LUOGO COMUNE
RICORDI
Vasco Pratolini
e l’eredità
di “Metello”


      
A poco più di un secolo dalla sua nascita, un breve profilo letterario dello scrittore fiorentino, oggi largamente dimenticato, e che pure fu nel secondo dopoguerra uno dei romanzieri che più segnarono la scena letteraria nazionale con libri come “Cronaca familiare”, “Cronache di poveri amanti”, “Le ragazze di San Frediano”, “Lo scialo”. La storia italiana vi veniva riguardata attraverso un passaggio dal neorealismo ad un realismo sociale più comprensivo di contaminazioni e di scelte stilistiche diversificate, dove non mancano echi della grande letteratura americana.
      



      

di Sergio D’Amaro

 

 

La generazione di Vasco Pratolini, nato poco più di un secolo fa (13 ottobre 1913) a Firenze, ha avuto la ventura di guardare alla fine di un mondo e alla nascita di molte grandi speranze. La base costante del rapporto con la vita restò il punto di vista che sceglie le classi popolari a parametro dell’umanità che si attua progressivamente nella storia. Uno sguardo che si riserva una gelosa carica morale non disgiunta da un’intensa memoria lirica educata ad un’antica pietas cristiana. È la forma mentis di questo scrittore oggi ingiustamente dimenticato, che attraversa con la sua precocissima vocazione il campo minato degli anni Trenta e riversa in riviste come ‘Il Bargello’, Letteratura’, ‘Campo di Marte’ (da lui fondata con Alfonso Gatto nel ’38) un sovrabbondante bisogno di raccontare e di riflettere i tempi che corrono, le scelte che contano, le strade ormai intraprese.

  

Quando da Firenze passa a Roma, dopo una parentesi napoletana, Pratolini è un trentenne pronto alla resistenza contro i tedeschi che assediano la capitale e già capace di esordire con libri, a cominciare da Il tapeeto verde, che si accendono su una memoria estremamente operosa. Gli occhi sono volti alla sua Toscana anche più tardi, quando la penna si fa più riconoscibile e individua una personalità di scrittore che farà parlare molto di sé. Cronaca familiare, Cronache di poveri amanti, Metello: guardando le date sui colophon, si va dal ’47 al ’55, gli anni cioè di quel lungo dopoguerra che certificano il passaggio dal neorealismo ad un realismo più comprensivo di contaminazioni e di succhi diversificati, che non disdegneranno la grande letteratura d’oltreoceano.





Non a caso Metello era la prima parte di un ciclo narrativo che Pratolini aveva intitolato ‘Una storia italiana’. L’intento non ultimo era quello di educare e insieme educarsi, come aveva scritto in un pezzo giovanile su ‘Campo di Marte’: “perché nostra funzione è oggi quella di ritrovare, uomo per uomo, categoria per categoria, ognuno sul proprio terreno, l’educazione sufficiente per riconoscersi onestamente il compito di educatori”. Riandare a qualche decennio addietro, seguire le vicende di personaggi comuni sullo sfondo di grandi scenari storici che dall’Unità portavano fin dentro gli anni più vicini, raccontare l’amore e il dolore avviluppati inestricabilmente nel gomitolo dipanato dei destini, tale sarebbe stato il compito di una letteratura che volesse coinvolgere un lettore non in fuga dal suo tempo e non lontano da qualche responsabilità.

  

Metello, nel 1955, diventò un caso, producendo partiti opposti e costringendo critici vicini di ideologia a dibattere a muso duro, come avvenne per Carlo Salinari e Carlo Muscetta. Possibile accettare Pratolini che affonda la sua penna in sentimenti inaccessibili alla lotta politica? Possibile assistere ad un cammino diverso del realismo, non più ubbidiente ai programmi di una prescritta posizione ideologica? Sta di fatto che il ‘realismo moderno’ di Pratolini vinse più d’una partita, meritandosi premi importanti e trasposizioni cinematografiche, in cui l’autore fu parte attiva in veste di sceneggiatore. Un mestiere, questo, che insieme a quello di giornalista Pratolini aveva perfezionato in modo eccellente affiancandosi in una fortunata carriera a Rossellini, Emmer, Sequi, Visconti, Bolognini, Loy, Zurlini, Risi (in film che si chiamano Paisà, Terza liceo, Cronaca di un delitto, Il momento più bello, Rocco e i suoi fratelli, La viaccia, Le quattro giornate di Napoli, Cronaca familiare, La colonna infame). Per il nostro, la sceneggiatura doveva funzionare come una ’storia raccontata due volte’, e quindi aderire ad una sorta di presa diretta col reale e con l’orale, presenza sempre tangibile dell’uomo che attraversa il mondo.





Vasco Pratolini (1913-1991)


Firenze, anche quando Pratolini s’intrise degli umori della capitale che aveva attirato nel dopoguerra intere liste di scrittori che diverranno famosi, resterà nel centro vitale e più profondo della sua coscienza. La sua memoria riandrà tante volte al suo antico quartiere di Santa Croce, “fra i carrettini del trippaio e dell’ortolano, il bugigattolo del venditore di castagnaccio, lungo via Pietrapiana”. Si allargherà via via alle sedie e ai tavolini di Paszkowski, al Gambrinus, a Donnini, alle Giubbe Rosse, ai Portici, al cinema Edison, a via degli Speziali, alle vetrine della Rinascente, al ristoratore Comparini, alla rosticceria Fila, fino a risentire il profumo di vainiglia e l’odore pungente delle tele di Rosai. A sua volta, Firenze non ha dimenticato Pratolini. Per il suo centenario si sono mosse soprattutto l’Università e il Gabinetto Vieusseux (dove, nell’Archivio ‘A. Bonsanti’, riposano molte sue carte), attivando tra il 16 e il 19 ottobre la mostra documentaria “La biblioteca di Vasco Pratolini”, la conferenza inaugurale di Goffredo Fofi e la presentazione del documentario Firenze di Pratolini di Cecilia Magnini, con l’omonima esposizione fotografica,
il Convegno Internazionale di Studi (a Palazzo Vecchio), promosso dal Dipartimento di Lingue, Letterature e Studi Interculturali dell'Università di Firenze e dal Comune di Firenze, con relazioni, tra i numerosi intervenuti, di Vittorio Spinazzola, François Levi e Giulio Ferroni.




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