SPAZIO LIBERO
CINEPRIME –
“A PROPOSITO DI DAVIS”
Il menestrello
sfigato
del Greenwich
Village


      
Davvero bello l’ultimo film dei fratelli Coen, liberamente ispirato alle gesta del mitico Dave Van Ronk, portabandiera del folk revival anni ’60, prima dell’arrivo di Bob Dylan. “Inside Llewyn Davis” ci tuffa nei Sixties newyorkesi, nei localini dove fare musica e nelle case degli artisti bohemien, sulle piste di un cantautore invendibile, re senza corona e senza letto, che si trasforma, con la facilità magnetica di un classico, nell’archetipo del nomade-drop out che echeggia in tante pellicole dei due registi americani (basti pensare a “Il grande Lebowski” del 1998).
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Fare thee well, Llewyn Davis, fare thee well. Fermo nel sottoscala o al volante di un carrozzone jazz mal assortito. È tuo quell’angolo invisibile, inchiostrato di fumo. Dove trascini gli accordi sfregati del tuo resistere “fuori”, nella neve e nei ricordi.

Dove prendi forma nelle misure di un blues rallentato, gitano, (mai) stanco. Rubato a quel giro del mondo che non hai mai fatto e che ogni giorno sconti nelle periferie cunicolari della tua città/sponda/meretrice/matrigna. Languidamente vorace di una vita costantemente strappata alle retrovie della società. Gemello storto di Re Mida, tutto quello che tocchi diventa merda, secondo la tua migliore bisbetica amica, (in)domata compagna di un errore di letto. Tu che letto non possiedi e dividi cucce e sogni sotto le pareti di case estranee ma in fondo calde. Tu che non hai mai pensato al futuro perché respiri il presente nell’istantanea dolorosamente nitida e imprescindibile del tuo fallimento. Tu che non sai venderti, e sul palco come sull’auto di un ospite occasionale, pensi sfuggente al figlio che non vorrai mai vedere e al secondo disco che forse non inciderai. Alla ribalta che già ti sta stretta se non ti rigetta, e all’accogliente turpiloquio dei tuoi fratelli imborghesiti. Non temi il gelo dell’inverno industriale a cui tutti si arrendono. A cui persino tu segretamente aneli, durante l’unica devastante audizione della tua esistenza, agli antipodi della tua orbita, da New York a Chicago infilato in una giacca scolorita, dietro quattro sportelli con un eroinomane logorroico e un cantore beat tabagista e ingeneroso.

Figlio operaio, anima mutila, voce angelica. Davis, dove vai?





Oscar Isaac in A proposito di Davis (2013)


Se non è mai stata nuova e non invecchia mai, allora è una canzone folk. Se non è mai stato vecchio e si rinnova sempre, nel bozzolo/circuito di un cinema-ballata che non ha tempo di finire/rsi, ma contempla intimamente la morte e (im)mortali/(im)morali conflitti, allora è un film dei fratelli Coen. Inquisitori avidamente ironici, Joel e Ethan perfezionano la propria odisseica tela. Non attendono che dal periplo torni l’eroe con le mani pesanti di risposte. Adottano anzi, e osservano, intonano, amano, i figli minori, ignoranti e dubbiosi, apparentemente svuotati, di un Dio/destino ascosto e gargantuesco, fatto della sostanza delle inspiegabili volontà umane. Giobbe e Ulisse sono la stessa inquieta figura. Che cammina senza saper fare altro, e si domanda, e sbaglia e cade avvinta al proprio senso di colpa antica.

Inside Llewyn Davis (1) (Titolo italiano A proposito di Davis), fanta-biopic o meglio non-biopic sontuosamente ricostruito e girato con l’eleganza di una nostalgia sorbita pazientemente. Film tutto urbano, abitato dal torpore distrattamente brulicante del Greenwich Village, fra divani, sgabelli, corridoi, gatti rossi, dialoghi surreali, sfortune metodiche, liberamente ispirato alle gesta del mitico Dave Van Ronk. Nume tutelare del giovane Bob Dylan (che emerge dal buio del locale di punta del revival folk anni ’60, il Gaslight, con l’immancabile chitarra, nell’epilogo di Inside Llewyn Davis), Van Ronk non avrebbe potuto essere più lontano dal forastico protagonista senza tetto dei Coen. Almeno secondo gli amici e i parenti più stretti di Van Ronk, morto nel 2002. Carismatico e indipendente, soprannominato “The Mayor of MacDougal Street”, Van Ronk fu la miccia del folkie boom dei tormentati Sixties. In mezzo alle contestazioni razziali e ai rivolgimenti politici della bellicosa quanto traballante democrazia statunitense, il folk si insinua poetico e introspettivo nelle vene occluse di una civiltà paralizzata dalle contraddizioni ma/perché tenuta miracolosamente insieme da mangrovie etnico-culturali indistricabili. Il blues dei “negri”, il rock intriso di miserie e di speranze decadenti – deragliate contro i cambiamenti improvvisi della modernità costruita su nuove guerre dichiarate a nemici nebulosi e sulla bastiglia di diritti asserragliati contro/dentro le minacce delle lobby –, il merletto sfilacciato e le suole indurite della musica rurale. Van Ronk, nato a Brooklyn nel 1936 e arrivato nel Village nei primi anni ’50, conquista subito i palchi appena illuminati delle “baskethouses” dove il pubblico si confonde tra banconi e tavolinetti, fino a diventare interprete rispettato e mentore indiscusso della scena del folk contemporaneo. Amichevole e affettuoso, imponente e coinvolgente, Van Ronk condivide con Davis esclusivamente l’anticonformismo e l’idiosincrasia (certo in Davis parossistica) nei confronti dello showbiz e dell’intrattenimento dettato dalle etichette discografiche a caccia di songwriters scaltri e macchiettistici. I Coen “leggono” Van Ronk ma partoriscono Llewyn Davis, l’ultimo unicorno imbizzarrito di un secolo che ha perso interesse nella magia, demolendo la sua innocenza, e vuole soffrirne le ragioni.





Un'altra immagine del film dei fratelli Coen


Non ha bussola né meta, metà bambino capriccioso e metà vecchio pescatore di conoscenza esoterica. Davis non cerca davvero la fama e la ricchezza, ma non si illude di non averne bisogno; non firma impegni che lo sposino ad una causa o ad una sicurezza a breve termine; evita di riprodursi anche se disgraziatamente semina eredi che non potrà crescere. Egli stesso ragazzo, ancora tumulato nello scatolone dei progetti d’infanzia, intrappolato, topolino steinbeckiano, tra un imbarco annichilente e la stanza stantia di un ospizio mai visitato. Bendato, quasi arrestato, dall’orgoglio romantico e dall’amore fraterno/creativo irrisolto per un compagno che si è gettato, gatto nel sacco, dal ponte sbagliato, quello degli sfigati senza parte nel mondo. Davis, principe pietoso logorato dal dono della memoria e del disinganno precoce, ma assorbito, come fantolino ancora carponi, dalle insanabili contingenze elementari, cibo coperte vestiti amicizia comprensione. Davis è il drop-out ante litteram dei non troppo lontani Duemila iper connessi e dimentichi, plastificati dalle applicazioni istantanee e imbolsiti dai fastfood dell’immaginario. Rifiuta la messaggistica spicciola offerta dal mercato tuttavia non trova metodi di sopravvivenza alternativa. I Coen impastano la propria curiosità intramontabile per le pigrizie, le paure e le resurrezioni umane, con il taciturno moto perpetuo del misantropo Davis, ennesimo altero “serious man” che avversa innanzitutto se stesso, goffo, inconcludente e solo, bellissimo mulino a vento, marinaio legato all’albero maestro proteso alle sirene e capitano di un vascello tarlato in una nordica nebbia di scontento auto-pacificato.

Lebowskiano ma non allucinato, disordinato corrucciato felino antieroe, Davis è il perno della distopia folk drammaticamente grottesca, viscerale, orridamente comica, attraversata dai Coen in una ring composition ferrea di personaggi fiabeschi e letterari, ma anche veristi, menestrelli, orchi, illusionisti, assassini, cacciatori, sibille, correlativi oggettivi di un’epopea senza regno. Da Blood simple (1984) passando per Fratello dove sei? (2000) e A serious man (2009). Che siano gli appezzamenti dorati del Mississippi, l’infuocato omicida deserto texano o l’asfalto bagnato sul retro di un club del Village, l’angusto spazio vitale dei protagonisti è l’utero scomodo dell’uomo incoerente sebbene reattivo nelle sue premonizioni, peregrino in a costant sorrow. Davis “accetta il mistero” come Larry in A serious man, assapora il perenne quanto momentaneo senso di sconfitta nelle narici e si rialza. Appeso a quella gravità aliena che lo abbandona incredulo, forse codardo, forse unico, sulla terra.

Fratello, dove sei è dove vai. “All around this world”.

 

 

 

 


(1) T.O. Inside Llewyn Davis. Un film di Joel Coen, Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella, Jerry Grayson, Jeanine Serralles, Adam Driver, Stark Sands, John Goodman, Garrett Hedlund, Alex Karpovsky, F. Murray Abraham, Ricardo Cordero, Jake Ryan, James Colby, Mike Houston, Steve Routman, Ian Blackman, Genevieve Adams, Bonnie Rose. Fotografia Bruno Delbonnel. Montaggio Roderick Jaynes. Montaggio Angela Burnett. Produzione Mike Zoss Productions, Scott Rudin Productions, StudioCanal. Drammatico. Usa 2013, 105 min. Lucky Red. Il titolo si ispira all’album di Dave Van Ronk “Inside Dave Van Ronk” del 1964.




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