PRIMO PIANO
POSTILLE CRITICHE
L’opera di Marco
Mancassola
e le dimensioni
del trauma


      
Un’attenta ricognizione attraverso i vari testi, narrativi e cronachistici, dell’autore veneto, tentando di individuare il filo rosso dell’esperienza traumatica che sembra collegare i suoi diversi libri. Dai racconti di “Il mondo senza di me” (2001) a “Qualcuno ha mentito” (2004), da “Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni” (2005) a “Non saremo confusi per sempre” (2011). Il corso dei traumi dal piano personale-ombelicale ed esistenziale si espande a quello generazionale e finanche nazionale. Come se, in definitiva, fosse un predicato della vita umana in sé.
      



      


di Daniele Darra

 

 

1. Intimi esordi

 

L’attività letteraria di Mancassola permette a mio parere senza eccessive forzature d’individuare una sorta di percorso di attraversamento del trauma, o meglio delle diverse esperienze traumatiche in cui ogni persona risulta essere inevitabilmente costretta a passare, capace di allargare, in coincidenza con determinate tappe, la prospettiva sia dei modi in cui esso viene vissuto, sia dei modi in cui esso viene indagato, fino al punto in cui ci si rende conto che gli uni e gli altri in fondo tendono in parte a coincidere, che l’indagine e la riproposizione narrativa del trauma possono costituire alcune delle vie principali per giungere ad una, per quanto parziale, cicatrizzazione della ferita inferta alla propria esistenza. Ma sto forse scoprendo eccessivamente le carte in tavola, dato che a quest’ultima dimensione del rapporto tra letteratura e trauma vorrei invece avvicinarmi passo passo, seguendo l’itinerario che è venuto a delinearsi all’interno del suo poco più che decennale mestiere di scrivere.

Nel 2001 esce infatti il suo primo libro, Il mondo senza di me, costituito da due racconti di taglio decisamente intimista (La neve a settembre e L’uomo che verrà), che ci permettono di seguire il procedere di due esistenze quasi speculari, di due fili narrativi colti nello snodo che li slega l’uno all’altro nel momento in cui i due ventenni protagonisti, nella necessità impellente di dare una svolta alla propria vita, si separano forse per sempre. Un paio d’anni dopo Mancassola pubblica Qualcuno ha mentito, un unico racconto lungo nel quale tendono comunque ad intersecarsi due vicende particolari, ognuna intrecciandosi spesso col piano narrativo dell’altra. L’orizzonte narrativo, pur in fase di sviluppo, rimane limitato alla sfera del protagonista-narratore, si esaurisce quasi completamente nel presente e avanza col ritmo quotidiano di una precisa cronaca[1] in cui i fatti entrano filtrati dal suo sguardo e dai suoi pensieri. A questo intento cronachistico probabilmente si deve la scelta del curioso sistema di titolazione dei capitoli adottato in entrambi i libri. Esso è utilizzato come una sorta di contatore (offrendo anche un solido criterio d’ordine nella narrazione): nel primo scandisce il procedere dei giorni di una settimana, nel secondo funge da conto alla rovescia degli ultimi giorni del soggiorno londinese del protagonista (il secondo racconto del primo libro è invece suddiviso in brevi paragrafi, anch’essi contrassegnati numericamente, in questo caso in ordine crescente e senza seguire un preordinato schema temporale). Una cronaca portata avanti attraverso piccoli e meno piccoli traumi quotidiani in una realtà che sembra restringersi sul protagonista, e che al contempo tende a tenerlo separato, ad ostacolare i suoi tentativi d’inserirvisi pienamente al suo interno, a racchiuderlo in un’atmosfera che pare possedere “la densità lacerante e quasi fisica di una profonda tristezza”.

 

2. Dall’io alla dimensione “dei miei anni”: Last love parade

 

Nel 2005 si assiste ad un primo balzo in avanti con un libro di respiro decisamente più ampio intitolato Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni. Già dal sottotitolo è possibile arguire l’eterogeneità che caratterizza i due filoni che si sviluppano e s’intersecano all’interno del volume, con quella congiunzione “e” (a fungere quasi da zeugma, introducendo un elemento a prima vista difficilmente conciliabile) che lega il fenomeno di massa (Storia della cultura dance, della musica elettronica) al vissuto quotidiano dell’autore (e dei miei anni): da un lato quindi un filone saggistico-cronachistico di carattere storico sulla nascita e sulle successive evoluzioni della musica elettronica, sui contesti geografici e sociali che ne hanno battezzato i primi esordi e su quelli che ne hanno segnato la sua dinamica evolutiva; dall’altro un filone narrativo che permette invece di sviluppare una narrazione dal basso, dal punto di vista di alcuni determinati seguaci del movimento dance, attraverso la cui vicenda particolare porre in luce una serie di aspetti altrimenti difficili da cogliere ad uno sguardo generale e onnicomprensivo.





Un libro particolare che abbandona appunto la strada della narrativa tout court per mescolarla con una poderosa parte saggistica al fine di delineare il cammino percorso non solo dal fenomeno della musica elettronica, ma in generale dall’intero movimento che l’ha seguito nel suo nascere e crescere, e all’interno di esso dai due amici che, con la loro esperienza (costituente la parte narrativa destinata con l’avvicinarsi ad anni sempre più recenti ad occupare via via più spazio rispetto a quella saggistica), hanno attraversato l’ultima fase di sviluppo del movimento dance, fase inaugurata dalla prima Love Parade di Berlino nel 1989, immediatamente successiva alla caduta del muro, dichiarazione di una finalmente unita gioventù europea, il cui rapporto con questo nuovo genere musicale si attua pienamente e si palesa concretamente nel “rituale” appunto del ballo, perfettamente fotografato nella sua quasi meccanica consequenzialità con l’icastica formula: “Beat digitali, reazioni muscolari” (Mancassola, 2012, 228). L’affievolirsi dello spirito dionisiaco, mantenuto anche grazie all’ecstasy, ma incompatibile con le pieghe sempre più rigide prese dalla realtà, verrà sancito definitivamente nell’estate 2001 con le violenze di Genova, le quali pongono fine a quel dodicennio, coincidente grosso modo con gli anni Novanta, in cui la spensieratezza e il vitalismo edonistico (naturale o chimico che fosse) parevano dominare la vita giovanile, mentre in realtà non si trattava d’altro che di un velo, di uno schermo dietro al quale le forze del reale andavano riorganizzandosi fino a squarciare quel velo a forza di violenza, come nel caso citato del G8 di Genova, o comunque di dolore, simbolicamente sintetizzato dall’ultima, tragica edizione della Love Parade a Duisburg nel 2010, costata la morte di decine di ragazzi. Non più il racconto attraverso cui descrivere ed analizzare una tipologia di trauma ancora affrontato tutto sommato a livello esistenziale, o comunque abbastanza limitato e circoscritto alla sfera delle relazioni interpersonali, ma il tentativo di cimentarsi in un’operazione di assai più ampio respiro, proponendo una sorta di romanzo generazionale, la cui metafora distintiva di significazione è stata individuata dall’autore in quell’insolito genere musicale che piano piano andava prima affiancandosi poi sostituendosi alla rivoluzione rock che aveva caratterizzato la generazione precedente, con la carica di ideali, principi, gerarchie di valori di cui ogni cultura musicale si avvolge. La portata di un libro come questo, ed il conseguente successo, è testimoniata dalla recente riedizione 2012 presso Il Saggiatore, con un’appendice ulteriore intitolata In bilico, in bilico tra l’illusione passata e un presente sempre più incerto e brutalmente ostico:

 

Il cambio di paradigma sociale è evidente. Negli ultimi decenni del Novecento, la società ha desiderato ballare. Il ballo incarnava valori che il sistema, seppure con segnali contraddittori, incoraggiava: piacere, festa, libertà sessuale, creatività, disinibizione del corpo, superamento dei limiti, nascita di subculture destinate al saccheggio, poi, da parte dei cool hunter delle aziende. La grande era dell’edonismo di massa. Liberante, certo, e insieme necessario, ambiguamente, nel passaggio al capitalismo immateriale.

C’è qualcosa di straziante in questa parabola. Un’umanità che democratizza il piacere, lo abbraccia e lo insegue e commercia in ogni modo, lo cavalca come si cavalca un drago. Nella speranza, chissà, che il drago la porti oltre il cielo.

Ma con lo svoltare del secolo, cambio di rotta. Il tardo-capitalismo, i suoi valori e l’intero impianto del desiderio occidentale-occidentalizzato entrano in crisi esplicita. L’edonismo collettivo smette di essere strategico. Il trauma, la paura o il semplice stordimento ne prendono il posto, diventando nuovi valori sistemici. La promessa del divertimento, ormai fuori tempo, non può più essere universale, non più rivolta a tutti. L’ultima grande narrazione, quella del piacere, si avvia di fatto al tramonto. (ibidem, 236-237)

 

 

 

3. Tra ferite esiziali e dolente invulnerabilità

 

Accanto a quel nuovo ibrido letterario Mancassola dimostra tuttavia di non abbandonare del tutto il genere d’esordio, e sempre nel 2005 dà alle stampe un esile libretto, Il 27o anno, contenente due racconti assai brevi preceduti da un piccolo prologo nel quale l’idea di trauma e di morte, così come nel resto del libro, campeggia sin dalla sua prima pagina, nella descrizione estremamente puntuale e precisa di un incidente stradale. Il probabile richiamo del titolo alla leggendaria maledizione dei 27 anni (che parrebbe aver colpito una serie di artisti deceduti in circostanze tragiche, l’ultima in ordine di tempo dovrebbe essere Amy Winehouse) sottolinea l’atmosfera lugubre, ai limiti del macabro, che si respira nelle vicende narrate, dove il trauma arriva ad incidere direttamente sulla pelle dei personaggi. In esse viene seguita una parabola che rende infine speculari le esperienze del protagonista del primo racconto a quelle dei personaggi del secondo di questi “due racconti sul sopravvivere”, come recita il sottotitolo, in questo caso alla morte del proprio fratello maggiore, e sul carico emotivo che una tale esperienza, e soprattutto la consapevolezza di una tale esperienza comporta, in particolare nel momento in cui ad ognuno di essi capita di accorgersi d’aver ormai raggiunto l’età del fratello defunto.

Il 2008 è l’anno di una nuova prova per Mancassola che torna a misurarsi con una narrazione lunga costruendo uno dei libri più famosi della sua ancora giovane carriera, La vita erotica dei superuomini. Non si tratta di successo casuale, dato che siamo di fronte ad una sorta di romanzo postmoderno, privo però di ironia spiccia, narrato in chiave realistica se non minimalista, toccando talvolta punte di iperrealismo. Una sorta di thriller nel quale una misteriosa e anonima minaccia incombe sui supereroi che, giovani adulti negli anni Sessanta, sono ora alle prese con un’inesorabile decadenza corporea e spirituale di glorie quasi da museo. L’uso di alcuni strumenti diffusi nel romanzo postmoderno (a partire dalla surreale esistenza quotidiana, “troppo umana”, di questi famigerati superuomini) appare in fondo solo un modo per introdurci in una galleria di ritratti animati di una materialità, o meglio fisicità molto spinta, di alcuni tra i più famosi supereroi, invecchiati e falliti nel loro tentativo di migliorare il mondo ai cui meccanismi mediatici e commerciali si sono viceversa piegati, così come il loro corpo inizia a piegarsi alle proprie esigenze naturali. Pur invulnerabili ad ogni ferita, pur vittoriosi di fronte ad ogni minaccia, pur in assenza di catastrofi tragiche (che anzi con le loro eroiche azioni hanno in passato scongiurato), subiscono anch’essi quella sorta di atmosfera intrisa di trauma e di dolore, normale caratteristica di noi miseri mortali, che stava al centro dei primi due libri di Mancassola. Lo scatto amoroso rimane l’unica valvola di sfogo al loro, per quanto vacuo e futile, desiderio di rivalsa da questo esasperante stato di cose, esorcizzandolo in poco eroiche e assai scabrose avventure erotico-sentimentali, talvolta ai limiti della perversione, con partner spesso più giovani.





Marco Mancassola


4. L’ultima fase (finora): la dimensione nazionale

 

Un ulteriore salto di qualità, sia narrativa che tematica, verrà compiuto nel 2011 con l’uscita nella collana I Coralli di Einaudi di Non saremo confusi per sempre, che gli ha permesso di vincere già diversi premi letterari, tra cui il XX premio Fiesole narrativa Under 40 il Premio Ceppo di Pistoia, oltre ad essere supervincitore del XXV Premio Carlo Cocito. Questo libro è composto da cinque brevi racconti ognuno dei quali dedicato ad un particolare fatto di cronaca accaduto in anni più o meno recenti, ed entrato in un certo senso per un periodo più o meno lungo (e spesso tuttora presente) nell’immaginario collettivo del nostro paese. Si tratta appunto di eventi selezionati da un lato per la carica massmediatica che sono stati in grado di destare (venendo a costituire alcuni di questi i primi fenomeni mediatici nel nostro paese), ma dall’altro anche per la loro intrinseca carica fiabesca, come testimoniato dai titoli scelti per ognuno di essi: “Un principe azzurro” racconta la vicenda della fucilata perpetrata dal principe Vittorio Emanuele di Savoia che costò la vita ad uno studente tedesco; “Un bambino al centro della terra” il terribile caso del bambino di Vermicino caduto in una buca da cui nessuno lo vedrà mai uscire; “Una bella addormentata” dedicato al celeberrimo e delicatissimo caso di Eluana Englaro; “Un cavaliere bianco” sotto la cui forma rivive il piccolo Alfredino di San Giuseppe Jato, sciolto nell’acido dalla mafia; “Un ragazzo fantasma” che permette a Federico Aldrovandi, morto in seguito ad un pestaggio della polizia, di rivivere in una sorta di Grande Fratello parallelo.

Tengo subito a precisare che la vicenda reale non si mescola con quella di fantasia; il segreto di questo libro sta appunto nell’equilibrio con cui mantiene separate la dimensione reale e letteraria delle singole storie, condotte appunto alternando regolarmente e rigidamente questo doppio binario narrativo, in modo da far procedere insieme i due piani cronachistico e fantastico. E se la letteratura, la fantasia rimane separata dai dati della cronaca, non per questo essa deve rinunciare ad inserirsi laddove l’oggettività del dato di cronaca non arriva, dove esso sfuma in quell’ampio spazio di possibilità che la narrazione è in grado di annettersi. E nemmeno essa deve rinunciare a prescindere alla propria capacità, di cui accennavo all’inizio, se non altro di contribuire al rimarginarsi di ferite che la sensibilità dello scrittore porta a manifestarsi sulla carta, sulle pagine, tra le righe delle sue opere, entro le quali necessariamente, per essere comunicate ad altre persone, ogni trauma deve trovare un ordine in primo luogo linguistico, e subito dopo diegetico, che in qualche modo consenta di reagire alla confusione, al turbamento psichico e mentale prodotto da quella spesso complessa e molteplice combinazione di fattori che dànno luogo all’avvenimento traumatico. Senza riferimenti ad un presunto potere magico e taumaturgico della parola letteraria, ma unicamente ad un principio d’ordine, di metodo attraverso cui giungere a dare senso e significato alla propria esperienza: al suo effetto terapeutico, che partecipa direttamente nella convalescenza della coprotagonista di Il cavaliere bianco, compagna di classe di Alfredino, e arriva laddove non erano arrivate le diagnosi psichiatriche di rito ed i ricoveri in clinica, ma accanto ad esse (sarà proprio un medico della clinica a suggerirle questa possibilità) assume un proprio ruolo nel processo di guarigione, e di ricerca della verità:

 

Fu una cosa lenta, servirono molti colloqui, servì che lui diminuisse i farmaci e la guidasse in una serie di sedute con la tecnica del sogno lucido, in stato di semi-ipnosi. Servì che Silvia iniziasse a lavorare al suo libro, su incoraggiamento di lui.

Poco alla volta la storia iniziò a comporsi. Tutte le stranezze della sua famiglia. Gli sguardi di complicità di Daniele, il compagno di scuola spaccone, che proveniva da una famiglia come quella di lei. Una famiglia di collusi con la mafia. Certi adulti sapevano più di altri. Certi adulti erano coinvolti. Il padre di Silvia lavorava per un’impresa edilizia e per anni aveva trafficato con taniche piene di liquido incolore. L’oro liquido di quegli anni. Lei non aveva la certezza assoluta che l’acido servito per il ragazzino fosse venuto da suo padre, ma sapeva che quasi di sicuro lo era. Sapeva. Era cresciuta sapendo. Era cresciuta con la coscienza che il mondo intero fosse edificato sopra una pozza d’acido, pronto a sciogliere il senso di ogni cosa, di ogni legame e di ogni esistenza. (Mancassola 2011)

 

Tanto più complessa la combinazione di fattori di cui sopra, quanto maggiore è la dimensione in cui gli effetti di un trauma tendono ad espandersi, in questo caso fino ad arrivare a coincidere con un orizzonte nazionale, configurandosi come eventi (l’aggettivo traumatici è ormai sottinteso) attorno ai quali una comunità nazionale, anche grazie ai (o se preferite per colpa dei) mass media, si stringe e, per un periodo di tempo incerto, ma con una notevole intensità, ivi catalizza la propria attenzione, e non raramente il proprio affetto. Qui rischio però di entrare in una tematica estremamente attuale che Mancassola ha affrontato in maniera efficace e con uno sguardo molto più ampio e approfondito (nell’intervento critico che precede questo articolo). Mi permetto, in conclusione, di collegarmi ad esso con una domanda, e lascio ai lettori il dovere di completare la risposta: entro quali dimensioni può essere inserito il trauma? Abbiamo seguito, ed io ho cercato di sottolinearlo, lo sforzo e l’impegno di Mancassola nell’allargare la dimensione degli avvenimenti attorno ai quali si sviluppano i suoi romanzi, da una dimensione personale ed esistenziale, che spesso ci si compiace di definire ombelicale (ma in fondo non è la nascita il primo vero trauma che ognuno affronta nella propria vita?), ad una dimensione via via più larga, e che allargandosi s’approfondisce, di un’intera generazione, e infine di un’intera nazione. E tuttavia non è questa l’unica direzione possibile: si può individuare, da altri punti di vista, una dimensione diretta del trauma, che fa riferimento alla propria esperienza, ed una mediata, una dimensione “vissuta” e una “percepita”, una dimensione “oggettiva” sulle cause di un trauma ed una più “soggettiva” sui suoi effetti sulle persone. Prima di tentare di rispondere a questo interrogativo consiglio doverosamente di non prescindere dalle riflessioni mancassoliane, senza le quali ogni risposta potrebbe dirsi incompleta.

 

 

 

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Riferimenti bibliografici

 

Mancassola Marco (2001), Il mondo senza di me, Ancona, Pequod.

–– (2004), Qualcuno ha mentito, Milano, Mondadori.
–– (2005), Il ventisettesimo anno: due racconti sul sopravvivere, Roma, Minimum Fax.
–– (2008), La vita erotica dei superuomini, Milano, Rizzoli.
–– (2011), Non saremo confusi per sempre, Torino, Einaudi.
–– (2012 [2005]), Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni, Milano, Mondadori.

 

 

 



       




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