PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (34)
Aiché Nanà ‘sotto
il segno di Venere’


      
Reminiscenze romane, incominciando con ‘l’obbrobrio’ della chiusura della storica libreria Feltrinelli a via del Babuino. Proseguendo con uno struggente ricordo della attrice-ballerina libanese-turca, morta a gennaio a 78 anni e rimasta marchiata per sempre dalla foto ‘osée’ scattata nel 1958 al Rugantino, immagine-feticcio della ‘dolce vita’ celebrata da Fellini. Lei ha poi provato, senza riuscirci, a riscattarsi da quella dubbia fama di ‘corpo-scandalo’ ritagliandosi un suo percorso nel teatro sperimentale e di cantina. E finendo per incontrare la regista Angiola Janigro in una curiosa e ormai storica performance cerimonial-poetico-concettuale “Superfici infedeli” (1981), rievocata con le parole di Nico Garrone.
      



      


di Pippo Di Marca

 

 

Il 31 dicembre del 2013  è stata chiusa, dopo  50 anni di  onorato servizio, la libreria Feltrinelli di via del Babuino a Roma: certificata da una lettera della Signora Inge Feltrinelli. Il 29 gennaio del 2014 si è chiusa, dopo 78 anni di duro e, ahilei, disonorato servizio, la vita della Signora Aiché Nanà: certificata da una foto scattata 55 anni e tre mesi prima della sua dipartita, per l’esattezza il 5 novembre del 1958. A proposito del primo avvenimento la parola che mi viene in mente, la parola giusta, è la più brutta, o una delle più brutte del nostro dizionario (con tre b, tre o, due br... roba da far venire i brividi...): obbrobrio (detta così fa paura, per gli antichi romani significava ‘meritevole di rimprovero’). A proposito del secondo avvenimento mi viene in mente una parola più nobile, la parola riscatto; e sull’abbrivio un’altra parola, più intima, più disperata, più illusoria, la parola cancellazione: tu puoi essere cancellato in qualunque momento da chi ti ha messo su un piedistallo effimero, precario, ma guai a te se provi a scendere da solo, a liberarti, a cancellarti.

Senza volere, o forse no, forse per una sorta di paradossale necessità, questi due avvenimenti sono venuti in rotta di collisione nei miei cortocircuiti emozional-mentali di questi giorni e mi hanno suggerito  le parole che ho appena detto e, a partire da esse, le frasi che seguono.

Lasciamo stare per il momento la Signora Aiché Nanà, lasciamola riposare in pace – è il vero soggetto, il personaggio protagonista di queste mie riflessioni – e fermiamoci sulla Signora Feltrinelli: in verità un accidente, un incidente di percorso, qualcosa che mi aveva dato fastidio prima (gennaio) e che poi (febbraio) si è trascinata e in qualche modo ha lambito e raggiunto come un’ombra che allunga inconsapevole e però invasiva la sua scia  l’altro personaggio, ancorché  tra i due intercorra una distanza apparentemente abissale.  

A proposito di lei voglio subito precisare che con  la parola obbrobrio non mi riferisco propriamente alla chiusura della storica libreria Feltrinelli: vale a dire non tanto al fatto in sé – coi tempi che corrono si può chiudere e cancellare tutto, figurarsi una libreria, non è mica un supermercato! Mi riferisco al commento di quella chiusura, per così dire alla giustificazione – tra il miserabile, il ridicolo, il patetico e il gesuitico – contenuta in una lettera, della Signora Feltrinelli e del figlio Carlo, indirizzata ai lettori e in particolare  a quelli romani. Lettera, affissa dietro le saracinesche definitivamente abbassate (e suppongo anche pubblicata sul sito della catena Feltrinelli), nella quale  trattano la loro più bella e vecchia creatura (“l’unica Feltrinelli in città”, dicono), la loro anima antica, la loro memoria più degna e nobile, alla stregua di un supermercato: ecco perché l’hanno chiusa! Se l’avessero chiusa è basta, sarebbe stata soltanto l’ennesima libreria che muore.





La libreria Feltrinelli a via del Babuino a Roma, definitivamente chiusa


Oltre tutto si sapeva da tempo. E circa due mesi prima, il 18 novembre, in un incontro intitolato  ‘Col senno di poi’, e col senno di poi memorabile – una specie di ultima cena o cena d’addio, o ‘ultima notte’ (come da un titolo di Repubblica) per festeggiare, proprio in quello stesso luogo di tante loro performance e battaglie degli esordi,  i cinquant’anni del Gruppo 63, con la presenza di tutti i reduci, Balestrini, Vasio, Arbasino, Guglielmi, Pignotti, Barilli, Colombo, Muzzioli e di parecchi dei loro più o meno legittimi e convinti epigoni capitanati da Cortellessa –  non si parlava d’altro che della prossima chiusura, come fosse una morte annunciata: clamorosamente e curiosamente in una serata di ‘postumi’, ancorché gagliardi e battaglieri com’è nel loro dna. Per cui, alla fin fine, ci stava ’sta chiusura, uno fa il callo a tutto. ’E battajie ’e famo artrove, te pare... Quello che nun ce pare, quello che non ci sta bene è il commento, la lettera d’addio: il cui ‘modo ancor m’offende’ e mi provoca un’intorcinata de budella, come dire, una specie d’obbrobrio, appunto. Si commenta da sé, giudicate voi. Riporto solo qualche passo. “... Purtroppo, ma forse è il loro bello, le città cambiano, cambiano le vie, il pubblico si sposta. In questi anni via del Babuino è molto cambiata, così come sono cambiati il mercato del libro e le abitudini dei lettori. In questa nuova città, in questo nuovo mercato, la Feltrinelli di via del Babuino non ha più un posto.”... Così abbiamo appreso che via del Babuino e dintorni  sono la ‘Kalsa’, un posto malfamato, un covo di ignoranti, di buzzurri e di poveracci analfabeti e morti di fame. “... è venuto il tempo di via Orlando, di Largo Argentina, delle tante Feltrinelli che punteggiano la carta di Roma... Il cambiamento può essere faticoso, e a volte crudele, ma è necessario e stimolante. E comunque, come direbbe Kurt Vonnegut, ‘così è la vita’”. A parte che Vonnegut direbbe ‘mattatoio via Babuino n. 39’,  l’unica cosa necessaria e stimolante , per dei miliardari, non è il cambiamento ma il risparmio, l’eliminazione, l’insostenibilità, ad ogni costo, di qualunque forma di perdita economica, fosse pure una lira! Così abbiamo appreso, anzi ci hanno comunicato, quello che pensano e come liquidano e giustificano la liquidazione dei   loro beni/capitali  i Signori Carlo e Inge Feltrinelli, firmatari in solido della lettera. Chiuso l’incidente, passiamo alla Signora Aiché Nanà.

(E pour cause, come vedremo tra poco,  a colei che, a teatro, l’ha ‘illuminata’ come nessun altro mai, la Signora Angiola Janigro.)

 

Aiché Nanà, il cui vero nome era Kiash Nanah, era nata a Beirut nel 1936. Era una  attrice e ballerina specializzata in  danza del ventre di origine turca. Molto giovane e ingenua (come sarebbe rimasta per tutta la vita) si era trasferìta in Italia cercando fortuna. E la trovò – o credette di trovarla, in realtà fu segnata a vita da quella ‘fortuna’ – la notte del 5 novembre 1958  in un locale notturno  di Trastevere, il Rugantino. Si festeggiava il venticinquesimo compleanno di Olghina di Robilant, una cosiddetta nobildonna romana. E c’era il tout Rome, vale a dire la creme e la merdre di quel demi-monde provinciale, bacchettone e pure ‘spavaldo e strambo’ che ne infestava (e ne infesta) le notti. Tra gli altri Enrico Lucherini, Anita Ekberg, Linda Christian, Novella Parigini, Prandino Visconti, Nicky Pignatelli e, udite udite, un giovanissimo Luca Ronconi con Laura Betti. Pare che suonasse la Roman New Orleans Jazz Band di Carlo Loffredo. Gli animi erano abbastanza riscaldati, il tasso alcolico alto, forse girava coca, insieme a coca-cola, champagne e vino in abbondanza, fatto sta che l’euforia generale e l’istigazione che  ne seguì  ben presto trasformarono quella che avrebbe dovuto essere una danza del ventre, per quanto sfrenata, in uno scatenato spogliarello danzato con la protagonista che si dimenava a terra, la lunga chioma sciolta, il bel corpo scuro abbandonato su una sorta di tappeto di stoffa bianca, ‘immacolato’ (ed evidentemente ‘preparato’, perché lei non prendesse freddo e non si sporcassero le giacche che i più esagitati avrebbero gettato nella mischia, ai suoi piedi: non osando farlo con i loro corpi!); l’esibizione della Nanà offerta senza pudore, in totale libertà, a sguardi che in realtà la stavano profanando, la stavano, in certo modo, il modo della peggiore compiacenza voyeuristica, violentando. Tazio Secchiaroli fotografò tutto, prima che la polizia intervenisse, la foto andò su tutti i giornali e da quel giorno la vita di Aiché Nanà fu segnata, fu schedata, fu marchiata, fu catalogata, come fosse un’infamia, mentre tutti quelli che la con-dannarono – non solo i presenti ma tutto l’ambiente, la società che essi, a quella festa, rappresentavano – le voltarono le spalle, trattandola più o meno  come una volgare danzatrice del ventre ‘turca’  che aveva avuto il suo quarto d’ora di celebrità, cosa cercava o pretendeva di più... andasse a...

Ad Aiché Nanà rimase addosso l’immagine di ‘peccato’ (da un punto di vista etico o catto-spirituale ) e di ‘sottocultura’ (da un punto di vista per così dire politico-culturale).

Aiché Nanà ha fatto di tutto, ha lottato, per scrollarsi di dosso questa condanna, per  riscattarsi, per cancellare quella fotografia, ma non c’è stato niente da fare.





5 novembre 1958: lo spogliarello di Aiché Nanà al ristorante Rugantino di Trastevere. La foto (di Tazio Secchiaroli) col profumo di 'peccato' la marchiò a vita


Ci ha provato con tutte le sue forze e i suoi mezzi, anche culturali. Che erano in verità scarsi: perché è indubbio che fosse rimasta, dentro, e in fondo, la ragazza emigrata, straniera e priva di istruzione che era arrivata ventenne in Italia. Ma il punto, e i parametri di valore, e di giudizio, non sono, e non possono essere, questi; solo, o principalmente, questi. Ecco perché io, prima – prima di accennare a come e quanto lei ci abbia provato, limitatamente al campo del teatro, nel tempo e nelle circostanze in cui l’ho conosciuta, frequentata e umanamente molto apprezzata – dico che lei era meglio, molto meglio, più degna, più pulita, più autentica di tutti coloro che prima l’hanno ‘dannata’ e poi le hanno voltato le spalle, gente di plastica, pupi in commedia di una società vuota che non può vantare, tranne poche eccezioni, alcun credito ‘culturale’ nei confronti di chicchessia.

L’ho conosciuta, se non ricordo male, verso la metà degli anni ’70. Mai l’ho vista o percepita come quella che le cronache e la vulgata descrivevano. Mai giudicata a priori. Non eravamo amici, ma la rispettavo. Come rispetto i meno forti, i meno fortunati, per principio – per scelta atavica, se volete. Per me era una Signora che faceva il teatro, che voleva fare il teatro sperimentale, partecipare a quella straordinaria esperienza che fu il teatro delle cantine, appartenere a un milieu ‘povero’ sicuramente di mezzi in cui lei non faceva fatica a riconoscersi. Che fosse riconosciuta dal milieu non ci giurerei e comunque è un altro discorso, e in ogni caso non è facile riconoscersi ed accettarsi tra ‘diversi’; spesso ci si scanna.

Una che la riconobbe e l’accettò, a suo modo in pieno, fu Angiola Janigro, un’altra diversa nel panorama variegatissimo del teatro di ricerca degli anni ’70 e ’80.  Dove Aiché Nanà trovò come che sia collocazione e casa. E in certo senso ‘riscatto’. Accanto ai più affermati e già attivi,  Spaziouno, Teatro De Tollis, La Ringhiera, La Comunità, Teatro in Trastevere, Teatro Aleph, Teatro Albatros, Il Cielo (non ancora Argot), Aiché Nanà creò  il suo Piccolo Teatro in Trastevere, uno spazio angusto, buio, in vicolo del Cinque, o del Bologna, non ricordo bene. Qui in realtà lavorò e si rifugiò per diversi anni, sicuramente fino a un certo punto degli anni ’80, quando le sovvenzioni cominciarono a diminuire e fu avviata una lenta selezione di gruppi e spazi che ha mietuto e miete tuttora  ‘vittime’ (‘innocenti’, specie se rapportate agli sprechi e alle gigantesche ‘colpe’ dei carrozzoni dei Teatri Stabili!). Una delle prime vittime, manco a dirlo, fu Aiché Nanà, che poi si ritirò in una sua dimensione più riservata e privata, cercando di lavorare nel cinema (poco), di essere presente ma nello stesso tempo appartata, quasi per essere dimenticata, quietamente, discretamente ‘cancellata’. Era già una matura signora cinquantenne che provava a ritirarsi con dignità  dopo aver lottato e partecipato e vissuto il gioco del teatro: un teatro, il suo, sofferto, da cerimonia spesso celebrata in solitario, in un risentito, circospetto svelamento/esposizione di sé,  del suo ‘corpo’ al tempo stesso nascosto ed esibito, spesso in penombra, a lume di candela, in compagnia dei suoi autori preferiti e dei suoi umori  esotici, decadenti, drammaturgici o poetici, come Baudelaire e i Fiori del Male. E fu appunto in questa fase che Aiché Nanà e Angiola Janigro si incontrarono.

Aiché Nanà rappresentava, era la fine dell’80, nel suo antro nero, con una scenografia di luci basse e di candele e lumini, lo spettacolo: Aiché Nanà recita i Fiori del Male; Angiola Janigro aveva all’attivo  almeno una decina d’anni di teatro e   aveva già le stimmate di una sorta di ‘amazzone’ (mentre le altre, Manuela Kustermann, Rosa Di Lucia, Rossella Or, Alida Giardina, Manuela Morosini erano più ‘muse’) del teatro sperimentale di quegli anni. Era un’artista spericolata, che amava il rischio, votata più alla performance che al racconto teatrale, più al corpo (anche al suo corpo, peraltro splendido, sicuramente non meno di quello di Aiché) che alla parola, più al gesto e all’idea teatrale che non alla riproposizione della finzione, più all’attore che al personaggio. Tutto questo in maniera più sfacciata, più giovane, più consapevole e ovviamente più determinata, più estroversa di Aiché – e quindi più distante, direi quasi opposta, dalla ‘maniera’ di quest’ultima. L’unica cosa che le avvicinava, e penso le attraesse,  non era di genere intellettuale o spirituale o drammaturgico, bensì era l’aspetto performativo delle loro differenti esperienze, cioè il linguaggio del corpo. Due corpi di donna che si incontravano  (non in quanto si spogliassero o mostrassero parti di sé, ma in quanto agivano scenicamente) e rap-presentavano se stessi. Con, oltre le tante differenze su elencate, una in particolare: la consapevolezza culturale, ideativa, registica se vogliamo, dell’una, Angiola, rispetto  all’ingenuità, all’abbandono narcisistico d’attrice e di donna dell’altra, Aiché.





Aiché Nanà (1936-2014)


Non ho la certezza, ma penso che così andò. Sta di fatto che Angiola Janigro, all’interno di una rassegna di teatro di ricerca programmata dall’Eti e dal Comune di Roma (siamo nell’era Nicolini) e intitolata Sotto il segno di Venere non trovò di meglio che proporre ad Aiché Nanà di rappresentare fuori dal suo spazio, dalla sua tana, lo spettacolo I Fiori del Male come fosse una ‘citazione’ vivente, compiendo un gesto da arte concettuale, anche crudele, sulla falsariga delle esperienze più avanzate delle arti visive, tra arte povera e appunto arte concettuale, in territori già arati (come afferma la stessa artista) da Gino De Dominicis, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, tra gli altri. Il titolo dello spettacolo di Angiola Janigro, ideatrice e regista, che incorporava lo spettacolo di Aiché Nanà, era – correttamente, lucidamente, senza infingimenti – Superfici infedeli. Lo spettacolo fu rappresentato al Teatro Tordinona nel mese di febbraio del 1981 e suscitò molto clamore. In uno spazio bianchissimo, da galleria d’arte, l’opposto del nero e del buio ‘originali’, Aichè Nanà recitava Baudelaire ‘illuminata’ (e messa a nudo, a guardar bene, come una ‘mariée’ duchampiana) da 4 potentissimi fari ‘cinematografici’ da 5000 watt. Così ne parlò Nico Garrone. Gli cedo volentieri il passo, quale attento e partecipe testimone di un tempo che sembra così lontano, ma che può essere molto vicino se ci permette di restituire memoria e un poco di ‘onore’ a una persona meno fortunata di noi che non c’è più.

 

Garrone: “... Per mettere a tiro di specchio le sue Superfici infedeli Angiola Janigro al teatro Tordinona ha compiuto un radicale sgombero di platea e palcoscenico. Immersa in una luce fortissima, quasi accecante, la sala si presenta vuota come uno studio cinematografico durante le riprese di un film. Da una parte c’è lei, vestita di bianco, muta, immobile, con la targhetta del suo nome dietro le spalle, che si limita a guardare fissamente per tutto il tempo del monologo Aiché Nanà in calzamaglia trasparente nera, davanti a un grande crocifisso nero, impegnata dal lato opposto a celebrare le sue nozze diaboliche con Satana e la Morte, la sua versione sceneggiata de I Fiori del Male... Soltanto alla fine, quando Aiché Nanà esala l’ultimo respiro dopo un amplesso mimato con una Morte da Tunnel dell’Orrore e se ne va ripetendo un agghiacciante sghignazzo, Angiola Janigro rompe la sua posa statuaria e compie anche lei, in maniera più quotidiana e improvvisata, un breve cerimoniale spostando la targhetta con il suo nome da una parte all’altra della scena come in un gioco ai quattro cantoni della propria identità, accende alcune candele, le fissa a un candelabro, osserva infine se stessa nelle immagini che man mano si assottigliano delle due contrapposte performance nelle diapositive proiettate sul muro. Fotoricordo di un incontro impossibile?”

 

Impossibile? Non direi. Di fatto l’incontro c'è stato. Non sarà stato perfetto, né indolore. Ma di certo sintomatico, emblematico, ‘specchio’ fedele di quel tempo in cui cominciavano gli ‘sperdimenti’, e probabilmente più autentico di quello che l’apparenza potesse far pensare.

D’altronde la dichiarazione di poetica, le intenzioni registiche  di Angiola furono esplicite: “... Ad un certo punto non potei più creare. Allora mi misi a cercare. E allora trovai gli schemi di pensiero fatti, e poi disposti in una sorta di montaggio astratto di materiali concreti... Trovai il teatro. Il teatro già fatto. Come un ready made. Che il mio sguardo esalta e divora al tempo stesso... Gli attori sono coloro che presentano al pubblico gli oggetti e se stessi in quanto attori...”. 

 

 

 

Febbraio 2014





Angiola Janigro nello spettacolo Donna al bar (1981). Il vestito bianco che indossa è lo stesso usato nella performance Superfici infedeli





Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006