TEATRICA
IN SCENA

Pippo Delbono
e il teatro
del suo monumentale ego


      
Presentato all’Argentina di Roma “Orchidee” l’ultimo spettacolo del regista-attore genovese, che è una sorta di summa, anche un po’ manieristica, del suo stile paratattico e ipercitazionistico, qui mixato con un pregnante flusso di videoimmagini e con una sontuosa colonna sonora tra rock e melodramma. Sempre allo Stabile capitolino ha debuttato “Robinson”, la nuova creazione coreografica della compagnia MK, ispirata a un romanzo di Michel Tournier. Un lavoro ambizioso, ma alla resa dei conti non poco deludente.
      




      

di Marco Palladini

 

 

► Tra teatro e cinema.  Incomincia fuoriscena Orchidee, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, con il regista-attore genovese piazzato in platea alle spalle degli spettatori dell’Argentina di Roma che provvede in prima persona a leggere l’iniziale annuncio al pubblico con gli avvertimenti di rito: benvenuti, non scattate foto, spegnete i cellulari e buon divertimento. Per subito polemizzare: buon divertimento a chi? E via a diffondersi in pensieri e commenti ironici e/o rabbiosi sulla demenzialità di simili esortazioni e, ancor di più, sulla mentalità mediocre e burocratica di chi gestisce il teatro (pubblico, in questo caso) nel nostro paese.

Mi è già capitato di dire che Delbono è un artista eminentemente vampiro e prosseneta: lo stare in mezzo al pubblico e il microfono che amplifica la sua profonda voce arrochita gli serve per stare addosso alla gente, per creare un rapporto di intimità col pubblico, quasi come se si stesse confessando a tu per tu con ogni singolo spettatore. È lo stesso tipo di intimità che egli ricerca nei suoi film (di Sangue ho parlato alcuni mesi fa:  www.retididedalus.it/Archivi/2013/ottobre/PRIMO_PIANO/4_diario33.htm ) attraverso il ricorso allo smart-phone al posto della cinepresa, un oggetto di uso quotidiano che diventa un cineocchio quasi casuale che si insinua in modi talora perturbanti e disturbanti nelle pieghe dell’esistenza quotidiana.





Una scena di Orchidee (2013)


Ecco, il cinema sta diventando forse lo strumento espressivo privilegiato di Delbono, tanto è vero che invade e contamina abbondantemente pure Orchidee, la cui vuota scena è di contro riempita da un fondale-schermo su cui per gran parte dell’allestimento si proietta un flusso di immagini che va da elementi videoastratti da computer-grafica a frammenti di ripresa di Pippo al capezzale della madre Margherita, lividamente morente (già visti più ampiamente proprio in Sangue); da incantate nevicate su ramoscelli fioriti bianchi e rossi a molteplici schegge cronachistiche su recenti guerre in giro per il mondo. L’altro elemento che riempie lo spettacolo è, ovviamente, l’ipertrofico ego di Delbono che sale e scende continuamente dal palcoscenico come a non voler dare tregua agli spettatori. Quale divertimento? Lui vuole scuotere, far pensare, molestare: così, parla tantissimo della mamma maestra elementare, morta da poco, con cui lui comunicava in dialetto genovese. Una mamma benvoluta da tutti nel suo quartiere e che parlava con tutti, anche col salumiere, dei fatti suoi e dei problemi di famiglia. È difficile non cogliere una speciale commozione e tenerezza in questa devozione di Delbono verso la madre defunta, che non a caso poi slitta in considerazioni varie sull’omosessualità e sulla persistente omofobia che infesta ampie zone dell’Italia.            

Orchidee è una sorta di summa, anche manierista, dello stile paratattico di Delbono che non segue un filo logico o narrativo, ma procede con un montaggio zigzagante per connessioni psico-emotive o di libero flusso di ricordi, sensazioni, affermazioni. C’è l’omaggio alla maestra Pina Bausch con una reverente citazione da Kontakthof, con un trenino simil-coreografico assai ammiccante che si prolunga fino in platea. Ci sono scene collettive con una decina di attori-attanti impegnati in vertiginose schidionate di citazioni letterarie e filosofiche come sentenze morali e sul senso di vivere. La partitura verbale dello spettacolo impasta e intreccia Shakespeare e Čechov, Büchner e Peter Weiss, Kerouac e i poeti Gabriela Mistral e Leopold Senghor. Una tranche del lavoro cita l’opera Nerone di Mascagni, con un madornale fondale di templi e rovine neoclassiche e un paffuto, latteo ragazzo down che canta in playback e mima un’aria del melodramma. Ci sono poi, volentieri, nudi maschili e femminili di coppie che corrono in tondo, si inseguono e, infine, si abbracciano. Delbono si ritaglia un pezzo forte dello spettacolo con un crescendo recitativo sempre più esasperato, iroso e forsennato, mentre sotto risuona un celeberrimo pezzo rock come Child in time dei Deep Purple che culmina con un assolo chitarristico vertiginoso di Ritchie Blackmore.

Pippo, come al solito, usa benissimo le musiche, che non sono un elemento accessorio, ma direi una guida estetica, un ingrediente semantico fondante e fondamentale della sua scrittura scenica. Oltre ai Deep Purple a palla, qui egli disloca, tra gli altri, Miles Davis e Joan Baez, Struggle for pleasure di Wim Mertens e Enzo Avitabile, Nino Rota e Philip Glass.

Restano nell’occhio sfavillanti sequenze simil-circensi, con un ragazzo infilato in un costume da tavola imbandita, e una variopinta compagnia di pseudo-soubrette e di aitanti maschioni. Si affaccia, quindi, una specie di derisoria vendita all’asta di copie di celebri quadri di nudi d’autore: Monet, Manet e Velázquez. E naturalmente ci sono i suoi abituali compagni di scena ‘barboni’: il mitopoietico microcefalo Bobò ormai per lo più confinato su una sedia a rotelle (ha in effetti 77 anni e di recente si è rotto un piede) e l’americano Nelson, affetto da rachitismo, che si aggira in platea offrendo pasticcini al pubblico e poi esponendosi a torso nudo con il cartello da mendicante con su scritto “Grazie”.





Pippo Delbono in Orchidee


Lo spettacolo si dilunga, ha due o tre finali, torna e ritorna incessante nei rovelli di Delbono il tema della morte e, non a caso, da ultimo egli sale sul palco e va a prendere in quinta i suoi attori e li trascina mano nella mano alla ribalta in una palese citazione della sequenza finale del Settimo sigillo di Ingmar Bergman, con la morte che si porta via il cavaliere Max von Sydow e gli altri personaggi del film, visti in controluce come una tragica catena di dannati.

Il talento compositivo di Delbono non si discute, ma in Orchidee mi sembra sia lampeggiante, intermittente, come se il mestiere e la pura maniera talora prevalessero dentro gli stilemi di una confezione elegante, ma non di rado creativamente pigra. Pippo è, alla resa dei conti, un moralista che si interroga accoratamente su dove stiano il bene e il male, senza riuscire a darsi una precisa risposta. Lui è un’anima in cerca, come forse dovrebbe essere qualsiasi artista di ricerca, e non si perita di dichiarare il suo grande, torturante bisogno d’amore. Certo, Delbono non riesce mai a precindere dal suo monumentale, scorbutico ego, ma questo lo aiuta comunque a fare un teatro personalissimo, fortemente autobiografico, che non assomiglia a nessun altro: il suo è un autentico teatro d’autore, di autore vampiro che succhia e rubacchia a piene mani come un bambino goloso e sfrontato: mi piace, lo prendo. Io ho la sensazione che il suo cinema (molto belli, sottolineo, gli ultimi film Amore carne e Sangue) sia oggi più interessante del suo teatro, perché lì lui lavora direttamente con pezzi della realtà e taglia in radice quel tot di finzione e di convenzione che è ineliminabile dal teatro. In Orchidee prova a contaminare, ad impestiare con la sua voce contundente e col suo corpo goffo e sgraziato, ma non è la stessa cosa: Pippo non dialoga mai con l’altro da sé, il suo è un ossessivo monologare, come un fiotto di inconscio a teatro aperto che, al massimo, si dialettizza con se stesso. Delbono o della psicopatologia della vita artistica.              

 

 

► Nuova danza (?).  Ancora al Teatro Argentina di Roma, all’inizio di febbraio molto atteso era il debutto di Robinson, la nuova creazione coreografica della compagnia MK, una delle più in vista delle ultime leve della danza contemporanea nazionale. Molte aspettative ma, per quanto mi riguarda, cospicua delusione. Li avevo visti gli MK qualche anno fa al Festival di Santarcangelo in un breve lavoro pieno di energia, di freschezza, di prillante vitalità, che mi aveva richiamato alla memoria la ‘contact dance’ anni ’70 di Steve Paxton.





Compagnia MK: Robinson (2014, ph. Luca Trevisani)


Questo nuovo lavoro del coreografo Michele Di Stefano parte da una suggestione letteraria: il romanzo Venerdì o il limbo del Pacifico in cui lo scrittore francese Michel Tournier rivisitava i temi antropologici e mitopoietici del Robinson Crusoe di Daniel Defoe. Ma di questo input romanzesco ci sono in scena labili tracce. La più evidente è la figura di un attante, un simil-Venerdì col corpo dipinto di nero e di giallo e con brachette a righe verticali, che traffica all’inizio con una pertica flessibile e con un mega-materassino argenteo di palloncini che galleggia ricurvo a mezz’aria e riflette le sciabolate di luce dei proiettori. È un bel segno scenografico, ma in fondo celibe e che dopo un po’ sparisce, così come la trama coreografica che si evolve in una direzione radicalmente anti-narrativa e a-semantica. Il risultato è che i cinque danzatori impegnati finiscono per circa tre quarti d’ora per inanellare ghirigori coreutici e movimenti seriali abbastanza noiosi e, pure, di modesta esecuzione. Assistiamo a molteplici figurazioni gestuali a due, a tre, a quattro o tutti assieme, che dovrebbero nelle intenzioni di Di Stefano “ridefinire il luogo di approdo e di incontro delle differenze, per osservare la strategia del sé attraverso la rifondazione della propria identità di uomo”. Di tali magniloquenti propositi in scena non si coglie nulla, se non una movimentazione che si ripete incessante quanto inconcludente e alla lunga abbastanza stucchevole. Soltanto, a un certo punto, uno dei danzatori mima delle improvvise mosse epilettiche che accennano ad uno scarto espressivo nella monotona disposizione coreografica e riescono a bucare per qualche attimo la scena.

Peccato perché la colonna sonora di Lorenzo Bianchi Hoesch è bella e intensa, fortemente suggestiva tra cadenze ambient-elettroniche di gusto ‘dark-gothic’ e fasi più veloci e ritmiche. In explicit, cade dall’alto sul palcoscenico una pioggia di fiori e di ortaggi capovolti e appesi a un filo, come a voler significare la riapparizione di un mondo naturale da abitare o riabitare, dopo lo spazio astratto, da vuoto mentale della scena solcata dai sei volenterosi interpreti (Philippe Barbut, Biagio Caravano, Francesco Saverio Cavaliere, Marta Ciappina, Laura Scarpini, Andrea Dionisi).

Uscendo dal teatro mi tornava, però, alla memoria lo spettacolo di debutto trent’anni fa della compagnia Sosta Palmizi (formata da ex allievi di Carolyn Carlson), Il cortile, che aveva una potenza di segno e di dinamica coreografica, uno sviluppo di metanarrazione gestuale tra l’antropico e l’ornitologico che un lavoro come Robinson se lo può solamente sognare. E a quel folgorante teatrodanza degli anni Ottanta mai accadde di venire ospitato dallo Stabile di Roma. Come non vedere, allora, che si va avanti, certamente, ma spesso molti e molti punti-valore sotto rispetto al passato?      





Una delle interpreti di Robinson (ph. Luca Trevisani)





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