stesura di brevi racconti. Legge qualsiasi cosa attiri il suo interesse senza alcun tipo di limitazione nel genere o nel contenuto. Non avendo alcun tipo di pregiudizio nella lettura come nella vita, fa fatica a mitizzare qualcosa o qualcuno in quanto il nome è l’ultima cosa di cui gli importa. Per questo trovare autori a cui affidare ciecamente la sua mente gli risulta difficile. Tuttavia uno scrittore capace di stuzzicare la sua curiosità è sicuramente Pirandello che con il suo sapiente gioco delle parti sa affascinarlo. 

 

Jacques Ferrand, diciottenne di Latina si definisce un ragazzo con la passione per la scrittura. Nell’attesa di diventare giornalista, frequenta il liceo classico nella sua città. Gli piace viaggiare, conoscere nuove persone e culture gastronomiche. 

Giuseppe Lo Cricchio, è nato a Partinico nel 1990. A maggio 2008: è fra i vincitori del concorso scolastico europeo “Europa e diritti umani – Un movimento per la vita” con il racconto breve La leggenda di Irewen. Nel 2013: pubblica il suo primo romanzo dal titolo Non siamo soli nell’universo – I nove eroi con la casa editrice “Montag”; successivamente è fra i vincitori del concorso letterario nazionale “La forza della diversità” con il racconto breve Voglio essere diverso. Nel dicembre 2013 è finalista del 1° concorso internazionale di poesia e letteratura “Città di Borgetto” con il racconto breve Il patto. Vive tutt’ora a Partinico insieme alla sua famiglia.

Simona Morchio, è nata in Liguria, le sue passioni sono la scrittura, la lettura, l’arte e la musica. Tra i suoi racconti brevi troviamo: Ossessione,  un  racconto intrecciato tra passione e follia per l’arte; Era solo un semplice Dialogo, mente e cuore incorniciano in una surreale conversazione ricordi e profumi di una giovane donna che inizia a vivere solo alla fine della sua vita.

Sara Palmieri – di Lamezia Terme (CZ), ha vissuto a Varese e a Maratea (PZ) e oggi abita e lavora a Ravenna. Giornalista, laureata in Scienze della Comunicazione, ha collaborato a quotidiani e periodici sia in Lombardia che in Basilicata. Lettura e scrittura sono le sue passioni fin da bambina. Tra i suoi passatempi di adolescente, con lo pseudonimo di Pia De Palmis, in collaborazione con un’amica, la stesura del romanzo giallo Il castello dei Grettam rimasto incompiuto e andato perduto, ma fortunatamente nessuno se ne è accorto! Ama il genere del racconto breve a cui da qualche anno si è dedicata lei stessa. Alcuni suoi racconti sono pubblicati sul blog “Bandiera rossa in movimento”; nel 2012 il racconto La prima volta di Edera è stato segnalato nella rassegna letteraria “Voci di Donne” organizzato a Ravenna; nel 2013 è risultata tra i finalisti del Premio Energheia, sezione “I Brevissimi”, con il racconto La lezione di musica; sempre nel 2013 ha scritto, in collaborazione con la poetessa Letizia Labanchi di Maratea, il racconto La ragazza che fondò una casa di riposo. È appassionata di cinema e teatro. Tra i suoi autori preferiti Nikolaj Gogol, Katherine Mansfield, Anton Cechov, Natalia Ginzburg e, tra i contemporanei, Luis Sepulveda, Pino Cacucci e autrici sudamericane emergenti come Claudia Pineiro e Vanessa Barbara.

 

Giovanni Maria Pedrani, è un ingegnere di Saronno(Va), autore per passione. Scrive fin da quando era adolescente. Negli ultimi dieci anni ha collezionato un centinaio di premi letterari. Col suo nome, o in antologia con altri, ha pubblicato tante opere soprattutto di genere thriller. Gli ultimi libri che portano la sua firma, sono i romanzi “C’è un cadavere sul treno - Assassinio sul Malpensa Express” (Il Ciliegio Edizioni) e “Nebbie d’estate” (CSA Edizioni) e le raccolte di racconti “Il sonno di Cesare” (Il Ciliegio Edizioni) e “Self-Control” (Il Ciliegio Edizioni). Nel 2014 è uscito “Lettera a Francesco” (Il Ciliegio Edizioni) un testo che rappresenta una testimonianza di vita. Con uno pseudonimo è autore di tante favole per bambini.

 

Chiara Rossi, laureata in Scienze dell’Educazione degli Adulti e della Formazione continua, è giornalista pubblicista, appassionata di scrittura, arti visive, musica e viaggi; le sue esperienze professionali sono legate a progetti editoriali e di comunicazione (www.imaginabunda.it). Iscritta al Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea (Roma), insieme a Silvestra Sbarbaro ha vinto la prima edizione del Premio letterario Sipario (2014, Oppido Lucano, PZ - www.premiosipario.it), per sceneggiature teatrali inedite, con il testo Di lui, tutto mi stregava (Phasar edizioni, Firenze, 2014 - www.phasar.net

 

 




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Sommario
Le vie del racconto

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