LE VIE DEL RACCONTO
PIERO SANAVIO
 

 

                                                     

ROIS JE NE SUIS, PRINCE NE DEIGNE

 

 

Mais non, ne leur demandez pas une omelette soufflée, ils n’ont aucune idée de ce que c’est. […] Aussi que voulez-vous, c’est votre faute, vous ne voulez pas entendre parler de cuisine italienne.

 

                            Albertine disparue, Esquisse XVI

 

 

                                                     L’ambassadeur de Venise fronçait le sourcil; il

                                                     croyait  peu  aux descendants des empereurs

                                                     romains, et se flattait, étant  lui-même un Mocenigo

                                                     inscrit au livre d'or de Venise, de connaître tous 

                                                     les plus grands noms de l'Europe.

                          

                                                                                                        Les Illuminés

 

 

 

 

 

 UNO.

 

                                                1.

 

Signori e cavallieri qui adunati

Per udir cose dilettose e nove

Statevi attenti e quieti et ascoltati

La bella storia che ‘l mio canto move

E  vedereti  i gesti smisurati,

L’alta fatica e le mirabil prove

                                    Che fanno l’omi per denari e amori

Pur mill’anni che fu il  tempo de l’ imperatori. 

                       

 

                 2.                                                        

…interminabile lo sgranare delle genealogie: nomi veneti, slavi, turchi, longobardi, affondati  nel dialetto e da questo risorti in attributi di persone, famiglie, tribù  finché un giorno l’intendente di qualche esercito li aveva trascritti su pergamena, accanto al nome annotando l’entità del tributo. Poi l’intendente di un nuovo esercito,  dal quale il primo era stato sconfitto, li aveva storpiati  nella propria lingua e neppure le tasse erano rimaste immutate, più su, più su ogni  volta, finché  nulla corrispose a nulla, i nomi tradotti in latino, le tasse daccapo cambiate,  esatte dai preti e come le feste mobili di pasqua e pentecoste variabili anch’esse, di anno in anno. Poi nuovamente erano cambiati i nomi, questa volta omologati: Antonio figlio di Antonio figlio di  Antonio figlio di Antonio (perché il Santo, protettore del territorio, doveva essere propiziato), via via  fino a un indefinibile progenitore, Antonio anche lui, sicché soltanto il soprannome, dapprima segreto, trasmesso da famiglia a famiglia, per matrimonio, alla fine trascritto negli atti pubblici, riusciva a distinguere le persone. Erano appellativi connessi con gesti,  attività, memorie di altre lingue, quelle remotissime cancellate dagli eserciti che su di esse avevano imposto la propria e il latino ecclesiastico aveva livellato e tuttavia risorgevano: come se il fango li rigenerasse, piantati in quel limo, e passate le invasioni era quello il nuovo esercito, l’armata -- le parole indistruttibili,  non imposte dalle armi o i libri, generate da speranze, sogni, anche dall’odio e  la paura. Gente di terra,  nata nei solchi del remoto idioma e soltanto in esso trovava l’ identità.

Terre alluvionali. Secoli avanti, quando Giulio Cesare le aveva concesse ai suoi legionari, ancora non avevano un nome. Nei registri ecclesiastici se ne fa menzione per la prima volta  attorno al 1000  come  Wizza  (Guizza), che era il termine longobardo per  i boschi e i prati di pubblica proprietà -- all'epoca piuttosto scarsa la popolazione, nella maggioranza emigrata.  La decadenza del territorio, a lungo rigoglioso, era iniziata sul finire del III secolo: il perpetuarsi di bonifichi governativi,  pensioni di invalidità trasmissibili di padre in figlio, certe immunità di fronte alla legge più  i matrimoni con donne del luogo, non contando le conversioni, avevano svezzato dalle  virtù dei padri gli ormai remoti discendenti dei vincitori di Munda e Uxelludunum trasformandoli in nanerottoli larghi di pancia e corti di fiato.  Non vivevano che del lavoro altrui, solitamente braccianti euganei o qualche sloveno allevatore di porci, e affogati nell'ozio e il vino erano ormai del tutto incapaci di impugnare una spada contro i razziatori sciamanti dal nord. Preferivano il santuario dei presìdi bizantini, da qui spiando l'insediarsi di àvari,  tedeschi,  ungheresi, anche pattuglie di turchi, e fidando in dio.

L'arrivo dei longobardi  (mala  gens) inesorabilmente aveva scacciato gli intrusi ma dopo tre secoli anche i longobardi se n'erano  andati. Nel frattempo, le naturali divagazioni dei corsi d'acqua  avevano  sgretolato i campi  lasciati incolti in  paludi e sulle paludi era cresciuto un bosco, olmi e frassini, le tracce tuttora in  toponimi come via dell'Orna tra i Guasti  e Wizza (Guizza), a malapena un tratturo cinquant'anni orsono e affondava in basseterre. Altri toponimi testimoniano di luoghi fortificati e l'attuale Stanga  tra  Wizza e  Bovolenta ancora a metà cinquecento era data sulle carte come Villa de Volta Stangato: cintata da pertiche (stangatum, stangà) dai longobardi  per i giudizi di dio.

 Nel primo decennio del cinquecento, dopo l'assedio da parte degli imperiali,  i  boschi, le case, i paesi e le difese tra Guizza e Conselve  (Cum selvis, nelle mappe delle parrocchie) furono rasi al suolo  per  farne guasti, spianate.  Ricorda lo storico che, levato che fu l'assedio,  il Senato cittadino avendo conosciuto che le case, i palazzi e i monasteri che nei luoghi suburbani non si erano potuti rovinare erano stati come rocche o fortezze per gli imperiali, e la gran moltitudine d'alberi aveva difeso i nemici dai proiettili delle artiglierie, aveva deciso che nel  raggio di un miglio dalle mura urbane  "tutti gli edifici a terra si gettassero, e tutti gli alberi fruttiferi e non fruttiferi si tagliassero, acciocché rimanendo nudo, e da ogni impedimento quel piano sgombrato, l'inimico non potesse più con alcuna commodità accamparsi sotto le mura."

Per le stesse ragioni si interrarono fossi e canali tolto il  fosso dei Morti    all'imbocco con la  Conselvana, lungo il viottolo che ancora ai  primi dell' ottocento segnava il  confine meridionale  tra la tenuta di  certi oriundi veneziani, i Salvagnìn-Bregadìn,  e quelle di una banda di greci arrivati da Salonicco e dei quali si sarebbe perso il nome. Prestavano soldi  ai piccoli coltivatori e profittando che quelli, per la scarsità dei raccolti, erano cronicamente incapaci di estinguere i debiti, ne incameravano le proprietà.  La tenuta dei veneziani includeva, oltre ai campi, le casematte dei contadini, le stalle, i granai,  la villa padronale e le sue dipendenze nonché  un casino di caccia e un oratorio. In origine, quest'ultimo era stato un  tempietto massonico:il poeta Giorgio Baffo  vi avrebbe iniziato al rito Casanova adolescente, arrivato in barca da Lizza Fusina.

 

Dalla trasformazione del tempietto in  oratorio fino ai primi anni   dell’ottocento, coincidenti grosso modo con il transito dei russi e i francesi,  la storia dei luoghi è un monotono resoconto di passaggi di proprietà. Fino al 56 dello stesso secolo quando quella parte della tenuta dei Salvagnìn-Bregadìn dove sorgevano il casino di caccia e l'oratorio era acquistata da un ordine di suore austriache che vi costruivano una residenza per ragazze madri e trasformavano il casino di caccia  in scuola professionale per i figli e le figlie delle loro assistite. In una dipendenza della scuola erano ospitati anche i figli maschi, legittimi o meno che fossero, di pregiudicati che dapprima la repubblica serenissima e poi il regio-imperial governo avevano esiliato lungo il Delta -- grassatori e  puttane ma con l’Austria anche oppositori politici, anche famiglie di disperati  colti a rubare dai depositi militari una scodella di ceci o fagioli secchi.

Il 70,  con  l' esproprio dei beni ecclesiastici per l'Unità, le monache erano tornate in  Austria con le loro protette e la loro prole, i discendenti degli esiliati sloggiati in poche ore dall’ex casino di caccia per ordine del nuovo governo. Alcuni erano rifluiti al Delta,  i rimasti ospitati  in un'osteria-stazione di posta  passata più tardi agli Ossèo e allora soltanto osteria, sull'incrocio tra i Guasti e  la Conselvana e all’epoca proprietà di un gruppo  di mediatori e prestadenaro istriani, i Pivagna o Pivàn, Piovàn. In attesa che una carta ufficiale li autorizzasse a gestire la scuola che le monache avevano abbandonato,  spedivano i ragazzi a mendicare in città o li impiegavano a strigliare i cavalli. 

L'autorizzazione  non fu mai concessa perché nessuno la aveva richiesta, i ragazzi tenuti in sottomissione, più che da umiliazioni e fame, dalla gestione del piacere da parte dei Pivàn (Piovàn)  che facevano accoppiare, in premio,  chi strigliasse più cavalli o raccogliesse più denaro,  con le ricoverate di un’opera pia poi anch’essa smantellata. Erano zoppe, gobbe, qualcuna paraplegica, qualcun'altra con il volto deturpato da un labbro leporino o voglie, e il governo aveva alloggiato anch’esse  alla Guizza in baracche  a tessere maglie e calzerotti per i soldati. I figli di quelle unioni, appena compivano i sei anni, erano dati in affitto  dai Pivagna a mezzadri locali che li mettessero a opera nelle stalle.

La rivolta  fu dopo la grande carestia, i primi anni del 900. Metà gennaio, il freddo che nei campi crepava le zolle prima della prima neve, cominciarono i maschi trascinando  le donne,  l'intera famiglia Pivagna o Pivàn (Piovàn), padri madri figli e figlie, scannata  nel sonno (meno un maschio, come nelle fiabe, e rapidamente era tornato in Istria), i corpi sconciati. La scintilla era stata l’ira di un  quindicenne, Antonio Garbo detto anche Laudonio, detto anche Zambìn, Sambo, il Sambo, da quando aveva perso un  occhio in una gara a sassate. L'orrore, dopo l'assalto omicida, era corso come un fuoco tra gli stessi assassini che all'arrivo dell'esercito si erano arresi senza combattere, per quanto armati. Fucilati a caso una ventina di rivoltosi il comandante,  con  un atto di clemenza che gli sarebbe costato la carriera, aveva disperso i  sopravvissuti secondo il sesso ‒ le donne in  bordelli e i maschi in Africa, volontari. 

Fu in quel periodo che le terre sottratte alle suore austriache erano state acquistate da altri greci, i Cournos, originari anch’essi di Salonicco e anch’essi prestadenaro. Si erano insediati alla Guizza dopo che quelli di cui si è perso il nome gli avevano ceduto le proprietà che presto, da Lion, si sarebbero estese alla Guizza qui confinando con la tenuta dei Salvagnìn-Bregadìn. Più tardi, profittando di un escomio a danno di mezzadri  che  si opponevano a nuove tasse, i Cournos  si sarebbero impossessati  anche dei  poderi tra la Guizza e  un canale di bonifica da tempo immemorabile coltivati dai Galiàn e i Contìn. Malgrado i  litigi, le faide, i reciproci sgarri o per quello, proprio, i Galiàn e i Contìn convivevano e si sposavano soltanto tra di  loro formando,  alla fine, come succede con i cani d'allevamento, più che una tribù una razza. Pare che dai Galiàn nascessero perlopiù maschi o che, in qualunque delle due famiglie venissero al mondo, i maschi ricevessero quell’appellativo, automaticamente passando di campo. Le femmine, analogamente,  erano chiamate Contìn per la ragione stessa del loro sesso, anch’esse allora cambiando famiglia.

All’epoca dell’annessione da parte dei Cournos, sulle terre dei Galiàn non restavano che due fratelli, gli altri del ramo scomparsi nelle guerre del nuovo regno. Sessantenni e mai sposati, non appena ricevuto l’ordine di lasciare i campi i due Galiàn avevano liberato le vacche sospingendole sulla Conselvana e raccolti nell’aia gli  altri animali della fattoria li avevano abbattuti con la doppietta. Poi, poggiata una scala al gelso che cresceva di fronte al letamaio, si erano impiccati. 

I Contìn, tutte femmine e numerosissime, si erano invece dissolte nello spazio di una notte insieme ai loro gli animali,  dietro di sé a ricordo lasciando il fuoco. Quella notte,  un incendio aveva divorato le case evacuate, i fienili,  le stalle, persino gli alberi e le siepi lungo la Conselvana; per qualche ora erano parse in pericolo anche le terre  sull’altro lato.

 

 

DUE.

 

                1.

ersilia  era sempre  la  prima  a alzarsi,  l'ultima  a spegnere la  luce, bisognava che all'osteria tutto fosse in ordine, ripulito. Dormiva per questo sulla brandina dietro il banco, il letto era per le notti che  Palanca  Garbìn si fermava in paese. Piazzista di articoli sanitari, dai dentifrici ai vasi da notte, arrivava a Scurzòn con l'ultima corsa, prima che chiudesse la bottega di ferramenta, ripartiva  la mattina. Nel   grande letto dove con Ersilia si rotolavano non c'era volta che lei non chiedesse, "...Ma tua moglie è al corrente di noi? io credo di sì. E che dice?"

"Che ti importano queste cose?"

"Mi importano. E' perché è diversa da noi che l' hai sposata? era vergine la prima volta che l' hai avuta?" Rideva, "La prima volta che me l' hanno messo ero vergine anch'io. La prima   notte con lei, come è stata?"

"Piuttosto alza il culo, sennò, come te la tolgo la camicia?"

"Non mi hai ancora detto perché l'hai sposata"  ma Palanca la serrava alle natiche, le saliva con le mani lungo la schiena, di un tratto lei non  aveva più nulla addosso.  Afferrava l’uomo per i capelli, "Spogliati, voglio anch'io che ti spogli del tutto, anche della maglia." Poi, daccapo, "Raccontami perché l' hai sposata."

     "Ma no."

Ersilia non  aveva ancora sei anni quando sua madre,  una girovaga che cantava  la fortuna,  la aveva lasciata all' osteria dei Buoni Amici,  dietro il banco c'era  ancora il vecchio. Era stata tenuta a servizio che compensasse con il lavoro per il mantenimento ed era sui quindici quando il vecchio morì. Ormai  poteva anche andarsene ma al nipote, che adesso era lui il padrone e le faceva la corte, disse che se poteva preferiva restare. Le fu facile farsi mettere incinta. Appena partorì informò l’amante che se l' osteria non le fosse intestata lo avrebbe denunciato per violenza a minore e quello era scoppiato a ridere, erano mesi che insisteva che si sposassero. Ciò che  a lei importava, però,  era l’osteria e  soltanto quando il locale fu messo a suo nome, scritto e firmato di fronte a un notaio, accettò il matrimonio.

La festa, al solito, fu sui monti che poi erano colline, mangiare  bere  ballare finché  tutti finivano sbronzi e in effetti lo erano quando capitò la disgrazia. Lo sposo rotolò  sotto il tavolo,  si ingozzò nel suo vomito tra i cani che litigavano per le ossa buttate dai commensali.

Due anni dopo se ne andava  anche il bambino: polmonite.


“Mi farai mai fare un altro figlio?" Ersilia chiedeva a Palanca negli intervalli tra le effusioni. "Dicono che da   tua moglie   non   ne puoi avere. Dicono che ha provato anche certi prodotti miracolosi che non si vendono nelle farmacie ma non è servito."

"Sì, stronzi di cane bolliti in piscio di lucertola. Ma dove le trovi queste puttanata." Rideva, "E se fossi io, sterile?"

"No, perché una volta mi hai messa incinta e non te l' ho detto, ho abortito.”

"Con chi mi hai fatto le corna, se sei rimasta incinta?"

Lo prendeva a  calci, che le uscisse dal letto. "Vattene."

"Non me ne vado perché ti voglio bene ma certe idee meglio che le scordi se  ci tieni che ci rivediamo. Non ti basta  avere  il ragazzo di  Malvina, per casa?"

“Quello dicono che è figlio tuo."

"Di me e Malvina? se lo fosse, starebbe da me."

Era un biondino sui dieci anni: magro, riccio, raramente parlava, passava ore davanti a una finestra a guardare fuori.  Ersilia lo teneva a pensione un tanto al mese.

"Che guardi? che vedi?"  a volte  gli chiedeva, stupita ai silenzi più che all’immobilità. Non rispondeva.

Malvina lavorava nelle case, di solito non aveva tempo per il figlio che la quindicina passata epifania, quando  i clienti diradavano, e finite le feste del   freddo Ersilia lo spediva  in città. Lo affidava insieme alla valigia a uno dei        capitreno della ferrovia,  sempre le stesse le raccomandazioni -- "Non farlo sedere vicino al finestrino, che non prenda freddo" all'uomo, e al ragazzo, "Tu fa quello che lui ti dice."

Il capotreno lo sistemava nel suo sgabuzzino tra i pacchi e le biciclette appese ai ganci,  Ersilia immobile nel riquadro della porta del vagone. Poi la porta era chiusa, nel rettangolo del finestrino l'immagine della donna era sostituita dai  tetti bianchi e rossi della stazione, il capotreno si sporgeva a suonare la tromba, il convoglio si metteva in moto. I tetti della stazione sparivano, sparivano i  vagoni merci che arrugginivano sul binario morto, il casotto della pesa all' Àlbora subito anch’esso risucchiato. Ora venivano i campi, qualche casa, altri campi, la brina inchiodata alle siepi e gli alberi come zucchero candito, nel piccolo sole. Superata Cagnola, che era gli zuccherifici e il ponte,  tornavano i  campi, filari d'alberi, paesi. A Santa Sofia, in città, sul marciapiede della stazione, sua madre lo aspettava.

Quest'anno  il viaggio era stato anticipato, il ragazzo partì  prima di natale e ad aspettarlo c'era un uomo che non conosceva. Vestiva di scuro, la faccia tonda e rossa  e  gli occhi di due colori, uno chiaro e uno nero. Si presentò, "Gamba," battendo i tacchi, domandò, "Buon viaggio? tutto bene il trasferimento?"


Il capotreno, che teneva il ragazzo per mano, ripeté, "Gamba" come fosse un codice e, "Vedi di trattarmelo bene."

"Sono qui per questo, sì."

Adesso era Gamba a tenere il ragazzo per mano. Mentre uscivano dalla stazione, “Stasera fagioli" fece leccandosi le labbra, la lingua lunghissima come una striscia di  gomma, e strizzò l'occhio chiaro. Di  scatto  parve  al ragazzo che recitasse, parlava in maniera elaborata, con l'esse e la erre e parole che non aveva mai sentito. "... Un gran pranzo per il figliol prodigo, come nella storia sacra, fagioli e polenta, magari anche un po' di lugànega, chi può mai dire? La storia sacra la conosci? gli ammazzarono un vitello quando tornò dal viaggio." Sorrideva, aveva i denti gialli e gli puzzava il fiato. "I fagioli saranno tutti per noi, le signorine non se li possono permettere, scombussolano, soprattutto con quel mestiere, ottanta chili d’uomo sopra la pancia, soltanto pane e latte, per loro, la sera." Rideva  alzando il mento, "Pane e latte a te piace?"

La bicicletta era assicurata a un palo con una catena. Gamba si tolse di tasca la chiave e aprì il lucchetto, si buttò  la catena attorno al collo come una sciarpa, salì a cavallo del mezzo, issò il ragazzo sul ferro. "Perdio se pesi" brontolò. "Quanti anni hai, trenta? sei già stato soldato? sai già a cosa serve il cazzo? pisciare è il meno. Tua madre è fuori da stamattina, tornerà nel pomeriggio.  A proposito, com'è che ti chiami­?"  Spingeva sui  pedali, ansava, la strada in  salita costeggiando il fiume. Dopo un ponte infilarono un vicolo senza uscita fermandosi a una palazzina dipinta di giallo, il casotto di ghisa del pisciatoio sull'angolo, contro il  muro.

 

Nel rosario che ogni 8 febbraio  gli studenti cantavano in piazza perché quel giorno era la loro festa, la santa alla quale il vicolo era consacrato compiva azioni innominabili, gli studenti le urlavano avventandosi a pugni e calci contro il portoncino. I battenti decorati da eleganti ferri liberty, i vetri  colorati e con figurazioni astratte,  lasciavano supporre che un tempo i luoghi avessero conosciuto altri usi.

La  buttafuori socchiudeva un battente, bloccava l'ingresso con il corpo massiccio, era impassibile ai motti di spirito e gli insulti, alle bestemmie  si inalberava. Nella palazzina dipinta di giallo quello era il giorno del più gran lavoro, le signorine neppure avevano il tempo di scendere, si fermavano sul pianerottolo, a metà scala. Gli studenti venivano da Ferrara,  Bologna, anche Palermo,  Roma…

La calca continuava all'esterno girato l'angolo fin giù in via Dante, dal pisciatoio in fondo al vicolo il liquido traboccava. La credenza era che pisciare dopo un rapporto servisse alla disinfezione.

Altri giorni di gran lavoro erano il secondo e l' ultimo sabato del mese quando i  soldati erano in libera uscita.

 


Superato il portoncino, ci si trovava in un budello; a sinistra portava alla sala  di terza classe, i sedili bisunti, di legno, e a destra a quella di seconda con le sedie imbottite. Una porta a vetri in fondo dava accesso a una serie di salottini ai quali solo i clienti di riguardo erano ammessi.

"Il vescovo" suggerivano i frequentatori della sala di terza, "o il sindaco."

Disse Antonio Bazza, al secolo Branzìn, in città per la visita al distretto e euforico perché era stato riformato, "Anche il papa, perché no, o il re."

Lo udì un caramba, in borghese per servizio, e lo trascinò in caserma.

"Ma non ti ho già visto?" fece l'appuntato, curandosi i denti.

"Signorsì, l’altr’anno, il giorno della festa del Santo, mi scappò nel sagrato, ero pieno di birra. Mi mise dentro per la notte."

"Adesso è molto peggio" disse il militare che aveva compiuto l'arresto e  recitò il suo resoconto come un'avemaria.

L'appuntato ascoltava in silenzio sempre curandosi i denti. Fece a  Bazza, "La prossima  volta che ti rivedo ti sbatto dentro e butto la chiave. Adesso vattene."  Lo guardò uscire, si  rivolse al subalterno, ne gridò il nome  come se quello fosse lontanissimo, "Carabiniere Pedullà, a rapporto."

Era un calabrese,  lordo,  l’occhio  pavido sotto il frontino delle sopracciglia e fece un passo avanti battendo i tacchi, "Agli ordini, signorsì."

L’appuntato, gli occhi negli occhi del sottoposto,   scoreggiò in due tempi. "La prima portala alla posta, il resto mettilo da parte. Dì signorsì."

Gridò, "Signorsì, sissignore."

 

Chiunque fossero i personaggi ospitati nei salottini, il loro arrivo suscitava scompigli, le ragazze eccitate come scolarette abbandonavano le   sale in uno sbattere di porte, correre di tacchi,  la buttafuori faceva scivolare i pannelli scorrevoli, girava la chiave.  Venivano sussurri dal corridoio, risatine, silenzi, poi le porte si riaprivano e  tornavano le ragazze; quelle che avevano sperato di essere scelte  e non lo erano state erano immusonite.

Gamba manteneva l'ordine nella sala di terza, "Sono lo sceriffo degli scoglionati" si autodefiniva e se sospettava che un cliente fosse un po'  bevuto lo obbligava a fargli sentire il fiato. I frequentatori abituali, però, contadini venuti in città per una multa  o un debito, dipendenti comunali senza una lira, qualche pensionato ma anche  qualche fuoricorso, non avevano mai abbastanza soldi per le gozzoviglie. Stavano immobili   a fissare le ragazze, in silenzio, inebetiti, e se qualcuna li guardava in risposta invitandoli a salire più spesso che no  abbassavano il capo come per vergogna. 

Le signorine si disponevano  spalla a spalla,  contro il muro,  in fila,  seminude ma l'inverno con  mutande e reggipetto di lana, anche calze di lana, le grosse natiche incollate ai radiatori. Fumavano, chiacchieravano sottovoce come a un funerale. Nell'aria l'odore di cipria,  sigarette Serraglio o Giubek, sapone si mescolava alle zaffate di profumi da poco prezzo, l'acido del piscio, afrori femminili, permanganato. Aggobbiti sui sedili di legno, gli uomini  sapevano di mal lavato, terra, grasso da macchine, polvere, trinciato, fiati  acidi.


"Giovanotti, giovanotti, questa non è una stazione" si sgolava la buttafuori, “non

è neppure l'osteria. Se continuate a far flanella io chiudo."

Come se il sollecito fosse un comando le ragazze ruotavano su se stesse dimenando le natiche, tirando fuori la lingua, si infilavano un dito nelle mutande  o abbassavano il reggipetto, "Vuole? Nessuno vuole?"

Alle loro spalle,  sul muro, nell' affresco che occupava la parete a coprire le chiazze d'umido, da trent'anni (secondo la data in basso,  a destra) un fauno infoiato inseguiva  una ninfa su un paesaggio di canne senza raggiungerla mai. Il monte Venda era all'orizzonte, sullo sfondo anche un profilo di città, nella città le cupole di una chiesa dorate nel sole.

C'era sempre una bolognese tra le ragazze, grosso il ventre e grossi i seni, la bocca spropositata. "Per il lavoro, che credi? ai corridori gli si ingrossano le gambe.  Me la dai una sigaretta?" Se la ficcava in bocca a metà, bagnandola di saliva con la prima boccata. "Vieni con me, passerotto? te lo faccio scendere  dal cranio o venir su dai calcagni, come preferisci."

Alla fine qualcuno si alzava, faceva un gesto a una ragazza: uno studente che prima di un esame si schiariva la testa, un operaio che aveva avuto  un aumento o  gli erano stati pagati gli straordinari. Anche qualche sensale, il sabato, fazzoletto al collo, bombetta sulle ventitrè e l’immancabile bagoìna, se quel giorno di mercato aveva concluso  buoni affari.

"Cos'è: semplice, doppia, un quarto d'ora, ragazzuolo?" domandava petulante  la vecchia alla cassa. Era di Piacenza, trent'anni che andava raminga e ancora non aveva perso il dialetto.

"Non ho deciso” si difendeva lo studente, l’operaio, “vedremo su."

"Allora è una semplice. E' per i soldi o perché più di un colpo non ce la fai? vieni un po' qua che ti sento il fucile." Si sporgeva dal banco, lo palpava tra le gambe. "Beh, beh."

In camera c'era un altro controllo, "Sfodera" esigeva la ragazza e afferratogli il sesso lo strizzava se mai ne uscisse una goccia. "Pare a posto. Però il culo stamattina te lo sei lavato? perché ti sento un odorino...  No, no, i pantaloni basta che li abbassi, anche per lavarti, ci mancherebbe che ti togliessi anche scarpe e calze, che cazzo vuoi per una chiavata.  Te lo spennello  per sicurezza ma il culo te lo sciacqui da solo. Sì, là sopra, cosa credi che sia, per togliersi i calli? Adesso che scegli, ripulito come un'ostia -- una scrollatina? contare il tempo che abbiamo perso, una scrollatina basta e avanza. Ce la fai a pagare una doppia? no? Main’artre. Allora sbrigati."

Si stendeva sul letto, spalancava le gambe, "Dai, dammelo, sto più svelta a infilarlo da  sola.  Adesso spingi. Stai pensando alla tua ragazza, è lei che chiavi? Spingi, spingi, che  gran piacere... Hai finito? Sborrata lunga, gli arriverai fino all'altra parte alla mogliettina, quando l'avrai, se l'avrai, però  attento a non uscirle dal culo perché bambini nisba, allora. Spòstati che  mi lavo." Sedeva sul bidet, si sciacquava. "Lo sai che sei stato carino? dovremmo vederci fuori, più tempo a disposizione e ti costa anche meno, mi porti a cena la mia sera libera, facciamo così? Non hai soldi, morto di fame. Beh, io ho provato."  Si alzava, "La mancia non la dai?" Gli frugava in tasca, scendevano.

Gridava la vecchia alla cassa, "Torna, ragazzuolo."

Usciva. La lunga pisciata nel pisciatoio era il vero piacere, pareva non   finisse, gli venivano le lacrime, persino. Tornava a casa.

 

Malvina: di quel nordest tra il Piave e il Pedemonte  dove il ladino e il veneto si accavallavano in un terzo idioma. Era ricercata da tutte le matrone per l'eleganza con cui attirava i clienti, chi una volta era stato con lei, tornava. Le erano concesse indipendenze che prima di lei nessun'altra  s'era mai sognata, c'erano giorni che semplicemente non voleva e neppure accampava scuse, mal di testa o mal di pancia.

"Oggi no" si  limitava a dire.

Faceva la matrona, materna, carezzevole, "Tesoro, se davvero non ti senti..." e per ventiquattr' ore Malvina spariva, nessuno mai che  indagasse.

"La fiducia" commentava la buttafuori: ogni mattina, tra le nove e le dieci,  l'ora della prima colazione, istruiva le novizie. "Senza  fiducia  il mondo che vale? o senza stile e lei ha stile. Nessuna di voi ragazze mi porta il caffé? la sguattera, quella  nuova, dove cazzo è finita?"  Riprendeva, "C'è anche da dire che a lei  il lavoro non l' ha mai spaventata o starebbe ancora a forconare il fieno. La nostra fortuna è ciò che dio ci ha dato." Si infilava in bocca una sigaretta, dieci braccia si precipitavano, un fiammifero acceso in pugno. Lei esitava un momento prima di afferrare il polso della favorita, piegare il volto verso la fiammella, inspirare la prima  boccata. "Passi da me, dopo?" mormorava e tra le altre novizie  correva un brusio. Lei rideva, i denti tutti d'oro, incapsulati, "La vita è una corsa" spiegava e, "Dicevo ciò che dio ci ha dato intendendo davanti e di dietro e lei li ha messi tutti e due a profitto. Giustamente. Ecco la sguattera con la cuccuma, dove t’eri ficcata, in cesso a farti un ditalino?"

La prima colazione era caffelatte e pan biscottato, anche marmellate, burro e miele a pagare un supplemento ma la buttafuori preferiva uno schizzo d'anice nel caffé. Lo aveva imparato il 16, a Gorizia,  al seguito dell'esercito regio, "La sola volta in vita che sono riuscita a mettere due lire da parte" sosteneva.  Poi, "La invidiano  per le libertà che si prende ma non soltanto ha una clientela di classe, tutti bottegai, ha una presenza... imperiale e anche quella ha un peso." Era sempre  Malvina il soggetto della frase:  ventidue anni, alta, bionda...  Era l'amante di Tiso,  braccio destro di Zambìn che con una banda di grassatori seminava il  terrore nelle campagne.

 

“…Zambìn, Sambo, il Sambo”, un quarto di secolo più tardi  la buttafuori avrebbe ricordato, i denti d’oro sostituiti da una dentiera con due microscopici diamanti negli incisivi, “morì in un agguato e neppure passato un mese Tiso si  costituiva. Dai Paolotti, che era il carcere,  evase l’anno dopo restando uccel di bosco fino all'inverno del 41, anche quello un agguato,  e adesso quando uscì fu per finire nel buco. Aveva cominciato rubacchiando e  ammazzando, come sempre i  pezzenti quando non sperano in nulla, e fu per Malvina il cambiamento. Non che all'improvviso diventasse un sangiovanni ma l'unica violenza fisica che da allora gli fu imputata fu una vendetta: che non conta, perciò.”

Non tutte  le testimonianza della donna erano da credere.  Da qualche anno viveva di un sussidio dell'università, inserita in un programma della facoltà di sociologia come fonte orale per una  microstoria del territorio,  e per non perdere quel contributo, la cui durata dipendeva da quella della ricerca, tendeva a stendere all'infinito i ricordi. Non soltanto dava  per vere quelle che, all'epoca, non erano state neppure supposizioni ma maldicenze; inventava  episodi  che non  erano mai avvenuti.  Ricorrente era la descrizione di una visita del capo del governo alla casa dove all'epoca lei prestava opera. "... Entrò a cavallo, vestito di bianco, la spada al fianco,  sul cappello due chilometri di piume di struzzo,  e legato a un guinzaglio come un cane, e come un cane  abbaiava,  il re." 

 

Una voce voleva che i giorni che si assentava dalle case  Malvina incontrasse Tiso in qualche luogo segreto dove in precedenza  aveva incontrato   Zambìn ‒ non mancava infatti chi  sosteneva che era stata la donna del capobanda prima di passare al luogotenente.

Smentiva categorica la buttafuori, "Macchè incontri, era in cura da un botanico, soffriva di emicranie,  vapori, era il prezzo dell'avere stile. Quanto al Sambo, fosse andata con lui sarebbe stato un miracolo perché quello con le donne... " Faceva un gesto aprendo le dita, agitando la mano.

Confermava Toni Becco, detto Tranquillo, e alla Guizza, dopo l’ultima  guerra, avrebbe  aperto un  emporio  di  biancheria intima di seconda mano,

"... Zambìn detestava le donne o ne aveva paura, entrava in catalessi in loro presenza, per dire, e Malvina comunque  lo avrebbe considerato troppo rozzo per tirarselo a letto. Se il cliente non le andava non c'era verso che se lo portasse in camera neppure nelle case, era molto dura malgrado fosse anche di grande sensibilità  o magari  per questo,  proprio,  soffriva  di  emicranie..."   Poi  anche   lui, "Aveva stile, posso dirlo perché donne ne ho frequentate, non soltanto puttane,  e per esempio non l' ho mai sentita che scoreggiasse o ruttare.  Sensibile  malgrado le amicizie che c'è gente che ancora gli si ghiaccia il culo a  fare certi nomi.  Il Sambo e i suoi erano sul libro paga dei Bighìn, due gemelli, notai a Bertipaglia,  che tra il 21 e il 24 organizzavano le squadre ed era rimasto al soldo dei Bighìn anche che l'emergenza era passata. Tiso insisteva che adesso dovevano stare in proprio: temeva che i notai potessero coinvolgere lui e il Sambo in  qualcosa  di clamoroso e poi liberarsene per ripulirsi il passato." 

Fosse per conto dei Bighìn o nel proprio interesse, adesso la banda assaltava i consorzi; o  rapivano qualche possidente e se il riscatto non era pagato appiccavano il fuoco alla proprietà. Altre volte il sequestrato veniva ucciso mentre agli informatori della polizia, quando li catturavano, mozzavano le orecchie. 

Per la relazione con Tiso, Malvina era  sorvegliata da caramba, polizia di stato, milizia, dogana, sperando tutti, a starle addosso, di catturare perlomeno l'amante, se non Zambìn, tanto più che anche su Tiso, come sul capobanda,  era stata imposta una taglia. Finché durò la protezione dei  notai, però, sia Tiso che il Sambo nessuno li riuscì  a incastrare.

 

"...I gemelli Bighìn" Toni Becco (Tranquillo) riprendeva, "due spilungoni con la voce da castrato, baciapile e una marea di figli, avevano più potere del podestà e il prefetto messi insieme per via di un parente in Curia che se un caruba o un madama, qualunque il rango, era troppo zelante veniva subito trasferito. C'è da dire che Tiso non mancava di umanità, con la sua ferocia, e diversamente dal Sambo ciò che prendeva ai ricchi succedeva alle volte che   lo desse ai poveri e questo anche tra i caramba gli aveva creato simpatie, a volte erano loro stessi che profittavano delle elargizioni. Risulta inoltre che non ammazzò mai una donna o un bambino, anche se agli informatori mozzava anche lui le orecchie.  Lei, Malvina? stile, come ho già spiegato. Finita la guerra emigrò, portandosi il figlio: in Brasile.” Sospirava, “Magari,  a insistere,  potevo  partire anch'io."

"E com'è, questo?"

"Avevamo avuto una piccola relazione." Sorrideva, dietro il banco dell'emporio, un androne dove il fetore di  ammoniaca toglieva il fiato --  la biancheria arrivava in balle dagli Stati Uniti ed essendo di seconda mano era sterilizzata. Molte mutande da uomo, però, erano gialle davanti, sterilizzazione o non sterilizzazione, che gli americani si pisciassero addosso? Spiegava Becco, "E' la stoffa, invecchiando ingiallisce: come le pagine dei libri che  più un libro è vecchio, però,  più vale." Si spostava verso l'angolo che chiamava l'ufficio, tornava con una busta, "Vuoi vedere?" vuotava il contenuto della busta sul banco.

"Un ciuffo di capelli."

"Me li diede lei, partendo."

"Ho sentito che era bionda, però. Come mai questi sono scuri?"

"Sono peli di fica, la sua, il mio portafortuna" e aveva un tono d'orgoglio nella voce. Rimetteva le reliquie nella busta sigillandola con carta gommata, sulla busta c'era un nome in stampatello, Nives.

"Com'è che non c'è il nome di Malvina se sono suoi quei peli?"


"E' apposta, che nessuno capisca, ciò che ti ho detto adesso non l' ho mai raccontato.” Il sorriso ricompariva, “Eravamo intimi, mi  prestò anche i soldi per  la caparra quando aprii questo affare."  Faceva un gesto nell'aria.

"L’emporio. Allora vi amavate."

"Ma no, una piccola relazione, per riconoscenza… Dall'evasione,  Tiso  non soltanto era ricercato, su di lui c'era la taglia  e quando lo rimisero in carcere, questa volta ai Paolotti, qualcuno quei soldi se li  godé. Tiso fu impiccato il 45, qualche giorno prima che arrivassero gli alleati. Per puro caso, proprio quei giorni, io conobbi la persona che materialmente gli aveva messo il cappio al collo e lo uccisi."

"Ma se eri anche tu da quella parte."

"A sud del Po erano arrivati i neozelandesi e feci il salto della quaglia, lo facevano tutti, io cos'ero, la testa di cazzo del battaglione?  Beh, finita la guerra lei mi venne a cercare." Qui Tranquillo usciva da dietro il banco, sorrideva come chi mentisse e cercasse una complicità ma in mancanza di riscontri al contrario  non restava che credergli. Pigliava sottobraccio l'interlocutore,  "Ti offro un caffé al bar?" Si toglieva una scarpa, prima d’uscire, infilava una zeppa, qualcuno gli aveva sparato a un piede, il 45, zoppicava, da allora. Poi, al bar, "Lei si sposò, in Brasile, il figlio dopo un po’ tornò in Italia, invece."

Insisteva l'interlocutore, "E tu, lei..." tendendo una mano e unendo il medio all’indice come tagliasse qualcosa.

"Stavamo bene insieme ma da parte sua fu riconoscenza. Io ero depresso, la ragazza della quale ero innamorato si era  promessa a qualcuno poi partito in Russia e dato per morto, e invece finita la guerra eccolo che ricompare."

“Ma tu eri qui, quei giorni, proprio quei giorni, quando finì? Perché c’è chi dice…”

"Pensavo di andare anch’io in Brasile e fu Malvina a non volere che partissi. Aveva deciso che avrebbe sposato una montagna di soldi in quel paese e  di cosa lei era stata qui non voleva testimoni."

"E tu le hai obbedito. Anche se il Brasile non è  così piccolo che rischiavate di camminarvi addosso."

"Fu per quel prestito, mi aveva avvantaggiato e adesso non potevo negarle ciò che domandava." Poi, " Il figlio, il biondino, lei  l’ha avuto dal primo marito, anche lui di là, quei loro paesi, Vas, Quero, però un  polacco.”

“Un polacco? Ma va!”

“Se te lo dico. Dopo il matrimonio si erano sistemati alla Guizza, lui al Comune, contabile all'ufficio staccato, una coppia quieta, anzi più che quieta, casa e chiesa finché, come la stella di Betlemme, non comparve Tiso.  Bastò che  si guardassero e lei lo seguì  malgrado una pancia di otto mesi, quando venne il tempo fu in un fosso che  partorì." Ancora, "Appena il neonato fu battezzato, Tiso  si  presentò in caserma,  voleva dare  a  Malvina un po' di fiato adesso che c’era il figlio che  occorreva pensarci e che anche a lei i caruba stavano addosso. Anche che, neppure un mese che Zambìn era morto,  i vecchi amici si erano sbandati. ‘Tra un anno, però’ promise a Malvina, entrando in carcere, ‘io torno’ e allo scadere dell’ anno, esatto,  puntuale come la morte, era evaso.”

Al bar, vuotata la tazza di caffé, Toni  Becco alzava le spalle e al gesto il cranio vi si infossava come il cranio di un gobbo. "A evadere lo aiutarono gli altri detenuti, mentre stava in carcere la banda si era ricostituita e avevano deciso che adesso era lui il capo. Evasero anche i due che lo aiutarono, tempo dopo."

 

Becco e la donna che avrebbe sposato il reduce dalla Russia  si erano amati  i due ultimi anni di guerra. Si incontravano in camere d'affitto sobbalzando a ogni rumore perché si sapevano condannati, appartenevano a una squadra di torturatori e da un po' ricevevano casse da morto in miniatura, i  loro  nomi  incisi sul coperchio.

Anche se il reduce non fosse mai tornato, però, né fossero sorte altre difficoltà, che c’erano state, era  improbabile che il rapporto tra Becco e  la donna  potesse durare, alla Guizza c’era chi ragionava -- soltanto gli interessi cementano le promesse, alimentano le passioni. Che poi la pace, quando  arrivò, era tutt’altro da ciò che nessuno aveva mai pensato e non aveva portato  sicurezze o  certezze, ci fu anzi, subito, una carestia. Le frenesie vennero dopo --  jazz, ragazze che ballavano mostrando le gambe, affari, e pareva che il tempo fosse diventato cortissimo e domani o neppure, a malapena tra  qualche ora, tutto potesse stravolgersi, tornare indietro. I soldi entravano con facilità, sparivano altrettanto in fretta, soltanto per chi ne aveva sempre avuti o anche senza averli gli erano passati per mano la situazione tornava come nell'avanguerra, anzi meglio, in certi casi. Le fabbriche distrutte dai bombardamenti erano ricostruite, le aziende disastrate si rimettevano a produrre con commesse del governo e accordi sottobanco con gli alleati, le campagne si svuotavano, in città salivano i fitti. Per gli scioperi, bastavano le cariche della polizia. Le  guidava un tenentino meridionale che masticava toscani e sgranava bestemmie e inseguiva gli scioperanti fin sotto i portici, ritto in piedi sulla jeep,  anche lui a smanganellare, un sergente al suo fianco che teneva il volante e suonava la tromba.

“Questi figli di troia di mangiapolenta" il tenentino poi si vantava, al bar, "devono imparare a cacarsi addosso. Quando io arrivo in jeep è come se fosse il flagello di dio."

 

I  primi mesi di pace, occupazione principale di Toni Becco era stata di restare vivo. Un bracciale tricolore, meglio ancora se soltanto color rosso, pareva licenza per ogni sorta di efferatezze, la gente ammazzata come le mosche sulla porta di casa, in strada, anche in chiesa, e il gran cambiamento dagli anni di guerra era il colore politico degli assassini. In attesa dell'amnistia che, passati gli entusiasmi e appena si formasse un governo,  non poteva non esserci, Toni Becco, contrariamente a quanto raccontava,  era fuggito  al sud --  Firenze, Ancona, Napoli, dove si era infilato nel contrabbando. Lo gestivano certi italiani appena arrivati dagli Stati Uniti, tenevano le amlire arrotolate  in tasca come carta da cesso ma i dollari dentro buste di plastica, al sicuro, sotto la camicia.

 

 

              2.

tiso, nei  registri  dell’anagrafe martirio antonio sinigallia, detto anche Pederobba perché lì era nato, ex luogotenente di Zambìn (Sambo): per tutti i mesi che era stato ai Paolotti, in isolamento dal giorno della sua reddizione e due caramba, a ore fisse, lo pigliavano a scudisciate, si astraeva dal dolore rievocando  un  incendio. Non lo aveva mai visto, era successo alla Guizza  molto prima della sua nascita ma  non c'era notte per tutta l'infanzia che sua madre non gliene avesse parlato. Per tutta l'infanzia aveva confuso quelle fiamme, così vivide nelle narrazioni, con la rappresentazione del giorno del giudizio che un pittore itinerante aveva dipinto a Pederobba, sull'abside della chiesa.

Il nome Martirio era stato scelto da sua madre. Una domenica, in chiesa, gli ultimi tempi della gravidanza, aveva ascoltato il passionista  raccontare del figlio di Carmen Silva, una regina esiliata, battezzato Principe dei dolori per le angosce  che sua madre aveva patito  ad allattarlo nei boschi. Appena partorito, la madre di Tiso si era presentata in canonica, l’infante al collo, e aveva informato il prete,  “Ho sofferto anch'io  come  quella regina."

Aveva spiegato il prete, "Non c'è santi che portino  il nome che hai scelto."

"Però i martiri stanno scritti nel calendario, li ho visti: sant'Antonio martire, san Sebastiano..."

"Grammaticalmente" aveva seguitato il prete, "martire in quei casi è un'apposizione, una qualità del sostantivo: come dire, san Sebastiano soldato, perché lo era, sergente della guardia. O sant' Antonio abate." Non gli veniva nessun altro nome di santo e aggiunse, “Anche Balanzòn, medico.”


 "Prete Fracanapa" disse lei, in un'improvvisa esplosione d'ostilità, "sempre    d'accordo con i padroni. Se martire è come  sergente o   medico, un mestiere, quelli allora che merito hanno avuto?"

"Ma non è un mestiere. E' una scelta, per il più alto servizio di dio."

"Fracanapa"  lei ripeté, "vorrà dire che mio figlio me lo battezzo da me." Diede una scossa all'infante che aveva cominciato a piangere e uscita di canonica si era infilata nella bettola più vicina. Però, all’anagrafe, al nome scelto dalla madre, l’impiegato, prevenuto dal prete, aveva aggiunto “Antonio”.

           

Nella cella ai Paolotti, esasperati che Tiso non parlasse, i due caramba preposti all’interrogatorio si incitavano a vicenda, "Picchia più forte, picchia." O si davano il tempo fischiettando "Faccetta nera." 

Ma sì, picchia, ripeteva Tiso, tra sé,  e nei veli di sangue che gli calavano sugli occhi, le immagini del giorno del giudizio, quelle donne e uomini dai volti contorti, le bocche spalancate, si alternavano al ricordo della voce di Zambìn gli ultimi momenti che era stato in vita. Lo rivedeva nell'oratorio, disteso ai piedi del pulpito, insanguinato, e ansimava "Che qualcuno mi ammazzi, non voglio essere trascinato di fiera in fiera, se mi pigliano vivo è questo che  mi faranno."  Prendeva per  vera la battuta di un caramba che i giornali avevano ingigantito in minaccia ("Zambìn? da tagliargli una zampa e  portarlo in giro come gli orsi, con la catena al naso che balli al suono di un tamburello") e per lui, che era dai giornali che la aveva saputa, era diventata un'ossessione. Si era rivolto a Tiso, "Tu, sparami."

"...Picchia più forte o uccidimi" Tiso  urlava a quei ricordi e il militare di turno, lasciato il nerbo di bue,  lo aveva colpito con il tacco di una scarpa.

Allora Tiso, "Sparami, sparatemi,  perché il giorno che esco, se esco,  giuro a Cristo che  vi ammazzo:  tutti e due."   Un   calcio di rivoltella gli si abbatté sulla nuca precipitandolo in un'oscurità, lo stomaco che si rivoltava.

Anche in quel buio gli pareva di seguitare a urlare ma quando rinvenne la voce rimbombante nei timpani  non era la sua bensì, daccapo,  quella di Zambìn, "Tu, sparami", quel grido che  più  che un ordine era stato una preghiera.

Ricordava l’oratorio, l'abbaiare dei cani con i quali i caramba li avevano inseguiti. Aveva pensato, Per confonderli bisognava buttarsi in un fosso, forse il tempo c'era, e  aveva tolto la sicura alla Beretta. Si era inserito un ragazzotto dall'aria sinistra, gli occhi uno chiaro e uno nero, il Ceo (Bertin, di suo: ribattezzato Gamba, qualche anno dopo, poi ribattezzato con un altro nome), e anche nei momenti più difficili era sempre lì a ridere. Sghignazzando aveva spinto Tiso da parte, si era piegato a baciare il ferito sulla fronte e, "Ciao nonno" gli  aveva sussurrato. Gli aveva fatto un segno di croce sulle palpebre,  gli aveva piantato nel collo la lama di una baionetta.

Zambìn era scattato in piedi dando un urlo, spalancando le braccia, nel sangue che schizzava era rotolato verso l’ altare, gli occhi sbarrati.

"Più forte, bastonalo più forte" si incitavano i caramba e Tiso, tra sé,  anche lui, Più forte, più forte, battendo il cranio contro il tavolaccio per sopportare meglio il dolore.

 

... Erano  venuti a Bertipaglia di notte, dai Bighìn, all'ingresso che  dava sui campi ma  il  maggiordomo ugualmente  non aveva aperto il cancello.

"I signori notai non vi possono ricevere, dappertutto non c'è che caruba e madama.”

Zambìn batteva i denti. "Ho una pallottola nella pancia, a Piove ci  aspettavano, fu un’imboscata, qualcuno ha parlato. Ho dovuto disperdere la banda e ho anche perso un uomo."

"L' ho sentito alla radio." E daccapo, "I signori non vi possono ricevere, suggeriscono di rivolgersi a Fidora."

"Belculo Fidora che ha il panificio in Paltana?" fece Tiso  su  una bestemmia.  “Fa quattro ore di strada, da qui.”

Il Ceo era riuscito ad afferrare il maggiordomo attraverso le sbarre, lo serrava al colletto. "Ai tuoi padroni io gli taglio la gola" rideva, "ma puoi giurarci che è da te che comincio."

"Quieto" fece Zambìn, "quieto" la voce via via più roca. E al maggiordomo, "Apri il cancello. Ci porterai tu in Paltana, prenderai  l'auto grande e  noi dietro, sotto una coperta."

"L'auto dei padroni? E se per strada qualcuno ci ferma?"

"Meglio di no, perché in quel caso qualcun altro ti sparerà alla schiena."

L‘altro aveva ancora tergiversato, "Non posso prendere l'auto senza permesso."

Al che il Ceo, poggiandogli  la pistola tra gli occhi, "Ripetilo, tanto bene non ho sentito. Apri il cancello."

Al ponte dei Cavài, in Paltana, il Ceo aveva spinto l'auto sotto l’argine poi tagliando le gomme. "Adesso vieni con noi", rivolto al maggiordomo o almeno questa era l'ipotesi della polizia perché come le cose fossero realmente andate quel portavoce dei notai  non riuscì a dirlo a nessuno. Fu  trovato  sotto una siepe dietro la chiesa del Bassanello, anche lui scannato.

 

"Io non c'ero e non so nulla" Belculo Fidora (Zecchin Antonio, nei registri della parrocchia) singhiozzava il giorno dopo, nei locali del comando dei caramba. "Stavo con una donna."  Sapeva di farina più il rancido della paura.

"Che donna, se sei culattiere!"  urlò il militare che lo interrogava.

"Stt!, mia moglie mi ammazza se si sa in giro." Si tergeva il sudore, la luce di una lampada piantata negli occhi -- il maresciallo responsabile della stazione, appassionato di cinema americano e presente all’interrogatorio, era un patito del terzo grado.

"T'ammazziamo noi, e di botte" minacciò il militare allungando a Fidora un manrovescio ma  quello aveva insistito, si era trattato  di una donna, la moglie dello straccivendolo,  un suo amico.

"Ma se sei culattiere."


Si era serrato nelle spalle, "E' stato per la varietà."

Più tardi, "Signorsì, signor capitano" confermava la donna,  "però, se  non dispiace a mio marito, il male dov'è? ho sposato un sangiuseppe. O è vietato?"

"Non sono capitano."

"Mi scusi, non ho pratica di soldati ed  è la prima volta che metto piede  in  caserma. Senza offesa."

L'altro incalzava, "Ricordi l'ora che Fidora è venuto da te?"

Arrossì, modesta parve al graduato, "Un'ora? dalle cinque del pomeriggio,  che è quando gli arriva il garzone, fino alla mattina dopo.” E rivolta al maresciallo,”Senza mai fermarsi, signor capitano, che se non mi fosse successo non lo avrei creduto."

"Ti ho già detto che non sono capitano."

La moglie del fornaio, chiamata anche lei in caserma, "L'intero pomeriggio e  la notte? sissignore,  che se quella troia mi capita sotto gli occhi, che poi sarebbe la mia migliore amica, queste” e agitava un paio di forbici, “gliele infilo so io dove.”

Obbiettò l’altro, subdolo, “Sei gelosa per cosa? con uno come lui che preferisce i maschi… E non hai anche tu un amante?”

“Io sono ancora vergine e il mio amante è il Santissimo Sacramento, mi comunico tutte le mattine.”

La settimana dopo, però, sbaciucchiandosi come innamorati, le due coppie  erano andate insieme a Vicenza salendo al monte Bérico, al santuario. Al ritorno, nuovamente erano state convocate al comando.

"All’amante di tuo marito non avevi promesso di  ficcarle le forbici da qualche parte?" chiedeva  adesso il maresciallo alla moglie del fornaio, una minaccia nel tono di voce.

"Giurano tutti e due di essersi pentiti, signor contrufficiale, siamo andati dalla madonna che a tutti e quattro ci faccia la grazia."

"Non esiste un contrufficiale."

La moglie dello straccivendolo, le lacrime agli occhi, "Ci serviva una grazia, con Belculo eravamo tutti e due impazziti."

"Non è che, morto Zambìn,  la grazia la avevate già avuta?"

A ciò Fidora, "E' brutto pensare male del prossimo,  è anche contrario alla legge di dio" e adesso anche lui piangeva.

“Ma non sei tu che hai mandato un ragazzo a informare il comando a Piove…”

“Io, signor maresciallo?” battendosi il petto,  “ quando mai?”

 

Fidora piangeva ancora verso il  56,  vecchissimo, sempre odoroso di farina come una ragazza poteva esserlo di cipria, ma questa volta le lacrime erano perché il nolo di una delle barche, la primavera  di quattro anni avanti,  per il pellegrinaggio fluviale della madonna dal Bassanello a sant'Osvaldo e ritorno,  era lui  che lo aveva pagato. Aveva ceduto a pressanti insistenze dei preti e la spesa aveva superato ogni previsione. Il pianto lo assaliva improvviso  come se  il cervello soffrisse di spasmi ("Sangue, sangue" singhiozzava, "per me soldi e sangue  non c’è differenza!"), né gli bastava  che per quel suo sacrificio  i preti avessero dato per certo che gli sarebbero rimessi i peccati.

Si rasserenava a chiedergli di Zambìn, "... Pericoloso, il Sambo, difficile, anche se paura io non ne ho  mai avuto,  per un poco ero stato anch’io del suo giro e semmai era il Ceo,  quegli occhi in due colori, da cane… Quella sera entrò in panetteria camminando di striscio, lungo i muri, le canne del fucile che gli uscivano dal tascapane, e gli dissi, prima  ancora che  parlasse, 'Vengo'. Immaginavo che da qualche parte c’erano anche Tiso e il capo e difatti  stavano  nascosti in chiesa, dietro la tenda di un  confessionale. In un altro confessionale stavano il parroco e i due cappellani, tutti  e tre in camicia da notte, la mordacchia in bocca e incaprettati."

Dal fornaio, i fuggiaschi volevano cartucce e un paio di fucili, dai preti le chiavi dell'oratorio. "E silenzio, soprattutto il silenzio!" aveva intimato il Ceo, l'indice  sulla bocca, e il parroco aveva assentito anche per i suoi cappellani. Mantennero tutti la promessa anche dopo che Zambìn fu ucciso.

 

"… In dieci o dodici e mascherati" avrebbero raccontato alla polizia, ripetuto ai caramba. "Perciò, chi fossero non lo possiamo dire."

"E ciò che è successo a sua nipote, signor parroco?" il maresciallo aveva domandato. "Neppure quello ha visto?"

Fece il parroco, che per quanto grande e grosso gli tremava ancora  la voce, "Ciò che è successo, se è successo, è stato in un'altra stanza e a me mia nipote non ha detto nulla, mai. In tutta coscienza, non posso dirle ciò che non ho visto e non so."

Ricordava Fidora che, appena entrato in canonica, il Ceo aveva chiesto alla ragazza di togliere a Zambìn  la pallottola che aveva nell'inguine e che al suo posto si era offerta la perpetua.   "Sono stata sposata"  aveva spiegato.

Al che il Ceo, "Vuoi dirmi che ancora lei non ha visto l’uccello? sarà l'occasione" e aveva disteso il ferito sul tavolo di cucina. Un quarto d'ora dopo, in un mare di sudore e schizzata di sangue, estratta la pallottola con un ferro da calze  sterilizzato su  una candela,  la ragazza si era afflosciata al suolo. Il Ceo, sghignazzando, le aveva afferrato  un piede  strascinandola nella stanza vicina e presto c’erano stati un parlottio, poi un urlo. Quando era ricomparso, sempre sghignazzando, il Ceo aveva un graffio al naso.

"Si è compiuto un atto di violenza"  insisteva il maresciallo al silenzio testardo dei tre preti,  "e io vorrei sapere...."  Si era rivolto alla perpetua, “Lei, che dice?”

“Cosa posso dire?” e si era fatto il segno di croce. “Che tutto ciò che succede è  per volontà di dio.”

“Ma cos’è stata questa volontà, lei cos’ha visto?”

“Visto io? Nulla. Porto gli occhiali, non se n’è accorto? Sono mezza cieca.”

Aveva ripreso il parroco, "Se io non so nulla, che sono il parroco, gli altri, anche la ragazza, cosa potrebbero sapere?"

"Ma è sua la denuncia, della ragazza."

"E' possibile che se lo sia inventato."


 "... Il silenzio:" Fidora, sempre verso il 56,  anche lui  fonte di informazioni sulla storia spicciola del territorio per i sociologi dell' università. "Temevano che, a confermare la violenza, nessuno più prenderebbe la ragazza in moglie ma a sposarla fu proprio il caramba." Rideva. "Ma sì, il maresciallo. Suppongo che il fatto che quelli non parlassero, che nessuno parlasse, dopotutto aiutò."

 

Fidora,  il Ceo, Tiso, Zambìn: sfiatati,  ansanti,  lasciata la chiesa e seguendo un fosso che costeggiava la ferrovia, erano arrivati a una baracca dove i braccianti conservavano gli attrezzi. Oltre la baracca e un campo,  ridosso all’oratorio di san Silvestro,  c'erano i ruderi della  fornace. I muri esterni erano caduti, nei forni cresceva la gramigna e c'erano nidi di vipere tra le erbacce e le pietre, restava intatto soltanto un camino. Sotto il camino, dal più grande dei forni, spostate le erbe  e i quarèi sull'apertura, il fornaio aveva estratto una cassa. Conteneva tre moschetti avvolti in tela cerata, due pistole ancora nell'imballaggio di fabbrica, qualche scatola di proiettili, qualche bomba a mano. Mentre a tentoni il Ceo e Tiso raccoglievano le armi, infilavano bombe e munizioni nei tascapane, Fidora era riuscito a fuggire.

Zambìn aveva trattenuto il Ceo. "Lascialo. Parlare non parla e ci ha procurato ciò che serve."

"E se lo intercettano?"

"Non succederà."

Fece Tiso al Ceo, passando una mano sull'inguine del capobanda, "Questo ha ripreso a sanguinare."

Il ragazzo si era tolto la giacca, la aveva avvolta attorno al ventre di Zambìn.

Continuò Tiso, "Sollèvalo per i piedi e sbrighiamoci o ci muore in braccio, dissanguato."

Articolò Zambìn, con  un filo di voce,  “Ho freddo e sonno, che sia questa la morte?. Vorrei un sorso di grappa, bisognava chiederlo ai preti, nessuno ci ha pensato."

All'oratorio lo avevano disteso ai piedi dell' altare coprendolo  dei paramenti trovati in sagrestia per proteggerlo dal freddo. Stavano ancora barricando l'ingresso quando, nell'abbaìo dei cani che sempre di più si avvicinava, i caramba al megafono, la voce come le trombe del giudizio, avevano intimato la resa. 

 

....Una settimana di scudisciate e Tiso era stato tolto dall'isolamento. Se ne stava rannicchiato, in un angolo della cella, incapace di muoversi  neppure a respirare.

"Ti passerà presto” prometteva il secondino strizzando l'occhio, "fatto il processo ti  impiccano. Non vuoi vedere la tua ragazza per l'ultima volta? anche Cristo ebbe la sua Maddalena."

"La mia l' ho vista a natale."

"Se ti impiccano, dei soldi che hai messo da parte che te ne fai? E da natale sono passati quattro mesi. Cinquecento lire e vi faccio stare una notte insieme."

"La vedrei per cosa?"

"Le bastonate ti hanno ammosciato? Neppure il ragazzo vuoi vedere?"

Non rispondeva.

Nella gamella del rancio, dentro una patata, Tiso  quel giorno trovò un foglietto arrotolato, "Molto presto." E il giorno dopo, "Domani" gli sussurrò il coatto  venuto per il bugliolo.


"... La fuga fu un classico" concludeva Fidora, "nascosto nel carretto della biancheria, gli altri detenuti che fingevano una baruffa per distrarre i secondini. Lui teneva  un  cucchiaio nascosto nel  materasso, affilato, ma non fu con quello che uccise il secondino, fu con le mani. Dovettero passare altri quattro anni perché fosse il turno dei caramba."

 

 

TRE.

 

            1.

nella casa dai ferri liberty, il  biondino figlio di malvina era stato sistemato all’ultimo piano, uno stanzino vicino al cesso, e per tratti lo svegliavano gli scrosci delle donne se vi andavano a orinare.

Gamba (ex Ceo) lo scosse per una spalla sul battere delle sette,  Svegliati, lavati, vestiti in fretta, giù ti aspetta il caffelatte.”

In silenzio, il ragazzo era scivolato dal letto affrettandosi al catino.

Batteva un quarto alle otto quando Gamba ricomparve in sala da pranzo, “Il caffelatte lo hai bevuto? Hai mangiato qualcosa? Allora infila il cappotto, abbottonalo bene,  calca in testa il berretto, fuori fa un freddo che presto nevica." Si asciugò l'occhio più chiaro che gli lacrimava.

"La sciarpa" disse il ragazzo, "la avevo ieri quando sono arrivato ma  è sparita. L’ ho persa? Su un angolo, Ersilia aveva cucito un'etichetta. Adesso dov'è che andiamo?"

Gamba, che aveva rubato la sciarpa per regalarla a un'amica, prese nota mentalmente di fare togliere l'etichetta. "Ti porto con me a colazione, facciamo una passeggiata." Tese al ragazzo un sacchetto di tela, "Hai una maglia in più, un paio di calze, un paio di mutande di ricambio? ficcale qui”.

"Per la passeggiata? Ma dov'è mia madre?"

La aveva vista un istante la sera avanti: si era svegliato che con le labbra gli beccava una guancia, poi la voce, "Troppo lunghi quei capelli, li occorrerà sfoltire." Lo aveva  beccato di nuovo, adesso sulla punta nel naso, se n’era andata in una scia di profumo.

Fuori il cielo era plumbeo, l'aria  tagliava il viso. Piazzato il ragazzo  sul ferro della bicicletta Gamba aveva riattraversato la città, questa volta  in direzione opposta del giorno avanti, e dopo il ponte dei Cavài aveva infilato la Conselvana. Da oltre l’argine, la sirena di una fabbrica diede il segnale della pausa di metà mattina.

Cuca” commentò Gamba, a quel suono.

Verso l' incrocio  tra la  Guizza e  i  Guasti c’era Ca’ Panasa, una villa nascosta da un folto d’alberi sul lato del casello della ferrovia. Gamba batté con le nocche sul ferro della bicicletta, strinse il ragazzo con le ginocchia  a impedirgli che cadesse, rallentava. Scesero all'osteria  sull’incrocio, il nome Tripoli sull’insegna, quattro africane a petto nudo e in gonnellino di rafia, sotto il nome.

"Camerata"  irrise Gamba, rivolto al vecchio Ossèo, subentrato ai Pivàn nella proprietà del luogo, e alzò un braccio in saluto. Spinse avanti il ragazzo  e  alle sue spalle la porta a vetri con la scritta Vini sbatté chiusa.


Brontolò il vecchio, a malapena alzando gli occhi, "Se è Ninive che cerchi, è di là." Era la sorellastra di Gamba, sapeva sempre di intingoli, sugli intingoli l'odore d'aglio incancrenito. Adesso stava sistemando i formaggi sugli scaffali e si asciugò la mani sul grembiule prima di passarle  tra i capelli del ragazzo in una carezza. "Ti aspettavamo."  Poi a Gamba, "Hai notizie di Sante, mio marito?”

"Tuo marito?” e rise. “Vuoi dire il tuo portacazzo. Se seguita con la buona condotta potrebbe anche uscire tra un paio di mesi, stava sul giornale."

“Non ti ho mai visto comprarne uno.”

Sogghignò, “Allora  lo so  dall’avvocato.”

Lei, "Male, se Sante torna, male anche per suo padre. E’  impazzito di gelosia, dice che il giorno che uscirà ci ammazza  e se lo conosco non lo dice per dire."

"Tu perché non te ne vai, per quando torna? L'offerta dell'avvocato vale sempre."

"Quell'altro bisnonno che da quando Sante è in galera non passa mese che non mi mandi una cartolina?" Mise le mani sulle orecchie del ragazzo, che  non udisse. "Se il mio destino è farmi fottere dai vecchi, meglio allora che riprendessi la vita." Tolse le mani e il ragazzo si spostò nel passaggio verso l'osteria,  una forma minuscola, ricciuta, controluce.  Lei proseguì, abbassando la voce, "Il vecchio mi tratta benissimo, c’è molte notti che mi lascia in pace,  servirebbe semmai qualcuno che calmasse suo figlio, quando esce."

"Per quello se vuoi c'è un modo."

"Ancora l'avvocato?"

"L’avvocato ma anche qualcuno del vecchio giro, anche a lui piaci."

Scosse il capo, "A me serve un uomo sicuro, non uno che a ogni momento può finire ammazzato."

"Chiunque può essere ammazzato."

"Allora vuoi che ti dica? se c'è chi è pronto a liquidare  Sante  quando uscirà dal carcere, preferisco che non sia nessuno dalle tue conoscenze. Non voglio essere in debito con i soliti, se succede."

"Neppure con il fratellino?"

"Soprattutto con il fratellino."

"Vuoi dire che hai già qualcuno ?"

Rise, scosse le spalle,  chiamò il ragazzo, si curvò  a baciarlo sui capelli, "Troppo lunghi" osservò, "biondo e riccio che sei, potrebbero anche crederti una  femminella."

"Ha detto sua madre..." cominciò Gamba  ma lei lo interruppe, "Lo immagino, lo so." Mise uno scialle sulle spalle del ragazzo, lo prese per mano e all'esterno, zoccolando, passato l'incrocio e superata una siepe,  entrarono in un cortile. In mezzo al cortile, un uomo in camice bianco radeva la barba a un prete.

"Sia lodato" disse lei, piegando un ginocchio, e  al barbiere, "Mi raccomando questo giovanotto. Anche che non  pigli freddo. Proprio in mezzo al cortile che devi lavorare?"

Il barbiere grugnì.

 

Il ragazzo guardò Ninive andarsene, guardò la casa in fondo al cortile, porte e finestre spalancate, a sinistra le stalle. Da qualche parte una voce cantava, un volto di  donna si sporse un momento da una finestra, sparì.

Sotto  un  albero, in  centro al cortile,  ridosso alla vera del pozzo,  un cane dormiva, tenuto a catena; dall'altra parte del pozzo due galline becchettavano  tra le pietre.

Rimbombò la voce del prete, rivolto al ragazzo, "Io so tutto di te e  tua madre, o residuo di peccato. Ti hanno portato alla sacra fonte?" Si alzò, panciuto e enorme, svettante sul barbiere che dovette salire su uno sgabello per spazzolargli la forfora dalle spalle. “Alle pompe del diavolo hai rinunciato?”

Il ragazzo non rispose, non capiva.

"Siamo tutti peccatori, reverendo" articolò il barbiere. "Tutti disperati."

"Mi stai giudicando?"  gracchiò il prete. "Dai sulla voce a un ministro di dio?"

"Dio guardi signor parroco, non sono che un povero disgraziato."

"Allora zitto. Credi non  sappia che con  tua moglie fabbricate angeli?  perché finiste in carcere basterebbe una mia parola."

Il  barbiere scese dallo sgabello, "Io non so nulla, reverendo, non ho mai fatto nulla." 

"Menti, comunque è colpa anche l'ignoranza, non scusa." Ficcò in tasca una mano, si udì un tintinnio di monete, "Quanto vuoi,  peccatore?"

"Per la barba, reverendo? Nulla, nulla."

"Non ti salverà dall'estremo giudizio." E  al ragazzo, "Giù in ginocchio e prega." Se ne andò tracciando un segno di croce sul capo del ragazzo che s'era inginocchiato.

Dovunque fosse,  la  donna aveva ripreso a cantare. Nel cortile  comparve una bambina, cavalcava  un triciclo color rosso, puntò sulle galline che fuggirono starnazzando, sul cane che scattò in piedi uggiolando, si fermò davanti al ragazzo.

"Chi sei? perché stai in ginocchio? come ti chiami?"

"Va via" la scacciò il barbiere." E al ragazzo, "Vieni, siedi." Lo avvolse in un telo che pareva un lenzuolo,  gli bagnò i capelli, gli piegò la testa in avanti. Dalla tasca della giacca tolse la macchinetta cominciando sul collo, seguitando sulla nuca e il cranio.

"Brucia?  un giorno o l'altro questa trappola la dovrò cambiare" e scavato un primo solco tra i capelli del ragazzo ripeté più volte il passaggio, dalla nuca alla fronte. Sulla nuca spruzzò un po' d'alcol,  sull'alcol soffiò uno strato di borotalco da una peretta. "Brucia sempre?"

"Un poco."


"E' soltanto le prime volte, poi  non ti accorgi più."

Subito, quando tornò all'osteria, Ninive non lo riconobbe,  "Chi sei? che vuoi?" chiese all'ombra  che si profilava sull'uscio.

"E' il figlio di Malvina" disse Gamba,  " spennato come un pollo, sua madre chi la sente quando lo vede."

"Vieni un po' qua" fece Ninive e gli carezzò la nuca. "Crescono, tra quindici giorni sarai come prima o quasi ma adesso almeno si  capisce che sei un maschietto. Hai preso freddo?"

Il ragazzo starnutì.

"Freddo?" fece Ossèo, entrando dall'osteria, gli occhi piccoli perché era già bevuto. "Ciò che gli serve è un dito di grappa a asciugare le ossa, poi un altro dito per i capelli"

Andò di là  tornando con una bottiglia. Issò il ragazzo sul banco spostando i barattoli di vetro dove  trance di testina di vitello e piedi di porco galleggiavano in un liquido oleoso, gli versò un po' di grappa sul cranio per un rapido massaggio, altra grappa in un bicchiere.

"Bevi di un colpo" ordinò.

Il ragazzo obbedì e subito gli mancò il fiato: tossiva, aveva le lacrime agli occhi, seguitava a tossire e sul cranio e nel ventre gli ardeva un fuoco, poi di scatto tutto si stravolgeva. Udì Ninive dire qualcosa che non capì, poi Gamba ridere, si accorse che qualcuno lo sospingeva per una scala dentro un imbuto che era  un'oscurità, rovinò in quel buio.

 

"...Vuol mostrarlo a suo padre." Gamba in cucina rispondeva a Ninive, dopo il pranzo centellinando un anice e succhiandosi i denti. "Il padre vero  lo reclama, insiste che il ragazzo ha ormai l'età di scegliere e  hanno deciso che  dovrà incontrarli tutti e due."

Ninive, "Il rischio per Tiso, madama e caramba che gli stanno addosso, addosso anche a lei, Malvina, nessuno lo ha calcolato?" Poneva domande di cui conosceva le risposte per scoprire  ciò che Gamba sapesse. Afferrò il bicchiere d’anice e ne bevve un sorso. "Tiso uno di questi giorni  finirà sui giornali."

"Vuoi dire da morto?  Siamo in pochissimi a sapere dove si nasconde e ti assicuro che nessuno di noi lo tradirà."

"Difficile da credere, mi hai appena proposto di far fuori Sante ed era anche lui nella  banda, anche lui un tuo amico o doveva esserlo. Hai una reputazione di saltafossi, non lo sapevi? da quando a Piove  accerchiarono Zambìn,  poi l' agguato qua vicino. C’è chi dice che Zambìn sei stato tu a venderlo e ti sei salvato dopo averlo ucciso perché i caramba te l’ hanno permesso."


Scosse il capo. "L’ho ammazzato per necessità ma tradirlo, mai. Domanda a Ossèo, lui lo sa o dovrebbe. Sante o Ossèo nessuno dei due te l’ha mai raccontato?”

"Ossèo non parla di queste cose e con Sante, all'epoca, con lui neppure ci conoscevamo. Poi finì in galera e io vivevo lontano da qui, sto qui da quando ho lasciato le case, lo sai."

“Vai mai a trovarlo, in galera?”

“Perché me lo chiedi? sai benissimo che non ci vado. Ci andassi basterebbe a smorzargli la gelosia?  No, giusto?”

“Giusto” ammise l’altro. E dopo, “…All'oratorio, dopo che ammazzai Zambìn, mi salvai nel pozzo nero della sagrestia, un giorno e due notti  tra la merda e i topi. I caruba trovarono la fogna pestando sul pavimento ma quando alzarono il coperchio era tanto forte il fetore che fu subito chiusa. Tiso si salvò al suo modo solito, alla disperata, lanciandosi sparando attraverso l'accerchiamento, un fucile  per mano. Ferì un caruba e ammazzò un cane."

Per fare perdere le tracce ai cani Gamba, sgusciato di fogna, si era immerso fino al collo in un fosso poi rifugiandosi al Tripoli, in cantina,  in seguito in un casone o locale tucul all'Orna che per raggiungerlo occorreva superare una palude. I caramba avevano indugiato sull'argine e considerata l'acqua morta e la pellicola verde che la ricopriva, una biscia che attraverso quel verde si tagliava un varco, avevano deciso di non mettervi  piede. A ogni buon conto,  prima di andarsene, avevano sparato  qualche raffica contro il tetto di paglia e i muri  di fango del casone, avevano anche lanciato qualche bomba a mano, Gamba all'interno, disteso sul ventre e le mani sul cranio, che bestemmiava i santi per la paura. Trascorsi un paio di giorni, e adesso si era rintanato in una baracca oltre una torbiera,  aveva affidato un messaggio per i due Bighìn a uno sterratore che passava su un mulo. I Bighìn gli avevano spedito un emissario -- se con la guerra in  Africa si presentava volontario, conoscevano qualcuno che conosceva qualcun altro e  una volta arruolato quel qualcun altro gli avrebbe cambiato il nome. Era stato invecchiato di quattro anni, con la nuova identità; nominato caporale al lago Ascianghi, dopo l'ingresso in Addis Abeba era ancora avanzato di grado.  Poi era successo qualcosa.

Domandò Ninive, all’osteria, rabboccando il bicchiere dell’anice che aveva bevuto, “Com’è l’Africa, com’è stata?

Gamba scosse le spalle, “Ho visto di meglio.”

Rise, “Non fatico a crederlo, eri caporal maggiore e ti hanno degradato.”

“Schiaffeggiai un sergente che imbrogliava a carte. Fui retrocesso a soldato semplice ma almeno scapolai la corte marziale.”

“E adesso fai la guardia in casino. Bell’ avanzamento.” Abbassò la voce, "Dov'è  che Tiso sta nascosto,  se davvero lo sai?"

"Lo so?" anche lui sottovoce e lasciò passare un silenzio, in quel silenzio la donna provò un brivido. Disse subito, "Non lo voglio sapere, ho cambiato idea."

"L'angelo" seguitò Gamba; "o magari è un  diavolo che è passato? Chissà se dov'è Tiso lo so davvero." Abbassò di più la voce, sospirò, "Tu... dammela” e le infilò una mano tra  le ginocchia."Dammela che se lo so te lo dico."

Ninive lasciò che la mano salisse all’orlo delle mutande e serrò le ginocchia, scattò in piedi.  "Tu figlio di puttana"  sussurrò.

Grugnì Gamba,  il volto paonazzo, imbestialito, “Siamo figli della stessa troia, perché cazzo ti tiri indietro?” Tentava di afferrarle il sesso, infilarvi un dito,  ma la donna lo colpì tra gli occhi con il bicchiere. Allora lui,  “Vuoi che anch’io ti pago? Puttana, quanto vuoi che pago?” 

 

              2.

era rapidissimo con il fucile e al primo scontro con la polizia  qualcuno della banda commentò ammirato, “ ’N s-ciantìzo” intendendo un lampo, e il diminutivo del termine  vernacolo, ’Ntizo, Tizo, Tiso,  diventò  il suo nome. Era stato un caso che giungesse in pianura, a Pederobba si era coinvolto in una baruffa e il poliziotto che si era intromesso era finito all'ospedale.

"... Per un po', meglio se cambiassi aria e arrivai a Vidor, poi Quero dove avevo un parente, ma seppi a Quero che anche lì ero ricercato così saltai sul primo treno: Fanzolo, Castelfranco..."

Si confidava a Malvina tra colpi di tosse, lunghi silenzi, fischi, balbettii, perché aveva difficoltà a formulare le parole. “Subito, arrivando a Padova ero spaventato, mai stato prima in una grande città, il servizio militare fatto in Terracatù e  tolta Brindisi lì non c’è che paesi. Fortuna che a Padova incontrai  Zambìn.”

“Ed è stato?”

“Un’osteria.” Poi, "Mai  avuto  nessuna donna prima di te, credevo a quello che diceva mia madre e Zambìn ripeteva, che siete un pericolo e un peccato."

Malvina era stregata da quelle confidenze ma anche dalla lentezza di Tiso  a muoversi, il suo  aggrottare di ciglia se metteva insieme  una frase e pareva stesse per sollevare un peso, la goffaggine delle carezze con quei badili di mani. Le dava la stessa sicurezza dell'immobilità di un albero al quale aggrapparsi in una piena; la sua ignoranza in questioni di letto, poi, la inteneriva.

L'uso delle armi era la sola cosa che a Tiso venisse con naturalezza, nessun virtuosismo, però, o cinematografica rapidità, al contrario:  un impaccio nei movimenti ma la capacità anche al primo colpo di  centrare il segno.

Fidora, il fornaio, spiegava quell'abilità con un’assenza di emozioni. "Gli scorrevano addosso come l'acqua a un’anatra, era di ghiaccio, non lo fosse stato a Zambìn non sarebbe resistito. Però, anche un uomo può avere i suoi sentimenti e piangere,  lo stesso restando uomo."  Parlava dall'alto della propria esperienza intendendo che, malgrado una naturale durezza, lui stesso un giorno si era scoperto un cuore. Lo riassaliva l’ossessione del viaggio fluviale della madonna, quei soldi spesi più di quanti si fosse aspettato. Chiosava, "Con la santa Vergine imparai la commozione.” 

A identificare le emozioni con la capacità di esprimerle, però,  Fidora sbagliava, Tiso conosceva benissimo i travagli degli affetti, l' amore per Malvina ne era testimonianza. Sennonché, non riuscendo a dare un nome ai sentimenti, tutto in lui diventava magma indifferenziato e in quella poltiglia  l'amore, l'odio, l’ira, ogni altra passione, erano analoghi a uno smuoversi di budella, si esternavano in suoni che, indifferentemente,  potevano essere uno sbadiglio, un rutto, un sospiro.

 


Per quanto vividi, anche i racconti sull'esodo dei suoi a Pederobba che per tutta l'infanzia, rimboccandogli le coperte, sua madre ogni sera gli aveva  recitato, avevano lasciato tracce che gli risultavano difficili da definire. Confondeva l'epopea di famiglia con ciò che  ascoltava a scuola:  episodi delle guerre d’indipendenza, la peste che a metà seicento aveva sconvolto città e campagne,  le periodiche carestie, la cattività degli ebrei in Babilonia, la discesa agli inferi di Mosè (Mosè?),  il Messia che mai veniva -- o  era già arrivato e partito?  se lo figurava come un medico, con la valigetta. La conclusione  era sempre l'affresco sull'abside della chiesa,   il giorno del giudizio, le fiamme, i dannati. 

 

Lasciando la Guizza, i diversi nuclei della tribù Contìn si erano  giocati a carte gli animali, ogni gruppo poi disperdendosi  nel territorio. Alla futura madre di Tiso e le due sorelle (di lei) che il padre, un Galiàn, all’epoca  già deceduto, aveva avuto da altrettante  mogli tutte morte di parto, conviventi finché non erano rimaste incinte e soltanto allora sposate, erano toccati in sorte un mulo e quattro vacche.

Le tre donne avevano raggiunto Pederobba su un carretto trainato dal mulo, le vacche al seguito, la futura madre del  fuorilegge in coda al gruppo a tenerle in riga, pur con tanto di pancia. Era una nana con una grande gobba, ripugnante come la matta del mazzo sicché nessuno capiva  chi l’avesse messa incinta -- uno slavo? un ubriaco?

Il viaggio a Pederobba fu quanto mai disagiato, per tratti e senza nessuna logica il mulo  si inchiodava in centro alla carreggiata, l’occhio che gli roteava, il muso che se nitriva pareva sghignazzasse, e a smuoverlo non servivano né blandizie né randellate. Dalla Guizza a Fanzolo, traversate Padova e Castelfranco, la carrozzabile correva parallela alla strada ferrata e presto i ferrovieri presero a sporgersi dai finestrini salutando quella banda di donne come vecchie amicizie, tanto lenti i progressi.

"Quanti chilometri, tra ieri e  oggi?" si informavano, a gesti, il rumore delle ruote rendendo impossibile ogni altra forma di comunicazione.

"Due... uno... quattro… oggi ancora nessuno..." rispondevano quelle, a gesti anch'esse.

Gli erano occorse due settimane per raggiungere Vendramìn (Badia Vendramin, nei registri delle parrocchie) da qui il Montello  dove per qualche tempo erano vissute nei boschi sopra Ciano.  Nella solitudine dei luoghi, le vacche che pascolavano tra gli alberi e bisognava impedirgli che scendessero a valle, a volte la madre di Tiso aveva pensato di tornare là da dove era partita. Per quanto, vivendovi,  la Guizza la avesse odiata,  le pareva adesso di avere perduto un paradiso e a  volte  persino pensò di  uccidersi, appendersi con una corda a un ramo, tanto poco sopportava la nuova vita.

Le sorelle,  di lei più anziane, tutte da marito e preoccupate di accasarsi finché fossero abbastanza giovani da partorire, correvano le campagne lasciando le incombenze domestiche alla sua responsabilità. Finirono con due ambulanti che facevano la spola tra il Piave e il Cansiglio aggiustando pignatte e quando non c'erano pignatte  rubacchiando nei pollai. Presa in dote una vacca a testa  e in comune il mulo, il giorno della cerimonia, immediatamente che erano uscite di chiesa,  vestite da uomo, ai piedi scarpacce da uomo e  in spalla un sacco, erano scomparse con i loro maschi  in direzione di Vas e da quel momento, come entrate in un'altra dimensione, non si erano viste più.


"... Se non mi sono uccisa come i due Galiàn" la nana avrebbe confidato al figlio abbassando lo stoppino del canfìn sicché le ombre ingigantivano, dai quattro lati della stanza conquistando il soffitto, "è che la rabbia mi ha tenuta in vita. Anche che, con due vacche, un po’ di latte lo riuscivo a vendere.  Quando alla Guizza appiccammo il fuoco, buttai anch’io benzina sulla paglia perché..."

Tremava, rideva, le brillavano gli occhi ricordando le fiamme  che  si arrampicavano  sui tetti, correvano nelle stalle fin sotto  gli embrici, i muri nel riverbero neri e fragili come le aste quando le disegnava a scuola. E, "Tutto è un esodo,  anche la vita, ma prima di morire deve essere possibile tornare indietro e se non mi sarà concesso ciò verrà per te."

Non ancora né Tiso o S-ciantìzo, il giovanissimo Martirio ascoltava attonito quelle ninnananne con la certezza che non le avrebbe scordate ma appena sua madre soffiava sul lume e usciva, nell'oscurità aspettando il sonno era soltanto l'immagine dell'incendio che restava. Popolava il fuoco  con le  donne nude, le mani nei capelli, che dio precipitava all'inferno sull'abside della chiesa e avevano tutte i seni al vento  però un arbusto, una foglia, una lingua di fiamma  a nascondergli il sesso. Si eccitava  pensando a quel sesso e anche quando era cresciuto, diventato uomo,  si  masturbava. 

Era un piacere al cui confronto nessun altro reggeva, neppure le lente,  difficili defecazioni, così liberatrici: fino al giorno che incontrò Malvina, per quanto il rapporto restasse sporadico, gli incontri problematici, sempre a sfuggire alle polizie: caruba, questurini, finanzieri, milizia… Li riconosceva da lontano anche quanto erano in borghese, avevano tutti l’identico odore, camminavano tutti all’identico modo.

Era tornato alle attività solitarie l'anno trascorso in carcere, ai Paolotti,  e adesso non era più a corpi anonimi che pensava, dipinti su un  muro, ma al ventre di  Malvina, il suo volto, le  mani.  Le  disse, un giorno, in parlatorio, intendendo spiegarle con ciò che gli pareva una  galanteria il desiderio perenne che provava per lei,  "Ho sempre pensato che quando morirò  finirò anch'io nel fuoco" ed era alle immagini delle dannate che si riferiva.

La donna non aveva capito. "Se esiste un dio" lo aveva rassicurato, "ci sarà un paradiso anche per  gli assassini."

"... Occorse l'esperienza del carcere": Fidora,  daccapo, un nodo in gola perché era incapace di non pensare ai soldi e  da un po’ dubitava dell’esistenza dell’aldilà. Allora il suo sacrificio, ciò che aveva dato ai preti per il viaggio fluviale della madonna, era servito a cosa? “Dopo il carcere i rapporti tra Tiso e Malvina si fecero più stretti ma aiutò a unirli anche la morte del Sambo, il Zambìn --  ci  vietava le donne, a  tutti. Le detestava per via di sua madre, casa e chiesa,  e avrebbe voluto che anche lui, come  un suo zio, studiasse da prete. Dicevano anche che nella rivolta contro i Pivàn era stata lei  a chiamare i soldati "

 

Secondo una versione che circolava al Tripoli, l'odio del Sambo per sua madre pare avesse ancora altre origini. Dopo la perdita dell'occhio e a evitargli altre disgrazie, la donna lo aveva consacrato al Santo  obbligandolo che indossasse un saio stretto in vita da un cordone, poi scalzo  inverno e estate e  il cranio raso.  

Zambìn provava vergogna a quell'abbigliamento al quale tuttavia non riusciva a sottrarsi per un timore superstizioso e in mezzo all'aia, a volte, esplodeva in bestemmie spaventose al punto che ammutolivano anche i più incalliti. E tuttavia restava sempre un muro, oltre le parole, una paralisi, pareva; fino al giorno che uno dei Pivàn gli si era rivolto con una battuta proprio a proposito del saio ed era esploso. Pare che, durante la rivolta, non contento di avere ucciso il patriarca della famiglia, lo avesse castrato poi spedendo in parrocchia quella testimonianza della sua ira,  in una scatoletta; e che al  primogenito,  prima di scannarlo, staccasse un orecchio con un trincetto. Fino alla morte portò l’orecchio appeso al collo,  sotto la camicia, uno dei suoi   amuleti.

Fidora, “Riuscì a sottrarsi ai soldati per l'aiuto di un prete spretato che tuttavia una volta al mese  veniva alla Guizza,  all'oratorio, a dire messa. Si erano inerpicati verso il Venda, tra le forre, e pare che il prete tentasse di convincerlo che si mettesse a capo di un gruppo di disperati  che  correvano le campagne predicando la guerra contro lo stato laico in nome di Cristo re. Al Sambo, però, non è che Cristo gli facesse gran caso e dalla presenza  del prete gli rimasero altre fantasie, tra queste la certezza che per un uomo l'altro sesso è il naturale nemico.  Non voglio dire che gli mancasse il necessario, aveva una sventola grossa e scura che pareva un mulo e il sabato, di solito, nascosti in qualche baracca a preparare un’azione e in ogni caso ogni volta prima che partissimo,  esigeva che tutti insieme, in cerchio, lui in mezzo al cerchio, ci dessimo una  passata. Sicché,  appena seppe di  Malvina  minacciò di cacciare Tiso dalla banda ma ficcatasi in testa un’idea Tiso difficilmente  vi rinunciava  tanto più trattandosi di  una donna, poi Malvina, nel caso. ‘Benissimo, se devo andarmene’  aveva replicato, piegando le canne della doppietta, e  il Sambo, che  non poteva fare a meno di quel luogotenente,  aveva ceduto.”

Fidora, ancora, “Anche se  non avesse tanto odiato  sua madre, però, né ci fosse stato il prete,  Zambìn  ci avrebbe impedito comunque che andassimo a donne e  a pensarci non era così sbagliato. A letto con una donna finisce sempre che ti confidi e quell’altra cosa  insieme stabiliva invece una fratellanza,  tra noi uomini, anche una vergogna. Cantavamo, ci obbligava a  cantare: che ci sgolassimo a occhi chiusi sull’aria del  Te Deum o il Veni Creator ma le parole un rosario di bestemmie,  ognuno serrando il cazzo del vicino in mano."

 


Indifferente a Cristo e bestemmiatore, Zambìn era  devotissimo della madonna. Ne portava una medaglia all’altezza del cuore,  cucita sulla pelle con fil di ferro, e  dopo ogni  masturbazione la copriva di sperma recitando una preghiera. Era convinto che, altrettanto dell’orecchio mozzo del Pivàn, l'immagine lo avrebbe protetto dalle pallottole dei caramba e si chiedevano perciò all’osteria  se il Ceo magari non avesse ucciso il Sambo tagliandogli la gola invece di sparargli alla nuca perché credeva anche lui ai poteri taumaturgici del dischetto di latta.

Concedeva il panettiere,  "Una possibilità” e, “In ogni caso al Ceo, cioè Gamba, mi viene naturale chiamarlo il Ceo perché quando entrò da noi era un ragazzo, che avesse scannato il Sambo come aveva scannato il maggiordomo dei Bighìn gli tolse  le poche simpatie che aveva. Anche per quegli occhi da pazzo  e lo strano ridere, non lo vollero più in nessuna banda, isolato da tutti anche dopo che tornò dall’Africa con il nuovo nome."

"Lo frequentavano gli Ossèo,  però,  che lo avevano aiutato."

"Le puttane e gli Ossèo, razze di spie: come  i Pivàn che spiavano per chiunque pagasse, peggio di quelle bestie in Africa che mangiano i morti, le chiamano com'è, giene?  padre madre figli nonni, l'intera famiglia Pivàn... giene. Il Ceo, quando tornò dall’Africa, bastava che al Tripoli varcasse la soglia e l’osteria si vuotava, gli avventori in fila dritti all’uscita, buttando i soldi nel bicchiere. Anche se c'erano donne disposte a seguirlo se lui soltanto gli faceva il verso ed era il vantaggio della fama di assassino." Dopo. "Per quanto avesse un nuovo nome, chi lui fosse, alla Guizza, naturalmente lo sapevano tutti anche se nessuno ne parlava,  tolte  appunto certe donne. Se i  più  lo evitavano per la memoria delle  violenze e il ribrezzo degli occhi, c’era anche, però,  chi non  lo sopportava per l'odore."

"…L'odore?"

"Merda più fetori di caserma e troia" rispondeva il panettiere, giudicandole inevitabili peculiarità visto il remoto transito nella fogna  dell'oratorio e il mestiere che, al ritorno dall'Africa, il Ceo si era scelto. Altrettanto inevitabile,  sempre per quel mestiere, che fosse spia,  peggio persino degli Ossèo, però aggiungendo, quasi a giustificazione, "Se non dai il culo a chi comanda, in casino e nella vita che poi è l’identica cosa, dimmi un po' come sopravvivi."

 

La sfiducia, la paura, anche il disprezzo dei quali era oggetto, esasperando la naturale ferocia, erano diventati nel Ceo di ritorno dall’Africa ragioni di  vanteria.

"Posso uccidere chiunque e dovunque" prometteva, "tanto che mi può capitare? al massimo sarò ucciso anch'io." Si considerava l'erede di Zambìn perché era stato Zambìn il suo mentore e protettore, "Ero un  misero picchiatore e ladro di polli prima che lui mi prendesse in mano.” Mostrava rispetto anche per Tiso giurando che non ne aveva mai insidiata l'autorità né mai lo avrebbe fatto. "Era leale con tutti, sempre, perciò impensabile che non lo trattassimo anche noi a quel modo. Ed era il solo che riuscisse a difenderci quando Laudonio aveva i suoi  attacchi.”

“Laudonio?”

“Il Sambo,  Zambìn, Laudate Antonio, così che era stato battezzato.  Stava a ridere e di colpo  lo prendeva un tremito,  sbarrava  gli occhi, sudava  come se qualcosa che gli stava dentro, un'altra persona, divorasse ciò che fino a quel momento era stato e in quei casi non c’era che Tiso che lo calmasse. Pronto a uccidere chiunque e dovunque e per nessuna ragione, anche senza provocazioni, il Sambo però lo era sempre  stato. Cacciava i topi per strappargli le zampe, bucargli gli occhi; in tasca, anche se non fumava, portava  una scatola di fiammiferi per dare fuoco alle lucertole, se riusciva a prenderle senza che gli restasse la coda in mano; o  inseguiva i cani, in strada, a revolverate. Una volta aveva  persino sparato a se stesso, ubriaco che fosse o non sapendo che era di fronte a uno specchio o, sapendolo e vedendosi,  magari non  si era piaciuto: da trent'anni  che non si tagliava la barba e i capelli gli scendevano alle ginocchia quando morì."

Aveva un debole per gli adolescenti e una delle molte storie  sul suo conto era di una passione per il Ceo e che per questo lo avesse cooptato.

Fidora reagiva con cautela all’affermazione, "...Se fu amore bisognerebbe chiederlo agli interessati,  io non posso parlare che di  quello che ho visto, ciò che succedeva quando un  colpo era stato messo a segno -- il Ceo legato a un palo, nudo come era stato cagato, e il primo  era  il Sambo che se ne serviva,  noi altri  dopo, a turno, sì, anch'io,  se e quando il capo si era soddisfatto perché con  la sventola che si ritrovava…”

"E Tiso?" 

"Lui speciale. Per esempio si lavava moltissimo e non toccava né il Ceo né nessun altro, uomo o donna, bastandogli  Malvina; che poi non è  che avesse  un grande... Neppure  tanta necessità, direi, tanta fame, a quanto so. Come tutti, ecco, forse anche un po’ meno, mentre il Sambo era uno sciabolatore, neanche a sputarci, neanche a metterci il ghiaccio, grosso e duro come l'asse di un carro, poi lungo che doveva infilarsi  un anello per non sbudellare.  Al Ceo gli ficcavamo in bocca un fazzoletto imbottito di  paglia, annodato stretto, che nessuno lo udisse, se urlava."

"E urlava?"

"Vorrei vedere.  Dopo il Sambo  c'era l'intera banda, tutti noi, per quanto  ogni volta il Sambo ci aprisse la strada, che  doveva soddisfare."

           

                                                                      

              3.

la neve cominciò  fine pomeriggio, fiocchi  spessi e minuscoli che parevano pioggia ma attecchirono durante  la notte. Malvina arrivò alla Guizza quando ormai era buio;  non aveva né cappello né ombrello e portava un pacco; nel breve tratto dal casello al Tripoli si bagnò che si dovette spogliare e ficcare i piedi in acqua fredda per evitare l'infreddatura. 

In camera, il ragazzo dormiva anche questa volta ma anche questa  volta all’odore di lei  aprì gli occhi.

"Ciao mamma" articolò, subito ripiombando nel sonno.

Lei gli rimboccò le coperte, gli carezzò il cranio liscio come una biglia e "Coglione" sussurrò a Gamba che la aveva seguita. "Puzza che pare un tino, perché me lo avete ubriacato?"

"Io non..." quello, ma lei gli tagliò la parola ripetendo l'insulto. Poi, "Gli hai fatto impaccare un cambio di biancheria? Dì a Ninive che, in caso, gli  prepari anche una valigia, gli ho comprato un  impermeabile e un paio di stivali di gomma, stanno nel pacco giù in cucina. Domattina fammi svegliare alle sei, partiamo.”

La mattina tutto era candido e congelato, la neve a petto d'uomo ma  dall'osteria al casello qualcuno aveva spalato un solco. Il fischio salì  ovattato da oltre la curva, comparve il locomotore come un grosso bruco, a Santa Sofia la donna e il ragazzo cambiarono treno.

La neve riprese a cadere a Strà.  Sulla sinistra, passato il paese, Malvina indicò un muro con grandi cancelli e un parco, gli  alberi  infarinati, era una delle  tante case del re. A destra, l'acqua del Brenta aveva il colore del ghiaccio, si spostava torpida  tra le chiatte spruzzate di bianco.

Chiese il ragazzo, ancora intontito dal giorno avanti, "Dove andiamo?" e lei,  "Fossò, siamo invitati per il giorno di natale, forse conoscerai tuo padre. Dice che vuol vederti, è possibile che andiamo a vivere  con lui."

"…Tiso?  Ersilia dice che è  lui mio padre."

Lei rise, "Tu le credi? le credi?"

"A volte sì."

La stazione era una costruzione a due piani, il tetto aguzzo come il casello alla Guizza ma all'intorno né altre case o osterie. Una strada in centro alla quale era stato scavato un sentiero entrava nel vuoto del nevischio, una fila d'alberi imbacuccati di bianco correva lungo  la strada. 

"Pare inverno" lui disse.

"Ma lo è, stupido."

"Volevo dire che pare natale."

"Quello sarà domani." Si curvò a carezzargli il viso, "Avevano promesso di venirci a prendere ma non vedo ancora nessuno."

Partì il treno e dal retro del casello si fece avanti un giovanotto,  era avvolto in un tabarro, afferrò i bagagli.

"Tranquillo" fece lei, la voce allegra per la sorpresa, "Tranquillo Becco! pensavo che ti fossi  squagliato."

Becco alzò le spalle, "Non manco mai gli appuntamenti” e, “E’ con quello che sono venuto.”  Indicò, sotto la tettoia alle spalle del casello, un cavallo e un biroccio, il felze alzato.

Aiutò i due a salire; quando sedé a cassetta, sistemate le valigie,  tese a Malvina una coperta e un thermos. "Latte, l' hanno messo che bolliva, è  per il ragazzino." Poi, al cavallo, schioccando la lingua, "Su,  bello, su!” e alla donna, "Per te c'è un goccio di qualcos'altro se non basta la coperta, la fiaschetta sta sotto il sedile."

"Bravo Tranquillo" disse lei, "anche per questo sarai ricompensato."

"E' lui mio padre?" sussurrò il ragazzo.

"Che ti viene in mente?" sempre Malvina, con una risata.

“Allora è Palanca?”

“Il piazzista di cessi, l’uomo di Ersilia? Ma va!”

Trottavano. Dopo un paio di chilometri superarono  una chiesa, una casa colonica, un  oratorio,  infilarono una stradina che costeggiava un fosso, i rami dei platani che crescevano sui lati si incrociavano in alto quasi a formare un tetto. In fondo, tra il nevischio, sorse un  agglomerato di costruzioni, baracche e casoni  ma anche una casa in muratura con un porticato.

Becco fermò il cavallo all’asciutto, sotto il porticato,  tra la porta della cucina e quella delle stalle. Una donna uscì dalla cucina, aiutò madre e figlio a scendere, prese le valige.

In cucina ardeva un  fuoco. Attorno a un tavolo imbandito donne e uomini, in piedi e vestiti a festa, appena  madre e figlio entrarono batterono le mani.

Malvina si accorse che il ragazzo tremava, "Hai freddo?" e lui, "Sì, ho freddo".

Una donna gli buttò addosso uno scialle, "Laura!"  chiamò e per una scala dai gradini di legno una domestica  accompagnò  il ragazzo al primo piano.  Lo aiutò a spogliarsi. "Ficcati a letto... Questa è la camera dove dormirà tua madre, immagino che starai con lei."  Gli cercò i piedi sotto le coperte, "Dammeli che te li  strofino, poi ti porto la boccia."

Gli  passò il tremito con lo strofinio ma non il freddo.

Entrò la padrona di casa, gli accarezzò una guancia,  disse alla domestica, "Meglio la camera della nonna, c’è la stufa."

Laura, "Qui però c'è il camino, posso accendere un fuoco."

L’altra, "Meglio con la nonna. Coprilo bene quando lo porti di là." 

La nonna era letto, candida come una fata,  candide anche la maglia e lo scialle che indossava. Aveva una collana d’oro al collo, orecchini d’oro che le pendevano dalle orecchie, e  appena Laura fu uscita disse al ragazzo, "C'è soltanto un modo per combattere il freddo: più freddo e ficcarsi tra le coperte. Tu sei già tra le coperte."

Si sporse con le mani fin sotto il letto, produsse un fiasco a metà spagliato che conteneva un  liquido che pareva acqua, "L’ammazzacristiani, lo hai mai assaggiato?­" Tolse il tappo, "Dagli un’annusata."

"Pare grappa." 

"Naturalmente,  passami il bicchiere che hai sul comodino" e  quando il ragazzo glielo porse lo riempì. "Adesso bevi."

"Tutto mio?"

"Ma no, un sorso ,  tu per primo perché sei  l'ospite e sei un uomo però… un goccio, soltanto un goccio. Bevi." Poi,  "Adesso è il mio turno" e gli tolse il bicchiere e lo vuotò.  

Schioccando le labbra posò il bicchiere sul pavimento,  "Salame  ti piace? chiudi gli occhi se per la grappa ti gira la testa, sarà il salame a rimetterti in sesto, magari un  giorno  anche a raddrizzarti la schiena.”

“Com’è, la schiena?”

Sogghignò, “C’è molte razze di salami, quando cresci capirai.” Scese dal letto, la maglia candida abbottonata sul davanti,  lunga a coprirle i piedi, e spalancò le finestre, poi andò al comò. Nell'aria gelida che veniva da fuori tolse dal comò un tagliere, un coltello, un salame, un cartoccio di pane biscottato.

Cinguettò,  "Che ne diresti di un goccetto di rosso? fa sangue, ciò che fa sangue fa bene." Aveva già una bottiglia in mano e proseguì, "Un po' di allegria non guasta,  una volta  all'anno che viene natale, stanotte e domani qui ci sarà una festa."  Rise, sinistra, "Che festa!"  e bruscamente non rideva più.

Tornò al letto portando il tagliere, sul tagliere il pane, il salame, un coltello, due bicchieri,  sottobraccio la bottiglia. Posò il tagliere, stappò la bottiglia, e andando a chiudere le finestre, "Il rosso è sangue e  perciò fa bene” ripeté. Poi, “Povero Tiso, che da domani non ne berrà più."

"E' malato?" si informò il ragazzo.

"Come lo fosse".  Dopo, "Nessuno ti ha detto che a berlo assoluto il caffelatte buca le budella? io ho ottantasei anni, vino e latte tutte le mattine e nessun caffelatte,  probabile che  non morirò mai."

Più tardi, seduta sul  letto a tagliarsi le unghie, prima ai piedi, poi alle mani, poi raccogliendo quegli scampoli  in un cartoccetto, "Non bisogna mai lasciarli in giro, porta male. Lo sapevi?"

"No."


"Hai visto.”  Spinse in fuori le labbra e parve un’anatra per un momento. “Devi buttarli nel fuoco, girando la schiena" e andò alla stufa  e eseguì.

Si tolse  la collana, gli orecchini, li depositò nel cassetto del comodino, si portò una mano alla bocca,  ne tolse i denti che infilò in una tazza di latta. Versò nella tazza un intruglio da una bottiglia, infilò la tazza in una casseruola che colmò d’ acqua, pose la tazza sulla stufa.

Tornata a letto, sotto le coperte, adesso cantava, presto cantava anche il ragazzo ed era un inno di chiesa.

 

                                   Mira il tuo popolo, o bella Signora,

                                  che pien di giubilo…

                                              

Qualcuno venne  a bussare ma lei gridò "Va via!" e al ragazzo, "Tu sèguita" dandogli il ritmo con il battito delle mani.

Si assopirono. Alle finestre la luce  rapidamente ingrigì scemando al blu, al nero,  in centro alla stanza, dentro il cilindro della stufa, il fuoco era un vento, correva.

"... Nevica ancora?" fece il ragazzo appena sveglio, rivolto non sapeva a chi, non vedendo nessuno.

La voce della vecchia venne dal buio aldilà della stufa, "Nevica sempre. Se non cambia  per mezzanotte,  domani nessuno potrà partire, resterai qui fino a primavera."

A letto il ragazzo si trovava benissimo e nel calore della stufa e sotto le coperte si augurò che davvero nevicasse per sempre e non partire mai. Intanto la vecchia, "Stasera vedrai tuo padre. Prima di adesso lo hai mai incontrato?"

"Non lo so. Ersilia dice  che è un ladro."

"Non c’èC che ladri, al mondo, ladri e figli di puttana. L'unico che non  lo era  si sono sbrigati a farlo fuori.”

"Chi era?  tu l’ hai conosciuto"

"Gesù Cristo, no? come vuoi che l’abbia conosciuto? Ma dove stai non ti  mandano a scuola? Ammazzarono anche mio marito… Caporetto… lo fucilarono contro un muro. La madre di Tiso, invece,  mezza  parente di mio marito per via di un cugino e, piccola che era, cascò nel truogolo di una luia che gli stava dando la sbobba e la luia e luiotti se la mangiarono dalla testa ai piedi, meno una catenina con la croce. Fu una disgrazia per tutti, nessuno ebbe lo stomaco di  insaccare salami quell’anno,  i maiali  venduti lontano da qui."

"Tu come le sai  queste cose?”

Grugnì, "Invecchiando sai tutto di tutti, anche quello che non vorresti sapere e  nessuno ti ha raccontato. A scuola ti hanno insegnato a leggere?"

"Anche a  scrivere, anche a fare i conti, poi la geografia, la storia…"

"Io non so leggere, penso che nessuno lo sapesse di quelli che ho conosciuto, tolti preti e avvocati, ma al tempo mio non serviva."

"E per le operazioni?"

"Sommare e dividere bastano le dita, o no?"


Il buio era ormai uniforme, aldilà delle lastre. La vecchia sfregò un fiammifero lungo la stufa e nella breve luce apparvero  i capelli, candidi, tirati come una cuffia, il triangolo del naso, il fornello cilindrico di una pipa di coccio; poi la fiamma si spense e salì un lezzo di tabacco. Riprese la vecchia, "La Guizza è l’origine del mondo, veniamo tutti  da lì.”

Il vento fischiava,  oltre i vetri. Il fornello della pipa si illuminò un paio di volte, si spense, venne  un tinnire di vetro su vetro, seguì l'aspro dell'odore di grappa.

"A  Ca’  Panasa ci sei mai stato?” ed era sempre la vecchia. "Sulla destra venendo dal ponte,  un po’ prima dell’osteria … Si uccise un uomo, tanti anni fa, il padrone di casa, un prete che aveva buttato la tonaca e il posto  diventò maledetto, anni dopo ci fu un doppio assassinio, ancora lì. Le vere ragioni non si seppero mai anche se circolarono molte voci, coprirono tutto i giudici, la polizia, i giornali... Poi i campi furono venduti e nella villa da allora nessuno ci visse più.”

“Nessuno chi, i Panasa?”

“No, quelli che vennero dopo i  Còsmosin, che la avevano acquistata dai Del Prat  che  la avevano comperata dai Panasa.”

"E perché?”

"Perché tutto si vende, anche le case , no? I Panasa avranno avuto  le loro ragioni quando decisero di liberarsene.” Lasciò una pausa, sospirò. “Il sangue chiama sangue, una catena. Tua madre il Padre nostro te l’ ha insegnato? lo sai dire?"

"Certamente che lo so, l’ho imparato a scuola."

"Dinne uno per Tiso, allora,  stanotte gli serve."

"E perché?"

"Perché, perché. Tu fa quello che ti si dice."  Aprì lo sportello della stufa e pareva una bocca --  prima il rosso del fuoco, poi  il  rosso che spariva nello scroscio del carbone versato da un secchio, poi lo sportello chiuso. Nel buio salì il tenue raglio della pipa, una-due volte, ogni volta più fioco,  fioco anche il lucore del fornello, lontano.

 

Quando daccapo riprese, pareva lontana anche la voce della vecchia come se,  lentamente,  fosse scivolata  in un'altra stanza e  parlasse da lì. Raccontava di un viaggio quando già non era più ragazza ma neppure  ancora era donna fatta, e dalla Guizza aveva  camminato  per  giorni superando dossi,  argini, pianure. Era l’ anno dei prodigi -- mesi di pioggia, i fossi che non bastavano a svuotare le piene, e dopo la pioggia la  siccità. Non soltanto dalle nubi rimbombanti di tuoni nessuna acqua cadeva più;  alle preghiere e le  processioni  le risposte del Santo erano maligne, nemiche. Sugli altari, il legno delle statue  si spaccava  rivelando larve nelle nervature, nelle stalle le vacche morivano, nelle corti, attorno al pozzo,  i cani   ululavano, il muso contro la vera.

Lei era partita spedita dai suoi, proprio in quanto né  ragazza  né donna, da un botanico  fattucchiere, una moneta d’argento in tasca per il pagamento e in mano una bottiglia per la magia. La accompagnava un maniscalco che per quel suo mestiere conosceva il fuoco e nel greto dei fossi, i ciottoli che la notte luccicavano come lampadine, avevano dovuto difendersi  da tafani e mosche non contando le rane, incattivite dalla siccità.

Il botanico abitava accanto a  un cimitero, usava le tombe per gli incantesimi pagando al becchino una percentuale. Immessi di notte nel camposanto, lei e il maniscalco avevano orinato nella bottiglia e dopo avervi orinato a sua volta il botanico la aveva infranta sul tumulo di un bambino. Giudicando dal liquido, come  la terra  lo assorbiva, "Secondo il Santo dura ancora un anno" profetò e alla ragazza , "Tu torna a casa,  quello è il luogo più sicuro, per te ."

A casa anche i muli erano morti, già sentivano il marcito: stavano allineati nella corte, accanto alle vacche che le zecche avevano dissanguato, e in fondo ai campi gli uomini preparavano i fuochi.

Presto le notti non ci furono che falò e la gente si sperse. Sempre insieme al maniscalco lei era ripartita a impetrare l’ intervento di un altro taumaturgo, san Gaetano, in un bosco su un colle, sul sommo del colle la statua del santo in una baracchetta.

La notte che arrivarono cadde un fulmine, divampò un incendio. Il maniscalco si avvolse la testa in una coperta e si buttò nel fuoco per salvare l’immagine del santo, lo trovarono il giorno dopo abbracciato alla statua, intocca, lui nero e  lucido tra i tronchi anch’essi anneriti. Sugli zigomi la pelle  crepata ma i denti che ridevano nel carbone del viso era un segno di santità? Per proteggerlo dai  cani e i topi, lo seppellirono  sotto una pietra.

Adesso, sul colle, si accampava ogni giorno qualche nuovo gruppo di fuggitivi. Fu alzato un riparo e per la forzata promiscuità e nell’ isolamento  la gente via via inselvatichì.

Un anno, poi un altro anno e gradualmente cambiò il linguaggio, le frasi smozzicate in un soffiare di gatti, abbaiare di volpi, balbettii. Si stravolse  il senso del pudore per necessità, donne e uomini  ignudi anche nel più infame inverno, neppure uno straccio sulle vergogne e pregavano, piangevano. Pregavano in ginocchio, di notte, tra sfrigolii di candele, ma per tante disgrazie nessuno credeva più in dio, faceva paura, e neppure era ai santi che si rivolgevano più. Evocavano spiriti senza nome; o la madonna delle ossa che dialogava con i morti e stava nella pancia delle donne, in quel buio.  Finché arrivarono i preti, incappucciati,   in spalla le croci.

Finiva il secolo. “… Quello di re Vittorio e l’Unità” precisava la vecchia, “e non c’era giorno senza processione: i preti  mascherati da re, le suore vestite di bianco e si fustigavano,  poi le ragazze  rimaste incinte e non si sapeva di  chi, poi i padri, le madri, i figli, e sul capo avevano  un giro di spine. I maschi insieme alle spine  portavano due corna di cartone…" 

Adesso lei era donna ed era la terza pasqua da quando era partita. Aveva lasciato san Gaetano insieme a un frate itinerante che confessava contrassegno e per gli attacchi di tosse che lo trascinavano in deliri doveva dormire abbracciato a una vergine, anche a un maschio purché fosse intocco, se femmina non c'era. Dopo un paio di notti con  un seminarista che era nipote di un vescovo, era riuscito a farsi trasferire a Fossò dove possedeva una cesura, dono postumo di un fedele.

"... Fu così che arrivai in questo paese. Intanto i  miei si erano sistemati a  Valdobbiàdene, avevo saputo, però nel tempo che  li avevo lasciati mi erano diventati estranei e tornai  alla Guizza, non sapendo che lì avrei incontrato mio marito. Mi riportò a Fossò dove sono rimasta e  non partirò più.”

Sbatté un'imposta, seguì il suono soffice di neve che cadeva su neve, dal davanzale, e ancora la vecchia,  "... Non eravamo neppure un centinaio che tornammo alla Guizza quando si aggiustò il clima ma dei grandi proprietari come i Salvagnìn-Bregadìn, anche certi parenti dei Bregadìn che allevavano cavalli, nessuno se n’era andato. Era rimasto anche qualche fittavolo, per la verità, come i Galiàn  che poi si impiccarono quando persero le terre;  anche i Pivagna, Piràn,  della stazione di posta, con il loro esercito di maschi e femmine  e nella rivolta dell’inizio del secolo finirono ammazzati.”

Dopo. “.Per tutto il periodo delle piogge e la carestia, i grandi proprietari, al sicuro nelle loro ville, avevano importato braccianti slavi che lavoravano sottopagati  e se anche qualcuno  moriva a nessuno gliene importava. Adesso, però, gli slavi si rifiutavano di lasciare i luoghi e li assunse un'impresa che dissodava una fascia di terra lungo la Conselvana, per la ferrovia. Così furono gli slavi a posare le rotaie, costruire le stazioni, anche il casello alla Guizza e più tardi, con l'elettrificazione, piantare i tralicci e tendere i fili.”

E ancora. “… Verso il 20, nel casello si insediarono i Cucchi, lui un troione  di  Reggio Emilia che sulla bicicletta gli occorrevano due selle e poteva avanzare anche senza i pedali, strettamente a  scoregge, lei uno scampolo, fragile,  trasparente che quasi quasi le si vedevano le budella  attraverso la pelle. Avevano due figli, la femmina  così scura che se fosse  per l'unto o che era mora di suo non si capiva, il maschio un idiota o un genio, pareva. Si arrampicava scalzo sui carrelli di ferro della ferrovia battendo i fili elettrici con pertiche bagnate per verificare se davvero era l'elettricità che spingeva i treni e un giorno, per la tremenda scossa, lo portarono a casa dentro un mastello. Non riusciva più a muoversi, diventato persino più scuro della sorella, ma era della razza di suo padre  e  non  morì. Non era il suo tempo, ecco. A mio marito il suo tempo era stato con la guerra, la ritirata.”

 

Un nuovo silenzio nella narrazione della vecchia o uno iato  più che silenzio,  un’attesa: e un trascorrere d’anni, altri luoghi, e da quel vuoto, un’assenza, ecco un’altra voce,  chi adesso racconta è Matteo, cugino dell’estensore di queste righe, né era più al figlio di Malvina ma a me, ego scriptor, che si rivolgeva.

Matteo era il figlio maggiore di uno dei tanti bastardi seminati da mio nonno  tra Salboro, la Guizza e Scurzòn, l’unico  che fosse stato riconosciuto e perciò che,  oltre al suo d’origine, avesse portato  anche il nostro nome. Anche Matteo portava il nostro nome. 

Precisava. “…In quelle storie della vecchia”, pedante come chi aggiungesse note al piè di pagina di un testo scritto, “c’erano omissioni,  vuoti – hic sunt leones. Al biondino di Malvina, la vecchia dava una versione ripulita di sé  e tra le omissioni c’era la consistenza dei suoi rapporti con il frate itinerante che frate poi non era. Protetto dal saio ricettava refurtiva e non si trattava di polli, capre, biciclette, orologi ma  di titoli di stato,  assegni al portatore, carte da bollo, oggetti d’argento e d’oro,  persino quadri  sottratti in qualche chiesa. A Fossò teneva tutto in un granaio, gli acquirenti  venivano da Venezia, Padova, Milano, antiquari perlopiù. Quando il frate morì lei ne ereditò il mestiere.”

“E il marito?”

Scuoteva le spalle, “Quello… Non esiste evidenza che un marito fisso ci sia mai stato.”

Avvocato che aveva rinunciato all’avvocatura, Matteo era corrispondente di alcuni giornali locali. Si trovava a suo agio soltanto tra oceani di carte — dispacci d’agenzia, testimonianze giurate, ordini di comparizione, verbali di polizia,  registri dei comuni,  annuari delle parrocchie  fino al plebiscito del  66 (ottocento), poi l’Unità. Sogghignava, accennando  a quegli anni e le votazioni, “Niente donne o bifolchi o morti di fame che qualificassero come elettori  e chi vinse non furono neppure quelli che avevano votato ma chi aveva organizzato i brogli sicché è sui brogli che la nazione fu costruita. Non cambierà mai la storia di questo paese, non sappiamo neppure chi  ammazzò il Testone il 45 né dove finissero l’oro e i documenti che aveva con sé. Pare fossero in due valigie.  Ma tu credi  realmente alla vulgata  dei libri di scuola, che qualcuno lo riconobbe a un posto di blocco? Questa è la patria dei melodrammi e fu come nella Tosca con Cavaradossi, gli promisero un salvacondotto e ci fu l’imbroglio. Lo ammazzarono per evitare il processo perché avrebbe parlato e con le sue porcate anche quelle degli altri si sarebbero sapute – i doppi giochi, le menzogne, le compromissioni…. Per questo che, insieme ai soldi, quando lo ammazzarono, sparirono le carte che aveva con sé.”

Seguitava, “… Le scritture dei parroci costituiscono l’unica memoria storica del territorio – nascite, matrimoni, morti, malattie, cataclismi, devastazioni di eserciti stranieri, tutto registrato. Anche le tasse, anche i passaggi di proprietà, le donazioni, i soldi delle messe: per chi, quando, come…. E naturalmente  i  processi per eresia, in quei fogli, o stregoneria, che era la stessa cosa. Ma tu lo sai che qui, da noi, appena tre secoli passati, le esecuzioni capitali erano pubbliche rappresentazioni? come ai burattini. Un percorso attraverso la città o il paese con i suoi luoghi deputati, il condannato legato alla coda di un mulo  e a ogni stazione bastonato, deriso, sottoposto alle tenaglie, amputato? Ai ladri gli tagliavano una mano che gli legavano al collo, suppongo che agli adulteri gli tagliassero il cazzo e alle donne… a quelle va a sapere.”  Poi, “Secondo le carte che sono riuscito a leggere la gestione di quella via crucis penitenziale spettava a un altro condannato perché la decapitazione o il rogo, che concludevano lo spettacolo, per quanto fossero per giustizia portavano con se un’impurità.” Scuoteva le spalle, “Tu ti immagini che al giorno d’oggi le cose siano cambiate?”

“Perlomeno non c’è quel genere di processioni, non c’è le amputazioni…”

Sfoderava il sorriso storto dei suoi giorni di malumore. “C’è sempre il sangue,  e al posto delle processioni   i giornali.”

Ogni volta che da Scurzòn  passava alla Guizza, Matteo aveva lunghi colloqui con nostro nonno,  si chiudevano  a chiacchierare nel bugigattolo che chiamavano  l’ufficio e finivano sempre per giocare a carte. Al tressette era  sempre il vecchio a vincere, anche se non barava mai.

 

 

          4.

la prossima volta che si svegliò, il figlio di malvina ebbe l'impressione  che qualcuno gli avesse  appena carezzato il viso. Non poteva essere Ersilia e neppure sua madre: allora la nonna, la vecchia? La risposta svanì in un torcersi di budella, un improvviso tremito, un sudore seguito da un rutto, qualcosa di orribile gli stava per capitare.

"Nonna, nonna" ma la voce restava inchiodata in gola e la donna al suo fianco non rispondeva. "Nonna?"  Cercò di scuoterla poi,  follemente, al buio,  cercando la peretta. Non trovandola scivolò dal letto,  ebbe appena il  tempo, a tentoni, di estrarre il vaso dal comodino.

Singhiozzava, piegato in ginocchio, molle e fetido perché non soltanto aveva vomitato, se l'era fatta addosso. Provava vergogna, doveva lavarsi, la sola altra volta che  gli era successo Ersilia lo aveva deriso per giorni. Gli tornarono l’odore e  il gusto stomachevoli del vermìfugo, quel liquido rosso e spesso che l'altra volta era stato all’origine del disastro, e seguitando a piangere si alzò ma ancora non trovava la peretta. A quattro zampe raggiunse la stufa, aprì lo sportello, al riflesso del fuoco, nel vano di una finestra aldilà del comò, vide il treppiede  del lavandino e su quel trespolo la brocca e il catino: smaltati.

Il secchio per l'acqua sporca era ridosso alla brocca, gli asciugamani  sopra una sedia. Poggiò il catino sul pavimento, versò l'acqua dalla brocca e  battendo i denti si spogliò e lavò.  Travasò l'acqua sporca nel secchio ma che si fosse lavato non bastava, puzzava sempre per  il fetore  dai  vestiti. Aprì la finestra e nudo, nel freddo che lo colpì al petto come un pugno, buttò dalla finestra i vestiti  e il contenuto del secchio. Chiuse i vetri, si lavò, daccapo, questa volta ridosso alla stufa, poi strofinandosi con gli asciugamani finché il freddo che lo scuoteva in tremiti   via via sparì.

Tornato a letto, nel tepore delle coperte, il fetore veniva adesso dal vaso da notte.  Lo stupiva il silenzio della vecchia durante  quel  suo armeggio, che se ne stesse in silenzio, a ridere,  per vedere se riusciva a cavarsela senza aiuti? Finalmente  trovò la peretta e accese, la vecchia al suo fianco più rigida di uno stecco, la bocca spalancata.

Chiamò sottovoce, "Nonna?" riprendendo a scuoterla e poiché quella   seguitava a non rispondere  domandò, "Sei morta?" schizzando  subito dal letto, sempre nudo, camminando all'indietro, il cuore che gli batteva. Fissava la bocca senza denti, spalancata, una mano che usciva dalle coperte, il palmo all'insù, le dita socchiuse.

"Nonna?" tentò ancora, le spalle ridosso al muro, il freddo del muro incollato alla pelle, e per quanto tempo restasse immobile a fissare la morta non lo poté mai dire. Ricordava che, quando era uscito dalla  stupefazione, era come se un  varco si fosse spalancato e riuscì a dirsi che  era stata  la vecchia, soltanto lei, prima di andarsene, che  gli aveva carezzato il viso. Un gesto di.... protezione, amicizia, addio? per qualche istante, per la suggestione di quel gesto, la paura svanì.

Tornò  subito, come una mano alla gola che gli togliesse il fiato e "Nonna? nonna?"  provò daccapo. Voleva liberarsi insieme dal freddo e la paura e si morse una mano ma non bastava. Fece il giro del letto; serrando gli occhi contro  il ribrezzo si obbligò a  curvarsi sulla morta e la baciò.

Batteva i denti, a rovistare nel comò trovò una maglia, era come quella che indossava la  vecchia, riuscì a infilarla senza sciogliere i bottoni,  trovò anche uno scialle e si buttò anche quello addosso.  Persisteva il fetore dal vaso da notte. Infilò un paio di calze, trattenendo il fiato afferrò il vaso, aprì la porta della camera con il gomito sulla maniglia, uscì.

Poggiò il vaso nel corridoio, contro il muro, avanzando sul pianerottolo raggiunse una finestra. Era circolare come quelle delle navi disegnate nei libri di scuola e da quell'occhio spiando il turbinio della neve  pensò  a natale. Da Ersilia, in cucina,  sul piano della credenza, quel giorno c'erano sempre una torta e un presepe,  le immagini del presepe  tutte piatte, ritagliate. Ci sarebbero anche qui, domattina?  Sulle immagini dei pastori  tornò la presenza della vecchia,  era il solo in casa  a sapere che era morta e a qualcuno lo doveva dire. Nella luce scarsa della finestra cercò la camera di sua  madre, ne sospinse l'uscio che diede un flebile cigolio.

Nel camino in fondo alla stanza si spegneva un fuoco, nell’oscurità accanto al camino  si intravedevano il catafalco del letto, nel letto due forme umane che discutevano sottovoce.

Chiamò "Mamma?" un sussurro.

Quasi in risposta sua madre emerse dalle coperte, nuda; si curvò sotto il letto per il vaso  da notte, si accucciò, poi in piedi si asciugava tra le gambe con una pezzuola.

Esplose un tizzo, le faville che si sparivano nella cappa del camino, e adesso fu l’uomo a uscire dal letto, anche lui  nudo. Curvandosi per il vaso da notte lanciò un fragoroso peto e rumorosamente orinò. Ritornato a letto, avvolto nelle coperte, non parve registrare l’improvviso silenzio come se una coltre si fosse abbattuta sulle cose ma lo avvertì il ragazzo e nuovamente spiò la notte dall’oblò del corridoio. Fuori il vento era caduto, dopo il convulso vorticare di fiocchi non nevicava più.

Daccapo in  camera dov’era la vecchia,  il ragazzo vuotò un secchio di carbone dentro la stufa e sedé contro i vetri. Nel cielo ora schiarito da un quarto di luna immaginò i re magi che volteggiavano nell’aria. Gaspare, Baldassarre… il terzo chi era?  arrivavano anche quest’anno la notte dell’epifania? 

Intravvide un correre, aldilà delle lastre, forme impalpabili che traversavano la corte sul livido della neve, da qualche parte,  vicinissimo, salì un cigolio. I ladri, si disse, il sangue che si raggelava e trattenendo il fiato si spostò al comodino, afferrò, a difesa, le forbici dove la vecchia le aveva lasciate, tornò  al corridoio. Nel rettangolo della porta  scorse di spalle sua madre, un’ombra: avvolta in una coperta e trascinando un fucile, a piedi nudi transitava nel pianerottolo scendeva le scale.  

Serrando le forbici come un talismano il ragazzo tornò nella stanza  che sua madre aveva appena lasciato, si avvicinò al letto dove ora l’uomo  grugniva, soffiava, fischiava, affogato nel sonno. Lo scosse, via via più deciso, più rapido finché sorgendo dal sonno e cieco, un momento,  quello, “Chi …?”

Seguitava  a scuoterlo. “Sei tu mio padre?”

L’uomo si girò su un fianco. Poté riconoscere i tratti di Malvina nel volto ancora infantile curvo sul suo ma reagì con fastidio e brontolò insonnolito, “Perché non te ne torni a  letto?”

Insisté il ragazzo, “Ma sei  tu mio padre?”

“E se fosse?” stizzito, liberandosi di un nuovo peto.

Dalla corte  salì un vocio,  il riverbero di uno sparo  corse sui muri in uno sprazzo di luce, di scatto l’uomo  buttò le coperte per scendere dal letto. Il lezzo del peto, denso, nauseante, uscendo anch’esso dalle coperte,  colpì il ragazzo come uno schiaffo al viso.

Nella corte risuonò un altro sparo. Nel nuovo fosco balenare di fiamma un’ombra di falce si inerpicò su una parete,  ricadde e un urlo sorse dal letto,  poi  un gorgoglio.

 

Cinque giorni e nella mente del ragazzo ogni memoria di quella notte sarebbe parsa abolita, cancellata –  o come se un velo fosse caduto. Ricordava  il freddo ritornando alla Guizza nella camionetta di un caramba, il tepore di Ninive che lo teneva stretto, poi l’odore del Tripoli. Sua madre dov’era?

Spiegò Ninive: erano sorti imprevisti, Malvina era dovuta partire, sarebbe impegnata  tutto il  prossimo mese, lui restava al Tripoli fino all’epifania.

“Quel giorno andremo a vedere che bruciano la strega in piazza e poi tornerai da Ersilia e  a scuola.”

“Ma lei, mia madre? Non posso andare con lei anch’io?”

Ninive gli aveva fatto una carezza scuotendo il capo, “Dove lei va, non accettano ragazzini.”

Così,  capodanno era all’osteria che lo aveva passato: tutto solo in cucina piluccando  una torta,  Ninive in camera a ridere con un amico e nel locale chiuso per il giorno di festa  Ossèo, al banco, a piangere e affogarsi di grappa. La sera era stata movimentata da un incidente,  una donna era finita sotto il treno o ci s’era buttata. Sua figlia, una biondina, per quella notte  fu ospite all’osteria.

“Io ti conosco” gli disse subito, petulante. “Ti ho visto in cortile che correvo sul triciclo e ti tagliavano i capelli.”

Non sapeva che risponderle, era una presenza che lo imbarazzava e ribatté, ad autodifesa,  “Hai un odore che non avevo mai sentito.”

Fece Ninive, sprimacciando il pagliericcio, ficcando tutti e due sotto le stesse coperte, “A letto, a letto.”

“Ho l’odore che hanno tutte le donne”  disse la biondina, quando Ninive fu uscita, “ormai ho nove anni.” Gli cercò una mano, “Vuoi toccarmi? Se mia madre ha il marchese mio padre mi tocca ma alle volte anche lei mi tocca: mi mettono in mezzo,  nel letto. Devo togliermi le mutande?”

Non  rispose ed era sempre per l’imbarazzo ma invece lei, una sicurezza nella voce, “Me le sono tolte. Non mi tocchi?  vuoi che io  ti tocco?”

Mentì,  “No.”  O soltanto lo pensò e non lo disse perché, istanti  dopo, le mani di lei gli sfioravano il viso, il petto, anche il ventre, dapprima sopra la camicia e poi sulla pelle.  Sentì la bocca di lei sulla sua,  poi che anche la bocca gli scendeva al ventre e subito provò uno spavento cui seguì un languore.

Lei, “Adesso anche tu  toccami. Toccami?” la voce d’improvviso flebile, indifesa e gli guidò una mano. “Ti piace?”  Poi  sentì che piangeva.

Passato capodanno vennero i giorni della Chiara Stella. Quattro uomini  comparivano verso l’ora di cena ma  non entravano all’osteria, si fermavano in strada,  una stella di legno infilata su un bastone, dentro la stella una candela accesa. Le pareti della stella erano di carta oleata, color rosso come un fuoco e, spiegava Ninive, era da certe scatole di tabacco contrabbandate da Pola dai doganieri. 

Cantavano, i quattro,  in strada,

           

         Siam venuti da  l’Oriente

                                             questa note i tre  Re Magi,

                                              siamo onesti e siamo sagi

                                                                                       

Ninive, quando la canzone finiva, usciva   con un fiasco e un bicchiere.    

 

… E’ ancora dal cugino Matteo, quel mezzo parente, che ho saputo la gran parte dei fatti.

“Tuo padre” gli confidava nostro nonno, con il cinismo dei vecchi, “l’ ho riconosciuto soltanto perché andava al fronte. Partivano anche gli altri miei due figli e quelli legittimi, i soli maschi che avessi avuto della caterva di femmine che ho messo al mondo. Calcolavo che se tuo padre e anche uno dei due legittimi fossero morti perlomeno un altro sarebbe rimasto a continuare il nome ma fu il bastardo, tuo padre,  che morì.”

Matteo era maggiore di me di dodici anni. Piuttosto basso di statura, bruno, riccio,  era sempre stato un virtuoso del rischio e da Scurzòn inseguiva il treno in bicicletta superandolo in curva, correndo a pochi centimetri dalle ruote. Si fermava dove si fermava il treno aspettando che ripartisse, ma anche a dare al convoglio qualche minuto di vantaggio era sempre lui che arrivava  per primo al capolinea, in città.

I ferrovieri lo maledivano, “Finirà che ti ammazzi e saremo noi ad andarci di mezzo”.

Lui rideva, “Non succederà mai.”

I due ultimi anni dell’ultima guerra li visse in gran parte a Scurzòn, giocando al biliardo ai Buoni Amici, il mitra  poggiato al muro per ogni evenienza, e non mancò nessuna delle azioni del suo gruppo. Una voce era che avesse per amante  l’amante di Bettìo, uno dei ras delle bande del governo, e che il giorno che lo aveva ucciso fosse appena uscito dal letto di lei. Gli aveva sparato  in strada.

L’ultima volta che stemmo insieme fu un aprile, ormai un gran pezzo che avevo lasciato quei luoghi -- vi ero tornato per un funerale e ripartivo. Insisté a trascinarmi a cena; aveva proposto una trattoria sui colli ma finimmo  ad Asolo, all’imbocco del forest.

“Ti ricordi, ti…”

“Di Scurzòn e la Guizza” dissi, “so molto poco, oltre a quello che mi hai  già raccontato.”

“Dovrò dirti di più. Invecchio, l’ ho capito dal piscio, la mattina,  da un po’  ha lo stesso odore che aveva il piscio di nostro nonno. Anche lo sperma ha cambiato odore, una volta sapeva di sambuco.”

Tentai di sottrarmi, “Non appartengo più ai tuoi paesi, me ne sono andato anni fa e riparto, vorrei non tornarvi più.”

“E’ per memoria” ribatté. “Secondo il Libro, un giorno nessuno ricorderà più il passato e dopo di noi,  quelli che verranno scorderanno anche le cose che essi stessi hanno fatto o vissuto. Sia una menzogna o una minaccia, come tutto ciò che in quel Libro è scritto, magari una speranza, è da contrastare. Torna sempre la memoria, indistruttibile, e verrà il giorno,  dovunque tu sia, che ciò che adesso ti racconto vorrai ripeterlo a qualcuno. C’è  altro, naturalmente, molto altro, ma quello è da solo che lo dovrai scoprire.”

L’immagine più remota  di lui è di quando avevo quattro anni,  mi  portava in braccio correndo al treno -- da Scurzòn tornavo a casa di mio nonno. Stavo imparando a leggere e, “A-i-b-u-o-n-i-a-m-i-c-i” compitai, leggendo l’insegna dell’osteria; da  allora per Matteo quello diventò il mio nome.

Buoniamici” mi salutava ancora cinque o sei anni dopo, alla Guizza, facendosi la barba dentro lo specchio. Era in divisa da lanciere ma senza giacca, i piedi in un paio di ciabatte, arrivato da Verona senza permesso. “Quarantott ’ ore… se mi pigliano finisco in  fortezza.”

Entrò mia zia, una delle sorelle di mio padre, legnosa, segaligna. “Deve incontrarsi con qualcuna delle sue puttane”  annunciò,  storcendo la bocca.

Matteo, “Questa notte, però, ho dormito da voi.” Affilava il rasoio sul palmo della mano, se lo passava sulla gola, le guance, il mento dopo averli insaponati,  il labbro superiore veniva per ultimo.

“Quando sei stato con quella donna poi torni da noi?” chiesi.

Asciugò il rasoio su un foglio di carta e strizzò l’occhio, fece di no con il capo

 

L ’osteria Ai Buoni Amici a Scurzòn era a metà strada tra il monumento ai caduti, di fianco alla prepositura, e l'incrocio dove, prima della posa della ferrovia, sorgeva un platano -- l' àlbora, nella parlata locale. Il luogo conserva quel nome al giorno d’oggi anche se da tempo la pianta è sparita, abbattuta dal regio- imperial governo per  la costruzione di una barriera di dogana. Fu una famiglia di croati a ottenere l'appalto; per mantenerlo (e lo mantenne) anche  al passaggio nel nuovo regno,  si cambiò il nome.

Scurzòn sorgeva, sorge tuttora,  al confine delle pra'rìe che si estendono a sudest dell'àlbora, sull'altro lato della Conselvana, lande brulle, fetide d'acqua solforosa, coperte di nebbie anche l’ agosto, la terra crepata in fessure larghe una mano. Nell’opinione di uno storico dei luoghi, il lezzo che tuttora si estende per chilometri attorno al paese sarebbe all'origine del nome.

 

 

QUATTRO.

 

             1.

novembre 43, la solita nebbia. e i suoni attutiti, sinistri, nel grigio. toni Becco ( Tranquillo), che dopo la guerra  avrebbe venduto biancheria intima di seconda mano, era entrato volontario nelle formazioni del nuovo governo con la certezza che non avrebbe mai combattuto, tra pochissimo la guerra finiva.

La realtà  era stata diversa: destinato subito ai rastrellamenti aveva conosciuto la paura;  trasferito agli interrogatori, alla prima esperienza era svenuto. Nudo,  legato a un tavolo, il prigioniero urlava mentre un energumeno gli spezzava  dita e  polsi con una sbarra, lo colpiva alla bocca fino a ridurgli in poltiglia il viso. Erano seguite manganellate al cranio, calci al ventre, elettrodi ai testicoli,  e quando le urla del disgraziato si erano frantumate in singhiozzi l’energumeno, trascinato dall'eccitazione,  gli aveva poggiato alla tempia  una  pistola. I compagni gli si erano buttati addosso a togliergli  l'arma, l’uomo legato al tavolo ancora non aveva parlato e  soltanto dopo che parlò fu ucciso.

Più  tardi, a un Becco in lacrime  sarà lo stesso torturatore  a infondere coraggio, una sollecitudine cameratesca che non si aspettava.

"…Succede a tutti, all'inizio, finché non partecipi e se non sei una bestia. Le prime volte, quando sarà il tuo turno, chiudi gli occhi, colpisci alla cieca."

Tranquillo fece tesoro del consiglio e quando venne il suo turno, dopo  la prima scarica di colpi  aprendo gli occhi,  l'uomo che aveva davanti già più non gli pareva un uomo. Era  un ammasso di carne sanguinolenta ai cui gemiti egli non provava pietà ma disgusto, irritazione,  per  l'irritazione l'impulso a colpire di più, sempre di più, finché  lo potesse cancellare. La terza o quarta volta che si applicò alla bisogna furono tali i colpi che il prigioniero morì.

Salì un sospiro alle sue spalle, poi una voce di donna,  "Camerata, mi accompagni all'albergo? Non  toglierti il sangue dalla camicia, lascia che secchi. Il mio nome  è Nives, il tuo qual è?" Una bruna, l'occhio fosco dilatato,  figlia  di un medico che il 21  anche lui  organizzava le squadre. Ne era nata una passione consumata di rado tra le lenzuola, a malapena un preludio ciò che lì avveniva, un balbettio. Nei loro incontri, ognuno a suo modo cercava una  purezza, strumento di quella purezza la condanna a morte decretata dalla parte politica contro la quale si trovavano in guerra. Confermavano la condanna le minuscole casse da morto che seguitavano a ricevere e portavano incisi sul coperchio i loro nomi.

Lontano dagli alberghi, teatri anch'essi di torture e esecuzioni e dove, per i  loro ruoli,  ormai vivevano la maggior parte del tempo, Tranquillo e Nives  si ritagliavano scampoli di intimità incontrandosi in borghese, clandestini,  in gelide latterie, sul banco cremine di latte sintetico alte un dito sotto garze luride di cacate di mosche, sorbendo in tazzine sbocconcellate caffé  che non era caffé o nocini e grappe fabbricati in famiglia, venduti senza tessera. Se poi derivavano nelle stanze malriscaldate di  pensioni di periferia, la porta che a ogni istante poteva esplodere sotto una raffica di colpi, serrati l'uno all'altra e il terrore in gola, deliberatamente si negavano il piacere naufragando in desideri estremi, insopportabili perché insoddisfatti, inconclusi. Piangevano. C'era sempre qualche banda di volontari che la notte, al ritorno da un rastrellamento, passava in strada, cantavano  per vincere la paura.

 

                                   Le donne non ci vogliono più bene

                                   perché...

 

La passione esplodeva durante le torture, di fronte alle esecuzioni, nei calci dati ai cadaveri dopo il colpo di grazia, funzioni alle quali Nives mai mancava, e allora con Becco bastava che si guardassero o uno sfiorarsi di mani.

 

Si erano lasciati di comune accordo il giorno che  gli inglesi erano  entrati a Firenze.

"Nasconditi" Tranquillo le aveva suggerito. "E  quel  militare  disperso in Russia e al quale eri promessa, appena torna sposalo,  se torna.”

“E noi due?”

“Se è destino ci rivedremo."

Lei si era sfilate le mutande, con una forbice da unghie tagliandosi un ciuffo di peli,  aveva infilato i peli in una busta da lettere sulla quale aveva scritto con il rossetto il proprio nome. "Con questi sono sicura che ci rivedremo però in cambio, adesso,  voglio un ciuffo dei tuoi" e travestita da contadina,  serrando quel pegno nel nodo di un fazzoletto,  era fuggita passato Comacchio, dove aveva parenti -- su un camion fino a  Rosolina, le strade ingolfate di carri, carretti, soldati, da Pomposa in barca. Subito, nel borgo dove era approdata non era stata riconosciuta o così supponeva, la gente  camminava a testa bassa nella nebbia che nessun sole aveva dissolto mai.  Teneva in bocca, per tratti,  il  nodo del fazzoletto con il keepsake dell'amante,  succhiandolo per la buona fortuna.

C'era nebbia anche il giorno che passarono i neozelandesi  ma allora tutto si era rovesciato, lei trascinata in piazza, violentata in pubblico sotto gli occhi dei soldati, rasata a zero, una svastica incisa sul cranio con un coltellino. Portata in giro su una carretta, daccapo violentata, in chiesa questa volta, era finita in  un campo, dietro il filo spinato, ogni giorno al campo aspettando la conta. Guardava le altre come lei, rasate, la parola "spia" scritta in maiuscolo sulla fronte o “dux”, “rsi”, incise sul cranio con un  coltellino, tutte in attesa di essere traslocate. Sarebbe dove: in qualche casino o verrebbero messe al muro? Sudava a quelle prospettive e si ripeteva una filastrocca,  “Maggio adagio, maggio adagio”, perché era quel mese. Una notte, in quattro, complice una guardia che da un po’, a tutt’e quattro, gli allargava le gambe, erano evase. A Fano avevano trovato rifugio in un convento di frati. Fine anno, grazie ai frati, Nives aveva conosciuto un avvocato; profittando della revisione di alcune sentenze, le aveva fatto annullare la condanna a morte rappresentando che aveva agito in stato di necessità.

Per prudenza, era rimasta con i frati aspettando l’arrivo del suo promesse che era arrivato, alla fine, ma da un campo di prigionia in Polonia invece che dalla Russia, e fu assai più tardi di quanto Becco  raccontava. Fu ancora a Fano che il reduce la sposò.

A chi gli ricordasse i trascorsi della moglie, dopo, e mai mancava chi lo faceva, il reduce invariabilmente scuoteva le spalle. Era stata scagionata di tutte le accuse, era anche passata l'amnistia (replicava) e in ogni caso lui aveva visto  di peggio dove era stato.

 

I giorni che Nives fuggiva a Pomposa, Toni Becco aveva cercato  Malvina. Da un po’ la donna aveva lasciato le case e gestiva  un  giro di  adolescenti che a ubriacarle d'etere si contorcevano come vermi  nelle  ammucchiate --  adesso che tutto finiva  quello pareva a molti il solo antidoto alla paura. Si vedevano i riverberi degli obici, la notte, dall’altra riva  del Po, oltre l’Appennino.

"Sei venuto per i soldi?"  lei gli aveva domandato.

"Non dovrei? Non abbiamo neppure diviso la taglia di Tiso, neppure per gli altri impegni ho ancora visto nulla. Lui lo impiccano domattina." Erano in cucina; in un abito borghese un po' troppo largo ma  faceva  ancora  figura,  Becco teneva le mani sopra la stufa, informicolite.

Disse lei, "Sono pronta a pagare ciò che fu pattuito anche se tutto non  andò secondo gli accordi, a Tiso tu non è che...”


"Non andò? non andò?" E ridosso alla domanda, a impedire che replicasse, "Per la chiusura dei conti ci sarà un in più, i soldi valgono sempre meno,  poi mainartre a guerra sarà finita."

"Avevo messo in conto che ci sarebbe  stato un in più. A chiudere ti basterà un lingottino? Quattro chili d’argento, il lingottino, includendo, naturalmente, anche il lavoro a Fossò."

"Sarebbe tra quanto?"

"Posdomani, qui, in questa casa. Quell’altra cosa  per che ora è  prevista?”

“Di preciso l’ora non si sa, di solito è la mattina.”

Sul palco, Tiso era stato sistemato tra  due politici. Quando ai tre era stato imposto il cappuccio,  i  politici avevano gridato ciò che tutti si aspettavano gridassero ed era connesso con le ragioni per le quali erano finiti in carcere, avevano combattuto. Malgrado i ferri,  Tiso si era strappato il cappuccio e dopo una gran bestemmia,  "Se esiste un dio da qualche parte e so che esiste, vi troverò tutti all’inferno,"  aveva urlato.

Malvina non c’era, tra la folla, aveva mandato la fedele Ninive, che le raccontasse com’era stato. La preoccupava l’impegno preso con Becco, l’incontro del giorno dopo, Ma se quello crede davvero che per ciò che ha fatto, come lo ha fatto,  ragionava… E  ormai ho tutto in Svizzera, spedito al tempo giusto, anche volessi e ce ne fosse il tempo, soltanto perché me lo chiede dovrei riportarlo di qua? A non pagarlo cosa mi può capitare? nulla, il giorno che la guerra finisce lui avrà altri cazzi  e le cose sono già  tanto avanti che basta che per un po’ io sparisca, quanto  può  prendergli per arrivare da noi, agli alleati, un mese?  una settimana?

La stessa notte, con un cliente, su un Lancia, era partita  per Milano.

 

Suppergiù sarebbe trascorso ancora un mese  prima che gli alleati  valicassero gli Appennini e inutilmente Tranquillo Becco aveva cercato Malvina, quelle settimane. Quando i neozelandesi erano entrati in città si era dato anche lui alla fuga, dapprima verso Alleghe, dove qualcuno gli aveva sparato e ripiegando, un po’ a piedi e un po’ mendicando passaggi ai camion, verso il Po e più a sud, sulla Futa  bloccato da un ingorgo di mezzi come cani sfiatati perché l’acqua bolliva. Un ragazzino vendeva acqua per i radiatori,  tre am-lire al secchio.

A Livorno, al porto, scartata Firenze, Tranquillo aveva conosciuto un  contrabbandiere che a Napoli aveva amicizie e su un Dodge ridipinto, reclutata una puttana che anche lei partiva ed era disposta a far marchette per pagare la benzina necessaria al viaggio, è a Napoli che tutti e tre erano arrivati.

“…E il prestito di Malvina  per l’emporio di biancheria? Finita la guerra non avevi un emporio? Mi hai detto una volta… ”  

“Parlarne che serve, visto che non l’ ho più.”

Era per prudenza se, dopo la fuga a Napoli tornato ai suoi luoghi d’origine, esitava a rispondere, fiutava un tranello, qualcuno voleva coglierlo in contraddizione?

Aveva perso l’emporio metà anni 50, dopo un processo che aveva chiarito a chi leggeva i giornali  e ciò che aveva letto se lo ricordava che il contributo di Malvina non c’era mai stato. I soldi venivano dalle relazioni del contrabbandiere incontrato a Livorno,   certi italiani arrivati a Napoli dagli Stati Uniti da dove erano stati  espulsi per ingresso illegale, droga, prostituzione. Importando in Italia indumenti usati infilavano qualche partita  di cocaina tra una camicia e un reggipetto, nelle balle. 

Per tornare in Veneto aveva aspettato l’amnistia. Con la copertura dell’emporio, comprava adesso per i suoi finanziatori imprese bombardate che il governo si era impegnato a ricostruire e quelli rivendevano, ottenuti i finanziamenti. I soldi affluivano come acqua e si era illuso di potere entrare anche lui, né più da subalterno, in quei grandi affari. Tentò un accordo con un sottufficiale della polizia promettendo indirizzi, cifre, nomi ma all’improvviso quello sparì. Poco dopo all'emporio si presentava un americano, il poliziotto era nelle fondamenta di una chiesa appena costruita a Lion, lo informava. Per non farsi spezzare gambe e braccia o, peggio, finire anche lui tra le pietre di qualche edificio, Becco si era accollato la responsabilità di una truffa che non aveva mai compiuto beccandosi una condanna a tre anni, poi a metà condonati. Era finito guardiamacchine in un ristorante, in seguito guardiano notturno  in un supermercato.

Anni: ma una porta si chiude e un'altra si spalanca e dopo nuove traversie anche per Becco cambiò il destino -- Nives, rimasta vedova del reduce, lo aveva cercato. Aveva ereditato dal marito una  fabbrichetta di marmellate che per un po’ aveva gestito in proprio ma di contabilità non capiva nulla e perdipiù adesso aveva problemi con gli operai e la distribuzione. Si chiedeva se per la vecchia amicizia  lui non fosse disposto a darle una mano.

Toni  Becco detto Tranquillo le diede più di una mano, la sposò.

 

Era stato l’apice di una vita della quale  Matteo, il mio cugino spurio,  conosceva  i progressi. “…Come me anche lui un bastardo anzi peggio di un bastardo, lasciato in una cesta su un argine, come Mosè,  dato in carico all’assistenza pubblica e,  bene o male  finita la  scuola, assunto  come apprendista calzolaio a  un  collegio per orfani in città. Accusato di un furto di tomaie, evitò il carcere  minorile accettando l’offerta di un maresciallo dell’Arma che era sul libro paga dei notai Bighìn e faceva da tramite per molti loro collegamenti. Il  maresciallo insegnò a Tranquillo come bazzicare osterie, bordelli, mercati e  riferire ciò che ascoltava.”

Per tratti,  anche il fratellastro di Ninive riaffiorava nelle narrazioni –quel Ceo o Gamba, l’assassino del Sambo,  il cui  dato immutabile era la bizzarria degli occhi. Da buttafuori nei postriboli che era stato al ritorno dall’Africa,  dopo molti passaggi, era riuscito a ficcare le mani in un paio di bische e nel contrabbando del tabacco. Anche in quei casi il maresciallo dell’Arma aveva svolto un ruolo. Aveva anche aiutato il Ceo (Gamba) a convincere Malvina che lasciasse le case e tutti e tre si mettessero in società.

“Io procuro le ragazze e tu le sistemi” Gamba subito aveva chiarito alla donna. “Trovo anche l’etere se serve, quando serve, però tra noi, te e me,  soltanto affari, non voglio il posto di nessuno, di Tiso tanto meno.’  

Chiese lei, ‘” Che percentuale ha il caramba, nell’affare?”

“ Quella sarò io che la pago” e fu così

 

La cena  con il cugino ad Asolo, l’aria fresca che veniva dai monti e il profilo del castello appena visibile nel buio, fu l’occasione per altre confidenze.

“Ti dissi mai che in quarta e quinta con Tranquillo Becco sedevamo nello stesso banco? a volte ancora lo incontro, al bar.  Era molto timido  e  chi  avrebbe  pensato… No, nessun commento,  nessuna predica, so benissimo che era un torturatore e un assassino, ma finita la guerra chi inventò l’amnistia fu il Partito.”

“Non è che per questo ti impose  l’amicizia.”

“Nessuna amicizia con Becco ma  è un disperato e a dover decidere tra un assassino e un politico, e tutti  due fanno i loro  affari,  va da sé che non avrei dubbi a scegliere il primo. Che, poi,  non c’erano  soltanto quelli come Becco dalla parte sbagliata: anche avvocati, medici, rampolli di vecchie famiglie, preti….” Seguitando, “Anche operai, naturalmente, c’erano, e tra i fiancheggiatori commercianti, beccai che macellavano alla macchia, baristi, gagà dai capelli impomatati, qualche morto di fame, sicuro. Adesso, molti di quelli  se n e stanno al governo,  impegnati a  garantirci la libertà.”

Non reagii e lui,  “Questo è il Bel Paese e mai nome fu scelto meglio, una forma di formaggio e sull’etichetta il ritratto di un prete. Non cambia se al posto del prete c’è il simbolo di una squadra di calcio o un partito, qualsiasi partito.” Rise e fu come se desse risposta a sue proprie obbiezioni,  rideva per sé. “Avevo deciso dopo la laurea di fare l’avvocato dei poveri ma capii presto che non sarei mai riuscito a cancellare ciò che era stato né a cambiare ciò che sarà — mi serviva un genere di alleanze che non ho mai avuto. Avuto? non le ho mai volute, dovrei dire, perché in questo paese significano complicità, silenzi, compromissioni e se era quella la condizione, cosa cambiava? Mi illudevo che con la carta stampata… Non sapevo che anche un giornalista è un servo e se non scrive ciò che è utile al padrone il meno che può succedergli  è che ciò che  ha scritto non sia pubblicato.”

 

Malvina. L’offerta di Gamba e il maresciallo che lasciasse le case e operassero  in società  cadde al momento giusto anche se fu lunga la maturazione. Per le sue  capacità, la donna era ormai famigliare con personaggi normalmente di non facile accesso al suo giro, spesso invitata in  ville patrizie lungo il Brenta o sui colli. Vero è che, questi ultimi anni, molte ville avevano cambiato di mano – acquistate ai proprietari primitivi, aristocratici dissestati,  da imboscati arricchitisi truccando le aste, ottenendo concessioni del governo per parentele, tangenti, protezioni, incrociarsi di interessi, e polizia e giudici si scappellavano a incontrarli in strada. Lei pensava a Tiso, in perenne fuga  malgrado il terrore che ancora lasciava dietro di sé, braccato, e i loro incontri sempre più frettolosi, di necessità.  Serviva a che seguitare con lui?  restava l’ affetto, certo, ma tra quello e i soldi la scelta non poneva alternative. D’altra parte, lasciando Tiso, poteva mettersi con chi? nessuno di chi conoscesse le conveniva.

C’era anche che il maresciallo sempre più spesso la convocava  alla  stazione. "Se non riusciamo a prendere il tuo uomo in tempi  brevi” ogni volta le ripeteva aggiustandosi i pantaloni, abbottonando la braghetta, “finirai in galera per complicità e hai un  figlio che cresce. Ci hai pensato?"  Anticipava la risposta di lei,  anzi l'obbiezione, "Che me la dai a-grati non basta più,  la guerra e la presenza al nostro fianco di un alleato  ci impongono  una moralità più rigida, sacrifici. La prossima volta che con Tiso vi incontrate, meglio se me lo dici."

Anche Ninive  la  consigliava che troncasse il rapporto – sobillata da Gamba sobillato a sua volta dal maresciallo, magari? Non c’era settimana che quest’ultimo non passasse al Tripoli a controllare che tutto fosse secondo la legge e andandosene non tenesse qualche salame, qualche pezza di formaggio nella busta degli incartamenti, anche un paio di bottiglioni di rosso.

Ninive a  Malvina. "Tuo marito ti ama ancora, parla sempre di te. Come faccio a saperlo?  Di tanto in tanto me lo porto a letto. Sulla pancia,  s’è fatto fare un tatuaggio con il tuo nome”

Malvina ride, “Non mi dire.”

Ancora Ninive, “Lo sai che ha lasciato il posto al Comune? Ha traslocato in centro, fa l'assicuratore, una società dei notai Bighìn, pare guadagni bene. Dice che gli farebbe piacere vedere vostro figlio, non lo ha mai incontrato. "

"Nostro figlio meglio se resta a pensione dov’è ma che mio marito sia ancora innamorato..." Ride, "I primi tempi si faceva vivo al casino, alla mia quindicina,  adesso  passiamo la notte in albergo ma naturalmente non vuol dire. Mi chiedevo  dove trovasse i soldi per l’albergo, perché i nostri rapporti sono soltanto di dare e avere."

"Mi vuoi far credere che tu..."

"E' un cliente, come a tutti gli do quello per cui mi paga. Bugiardo, avaro… Un polacco.”

“Come sarebbe polacco? Non è di Quero?”

Alzava le spalle, “Un giorno ti dirò. Quanto ai soldi che gli chiedo, siamo in guerra, da un po’ hanno anche inventato un nuovo modo di contare gli anni, hanno persino conquistato un impero,  il romanticismo non c’è più. Per me, a dire il vero, neanche prima c’era stato.” Poi, “Di vedere nostro figlio a me non  lo ha mai chiesto. Tu sei sicura che adesso è in soldi?"

"Non ho detto che è in soldi  ma che pare che guadagni bene. La prossima volta che vi incontrate e gli fai un pompino perché non glielo chiedi?"

Rise ancora, “Un pompino? Non è quello che gli piace.”

Confermerà il marito, a domanda, " Le cose mi vanno bene sì ma sarebbe ancora meglio se mi trasferissi, mi hanno offerto di andare a Milano. Adesso, che ho più soldi, potremmo anche tornare insieme se vuoi, io sono sempre pronto. Potrei accettare il  trasferimento."

Malvina, "Non c'è il rischio che  sarai anche tu  richiamato?"

"Mi hanno riformato due volte,  non succederà,  che tutti  partono in guerra è  la mia occasione."

 “… E cosa sarebbe questa storia del tatuaggio? Ho saputo che hai un tatuaggio. Io non l’ho mai visto.”

“Da che troia delle amiche tue l’hai saputo?” Non risponde e lui, “T’ ha anche detto che tatuaggio? Una croce  e sotto la croce un  cuore trafitto da una freccia, sotto il cuore il tuo nome.”

“Perché la  croce?”

“Perché dio ci protegga, se torniamo insieme.”

“Sei proprio un polacco.  Vuoi dire insieme a… Milano?”

“Dove altro, se no?”

La prospettiva di spostarsi in  quella città che conosce soltanto dai film, favolosa,  la cattedrale come un portaspilli e  la gente che ha sempre fretta, poi i caffé, i tram, la Scala, le botteghe in Galleria piene di luci, le trasmette un calore. Vado sui trent’anni, invecchio, per quanti altri anni questa vita… Anche se nessuno me l’ ha imposta, al contrario, e mi piace. Però invecchio. A Milano  potrei aprire un negozio, magari impiegarmi da telefonista come ho visto al cinema: grembiule scuro stretto in vita,  cornetta appesa al petto, cuffia tra i capelli e... Pronto? pronto? le passo l'albergo, le passo Parigi, le passo Vienna… Più sicuro che fare la puttana, certo, ma  anche più bassi i guadagni… Già.

A  Milano,  le ha promesso il marito, andranno a vivere in una casa moderna, anche quella come nei film e lei sente un grumo sciogliersi, quasi ciò che sentì per Tiso la prima volta che lo ha incontrato. Di scatto dentro il ventre le scende un ghiaccio -- Milano... follie, lo scoglio è Tiso, non se ne potrà liberare.

Fa al marito, "Anche mi decidessi a tornare insieme, non sarà facile."

E lui, "A me non basta che torniamo insieme, è venuto il momento che recuperi nostro figlio, se davvero è anche figlio mio, ormai è abbastanza grande e bisogna che mi conosca, mi accetti. Dovrà conoscermi e scegliersi lui stesso il padre."

"Scegliere..."

"O Tiso o me."

Mente, "Tuo figlio, Tiso neppure sa chi sia né lo ha mai incontrato."

"Allora  sarà più facile."

Malvina non si interroga se l’inattesa disponibilità a ricomporre la  famiglia sia realmente perché il marito l' ha sempre amata  né quanto sincero possa essere l’ interesse per il ragazzo, anche questo così improvviso -- troppo corto  è il suo tempo, lei  ha spazio  soltanto per decidere ciò che  farà. Milano: già adesso potrebbe partire e una volta sistemata ma... le importa realmente quel trasferimento? E con Tiso, troverà mai il coraggio?

Si risponde: se davvero deciderà di tradirlo nessuno dovrà saperlo, mai, e dovrà succedere al più presto, in fretta, più in fretta càpita e meno lei ci dovrà pensare. Le passa in un lampo il ricordo dei primi anni e già  non è più certa che gli accordi con il maresciallo riuscirà a metterli in atto. Sì, riuscirà, ci riuscirà: anche se Tiso lei non lo potrà mai scordare.

"Quando lo pigliano voglio esserci anch’io:" il marito. "Voglio guardarlo negli occhi e che  nostro figlio possa vederlo in catene. Se ha mai pensato che suo padre era lui, a toglierglielo di testa basterà la vergogna. "

Lei insiste, "Di Tiso, nostro figlio non sa nulla. Neppure lo ha mai incontrato."

L’uomo scuoteva le spalle, "E’ ciò che dici. Comunque, se ti importa Milano, che il ragazzo sia presenta all’arresto è l’altra mia condizione."

 

Ersilia era ancora in vita  verso il 70,  ottantenne e più. Aveva smesso di servire ai tavoli ai Buoni Amici e  gonfia e idropica,  intronata alla cassa,  completava di malavoglia questa parte della storia, a chiederle, il passato era passato, parlarne  serviva a che?  Però, a insistere…

“Anni terribili” sospirava, “ma eravamo anche noi terribili.”  Si sfiorava il ventre, si asciugava gli occhi con il fazzoletto, “Vivevamo… ciechi, ignorando la vendetta di Dio. Io ho desiderato la morte altrui e Lui mi ha punito riempiendomi d’acqua.” Dopo,  "Il marito di Malvina era convinto che Tiso fosse il padre del ragazzo. Non lo turbava il mestiere di lei, era semmai  che avesse amato un altro, ne avesse avuto  un figlio,  che non sopportava."

"E la gelosia gli si  svegliava adesso, dopo tanti anni?"

“Quando mai? dal giorno che lei se n’era andata aveva un granchio nelle budella ma poi incontrò i Beghìn. Da un po’ era entrato in amicizia con il maresciallo dei caramba  che era socio di Gamba e al soldo dei Beghìn, e fu il maresciallo a presentarlo ai notai. Lo assunsero nella loro compagnia d’assicurazioni e il rodere si affievolì.”

“Miracolo delle amicizie.”

“Quelle giuste, i Bighìn. Cercavano Tiso per tappargli la bocca, era l’unico del vecchio gruppo che fosse al corrente di complicità che ai notai importava far scordare, l’unico che potesse parlarne ai giudici, magari in cambio di uno sconto di pena o l’impunità: citando fatti, date, nomi. Molte cose le sapeva anche il Ceo, Gamba, ma lui non avrebbe mai parlato, aveva troppe cose anche lui da far scordare. Essere stato il bambin di culo del Sambo e l’intera banda, a turno, era la sua gran vergogna.”

“E  Tiso?”

“Troppo autonomo, mai in paga di nessuno, neanche all’epoca di Zambìn. Dove adesso si fosse imboscato il solo a saperlo era ancora il Ceo ma neanche su questo il Ceo avrebbe parlato ed era la sua fedeltà.”

Dopo. “… A chi catturasse Tiso i  notai avevano promesso un premio  e il primo a offrirsi era stato il maresciallo che però oltre ai soldi, in caso di successo, chiedeva ai gemelli che con le loro amicizie gli ottenessero un avanzamento. Il marito di Malvina fu assunto all’agenzia perchè il caramba convinse i Bighìn che in due a far pressioni su Malvina, da dentro e da fuori, per dire, insieme, avrebbero stanato Tiso con maggiore facilità, poi attirandolo in un agguato. E neppure chiedeva soldi, il marito, o il premio, ma per quando Tiso fosse catturato, se mai lo fosse,  temeva vendette  e ciò che in quel caso gli serviva era l’immediato trasferimento in un’altra città.”

“Come …Milano?”

“C’era la sede sociale della compagnia d’assicurazioni, a Milano.”

 

                2.

l ’agguato a tiso fu il  natale  42. ritardato dalla  neve, il marito di Malvina era arrivato sull’ultimo tocco di mezzanotte,  già tutti a letto meno Malvina stessa, Tranquillo Becco e il padrone di casa.  Allegri e un po' bevuti i due uomini si  stavano giocando la donna a riffa, lei ormai in mutande e calze e sul punto di sfilarsi il bustino.


"Buona notte a tutti" farà il marito, sbattendosi la neve dal cappotto e il cappello  e  in silenzio gli altri due raccoglieranno le carte uscendo senza salutare.

"Cos' ho detto, cos' ho fatto? "

Sorrise lei,  accendendo la stufa a scaldare un guazzetto, "Sei sempre mio marito, è stato per la  discrezione."

Seduto a tavola, l’uomo si era riempito la bocca di carne e polenta. "Tiso?" poi, sciacquando il cibo con un bicchiere di rosso. “Sei sicura che verrà?”

"Ha promesso.”

“E i caramba ? il maresciallo?”

“Verranno, verranno --   appena  schiarisce anche quelli verranno.”

“E se non schiarisce?”

“Anche se non schiarisce ma schiarirà.”

“Allora andiamo in camera” e si era versato, aveva vuotato, un ultimo bicchiere.

"Hai cambiato carattere" farà lei, a letto.

"Non ho cambiato nulla, è che incontrare Tiso e mio figlio, se davvero è mio figlio,  mi innervosisce."

"No, qualcos'altro,  te l' ho visto negli occhi,  qualcosa che non vuoi dire." Sospirò, “Sei davvero un polacco, menti come tiri il fiato.”

L’uomo esitò e, "Voglio che lui muoia” confessò, abbassando la voce. “Voglio che lo uccidano e sia finita, sarei pronto a farlo anch'io però soltanto pensarlo ho paura.”

“E tu non pensarci, visto che c’è chi  può farlo al posto tuo”

Una pausa, un cigolare del letto, un tramestio di coperte e adesso, lei, “Lasciami, ho gli hatù in cucina, nella borsa, sono i giorni che non posso rischiare. Più tardi, con calma, quando tutto sarà finito…” Un nuovo tramestio e sempre lei, ora infastidita, “Fatti una sega se hai tanta voglia, che hai il mio nome tatuato sulla pancia non ti dà nessun diritto. A me al momento  serve  soltanto una pisciata.”

… Venti o più anni dopo, dalla cassa Ai Buoni Amici  sciabolando con  gli occhi a controllare le mance  che gli avventori lasciavano ai camerieri e chi entrava e  usciva,   Ersilia tra sospiri e dinieghi finiva a spiegare (a chiederle) che all’ ora esatta di quello scambio di confidenze il maresciallo che aveva predisposto l’agguato era alla tenenza di Vigonza, in attesa di un fonogramma che non arrivava. Non aveva messo in conto che  dal  punto di vista territoriale Fossò esulava dalla sua competenza né che il comando di Vigonza avesse deciso di gestire la cattura  in proprio. Per risolvere la controversia si era rivolto a una superiore autorità.

"… Questi giocano a prendere tempo, signor maresciallo” commentò il cronista di nera che  gli si era incollato addosso. Aspettava anche lui da ore e guardava infreddolito la coltre di neve sui davanzali,  il telefono che restava  muto.

Il sottufficiale si impettì, come respingesse un assalto.  "Attorno alla casa, prevedendo l’attesa,  ho predisposto una pattuglia, tre uomini e  un appuntato, pronti a intervenire. Due di loro conoscono Tiso dalla sola volta che finì in carcere e la sola cosa che non gli fecero allora fu strappargli la pelle. Per questa azione si sono offerti volontari, mirano alla  promozione." Guardava anche lui la neve sui davanzali  e notando che da un po’ non cresceva,  immobile,  come congelata,  andò a una finestra e l’aprì.

“Usciamo” fece al cronista, “ha smesso di nevicare e fonogramma o non fonogramma io non aspetto più.” Si infilò il cappotto, calcò in testa il berretto.

“Se ne va, maresciallo?” domandò l’appuntato che per quella notte era responsabile della stazione.

“Due passi qua in giro, mi raccomando quel fonogramma”  e  tagliò l’aggancio del telefono appena in strada. Lasciò trascorrere qualche istante prima di battere sui vetri, “Corro… devo correre” gridò al volto dell’appuntato, “qualcuno ha segato i fili, per questo che il fonogramma non arrivava.”

“Qualcuno… chi?” fece il sottoposto.

“Qualcuno che avrà avvertito Tiso, magari, e quel figlio di puttana…”

 

Camuffati da cacciatori  con cappellacci e tabarri  i quattro caramba  in agguato a Fossò  avevano appena lasciato le postazioni. Che la neve avesse smesso di cadere aveva aumentato il freddo e si erano rifugiati in un'osteria.  Li aveva assaliti il maremmano di guardia spezzando la catena, a uno dei quattro lacerando il gambale, lasciando la presa soltanto quando l'oste era apparso sull'uscio e lo aveva quietato a calci.

L’oste, un ex giostraro, non si era fatto ingannare dai travestimenti ma era stato al gioco. "Lorsignori cosa cacciano, di questa stagione?" e, "Quel maledetto cane... Lo dovete scusare ma l' ho preso da guardia e il suo mestiere è mordere. Entrate, su."

All'ingresso dei quattro, un gruppetto di avventori che a un tavolo accanto alla porta facevano un tressette si erano alzati pagando al banco, intabarrandosi prima di uscire.

L'appuntato si era tolto il gambale a controllare se  i denti del cane avessero lasciato un segno. "Ci sono stati casi di rabbia?" aveva chiesto all'oste  e  poi, "Conigli, cacciamo conigli." 

"Ve ne posso vendere  un paio, se interessa, ho l'allevamento."

Dalla cucina entrò un uomo in giacca da marinaio,  il berretto sul naso, e sedé aggobbito a un tavolo ridosso al banco; senza aspettare che ordinasse, l'oste gli mise davanti un quarto di rosso e un bicchiere. E ai quattro, "Lorsignori cosa desiderano?”

L’appuntato rispose per tutti, "Un'ombretta a testa."

L’oste, “Ho pronto un vin caldo con chiodi di garofano e cannella, con questo freddo è proprio ciò che si vuole” e l’altro assentì.

Disse  il più giovane dei quattro, che il brusco passaggio dal freddo al tepore aveva un po’ intontito, "Cacciamo anche passeri. C'è molti passeri, per di qua?"

L'oste, "Dovete essere grandissimi cacciatori con un gran smiraglio, è la prima volta che incontro qualcuno che va a caccia di passeri con il 91. Poi di notte, inverno…" Chiamò, "Lurde, porta ai giovanotti un vin caldo a testa." E ai quattro, "Questo lo offre la casa, però: natale."

Lurde entrò dalla cucina zoppicando, segaligna, sulle gote una peluria di barba e un’escrescenza sotto un orecchio, i capelli annodati alla nuca, grigi.

"Ma va, caramba" disse allegra, mostrando i denti, “sappiamo benissimo perché siete venuti. Dopo la messa,  se non avete di meglio, potete  anche dormire  nel fienile, da noi."


"Siete  qua per la messa" fece l'oste, “la caccia uno svago? Devo ammettere  che non lo avevo capito.”  E volubile, mondano, “C’era un  paio dei vostri che a natale anche loro venivano alla messa perché è qui che presero Calcagno, l'assassino di un medico, il 26. Venivano per la commemorazione ma da qualche anno nessuno s’è visto più. Non è che sono morti?”

Lurde uscì dalla stanza, ricomparve con una cuccuma di smalto e quattro bicchieri, il profumo di vino e spezie che usciva dalla cuccuma con il vapore Posò cuccuma e bicchieri sul tavolo al quale i militari erano seduti.  

"L'amicizia, cos'altro?  Venivano per l’amicizia, lo ripete anche nostro figlio,  nessuno come i caramba  per la fedeltà."

Pur non capendo di cosa i due parlassero, i quattro avevano annuito. Fu in quel momento che l' uomo in giacca da marinaio, seduto accanto al banco, era scattato in piedi, una pistola per mano, e  gli avventori usciti  da  poco erano ricomparsi con i fucili  sparando  insieme. Aveva sparato anche Lurde, da sotto il grembiule producendo una doppietta con le canne tagliate.

L'oste alzò il mento verso i corpi ammucchiati  sul pavimento, una pozza di  sangue che si allargava, e Tiso, che era l'uomo in giacca da marinaio, mugolò qualcosa.

Ripeté  uno dei suoi, come traducesse da  una lingua straniera, indicando i due militari sul sommo del mucchio, "Quei due dice che  bisogna inchiodarli a un albero, sulla provinciale, sono quelli che quando stava in galera  lo pigliavano a scudisciate."

"Il più giovane è ancora vivo" fece Lurde, posando su un tavolo la doppietta.

Tiso scosse il capo e l’interprete, "Vuole che tu e tuo marito lo inchiodate lo stesso a un albero, com'è,  vivo." Agli altri, "Tutti pronti a muoversi? la sagra non è finita."

 

Dodici  giorni da quella notte, in città, nel  gelo del sagrato della basilica a due passi dal Prato i tre re camminavano sui trampoli scavalcando la folla ammassata. Erano avvolti in cappe bordate di rosso, sul capo portavano ognuno  una corona, e per il freddo erano tutti bevuti. Il giovanotto che impersonava Baldassarre  lo era al punto che si era ferito a un labbro inciampando su un muretto, finendo   al suolo.

Finalmente uscì di chiesa il prete, avanzava sotto un baldacchino e teneva in braccio un Gesù Cristo piccolissimo; lo depose nella mangiatoia in fondo al sagrato, anche la mangiatoia riparata da un baldacchino.

I tre re scesero dai trampoli e  si inginocchiarono, dall’interno della basilica l’harmonium  fece il tremolo. La gente nel sagrato si  accalcò attorno alla mangiatoia per baciare il minuscolo simulacro e lo baciò anche  Ninive  ma poi al ragazzo,  tirandolo per un braccio, "No, tu no."

Protestò, "Per cosa?" 

"La gente è sporca, baciano Cristo ma nessuno lo lava. Vieni  dalla strega che non c’è nessuno da baciare, facciamo una corsa, su.”


Corsero. Oltre il fiume e il ponte arrivarono  a una piazza impaccata di folla tra  banchi di arance datteri frutta candita,  baracche  del tiro-a-segno,  fornelli del castagnaccio, le taniche perforate e le lingue di fiamma dei fuochi a legna dei  caldarrostai. Un uomo che vendeva molluschi, un bidone di rame al collo, chiamava "Folpi? folpi?", batteva il bidone con un cucchiaio.  A petto nudo malgrado il freddo, il mangiafuoco beveva da una bottiglia, sputava fiamme, la gente  a ogni lancio faceva un passo indietro. In piedi su una sedia, un giovanotto  in cappello alpino gridava  Eine Lame, eine Lame” agitando una lametta e un bicchiere; conosceva un metodo tedesco per radersi  senza cambiare mai lametta,  bastava affilarla su un bicchiere che aveva brevettato.

"La vorresti  una mela candita? "  domandò Ninive. “E’ passato mezzogiorno e non hai ancora mangiato.” Il ragazzo scosse il capo. “Allora un tira-e-molla?” e  al banco delle melasse scelse una stecca  non ancora indurita.

Fece l’uomo che impastava, rivolto a Ninive e intascando il denaro, "Non sapevo che avessi un figlio, lo hai fatto con chi?”

"E’ di quella di Tiso."

"Malvina? ca-dìo. Ho sentito..." Si interruppe, si rivolse al ragazzo, "Per vedere la strega il posto migliore è sopra da me, il terrazzino." Indicò, in alto,  qualcosa  che il ragazzo non riusciva vedere  e,  "Da lì potrai scorgere tutta   la piazza.” E, “Una volta era di notte che bruciavano la vecchia, prima dell’obbligo dell’oscuramento,  ormai tutto è cambiato.”  E adesso a  Ninive, "Non la vuoi la chiave? la casa la conosci, ci sei già stata."

Lei rideva allungando una mano, "Se prometti che poi ti sbrighi, vorrei tornare prima di notte. C’è un treno alle sei.”

"Ho appena aggiustato la moto, se vuoi vi porto a casa."

“Vedremo. Niente sconti anche se  è un giorno di festa, però."

"L' ho  mai preteso? o che adesso l' ho domandato?" Le tese una chiave  grande come una tenaglia, "Il portone lo sai."

Esitò, "E tua madre?  tua sorella? il marito di tua sorella?"

"Mia madre è morta, era ancora calda nel letto quando mia sorella e quell’altro hanno sbaraccato. Devo andarmene anch'io, avrei già dovuto andarmene, la disdetta l’ ho avuta."

"C’è ancora un letto?"

" ΄Sboro. Un  materasso sul pavimento, due sedie in cucina, anche il cesso che ci si siede. Piaceva a mia sorella ma smontarlo suo marito non c’è riuscito.”

Dall’alto, la piazza  era un pozzo, la gente tra i banchi un brulichio. A sinistra si scorgeva una loggia e aldilà della loggia la torre dell'orologio con la  luna e il sole. In centro alla piazza, su un ammasso di paglia separato dalla folla da  uno sbarramento, un pupazzo vestito da vecchia era legato a un palo.

Eine Lame, eine Lame!” La voce del giovanotto in cappello alpino  saliva nitida tra i brusii.

Il ragazzo sentì il fiato di Ninive contro le orecchie, "Non vuoi venire sul terrazzino?" e per una scala a chiocciola salirono sul terrazzino. La donna adesso gli stava alle spalle, ne sentiva il ventre  sfregarglisi addosso,  una mano gelida infilarsi nella camicia. Il tepore della voce, ancora, e " Non vuoi farmi da stufa? non lo senti il freddo? Bruceranno la vecchia quando battono le ore, tra pochissimo, guarda bene il quadrante,  è appena cambia il sole."

Nel quadrante dell'orologio il sole era un volto con le palpebre abbassate. Il ragazzo teneva gli occhi sul quadrante ma si sentiva strano, le mani di Ninive, sotto la camicia, gli carezzavano i capezzoli, doveva dirle di smettere? I rintocchi vennero lenti, scanditi, sulla scalinata della loggia comparve un uomo, una torcia in pugno. I rintocchi si ripeterono; il volto del sole, nel quadrante dell’orologio,  sollevò le palpebre insonnolite, aprì  le labbra in un sorriso e per il ragazzo tale fu lo stupore che  la donna alle sue spalle sparì, come se non ci fosse mai stata.

Uno squillo di tromba e zittirono i  brusii, le grida. L'uomo sulla scalinata  scese in corsa nella piazza, la torcia in pugno,  la folla si aprì, l’uomo lanciò la torcia sull’ammasso di paglia oltre lo sbarramento e tra lingue di fiamma e un crepitare di mortaretti, la strega esplose. Nel bagliore del fuoco e un contorcersi e divellersi di stracci la piazza ebbe un sussulto, seguì un silenzio, poi  battimani.

… Petardi, girandole  ai quattro lati della piazza, altri fuochi arrancanti nel cielo dove già scemava la luce,  da ogni fuoco  cascate di  rosso  bianco verde, poi daccapo girandole, altre piogge di rosso. L'ultimo petardo salì fischiando rapidissimo, si aprì  in un ombrello che  generò un  altro ombrello e questo a sua volta un susseguirsi di piogge;  il ragazzo sentì le unghie di Ninive piantarglisi nella pelle e  il suo lento ridere,  il ventre  che le sussultava.

"...Vieni, ca-dìo, non vieni?" Era l'uomo dei tira-e-molla, chiamava dall'appartamento e, “’  ΄Sboro, fa ’n ffredo bestia, sbrìgate, 

Sussurrò la donna, al ragazzo, "Tu non muoverti, scendo un istante. Hai freddo?"

"No."

Lentamente, dopo i battimani, la piazza  si svuotava.  Sulle grida e i brusii, nel buio che ormai divorava il giorno,  il ricordo della notte a Fossò assalì il ragazzo come se un tocco gelido lo strappasse al sonno e, "Nonna, nonna"  chiamò.

Si portò i pugni agli occhi, serrò gli occhi per non  ricordare.                                                                    

… Gli ultimi mesi del 44-45, i momenti  più torvi di quell’infinito inverno, si sarebbe chiesto Tranquillo Becco se  Malvina all’ultimo non avesse tentato di arrestare il meccanismo che lei stessa poteva aver messo in moto. Provava rimorsi, temeva vendette? poteva  anche essere  che avesse tradito Tiso perché lo amava?

L’ultima ipotesi nasceva in Becco da suoi turbamenti: da un po’,  per la consuetudine delle torture,  scopriva qualcosa di analogo dentro di sé.  C'era un momento quando il disgusto e l'odio per i corpi che martoriava, la violenza stessa che per quell'odio sentiva crescere, si trasformavano in benevolenza. Provava affetto per quegli esseri ridotti a poltiglia dalle bastonate e non parevano ormai più umani, desiderandoli  persino; o se quelle carcasse al limite della morte dopo averle concepite le dovesse partorire.

"Ti amo" sussurrava alla vittima, guatandola, curvo quasi intendesse rubarle il fiato, il sesso in dolorosa  erezione. L’odio tornava alla morte del prigioniero, con la paura,  e ne prendeva per questo il cadavere a calci – gli pareva che se la vittima fosse rimasta in vita la minaccia implicita nelle piccole casse da morto che  con Nives seguitava a ricevere sarebbe cancellata.

La donna, perenne testimone agli strazi, gli si aggrappava addosso, "Dammi la lingua, dammi ..."

Più tardi, a letto, nei loro sterili abbracci. "Tu sapresti tradirmi" Tranquillo la interrogava, “vendermi? magari il giorno che tutto questo finirà?" Era diventato un suo sinistro gioco per esorcizzare la morte che si sentiva addosso.

Lei, secondandolo, "Amandoti, non potrei. Tu invece sì, lo so, perciò…  giurami che non lo farai."

"Non lo farò perché ti amo anch’io  ma so che se riuscissi  a  farlo ti amerei di più. Come Malvina, che tradendo Tiso magari lo amò di più.”

Scosse le spalle, "Malvina non tradì nessuno, tra lei e  Tiso dovette esistere un accordo. Braccato sempre più da  vicino e i giorni contati, quella banda d’uomini che si era tirati appresso, armati, poi Lurde, aggiungi i caramba ammazzati all’osteria e i due inchiodati all’albero, non riesco a credere  che non fosse al corrente di cosa l’aspettava.”

"Nel senso che fu lui  a decidere di  farla finita?”

“Nel senso che a un certo punto molte cose dovettero muoversi nello stesso verso – la stanchezza della vita alla macchia, per lui; l’interesse dei notai Bighìn a liquidarlo, promettendo compensi;  il desiderio del maresciallo di guadagnarsi la promozione… Forse Tiso capì che si era esaurito il tempo e accettò il rischio di farsi prendere pur di mettere in atto la vendetta sui due caramba per le punizioni subite in carcere….”

“E da chi avrebbe saputo che anche i due che lo avevano bastonato  partecipavano all’agguato?”

Scuoteva la testa, alzava le spalle, “Questo non lo so.”

Dopo, Tranquillo Becco. “Se l’agguato a Fossò furono lui e Malvina a prepararlo, allora, chi vinse  alla fine  non furono né il maresciallo né i Bighìn.”

“Naturalmente che furono Tiso e Malvina a vincere , era un grande amore.”  

“Come il nostro.”  

“In comune noi non abbiamo l’amore” fece lei, “noi abbiamo la morte” ed era il verso di una canzone. Aveva pianto, la prima volta che la aveva udita, ma ora sorrise perché era un po’ che aspettava l’occasione di ripetere la frase.

La replica dell’uomo fu un sussulto d’orgoglio e vanteria, “Abbiamo anche il coraggio.”

“Come no?” reagì Nives, con una risata,  “chi non conosce il tuo?  chissà  Malvina, a chiederglielo,  cosa ne pensa.”

“Perché, perché…”  lui provò a ribattere ma si interruppe e abbassò il capo.

 

A Fossò, quella notte, uscendo dalla camera da letto, una doppietta sottobraccio e sulle spalle  una coperta, Malvina non si era accorta che, dalla porta della stanza vicina,  suo figlio la osservava. La aveva seguita con gli occhi che scendeva le scale, spariva.

Era scesa a svegliare Becco che dormiva in stalla e appena in stalla, "Corri da Lurde” gli aveva intimato, dandogli uno scossone, “svelto,  sbrigati. Porta con te  il fucile."

Sul momento Becco aveva tentato di sottrarsi, “Nevica sempre?”

Macchè nevica, è schiarito. Poi che importa  anche se nevicasse. Corri… ”

“Non ho un fucile.”

“Prendi il mio” tendendogli l’arma.

“Ma allora tu?” traccheggiando, fino all’ultimo, per resistere al coinvolgimento.

“In casa ce  n’è un altro, sbrigati.”

Tranquillo scivolò dalla stalla battendo i denti per la paura, inciampando nell’ingombro dell’arma sotto il tabarro, e all’osteria, "Svelti, svelti, lei dice di sbrigarsi…” chiamò, battendo sui vetri.

Una voce dall’interno "Aspetta!" poi Lurde, sulla porta,  “Anche tu vieni?”

Vedendo Tiso profilarsi dietro la donna, aveva risposto a mezza voce,  “S-sì.”

Il luogo dell’agguato, la corte davanti casa: dopo. In coda al gruppo, Becco scorgerà tra gli alberi  un luccichio e si butterà pancia a terra sulla neve, chiudendo gli occhi. Anche Lurde poté scorgere quel riverbero e, “All’erta, all’erta!” gridò,  prima che una pallottola le sfracellasse il viso.

Alzando il volto dalla neve, aprendo gli occhi, Becco intravvide un’ombra che gli dava le spalle, sparò mirando al cranio ma fallendo il colpo per il tremito delle mani.  Tiso, che era lui l’ ombra,  si rivoltò urlando, le braccia tese e le  pistole in pugno.  Malvina, materializzatasi da sotto una siepe, alzò il fucile gridando “No, no!” e  al vederla Tiso buttò le pistole,  alzò le mani. Con lo scatto di un pupazzo a molla Becco  gli  sparò alle spalle colpendolo  all’anca, urlò, vedendolo cadere, "E’ morto, Tiso  è morto, sono io che l' ho ammazzato."  Istanti dopo, scorgendo l’ombra  rialzarsi, lenta, enorme, un coltello che nell’acciaio della luna gli brillava in pugno, “Perdono, perdono”  griderà. Fuggirà bestemmiando, zoppicando, buttato il fucile.

                                                

 

                3.                                                   

a tutt’oggi, a padova, l’istituto universitario per una microstoria del territorio è diretto dalla sociologa Saviera C. Cresciuta negli entusiasmi di un trentennio avanti  che smantellarono le vecchie baronie per crearne di nuove, diffidente inoltre dell’attendibilità degli atti pubblici e in genere di ogni testimonianza scritta, è soltanto alla trasmissione orale che  dà fiducia. Fonde in questo nostalgie degli anni di lotta con la volontà di rendere  omaggio a un lontano parente, zio o prozio, emigrato in America per sottrarsi alla leva il 09 e a Chicago, durante la Grande crisi, rimasto senza lavoro, raccoglieva i gatti morti che trovava  in strada. Era stato l'inizio della sua fortuna perché, di quei gatti non soltanto si nutriva; aveva avviato un commercio di  insaccati che spacciava per carne  di   coniglio e s’era arricchito. Per quanto sull’argomento abbia consultato molti libri, Saviera C.  non ha trovato menzione  della dieta dell'avo, tanto meno traccia di quella sua attività.

E’ un giorno di maggio, l’aria tiepida  lungo i canali. Nella fresca penombra  di un’aula dell’Istituto, la sociologa  interroga l'ex buttafuori del  villino dai ferri liberty sul pellegrinaggio mariano della primavera del 48, dal Bassanello a sant'Osvaldo  e ritorno. Intende inserire quella testimonianza in un cd sulle superstizioni locali nel periodo  anteriore al 70 quando il femminismo era ancora lontano ma le risposte dell’ex buttafuori non la soddisfano. La donna non  ricorda  quale fosse l’obbiettivo del pellegrinaggio o che richieste fossero state rivolte alla Vergine, pertanto neppure se quelle richieste siano state esaudite. Farfuglia, “Ciò che posso dire è che, per rispetto alla Madonna, il giorno della processione  chiudemmo le case e andammo in chiesa, poi sugli argini al sole a vedere il Santissimo quando passava. Sugli argini c’era anche un caramba, mi pare fosse un maresciallo:  faceva il giro con una borsa  per raccogliere le percentuali."

Degli avvenimenti del 48 non aveva  memoria neppure Palanca Garbìn, il piazzista di sanitari, già  amante  di Malvina, poi di Ersilia, Ai Buoni Amici, ma nel suo caso erano tutt’altre le ragioni: era  morto  in Romagna pochi  mesi dopo la guerra.

“Come mai in Romagna?”

“Può essere stata una storia di donne” supponevano alla Guizza, al Tripoli, la luce immobile dietro i vetri appannati. “Da quelle parti  hanno sempre ammazzato con facilità e lui era un uomo di mondo, a suo modo.”

“Anche uomo di culi, magari; gli ultimi tempi,  non  si tirava  appresso un ragazzino?”

“Ma va, il culo era il Sambo, quello che ammazzarono del… 35? 36?”

“Buonasera!  Fu il 20, il 21!”

Macchè 20 o 21, quelli  erano gli anni che  Palanca partì per  Biàdene, tornò che c’era la guerra in Africa e quello sì il 36. ”

L’enunciazione di una data, raramente esatta, spesso inventata, metteva in moto ricordi non sempre correlati ma fluivano come vino da una botte a togliere la zeppa – storie note, stranote, ripetute, ogni volta variate e perciò origini di dibattiti. Riportavano in superficie, più che il coacervo degli avvenimenti, invidie, frustrazioni, struggimenti, anche nostalgie. 

Una nuova voce, “… Con il vantaggio che era un reduce, l’ultima classe che fu chiamata dopo Caporetto, era stato assunto a Padova da una fabbrica di cessi per battere il Pedemonte.”

Un’altra voce, “Come noi, del 99, giusto. Ci spedivano ubriachi  che tagliassimo i reticolati,  loro dentro i fifaus i figli di troia dei generali.”

Prima  voce, “Ti aspettavano le puttane  nelle retrovie, però, se  uscivi vivo. E a-grati.”

Ancora una nuova voce, “Main’artre. Mai avuto nulla a-grati e sì che anch’io... Ma  Palanca perché cazzo andò a Biàdene?  Qui non c’era lavoro, da noi?”

Ritornava la prima voce, “Fu quando la Triveneta aprì un troncone  di strada ferrata che da Vendramìn passando per Biàdene andava fin su a Vidor, adesso anche i padovani cercavano affari in quei luoghi. L'impegno di Palanca era per  tre anni; al concludersi del triennio sarebbe integrato in sede, licenziato in tronco o avanzato di grado  a seconda dei risultati.”  

 

Era arrivato a Biàdene che il vento di un fine autunno  disseccava l’erba,  e aveva affittato una stanza da  una vedova in piazza.  All'alba, saliva sulla prima corsa per Valdobbiàdene scendendo a Quero, da lì a piedi  battendo tutti i paesi, spiegando che l’estendersi della ferrovia avrebbe coinciso con una generale modernizzazione: nuove case, nuove fabbriche, nuovi alberghi, e si aprirebbero nuovi mercati. Tutto ciò che era anteguerra si deprezzava e anche nelle vecchie costruzioni, perciò, era consigliabile che i servizi si adeguassero ai tempi. Così, che i lavandini su treppiede mobile, le brocche d’acqua, soprattutto i vasi da notte e  i vecchi cessi alla turca fossero abbandonati, i nuovi sanitari  più pratici per l’uso e la pulizia. Promettendo sconti e dando pacche sulla schiena,  in un anno si era conquistato una diecina di  empori  e altrettante  imprese ma gli era occorso un altro anno per sfondare a  Vidor,  poi a Vendramìn, pur così vicina a Biàdene e a lungo impervia. Erano feudi della concorrenza, una società di bavaresi che ai clienti non facevano sconti ma ai piazzisti davano  premi in denaro. Palanca stava per concludere  il triennio di prova quando i bavaresi gli  avevano fatto un'offerta;  ne aveva informato i  padovani che per decidere avevano chiesto tempo e passato un mese  senza ricevere risposta aveva accettato.

A Biàdene, la casa della vedova  era lunga e bianca. Aveva  immagini di santi dipinte sulla facciata e all’interno, i tanti vasi cilindrici d’ottone, luccicanti, disposti un po’ dovunque su tavoli e scaffali e sempre colmi di fiori, erano bossoli d’obice recuperati dalla  guerra. La donna aveva tre figli: un maschio che gestiva un’attività di famiglia, e due femmine da marito, una bionda e una bruna. La bionda,  Malvina,  lavorava in casa;  Pulcheria, l’altra,  ultima nata,  era a  servizio  a Vidor.

Al piazzista, Malvina  era piaciuta subito  ma la madre gli metteva soggezione, così il fratello, sempre a occhi bassi e cosa pensasse non si capiva.  A carnevale, quando Pulcheria tornò  per le feste, Palanca invitò le due sorelle  a ballare in parrocchia a Ciano; venne anche la  madre, tutto il tempo a fissarlo, sull'attenti come un soldato.

Tornando a casa tra rovesci di neve la madre cominciò a tossire e vecchia che era una polmonite se la portò  in una settimana.

Passato il lutto, una sera a cena Palanca aveva chiesto al fratello di Malvina se poteva dargli la sorella in moglie. Quello aveva guardato Malvina che gli  sedeva al fianco e, "Se a lei piace..." aveva brontolato e subito  era uscito.  Anche Pulcheria era uscita.

Malvina aveva  scosso il capo, gli occhi scuri che luccicavano d'ironia. “E’ comprarmi che vuoi?  Io non sarò mai proprietà di nessuno. Ciò che cerchi  puoi averlo anche senza sposarmi, da me, se paghi.”

"Non voglio soltanto quello."

"Nel senso che anche senza sposarmi saresti disposto a farmi un figlio? Troppo tardi, non mi serve, sono già incinta e so già chi sarà mio marito. Tu sposa Pulcheria, credi si diverta a Vidor? per te lei è la moglie giusta, non dirà mai nulla qualunque cosa tu le possa fare." Rise, "Ha cominciato a parlare tardissimo, da bambina,  pensavamo che fosse muta o idiota."

Insisté Palanca, "è te che voglio. Se tu fossi al mio posto..."

"Non lo sono e ciò che io voglio, ciò che ho sempre voluto, è  partire da qui, andarmene in qualche posto dove nessuno mi conosce." Lasciò una pausa e, "Ho deciso che farò la puttana."

Lui  rise, "è per punirti che sei incinta senza essere sposata?”


"Punirmi per cosa? mi sposo la prossima settimana, uno che ha il  posto fisso, stipendio il ventisette,  e ancora non sa del bambino. Fare la puttana  è un bel po’ che ci penso, è qualcosa che cresce, la sento gonfiarsi dentro come il figlio che avrò." Lo guardò con sfida, "Sarà dopo che avrò partorito ma a Biàdene non può essere, non posso mettere a rischio un nome che è dell’intera famiglia, appartiene anche a Pulcheria e mio fratello che anche loro si  sposeranno.”

"E il futuro marito?”

“Uno di Quero, un  polacco. Suo nonno era di quei paesi attorno a Trento che l’Austria deportò in Ucraina e  tornarono dopo il 18. In Ucraina, la figlia del vecchio sposò un polacco, anche lui deportato. Il figlio di un polacco nato in terra russa cosa vuoi capisca della gente di qua?”

Palanca  scosse il capo, “Ciò che vorrei sapere è, dal momento che ti sposi, far la troia ti serve  a che.””

Malvina portò l'avambraccio alla fronte a spostare una ciocca di capelli e  dalla fossa dell'ascella al piazzista arrivò il suo odore, era sapone di Marsiglia e sudore di donna. Da infilarci il naso, si disse, ma lei, seguitando,  "Fare la puttana è una forza, il mestiere che guadagni di più. E’ come vendere polenta,  non ci sarà mai un momento che la gente non mangia o a un uomo non gli tira. Dici che vuoi sposarmi ma  da puttana mi sposeresti?"

"Perderei il posto il giorno dopo."

"Visto? sposa Pulcheria,  volete tutti e due  la stessa cosa."

"E sarebbe, secondo te ?"

Scosse le spalle, "Non lo so. Io voglio la ricchezza, i soldi, voglio le cose per poterle buttare, la  ricchezza è lo spreco. O come stare continuamente in viaggio,  da fermi è la morte. Vuoi sapere per cosa?  Nessun’ altra ragione se non che per me è così."

Non c’era donna che gli avesse parlato a quel modo e,  "Andassi in chiesa" fu tutto ciò che riuscì a ribattere, "direi che è il diavolo che ho ascoltato. C'era una vecchia, alla Guizza, dicevano che sua nonna era stata  una strega..."

"Le streghe per esistere gli serve il diavolo e al diavolo  per esistere  gli serve dio. Io voglio  fare le cose senza il permesso di nessuno."

Così Palanca sposò Pulcheria. Come Malvina aveva promesso, parlava pochissimo e non chiedeva mai nulla, sempre impegnata nelle incombenze di casa – cucinare, cucire,  lavare, stirare o, in camera da letto, fare i conti della spesa di cui presentava il rendiconto al marito ogni settimana.

"Non occorre" lui si schermiva, "pensi che non mi fido?"

Gli spiegò, una notte, "Risparmio un poco ogni settimana  per il figlio che avremo."

Erano perlopiù dopo l'amore i loro scarsi dialoghi. Nell’amore, all’apice, Pulcheria  invocava la santa di cui portava il nome impegnandosi in promesse di versamenti in denaro se mai restasse incinta  ma il figlio che  aspettava non venne. In tre anni  ebbe tre aborti, tutti al quarto mese, e intristì. 

Per certe frasi sibilline, quando usciva dal silenzio,  Palanca cominciò a chiedersi se Pulcheria, magari,  non sospettasse che il figlio di Malvina fosse anche figlio suo. O era il suo senso  di colpa? da quando Tiso si era consegnato alla giustizia, lui e Malvina avevano una relazione. Perciò non reagiva alle frasi di Pulcheria, anche se ogni volta ne era spaventato, temendo che qualsiasi risposta trasformerebbe i sospetti in certezze.

"Questa nostra storia durerà poco" già all'inizio la cognata lo aveva avvertito. "Appena  Tiso evade, noi ci dovremo lasciare."

"A me già basta questo tempo rubato."

Lei, "Verrà il giorno che dovrai occuparti del ragazzo, però, aiutarmi a crescerlo, dopotutto è anche tuo nipote. L' ho messo a balia appena partorito ma presto gli servirà una nuova sistemazione."

"Vuoi che io me ne occupi  per far credere  che  è figlio mio? credo che Pulcheria già lo pensi."

"Pulcheria è gelosa che io ho un figlio, il giorno che anche lei riuscirà a partorire vedrai che cambierà. Tu mettila ancora incinta."

"Lo è, la quarta volta, ormai. “

"Se anche adesso fallisce, riprova” ma nuovamente Pulcheria aveva abortito.

L'incapacità di portare a termine una gravidanza finì per convincerla che una maledizione le gravava addosso e prese a chiedersi se non fosse una punizione per qualcosa che aveva commesso. Era… il piacere che provava con il marito che doveva scontare? all’inizio era stato così assoluto che la prima notte s’ era spaventata. Però: davvero era per quel piacere che non le era concesso di partorire?  non poteva essere, i rapporti con Palanca si erano fatti, con gli anni, sempre più rari  e se c’ era una colpa che doveva espiare  allora qual’ era?  era per Malvina, la vita di Malvina, che era punita?

Consultò un botanico e quello, “Invece che buttare il feto in cesso, questa volta conservalo in una boccia. Ti preparerò un composto di  canfore e aceti.”

“Non li ho mai buttati in cesso, li ho sempre tutti sotterrati. Stanno nell’orto davanti casa e anche questo l’ ho sotterrato”

Scàvalo.”

Lo aveva scavato, poi infilato nella boccia. Aveva sigillato la boccia con ceralacca a  contenerne il fetore, la aveva nascosta nel comodino accanto al letto togliendovela quando il marito era in viaggio e allora la  fissava per ore, poggiata sul comò. Nel macerarsi dell'omuncolo, aveva assicurato il botanico,  potrebbe leggere il suo destino.

Angosciata  per la nuova disfatta una notte confidò al marito, "... Tu mi hai sposata per pietà e per  quello io ti perdono ma a me chi mi potrà mai perdonare se non so chi ho offeso?” Nel buio, con il palmo della mano gli  carezzò il viso, accese la luce, sfilò dalla  camicia da notte quel suo corpo macilento, grigio, il vello del sesso così enorme che pareva un animale e, “Amami, violentami, distruggimi, fammi quello che faresti con un’altra oppure se fossi una puttana.”

“Non posso,  sei mia moglie, tu non sei una puttana.”

Si era messa a piangere,  “Vuoi che mi umilio? ti piace che mi umilio? Da anni, ormai, le rare volte che mi penetri non provo  nulla,  sono un buco di scarico, una zucca. Le carezze,  le dolcezze dei primi mesi… Adesso, quando hai voglia mi sollevi la camicia, dentro-fuori, dentro-fuori,  ti giri  dall’altra parte appena finito, dormi, ronfi… Mi ecciti, soltanto mi ecciti,  e per calmarmi devo farlo da sola. Ciò che da te  hanno avuto le altre perché anch’io non lo posso avere? Avvicinati, spogliati, che almeno ti guardi, ti tocchi, che abbia il piacere di farti venire, vederti che vieni.” E, “Fammi ciò che ti chiedo, per piacere, per piacere, trattami una volta come  se fossi una  puttana e non  lo chiederò più.” 

 

A Scurzòn, alla Guizza,  nessuno credé mai che  il padre del figlio di Malvina fosse l’uomo che lei aveva sposato, i più erano convinti che era da Tiso che lo aveva avuto: contro ogni logica perché sapevano tutti che lei era già incinta quando con Tiso si erano conosciuti.

Ersilia, rintanata a Scurzòn, ai Buoni Amici,  temeva invece che fosse Palanca il padre, anche questo aldilà di ogni logica,  e il sospetto la straziava. Considerava l’amante una sua proprietà, avrebbe voluto annettersene anche il passato,  ogni volta che le usciva dal letto  temeva di non rivederlo più.

Odiava Pulcheria di un sentimento invincibile, viscerale.

“Ma la chiavi ancora, tua moglie? O è ancora da tua cognata che torni?”

Palanca si sistemava la cravatta nello specchio del comò, “Zitta. Ti spacco il culo la prossima volta che me lo chiedi.”

“Lo abbiamo rotto tutti,  il culo, anche tu  sennò, come potremmo andare al cesso?” Rideva, beffarda, si schiaffeggiava le natiche, “Tua moglie in quel posto di sicuro non lo ha mai voluto, neppure il cazzo ti hai mai succhiato.”

Era convinta che l’amante fosse stato vittima di un inganno: Pulcheria  gli aveva fatto credere che era rimasta incinta per trascinarlo al matrimonio e che era sterile lui se n’era accorto  dopo. Si augurava che Pulcheria morisse, impetrava quella grazia alla Vergine ogni notte andando a letto pur sapendo che, una volta vedovo, Palanca non si sarebbe risposato, né poi con lei… Non era questo, però, che la sposasse, che le  importava.

Palanca Garbìn: fu perché amava Malvina né mai smise  di amarla che mantenne la promessa di occuparsi del figlio? lo aveva covato come una chioccia insegnandogli a leggere,  scrivere, fare i conti anche prima dell’  età che andasse a scuola.  Ritrovava al suo fianco sensazioni scordate -- lo stupore allo sbocciare delle foglie sugli alberi o  il rosso sangue dei papaveri nei prati,  l’allapparsi del palato alla  peluria di una pesca, le angosce di dicembre quando il cielo precipitava. Non provava  nessuna gioia in quel rivivere l’infanzia, era come se pensasse alla morte, doveva rinunciare all’incarico, doveva dirlo a Malvina, dopotutto non era lui il padre, ma non gli riuscì mai. Restò al  fianco del ragazzo anche dopo i fatti a Fossò per quanto lui stesso ne fosse estraneo -- “Se mai gli servo” confidava a Ersilia, “è adesso”.

 

Da quando, sposando Pulcheria, Palanca era entrato "in famiglia", Malvina lo aveva usato  come il più sicuro tramite nei suoi incontri  con Tiso e pure tra proteste e insofferenze egli le aveva sempre obbedito --  bastava ne udisse la voce e ogni volta era un tuffo al cuore. Sull’agguato, però, aveva tirato un rigo, "Ciò che vuoi fare questa volta lo farai da sola,  non puoi coinvolgermi in un  tradimento."

Lei,  “A te che importa se a me di lui non importa più?" La voce aveva  la freddezza delle grandi occasioni, la stessa con cui, dieci anni avanti,  aveva scelto di organizzargli la vita. Tardivamente, Garbìn se ne spaventava.

“... Per quando Tiso uscirà  di galera” Malvina all’epoca gli aveva detto, “a te  servirà un’altra donna. Una che magari si possa anche affidarle il ragazzo, serve anche a lui  una nuova sistemazione.”

“Quando te ne andrai mi farò bastare tua sorella.”

“Una moglie non basta mai, che credi? E mio figlio a Pulcheria non lo potrei affidare, non vorrei che finisse per considerarlo figlio suo o che lui  si affezioni. Dev’ essere qualcuna che tu ti porti a letto e così controlli come tratta il ragazzo…”

“Non credo mi piaccia questa soluzione” ma lei, “è una certa  Ersilia,  me l’ha  scovata  un’amica che è stata anche lei nelle case. Voglio che tu passi a Scurzòn, vederla se ti conviene. Lei è già al corrente: provala – sta a te decidere se sì o se no.” 

Dapprima, Palanca si era sentito colpevole, questo era un nuovo tradimento a Pulcheria, più grave che in passato in quanto Ersilia non gli era  parente ma poi si era convinto che perdendo Malvina e legato a una donna che non riusciva a dargli un figlio, una compensazione se la meritava.

Ersilia era irritabile, irritante, possessiva, però lo divertiva.

“Mi ami? mi ami?”.

Palanca si sentiva struggere, a tenerla tra le braccia, “Sì.”

Pulcheria seppe mai di Malvina, di Ersilia? Se lo seppe  non le importava, il marito così spesso lontano e lei sempre più avvilita,  ogni notte era con  demoni che ora doveva battersi. Scendeva a incontrarli in abissi, guidata dall'omuncolo nella boccia.

"... Come pensi che potrà essere l'aldilà?" lo interrogava serrando gli occhi, e le pareva che il corpo informe, sempre più informe per l’inarrestabile decomposizione, le rispondesse a sberleffi.

Piangeva, un giorno morì.

“Lo ha scelto lei stessa,  ha voluto morire, nessuna malattia…” il medico.

“Non è possibile”: Palanca.

Il medico, “Lo è sì.”

"... Ho sete" gli ultimi giorni lei rantolava.

Il marito le bagnava le labbra con un fazzoletto, le vedeva il teschio sotto la pelle,  ne provava ribrezzo e paura  insieme. Sul comò, la boccia con il feto troneggiava adesso giorno e notte, come un ostensorio.

"Il nostro amore è quello" Pulcheria riuscì a dire l’ ultima notte, "Non dovevamo sposarci, ci aiutò a cosa? però, ti ho amato." Poi, "Quando muoio distruggi la boccia  e ciò che contiene."

Mormorava Palanca, "Voglio che resti” ma dentro di sé, segretamente, si augurava che morisse, era uno strazio starle al fianco in quelle condizioni.

Lei, "Non voglio che soffri  quando sarò morta, pensa che avevo un impegno in un’altra città e  un giorno tornerò e ci ri-incontreremo."

“Vuoi dire che presto morirò anch’io?” facendo le corna dietro la schiena.

Lei, “No.”

Settembre. Di ritorno dal cimitero, le prime nebbie lungo le siepi come ragnatele,  Palanca si  interroga se i  momenti di felicità conosciuti con Pulcheria abbiano mai superato l'esperienza del  viaggio di  nozze e il loro primo anno. Quando  la relazione con Malvina aveva avuto inizio, tutto era cambiato.

Da Biàdene, il giorno stesso del matrimonio, erano scesi a Venezia perché  Pulcheria non aveva mai visto il mare e in battello, poi in calesse, erano proseguiti  oltre Porto Tolle,   una pensione che Malvina aveva consigliato. Nel tragitto in calesse, il vestito grigio che Pulcheria indossava per il viaggio si era impolverato e accaldata com'era aveva chiesto alla proprietaria della pensione che le portasse in camera due brocche d'acqua -- era stanca, troppo stanca per scendere a cena. Stava in corpetto, si lavava accucciata sopra il catino, le mutande piegate sull’unica sedia, e Palanca era  entrato senza battere. Era scattata in piedi  coprendosi con una mano.

Fece lui, "Ti vergogni o hai paura? Adesso siamo marito e moglie, poi in passato ci siamo toccati."

"Quelle volte era sopra i vestiti, la vergogna è per la nudità.”

La aveva guardata asciugarsi, raccogliere il catino, vuotare l'acqua nel secchio, togliersi il corpetto, scomparire nella camicia da notte. La aveva accompagnata al letto baciandole i capelli e lei, sul bordo del letto,  alzandosi la camicia, “Se vuoi, poi anche baciarmi dove mi sono lavata.”

 

Oltre ai certificati di nascita, matrimonio, morte, tra i pochi documenti di  Pulcheria sopravvissuti c'è una fotografia scattata nei campi a Biàdene ‒ la futura sposa, un filo di perle false al collo,  sorride all'obbiettivo. Era per la porzione di felicità che si aspettava dal  matrimonio? ma per lei, la felicità cos'era stata?

("... La vita che fai, hai sempre fatto..." Pulcheria alla sorella.

Malvina, "L' ho scelta io stessa,  non mi commiserare."

"Ma perché ti sei sposata, il figlio perché lo hai avuto?"

"Ho scelto qualcuno che se un giorno mi serve accetterà di riprendermi senza farmi storie e avevo letto che i figli sono un modo di vincere la morte.'”

"Tiso è per cosa?"

"Nel mio mestiere è la più grande assicurazione, la troia di un fuorilegge chi la può toccare? fino al momento che non mi servirà più."  Rideva, “Hai notato che siamo sempre noi donne a seppellire gli amanti e i mariti?”

“Non sarà il mio caso.”

“Forse, ma allora è perché non vuoi, hai paura. Ti dà cosa l’uomo, due dita di moccio per fare un figlio? e l’uso di noi che gli si concede non dovrebbe anche quello valere qualcosa? il nolo della sedia lo paghi anche in chiesa. Come credi si siano fatte le fortune, chiunque che poi le ha ereditate? tutto nasce e muore nel nostro buco, dio è lì.”  

E’ una conversazione di cui non esiste testimonianza e però è possibile, anche se non con quelle esatte parole: consona al carattere dei personaggi, un alternarsi di altruismi, egoismi, desideri di possesso, vanità, terrori, volontà di lasciare un segno dietro di sé. Anche un senso del dramma appreso assistendo alle messe?  Ite!”, quell'obbligo e sortilegio quando il prete spalanca le braccia sui gradini dell'altare.)

 

Pulcheria morì il 42. L’inverno dopo, alla radio la voce da castrato di Natalino Otto sulle armoniche di Gorni  Kramer, Palanca Garbìn aldifuori dei contatti di lavoro  non frequenta  ormai nessuno. Non c’è cosa che non lo spaventi — la guerra finirà? e  quando finirà, i cambiamenti come saranno?  Sogna Pulcheria, la rivede ogni notte.

Accetta l'offerta dei bavaresi di un trasferimento in Romagna, c'è un premio in denaro per la vicinanza al fronte e non vende più sanitari ma macchine da cucire, apparecchi radio, batterie. Porta il figlio di Malvina con sé. 

Non basterà a tenere Pulcheria lontana; l’immagine prenderà posto in camera da letto sedendo al suo fianco, muta, via via invadendogli i dormiveglia. Inutilmente, per allontanare quella visitazione, Palanca evocherà i  giorni del viaggio di nozze, così brevi, remoti: la pensione  nel borgo ridosso alla Laguna, la stanza dal sentore di muffa, la dolcezza e lo stupore di lei, l'odore del sesso, il sapore del sesso sotto la lingua...

L'Adriatico lappava aldilà del muro e all'alba, sul mare, la luce era senza fine.

C'era una boa tra le canne, a qualche metro da riva, sulla boa un trabiccolo per una campana  di legno, di  legno anche il batacchio. Al vento o quando saliva la marea sbatteva con il suono di panni sul lavatoio o il pestare sul muro della testata del letto se serrava Pulcheria contro di sé.

Ricorda la  voce,  "Amami,  ti amo," un balbettio.

Il desiderio del corpo della morta lo assale con un'intensità che, viva, per lei  non ha mai avuto, lo esaspera la coscienza che non potrà più possederla, neppure il giorno che anche lui morirà.

"E' questo che vuoi?" interroga la visitazione, "che anche da morto ti desideri? o sei tu la morte?" La spoglia, la abbraccia, la penetra, lo sperma che gli riempie la mano sa di stantio-quasi-marcio, vecchio.

Un giorno scriverà a  Ersilia,   "Se mai volessi ..."

Ersilia non  rispose.

 

… Fu  Matteo, il cugino,  a portarmi a puttane per la prima volta ed era appena finita la guerra. Sul ponte dei Cavài c’era in permanenza  il banco di una verduraia, un carretto che era anche la sua casa e l’inverno copriva di un telo,  contro il freddo.

La notte, riceveva sotto quel telo, il segno che non era impegnata una lampada al carburo accesa, appesa tra le ruote come le lampade dei carrettieri. Dondolava al vento.

 

                 4.

 

… Nello spiazzo di fianco al Tripoli, alla Guizza,  sull’incrocio tra i Guasti e la Conselvana, ogni ultimo sabato del mese c’era  mercato. Con i merciai ambulanti, i venditori di sgàlmare, i formaggiari, i sensali di vacche e buoi,  arrivavano  i cantastorie. Si sgolavano in versi sui paladini di Francia, re Carlo, Berta che era sua sorella e  aveva concepito incestuosamente Orlando, partorito in Terracatù; o raccontavano di Nectanibo che aveva sedotto la regina d’Egitto e insieme a Antenore  era emigrato in questi luoghi dove san Prosdocimo li aveva convertiti.

Nelle avventure di Nectanibo si innestavano episodi di quando il regio-imperial governo traslava al Delta gli indesiderabili a batter broche  tra rane  e anguille e appena i torbieri e gli zingari delle giostre, questi ultimi più spesso spie che deportati,  sopravvivevano a più di un inverno. Gli zingari si insediavano attorno al Delta dopo l’epifania partendo a pasqua: recuperate le  giostre dove le avevano lasciate che altri zingari le riparassero, a Bergantino, infilavano le strade che, superato il Tagliamento e  oltre l’ Istria, portano all’ Ungheria.

A passare in barca nei canali che connettevano i molti bracci del Delta al mare, un sacco di farina o un quarto di bue macellato alla macchia nascosti  sotto fasci di canne per sfuggire al dazio, l’occasionale transeunte  non  mancava di scorgere  il tetto di paglia  di qualche casone profilarsi su un argine, tra le brume. O la barriera  di una palizzata dalla quale si alzavano i grugniti di tribù di luie, i loro piccoli, i loro maschi. A volte, richiamate dallo sciacquio dei remi, sull’uscio di quei tucul caserecci comparivano donne di pelle smunta, gli occhi pallidi per febbri, i capelli slavati, e alla vista dello straniero si sollevavano le sottane  esponendo il sesso, a invito.

Il viaggiatore che scendeva a riva, però, non trovava a accoglierlo  il tepore di un ventre femminile ma gragnole di calci e pugni, grandinate di sassi, talvolta anche schioppettate. Intere famiglie acquattate dietro le siepi usavano le donne come richiami e messo in fuga l’intruso  si impossessavano di ciò che conteneva la barca e anche della barca, più spesso che no. Anche il  Ceo era stato uno di quei grassatori, figlio di…

“…nessuno, quegli occhi da cane….”

“Per niente figlio di nessuno perché…”

Come già osservato, non esisteva mai un’unica versione dei fatti e  persino nelle lasse dei cantastorie, fosse per vino o fame, i personaggi si confondevano, si appiattivano l’uno sull’altro, a volte si santificavano. C’era chi sosteneva di avere incontrato il Sambo dopo la morte, sospeso a mezz’aria  sul ponte dei Cavài vestito da frate e  una baionetta in mano,  un’aureola attorno al capo perché all’ultimo si era convertito . 

Garante del ravvedimento era il ragionier-commendator Franco Antonio Marc’ Angelico Calzavara, appassionato di storia patria e  già segretario aggiunto all’ufficio staccato del comune per la frazione Guizza. Autore di un’ epopea in rime baciate sulle fortune e sfortune della banda, aveva usato come fonte e citava nel prologo   un non meglio identificato Maurizio Vento, lui stesso membro della congrega del Sambo nonché aspirante alla santità quando era stato ucciso.

 Cantavano  i cantastorie, nelle fiere.

 

                                   Un’anima del passato                                   

                                   Inteso Maurizio Vento

Vittima di tradimento,

                                   Connivente la  polizia,           

Pur se deciso a cambiar vita

Per amore di una Lucia

E il giorno del suo sposalizio

S’ era accostato all’ Eucaristia,

Trascorre nelle pra’rie

A dispetto dalla sua sorte

Beffando la propria morte

Ripetendo conterie

Del Sambo e la sua corte

Di assassini disperati                        

                                   Assunti in cielo

Cancellati i peccati

                                   Dalla bontà imperscrutabile                         

Di chi tutti ci ha creati.          

 

Anche quando meno nobile era l’origine autoriale  delle epopee, nascendo da sostrasti popolareschi, e i versi  si riferivano a luoghi esotici o  epoche remote, i costumi dei personaggi  erano quelli degli anni in cui si era stato composto il testo, né diversamente era per i luoghi. Così, nell’ Egitto di Nectanibo, l’illuminazione era a petrolio come alla Guizza, l’acqua non pescata nei pozzi lungo il Nilo ma ottenuta da pompe in strada, ogni volta trasportata in secchi appesi a un giogo e servivano più viaggi per riempire un mastello.

Pasciuto di fetori ferini cinque giorni su sette, non diversamente dai frequentatori dell’osteria, anche il Gran faraone si piegava a abluzioni soltanto il sabato sera: l’inverno in cucina, la faraona che lo insaponava, l’acqua calda sulla stufa mescolata a  secchiate di fredda ma l’estate all’aperto, nella corte o in strada.  Diversamente, e qualunque fosse la stagione, la faraona accudita da ancelle si lavava in cucina per  la modestia del sesso ed era  sempre dopo il marito,  l’inverno per risparmiare  bagnandosi nella sua stessa acqua. 

Per contro, per la durezza del clima, i paladini di Francia si lavavano assai di rado nei loro castelli. Si proteggevano dal freddo infilando  sul torso cotte di lana  cardata in casa e di cui soltanto l’unto corporale  attutiva il prurito, poi imbottendo i  pantaloni di manciate di fieno, paglia, foglie. A mitigare  l’asprezza della stagione non bruciava mai abbastanza legna nei loro camini, e tuttavia le loro donne ugualmente non portavano nulla sotto le gonne. Potevano esporsi impunemente al gelo per  il  fuoco eterno che gli ardeva il sesso --  sempre pronte perciò,  nei versi dei cantastorie, a concedersi a qualsiasi invasore. Era in bruschi assalti, contro un albero, un tavolo di cucina, lo spigolo di una porta, quando all’uomo veniva lo sfizio, che in quelle epopee  erano possedute. Anche piegate  su un fianco del letto, le sottane alzate sulla schiena, penetrate posteriormente per misura di profilassi  oppure i giorni che veniva il marchese. Era esattamente come nelle consuetudini degli ascoltatori.

Nei campi, curva a strappare erba o al manubrio di un aratro aprendo un solco o falciando il grano nel solleone, succedeva che  se era colpita da doglie la donna si sgravasse in piedi. Correva in fretta a casa, il sangue che le scendeva tra le gambe e il fardello appena partorito infagottato nelle sottane; lo consegnava  a una vecchia (a casa, c’era sempre una vecchia) che lo lavasse, di un morso gli staccasse il cordone.

Ripulitasi  del sangue  alla meglio con una pisciata,  ancora di corsa poi tornava ai  campi, curvandosi alla bisogna.  

 

 

 

 

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NOTA

                                                                                                                    

Questo racconto è la prima parte di un set di quattro interconnessi e costituiscono il romanzo I PIU BEI NOMI D’EUROPA. Il testo è più o meno coevo de LA FELICITà DELLA VITA.

Prosegue qui il tentativo di definire un territorio geografico e sentimentale piuttosto che strettamente famigliare – anche l’ormai remoto La Maison-Dieu e il più recente La Felicità della vita, appartengono a queste tipologie.

Ricorrono nel testo parole venete come “quaréo” (mattone), “luia”(scrofa), “bagoìna” (canna di bambù, canna da passeggio), “sgàlmare”(calzatura dal fondo di legno), “canfìn” (lampada a petrolio), “cuca” (onomatopea per la sirena che, nelle fabbriche, indicava i tempi del lavoro) ed espressioni come “cassa peòta” (banca paesana che aiutava i soci con prestiti a basso interesse) e “Terracatù”(a indicare il sud  del Regno, per analogia con una liquirizia di quel nome). Sono pure in veneto l’espressione “smiraglio” (mira, anche traguardo), udita a Padova, contrada san Francesco, verso il 1950; l’idiotismo “battere broche” (battere i denti dal freddo); il toponimo “Scurzòn” (più correttamente Scur’zòn) contrazione di “scurezòn” cioè grande peto per l’esistenza nelle sue prossimità di  fonti idriche solforose.  Corrente anche aldifuori del Veneto era invece, nel preguerra, il termine “colombina” per indicare la moneta d’argento da lire 5 che  sul recto portava l’immagine di un’aquila ad ali spiegate. “Te poi Main’artre” e variazioni è traducibile con “Figurarsi!” ‒ alla lettera, “Ti puoi immaginare.”  Suppongo che il “Gh’a sboro”, occasionalmente contratto in “’ Sboro” e indicava insofferenza, stupore e talvolta sdegno, non abbisogni di traduzione.

In tali scelte linguistiche nessuna ottemperanza alla presente moda per i vernacoli ma ragioni sentimentali per voci perdute.

 

 




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Sommario
Le vie del racconto

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