LUOGO COMUNE
SU CARLO MAZZACURATI
Paludi e nebbie,
vite minori
e paesaggi umani
del Nord-Est


      
Un’acuminata disamina critica dell’opera cinematografica del regista padovano, morto lo scorso gennaio a soli 57 anni. I suoi film da “Notte italiana” (1987) a “La passione” (2011) costituiscono una sorta di partecipe viaggio attraverso le storie e i personaggi dell’Italia provinciale, preferibilmente facendo base nel suo Veneto, tra ambienti marginali e arcaizzanti e nuove emergenze affaristiche e di rampantismo cinico, talora venato di razzismo. La sua vena di entomologo indagatore si risolveva però in un eccesso di tatto e di indulgenza. Come se alla ‘giusta distanza’ del suo sguardo mancasse (al pari ad esempio di Pupi Avati) la capacità di rompere le convenzioni e di affondare davvero i colpi etico-estetici.
      



      

di Michele Goni

 

 

Il Veneto del cinematografo non suscita memorie felici. Ne risaltano vecchie magagne, che sono consuetudini di provincia. Nella desolazione di paese, cattolicamente occhiuta e impicciona, gli istinti di affermazione sociale vanno a braccetto con una sensualità giocosa e sporcacciona, cresciuta, nella vergogna di se stessa, all’ombra delle invadenti sottane prelatizie, sempre indulgenti nell’assolvere il “fiolón” dalla fregola.

Così in Signore e signori (Pietro Germi, 1966) e  ne Il commissario Pepe (Ettore Scola, 1969) già si dà per intero la sindrome di uno squallore piccolo e capillare che invade le vite precocemente afflitte dal benessere nell’Italia del boom. La burla da bar, non ancora saggiata dal Monicelli di Amici miei (1975), di lì a poco si mescola in essi al patimento languoroso di un clima festivo in cui letteralmente non si sa che fare, dove battere il capo. Il boom che aveva portato in tavola la bistecca, aveva anche spalancato le porte alla noia e in quei luoghi dove prima si faceva a gara per lavorare come muli, racimolando paghe da fame, ora si patisce la sazietà post-prandiale. Orgette, prostituzione spicciola, corruzione di minorenni fanno da passatempo ai più o meno abbienti.

Ma queste erano pellicole di registi venuti da fuori, dal genovese Germi al campano Scola (anche se dietro alle vicende di Signore e signori c’era un taccuino di storie vere dello sceneggiatore vicentino Luciano Vincenzoni, che lasciò a mezzo la lavorazione del film per dissapori con Germi).

 

Veneto per nascita è invece Tinto Brass.

Non è molto che il regista veneziano ancora scandolezzava, solleticandole, le platee cinematografiche italiane. Il Veneto faceva spesso da sfondo ai suoi film, pronto sin dagli inizi a coagularsi nel precoce e feroce ritratto de Il disco volante (1964) dove Sordi si faceva in quattro, recitando tutte le parti principali: un prete, un brigadiere, un nobilotto omosessuale e  ‒ al solito il peggio di tutti ‒ un piccolo-borghese. Trama a episodi in puro stile commedia all’italiana, Il disco volante è un palinsesto gonfio di veleni, tanto da non piacere al pubblico temperato del tempo. Ma Brass non è mai piaciuto davvero, né prima né poi, lui che del Veneto osserva la tetraggine sconcia sotto la frivolezza. Hai voglia poi a buttarla, per finta di esorcismo, in sagra di bordello (Paprika), in mascherate gaie (Miranda) o guardone (Così fan tutte); la mossa resta in scacco dell’uggia, tra buchi di culo e fiche squadernate, e dell’esibita allegria cretinesca delle donnine, in un frollire di carni. Quegli spazî chiusi dei suoi film, d’altronde, tagliati sempre da luci artificiali, a volte più che ad un bordello fanno pensare a un sagrato da incubo. Alla fine pare di essere in una messa alla rovescia, a celebrare gli aneliti soffocati, l’allegria esibita servendo al bisogno liberatorio di un ridanciano espressionismo, più cupo che non paia.

Non a caso il più bel film di Brass, il più nitido nel rifiutarsi all’invettiva rabbiosa degli esordi (Chi lavora è perduto, Ça ira, L’urlo), resta La chiave (1983), con il vecchio mercante d’arte veneziano che vive i suoi ultimi giorni fissando ossessivo tra le gambe della giovane moglie. Il cerimoniale funebre è un compendio grottesco-fallico delle aspirazioni nazionali: mentre tra le acque dei canali incede il funerale del protagonista, e un megafono diffonde la tonante dichiarazione di guerra mussoliniana, le memorie sensuali della protagonista si alternano a immagini di baldanti camerati, in un miscuglio di energia retorica e sdilinquimento che fissano il carattere nazionale. Non era l’allegoria di un tempo, piuttosto di un’infelicità. E fatta la tara all’ambientazione, che mai si riduce a precisa allegoria del passato, ne viene forse, se non il più bello, il più disperato omaggio alla fine dell’Italia repubblicana post-bellica, quando al rintocco degli anni ’80 è ormai chiaro ciò che s’appronta.

 

Del Veneto più squallido e cupo è figlio anche Salvatore Samperi, morto tre anni fa in un dignitoso anonimato. Ebbe d’altronde il torto di incorrere in un successo di cassetta formidabile non meno che imperdonabile, di quelli capaci di affondare una carriera in un sol colpo. Mi riferisco al celebre Malizia (1973), capostipite, suo malgrado, di quel “chiappa e spada” che ebbe poi i suoi campioni in Edwige Fenech, nello spiritato borgataro Alvaro Vitali o nell’ancora arzillo Banfi delle commediacce scollacciate. Era l’apoteosi di una generazione democristiana cresciuta a suon di divieti, costretta alle sbirciate e alle toccatine.

Sarebbe però ingeneroso congedare Samperi con quella disgraziata commediola, semmai è che le rabbie finiscono, e quando tocca dare voce a ciò che v’è oltre si scopre il poco, talora il nulla. È successo a registi di maggior vaglia come Bernardo Bertolucci e Bellocchio, i cui film valgono fin quando vi si agiti la furia di liberarsi del troppo di imbecillità o viltà. Ne son venuti La Cina è vicina e La tragedia di un uomo ridicolo, i più limpidi ritratti delle miserie di provincia di qualche generazione a dietro. Le generazioni successive non han fatto meglio.

Samperi al ritratto di un Veneto nero-sensuale aggiunge una rabbia scapigliata, inelegante, a tratti di un espressionismo grottesco e viscerale: Grazie zia (1968), Uccidete il vitello grasso e arrostitelo (1970), Un’anguilla da 300 milioni (1971), e forse qualche altro titolo sparito per esclusione di una vecchia partigianeria ideale (le rivistine di cinema schierate del tempo si risentivano dell’umore di un’anarchia di destra, priva al tutto di appigli a un dover essere migliore), furono tacciati a suo tempo di ribellismo spurio o insincero.

 

Se si trascurano le esiziali riduzioni post-pasoliniane da Ruzante, che all’allegoria della plebe dello scrittore-regista friulano preferiscono la burla ridanciana, il Veneto si eclissa dal cinematografo per qualche lustro.





Carlo Mazzacurati (1956-2014)


Un mese a dietro è morto anche Carlo Mazzacurati. S’è celebrato a pieni titoli questo regista del Polesine che aveva rimesso in auge il Veneto al cinematografo, riscoprendone, come non avevano fatto i suoi incattiviti predecessori, virtù e tempra.

 

Quale Veneto aveva mai scoperto questo pudico borghese tale da sciogliergli un canto pluridecennale, dal principio alla fine di una carriera? Il Po con i suoi meandri non era mai apparso, neanche all’Antonioni degli esordi, tanto carezzevole come lo è in Notte italiana (1987). La storia ‒ un avvocato incaricato di eseguire la stima di un territorio da espropriare - è un esile pretesto per lasciare libero corso al ritratto poetico e simil-documentaristico del Polesine moderno, scampato alle alluvioni del passato solo per finire vittima anch’esso, come poi l’Italia intera, di un’opulenza sordida e corrotta. La storia serve da controcanto alla malinconia trasognante di un pellegrinaggio nella terra madre, tra le gore e le insenature immote, gli affioranti casolari in rovina e le ruggini dell’industria. Ne amplifica l’alitare languoroso l’accompagnamento delle fisarmoniche e della chitarra, che avvolge la pesante uggia dei luoghi in una sordina benevola, provvedendo una spleenetica sinfonia cameristica di paese.  

Crepuscoli poi, albe e notti sul fiume, a caccia il regista di uno scorcio accattivante umido, fingendo interesse per una finzione narrativa che ha l’incedere compassato dello slargo fluviale. La vicenda del film vorrebbe farsi amara in fondo, quando tutti, gli amici e i conoscenti, si scoprono traditori e pronti a sbarazzarsi dell’avvocato zelante, che ha scoperto intrallazzi inattesi. Resta al protagonista una ragazza madre con la quale alla fine trovare l’intesa: vivere lì, in quel trancio di delta al riparo del marcio.

L’esordio definisce un cinema di poesia sentimentale e impressionista, una lirica campestre cinematografica, in cui i sussurri e i mezzi toni se la giocano con i silenzî d’ambiente in quello che appare una sorta di saggio di sottile arcadia scolastica.

 

Negli innumerevoli coccodrilli apparsi sui giornali, ricorre il riferimento alla fauna immortalata dal regista: studenti di primo pelo, piccoli allevatori, giornalisti imberbi, ladruncoli da quattro soldi, immigrati; un piccolo bestiario di più o meno onesti reietti che comunque faticano a trovare una collocazione nel mondo. Il regista prova un’innata simpatia per essi e li segue passo passo, opponendoli a un contesto più sommario dominato dall’affarismo bruto o dal cinismo. Peggio l’affarista senza scrupoli che il piccolo ladro di polli.

Il contrasto potrebbe essere letto anche in termini storico-sociologici ampliati, tra il più arcaicizzante est dell’Italia cattolico-socialista e rurale e l’ovest borghese dell’industria. Inutile a dirsi che il termine degenerativo del confronto è il secondo, laddove il denaro sostituisce alla coesistenza civile il conflitto della sopravvivenza o l’abbrutimento dell’arricchito. L’urbe tutta diviene allora idealmente l’ovest, così come appare il violento e colorito bassofondo romano di Un’altra vita (1992), dove un gruppo di romani di periferia si trastulla annoiato, sempre in cerca di una violenta botta di vita. Ad essi si unisce un timido dentista invaghito di una giovane dell’Est Europa che, vessata dai borgatari, sparisce. Accompagnando il gruppo di questi burini lupi dell’urbe re-inselvatichita, Mazzacurati, per interposizione del protagonista, compie una rara e vivida incursione nei bassifondi metropolitani, quegli stessi ripresi poi nei modi di un’oleografia più grossolana da Romanzo criminale (2005) di Michele Placido. È uno dei film più vividi di tutta la filmografia di Mazzacurati, il più prossimo, nei limiti del suo impianto schematico, a un realismo vigoroso.

Pare però che l’amore per i reietti spinga il regista a sorvolare sui dettagli. Ne Il toro (1994) i due allevatori disoccupati che partono per l’estero in caccia di un compratore per il toro di razza rubato, vogliono farsi una piccola fortuna. Viene in mente l’affare dei lupini combinato dal vecchio Padron N’Toni ne I Malavoglia. Nel libro si sa la sorte gira le spalle ai pescatori di Aci Trezza, che vedono le speranze di rimpinguare la cassa affondare insieme alla barca carica della preziosa semenza. Più che un dramma proletario, una piccola tragedia grottesca dell’affarismo incauto e avido. La sorte arride invece ai ladri di Mazzacurati, che quando ormai sembra tutto perduto trovano una soluzione miracolosa. L’evento cade al termine di una odissea nel paesaggio post-sovietico, tra il sanguinoso campo di battaglia dei Balcani e il regresso all’antica miseria agreste dell’oriente europeo più a est. Proprio aggirandosi tra le vie di questo primitivo doppione della memoria campestre di casa, uno dei due personaggi subisce un lavacro pauperistico, quando, assistendo a una messa in un’isolata chiesetta di campagna, è toccato dal rimorso e dalla pietà, se non forse dalla commiserazione di sé. Questi connotati umanissimi, di una pietà cristiana tanto comprensibile quanto a tratti stucchevole, fanno di Mazzacurati un discendente spurio della commedia all’italiana più feroce, che aveva disegnato con più sereno materialismo le maschere della corriva Italia moderna.

 

L’idea esce confortata da L’estate di Davide (1998), forse la storia più macerata nel lirismo di Mazzacurati. È il racconto dell’iniziazione di uno studente torinese che, conclusa la maturità, torna al paese rodigino a lavorare per uno zio che gli offre ospitalità. Durante il suo soggiorno, il ragazzo intreccia una relazione con una donna più grande che si scopre a poco a poco viziosa e corrotta. Di tale dissolutezza il protagonista incolpa un industrialotto locale, cui devasta l’azienda scoprendovi una partita nascosta di eroina. L’occasione è ghiotta e, convinto da un amico croato che lo aiuta nell’impresa, il ragazzo decide di rivendere il carico a trafficanti pugliesi. L’esito dell’impresa è tragico: l’amico slavo viene ferito a morte lasciando l’ex-studente solo e sbigottito. Nel monologo di chiusura, il ragazzo descrive la routine di una vita grigia, segnata a fuoco da quell’estate in cui s’è consumata l’ultima adolescenza, vista ormai in una lontananza struggente.

Il soggetto si commenta quasi da sé: l’individuo che oscilla tra l’essere e il non essere uomo, sempre combattuto da un istinto regressivo di distacco, appartiene alla consolidata tradizione crepuscolare, traduzione in panni borghesi di una secolare fabbrica del pianto. La stessa foggia minimale del cinema di Mazzacurati trova ne L’estate di Davide una sua giustificazione formale nell’umiliazione dei soggetti. Dilaga il sentimento del paesaggio che era già in Notte italiana, facendosi adesso colloso principio di adesione tra soggetto e forma cinematografica. Il risultato è una sorta di zuppo pascolismo, con annessi i suoi moti consolatori, la mollezza psicologica e il piccolo squallore pittoresco, in cui all’atonia di un protagonista spesso bronciuto e taciturno fa eco un paesaggio dell’anima, con i suoi contrasti di luce e ombra, colori e chiaroscuri. L’uomo-adolescente offeso dalla storia, si è cacciato in grembo alla natura, ma solo per scoprire che anche quest’ultima è avvelenata. Non a caso la donna amata si droga: quasi un’allegoria.

Ferito a morte dalla prima scheggia sotto il dito. Basta a morire dissanguati? Al regista parrebbe di sì.  Questo fuscello lacrimevole, privo di pelle, quasi permeabile e travolto da tutto, è però un veicolo sentimentale ambiguo. Nello sfibramento sentimentale che il personaggio subisce, l’assenza di carattere e di volontà non consentono di immedesimarsi in esso più del dovuto. C’è troppo di caduco, di immaturità passeggera. Ed è un limite della sensibilità del regista, l’attaccamento ai moti minori, fraintesi come un eccesso di vita umiliata.





Tereza Zajickova e Antonio Albanese in Vesna va veloce (1996)


Prima de L’estate di Davide, Mazzacurati aveva girato Vesna va veloce (1996), ritratto di una giovane ceca giunta in Italia in cerca di miglior sorte, destinata a trovare degrado, umiliazione e infine, dopo una breve parentesi felice, una morte accidentale. L’ennesimo repertorio di accensioni minime, in cui il regista scruta, amplificando gli scorci etnologici di Un’altra vita, tra le miserie degli immigrati dell’est alle prese con l’accoglienza italiana. Il regista si tiene a distanza di sicurezza, giocando la consueta partita con le sfumature: lo squallore è visto di scorcio, fissato negli scambî brevi e secchi tra la giovane prostituta e l’umanità che la circonda, nelle relazioni umane, sullo sfondo della vita notturna di Rimini, tra gli spiazzi e le stradine buie dove pullulano prostitute e clienti. Il quadro di reazioni e atteggiamenti della protagonista, incollati da musiche soffuse tra brevi pause liberatorie, finisce per somigliare a una ballata, con la chiosa del finale tragico, in cui la protagonista già morta si slancia in una immaginifica corsa tra i campi, libera del peso di esistere.

Vesna va veloce costituisce insieme a Un’altra vita un dittico di verismo lirico in cui si condensa il meglio del cinema di Mazzacurati, con tutta sua cura nel porre impressioni e cenni rapidi d’ambiente accanto a folgorazioni veriste di vite in rovina.

 

Con il nuovo millennio i toni si stemperano, subentrano la comicità e il filtro surreale. La lingua del santo (2000) ne è quasi un manifesto: due ladruncoli da poco trafugano dalla Basilica di Padova il prezioso reliquiario d’oro contenente la lingua di Sant’Antonio. Come già ne Il toro, ai due protagonisti si dà l’occasione per rifarsi una vita. L’impresa è però destinata a fallire dopo i tentativi di piazzare la refurtiva. I personaggi sono al solito due innocui sbandati e il regista gioca con la loro goffaggine. Intorno gli scorci noti e la solita fauna: soggettive in movimento delle vie, delle strade e dei fiumi, mentre le inquadrature fisse guardano le campagne e le lagune ammutolite; poi gli avventori dei bar e il guazzo stralunato di immigrati, zingari e vagabondi. Insomma, al solito, umanità e provincia, caliginose e depresse, filtrate da un lieve umorismo che cerca di conferire dignità a questo mondo uggioso. I personaggi positivi sono i due cenciosi, perché rubano per sopravvivere, non per avidità. Un miraggio del santo, il girovagare in fuga per le campagne sono le giunte a un plot che gira gira si riduce a celebrare la virtù dei miseri, l’umiltà, la bontà sconsola e incondita, con tiratina finale messa in bocca a uno dei personaggi: chi si giudica da sé fa per tre; giusto, “che importa quello che dice la gente?”. Ma no, questo era il finale ironico del Quinlan di Welles, il regista statunitense che già Mazzacurati citava in Notte italiana, infilando in bocca al protagonista la celeberrima parabola dello scorpione e della rana di Rapporto Confidenziale (1955). Mazzacurati è semi-serio, quasi moraleggia consolatorio. E la catarsi sarà l’accettazione serena di questo limbo, in cui il regista vede più facile separare i semplici e  i buoni dai corrotti.

 

Altro film e altro buddy movie. Come ne La lingua del santo e ne Il toro, anche in A cavallo della tigre (2002) si racconta di loosers in fuga. Nell’occasione, un rifacimento dell’omonimo film di Luigi Comencini dei primi anni ’60: un terzetto di evasi dal carcere è a caccia di un salvacondotto per una vita migliore. I protagonisti sono i soliti perdenti scusabili, miscuglio di razze unite e solidali per necessità. Il finale è volutamente irrisolto: la polizia incalza il protagonista italiano fin dentro casa, e dopo un inseguimento convulso, concluso con un salto da una scarpata, ritroviamo lui e la sua famiglia alla deriva su una zattera. Forse è tutto vero ciò che si vede, o forse no, il monologo finale gioca con la soluzione che non risolve. Sarà questa deriva una sorta di allusione alla mancanza di approdi che spetta a irregolari come questi, sempre in balia di una qualche burrasca.

 

La giusta distanza (2007) è l’ennesima e ultima visitazione dell’avitico Polesine. Il film riprende l’impianto didascalico da pellicola di genere di Notte italiana, ritraendo con il pretesto del thriller il crogiolo di un delta fattosi melting-pot razziale. A Mazzacurati interessa la meccanica del pregiudizio, che in provincia si accanisce sui nuovi giunti, stranieri e non senza distinzione. È un esile dramma a tesi, quasi un tema di scuola, sull’integrazione e la discriminazione, che ruota attorno all’omicidio di una graziosa maestrina troppo concupita, di cui viene incolpato un giovane maghrebino che aveva una relazione con lei. Incarcerato con prove che non paiono inoppugnabili, l’ex-amante si suicida nell’indifferenza generale. Il solo a non credere alle verità processuali è un ragazzino aspirante giornalista, che risolverà il caso risarcendo la memoria del morto. Alla fine del film il ragazzo se ne andrà, in un clima di crepuscolare addio a terre e affetti, incalzato, sul pullman che lo porta via, da un indigeno mezzo sciroccato che lo saluta sbracciandosi ‒ schietta e genuinamente buona, è questa la sola memoria cara e possibile in mezzo a tale piccolo guazzo di ingiusti e indifferenti.

Era forse un ultimo commiato del regista a un teatro dell’infanzia fin troppo battuto e rivisitato.





Manca all’appello La passione (2011), l’ultimo dei film usciti in sala a regista ancora vivente (l’ultima fatica del regista è ancora nei cantieri della distribuzione in attesa di essere visto). È la storia di un regista sull’orlo del fallimento, costretto col ricatto a montare una scena della Passione in un paesino della provincia toscana. Nel mezzo ci sono scambî di battute con gente del cinema (l’agente dell’autore e un’attricetta col vento in poppa, che lo trattano a male parole) che ambirebbero a restituire con pochi tratti lo squallore e il piccolo cabotaggio a cui è ridotto il mestiere del cineasta d’oggi. Ma il punto del film è un altro: la dignità perduta nel mondo filisteo, si può rinvenire col lavoro umilissimo di bottega, in quella piccola miracolosa arca di paese riunita misticamente sotto il trespolo sacrificale. E il protagonista-regista che sul finire del film scuote la testa, annuendo estatico di fronte al pubblico ammutolito dal rivivere degli antichi spiriti, rinforza l’idea che questo piccolo ex-voto sia una sorta di viatico a formulare nuovi e temibili patti civili.

Bontà, umiltà, onestà, fuga dai nefasti della cupidigia e del profitto, tutto un arsenale di intenti sempre ottimi. Ma appunto attingibili solo a patto di un miracolo. Né il regista se lo nasconde del tutto. Ma questa lacerazione tra la realtà degradata e i protagonisti del film, è sempre risarcita per via sentimentale. C’è sempre un luogo possibile o una desolazione lirica che soffia consolatoria la sua nenia.

 

Nel cinema di Mazzacurati non vi sono tragedia o commedia. Forse ‘la giusta distanza’ di questo regista piano e modesto sono le scalfitture che si procurano i suoi personaggi. I meriti sono in una curiosità di entomologo indagatore: la passione per scorci desueti e paesaggi umani più ricchi e variegati, discosti da quella fauna piccolo-borghese molesta ritratta da registi suoi coevi, usi alla fiction mediocre e alle più scolorite riduzioni cinematografiche. Il tutto però risolto con tatto e indulgenza. Mi viene in mente lo strazio melodrammatico di film come La straniera (2006) di Tornatore, regista che però è sempre parso volgare o molesto, specie dopo Nuovo cinema paradiso, a critici e addetti ai lavori. Sarà che il regista siciliano è uno che non sta alle convenzioni crepuscolari e che se preme sul cuore lo fa fino a strizzarne il sangue. Quel tanto di allegoria civile, e insieme grandiosità figurativa barocca, fa la differenza dai temperanti che, cito a caso, da Cristina Comencini a Francesca Archibugi, da Silvio Soldini a Gabriele Muccino, sbarcano la pellicola senza mai ferirsi con la forma cinematografica. Ecco, mi sembra che Mazzacurati non voglia farsi male più del dovuto. Anche nell’eros tiepido, risolto in forma di morale, non di vive e sconvenienti pulsazioni.

 

Il paragone col massimo regista italiano vivente è però improprio. La via battuta da Mazzacurati è nel solco di tutto un filone del cinema italiano, che dal Ferdinando Maria Poggioli di Addio giovinezza (1940) giunge fino alla grigiastra Bologna di Pupi Avati e alle prediche piccolo-borghesi e petulanti, umoristiche ma sempre acido-rancorose, di Nanni Moretti; Moretti che, giova ricordarlo, del regista laureato Mazzacurati (uno dei primi a frequentare il fortino semio-narratologico del DAMS, esperienza a cui forse l’autore deve il servirsi della narrazione come di un pretestuoso puntello su cui impiantare canovacci a mezzo tra il documentario poetico e la novella sentimentale) è stato mentore e fin produttore.

 

Dunque, per finire, le lagune e le gore: dove per Mazzacurati sarà proprio un bel naufragare. Non così per il primo Brass o per il primo Samperi, ma quella era tutta un’altra Italia, che, appena scattivata dalle sottane clericali, fuggiva inorridita dai suoi feudi di campagna o dall’ipocrisia di provincia, prima di ritrovarvisi a pochi lustri di distanza affogati.

Va detto che il più giovane regista veneto è figlio di un tempo che procede per conciliazioni in serie. Non avvezzo alla critica e alle sue divisioni, lo soccorre la compensazione del cuore medio, dal fremito regolare e sempre accomodante con l’onesto sentire di chi è nel giusto o in credito con l’esistenza. E finisce per celebrare la miseria come un risarcimento delle sue vittime, quasi un pasolinismo ripulito e ridotto a misura accettabile; o forse una versione ammodernata di Cuore, pascoliana, uggiosa e consolatoria.

Gli amici e i colleghi ricordano Mazzacurati per l’onestà del suo essere umanissimo sempre e comunque. È cosa di pochi essere in vita ciò che si appare in arte.

Solo alle canaglie di genio arride l’inferno.




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